Giovanni Tolu, vol. 1/2

Part 2

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Tre anni dopo — nel 1662 — un altro terribile bandito, famoso per le sue gesta, sgomenta il Logudoro: Giovanni Galluresu, capo di potente squadriglia. I sassaresi chiudono spaventati le porte, nè osano uscire di casa quando lo sanno nei dintorni. Il Vicerè, volendo distruggere quella banda, prende un’estrema risoluzione. Egli prescrive con un editto il disarmo generale nel Logudoro, con pena capitale al detentore d’un fucile o di un pugnale. Misura puerile, che ottenne il risultato opposto: accrebbe l’audacia dei malfattori e rese più facile la distruzione dei galantuomini, che vennero spogliati ed uccisi, perchè inermi. La forza non riuscì ad impadronirsi del Galluresu, e si ricorse allora all’astuzia. Saputo che il bandito era in relazione amorosa con una bella osilese, fu colto ed ucciso nel suo nido d’amore. Indispettita la giustizia per non averlo vivo, si sfogò sul cadavere, di cui fece uno scempio.

Verso il 1665 le squadriglie dei banditi crescevano — e ve n’erano di tutte le condizioni sociali. Il Governo incaricò il barone Matteo Pilo Boyl della distruzione dei facinorosi; ed egli ne fece appiccare da per tutto, alle forche ed agli alberi. Fra i capi squadriglia di quel tempo, noto Don Giacomo Alivesi, datosi alla macchia dopo un omicidio commesso. Nel giugno del 1668 veniva intanto assassinato a Cagliari il marchese di Laconi; ed i supposti rei (l’infelice marchese di Cea, Don Silvestro Aymerich, Don Francesco Cao e Don Francesco Portugues) si erano rifugiati nel continente italiano od all’estero. Per impadronirsi di costoro il Governo si era rivolto al bandito Don Alivesi, a cui venne promessa l’impunità ed un premio, ove fosse riuscito ad attirare i fuggiaschi in Sardegna. L’Alivesi accettò; fu creato Commissario della spedizione; chiese ed ottenne l’anticipazione di duecento sessanta scudi per le spese di viaggio; si recò a Roma; e fingendosi colà amico del Cao, con raggiri riuscì a trascinare i quattro esuli all’isoletta Rossa, presso Castelsardo. Tre di essi furono colà sgozzati a tradimento; ed il vecchio marchese di Cea fu condotto a piedi fino a Cagliari, e dato in mano al carnefice. Il nobile Alivesi — dopo aver compiuto il più nero tradimento che abbia macchiata la storia sarda — non solo fu graziato, ma venne dal Governo investito dei feudi dell’infelice marchese.

Era allora in vigore presso il Governo (e lo fu per lunghissimo tempo, fino ai giorni nostri) il sistema di promettere l’impunità ai più volgari malfattori, purchè uccidessero, o consegnassero alla giustizia un delinquente, meritevole di uguale, o di maggior pena. Anche i Governi si mostravano entusiasti dei valorosi briganti, e ne incoraggiavano le gesta!

Tutta la seconda metà di quel secolo, ed il primo ventennio del seguente non furono inferiori al secolo XVIII per audaci banditi, squadriglie numerose, furti, omicidi, impiccagioni, e impunità concesse dal Governo agli assassini traditori.

* * *

Uscita di Sardegna nel 1720 dal regime di Spagna, ed entrata sotto il dominio di Casa Savoia, continuarono le prodezze dei banditi e delle squadriglie agguerrite. Il Logudoro e la Nurra erano infestati di malviventi. I banditi, protetti dai parenti e dagli uomini più autorevoli dei villaggi, ne facevano delle grosse, e gettavano lo sgomento per ogni dove. Si pubblicarono rigorosi _Pregoni_, ma inutilmente.

Il Vicerè Di Costanze si lagna della corruzione dei giudici di Sassari, ed accenna a denaro depositato presso un notaio, per compensare quei magistrati che avessero diminuito la pena a certi fratelli Virdis di Pattada. Egli ammonisce con minaccie i nobili e i magnati dei paesi, perchè desistessero dal proteggere i birboni — ma era un parlare al vento. I baroni, piccati, protessero i banditi che cercavano rifugio nelle loro terre feudali, e protestarono altamente contro l’arbitrio!

Fin dal maggio del 1722 il Vicerè aveva mandato distaccamenti di truppe in giro per i villaggi, con lo scopo di reprimervi il banditismo invadente, raccomandando al Governatore di Sassari, di _prestare ai soldati il carnefice e due aguzzini!_

Anche l’autorità ecclesiastica (lo rilevo dai Regi Dispacci) era chiamata _prepotente in modo straordinario_; essa ordinava arresti a suo talento, e sottraeva al braccio secolare i malfattori favoriti, designandoli quali _chierici_ o _tonsurati_. Si deplorava la _protezione scandalosa_ accordata sfacciatamente ai malviventi dal popolo, dai prelati, dai feudatari, ed anche dai giudici e dagli avvocati fiscali(!)

Impressionato dall’aumento dei delitti in Sassari e nel Logudoro, il Vicerè, nel 1726, chiamò d’urgenza a Cagliari il Governatore Cav. Carlino; ma questi ricusò di andarvi, dicendo d’esser stato colto dalla gotta!

Come abbiamo veduto, non erano i soli popolani che facevano le prove di valore in campagna sotto il nome di _banditi_: non mancavano i titolati, poichè (lo ripeto) fare il masnadiero non era un disonore in Europa, anzi lo si riteneva un mestiere nobile e avventuroso, come quello del _cavaliere errante_; motivo per cui, se trattavasi di masnadieri nobili, le protezioni venivano dall’alto. Ho sott’occhio una lettera del re Carlo Emanuele III, scritta da Torino l’8 dicembre 1733 al Vicerè di Cagliari. In essa leggesi:

«... Riguardo al capo bandito Don Girolamo Delitala, raccomandato dal cardinale Alessandro Alboni(!), approviamo la grazia delle pene incorse, a condizione che il Delitala si porti a Cagliari per l’arresto, presti fidanza di mille scudi, conduca seco in ostaggio uno de’ suoi figliuoli o un aderente, e paghi le spese.»

È chiaro che lo si voleva portar via da Sassari per evitare lo scandalo, poichè ai nobili banditi un po’ di grazia la si accordava sempre. Dopo tutto, la _nobiltà_ veniva venduta dal Governo, e qualche cosa doveva fruttare agli acquisitori!

Le bande dei malviventi si moltiplicarono in Sardegna, e specialmente nel Logudoro, ricco di montagne e di sicuri nascondigli. Centro principale dei facinorosi era allora Nulvi, dove la famiglia Delitala, nemica al governo di Casa Savoia, aveva armato i popolani, eccitandoli a parteggiare. Una Donna Lucia Tedde Delitala, montata in arcione, e armata di fucile e stocco, con ardimento virile usciva in campagna per affrontare i nemici.

Il Vicerè Rivarolo, mandato in Sardegna nel 1735, si diede a sterminare con zelo i numerosi malfattori, e riuscì ad impiccarne molti, piantando le forche (per il _buon esempio_) sul luogo del commesso delitto. Ma i banditi continuavano a moltiplicarsi, facendo a gara per sorpassare in destrezza e in valore i soldati regi. Per cinque anni Rivarolo non si adoperò che a far allontanare dall’isola i vagabondi _cattivi_, esortando i _buoni_ ad arruolarsi nel Reggimento sardo. Procedette egli con tanto rigore, che qualche innocente fu impiccato, e lo storico Manno gliene muove aspro rimprovero.

Sgomentato il re dal cieco furore del suo Rappresentante in Sardegna, gli ordinò di frenarsi e di usare maggior cautela; ma il Vicerè, soddisfatto dell’opera propria, nel 1736 fece un giro nell’isola, per riscuotere il plauso di tutti i villaggi.

Venuto a Sassari egli si preoccupò della Nurra, regione montuosa e marittima, che offriva sicuro rifugio ai numerosi banditi di Alghero e di Sassari. Il Rivarolo ordinava a quei pastori di snidare dal centro della Nurra nel termine di quindici giorni, per trasferirsi alla parte piana, verso la strada che conduceva a Portotorres.

Il bandito più in voga era a quei tempi Leonardo Marceddu, di Pozzomaggiore, per il quale si era fatto un bando il 20 febbraio 1736. Sul conto di costui, però, correva una storia pietosa, che attenuava le sue ribalderie. Egli ebbe fama di laborioso e di onestissimo; ma la infedeltà della sposa lo precipitò nel delitto. Colta la moglie in colloquio intimo con un suo cugino, li uccise entrambi; e, datosi alla macchia, egli divenne singolare per coraggio, per ferocia, e per accortezza nel cimentarsi coi soldati regi. Fu siffattamente apprezzato, che finì per mantener pratiche segrete con alcuni agenti politici, poichè il Governo lo considerava come un forte cooperatore nel caso di un’invasione straniera: — sempre per quel certo sistema di servirsi dei banditi d’ogni genere, anche a scopo d’una difesa nazionale. Un esempio consimile lo si ebbe più tardi nel leggendario _Fra Diavolo_ di Napoli, invitato a prender parte ad una guerra contro la Francia.

Continuarono intanto le caccie e gli scontri fra banditi e soldati. Il 16 gennaio 1758 il ministro scriveva al Vicerè: «— S. M. ha gradito l’incidente seguito a Bolotana fra le truppe e i malviventi; bisogna procurare l’arresto dei banditi rifugiati in Corsica, ed ora ritornati nell’isola, fra cui Giovanni Fais, Don Antonio Delitala e i tre fratelli Filia Madau, capi dei medesimi. S. M. ha pure approvato la gratificazione di scudi venticinque accordati a Basilio Podeddu, che serviva di _guida_ e spia e rimase ferito nell’azione. — (Il sistema perdurava!)

I nobili, nonpertanto, e molti rispettabili dei paesi, continuavano a favorire i malfattori erranti; e da Torino si scrive al Vicerè il 22 ottobre 1761: «— Prenda informazione sulla protezione accordata ai facinorosi dai cavalieri Quesada: metta una volta freno all’insolente ardore di tali protettori col punirli severamente, tagliando il filo delle corrispondenze coi malviventi.»

Ma le protezioni non venivano meno, come non vennero meno i delitti consumati anche in odio agli ecclesiastici. Il ministero, nel 1769, si preoccupava dell’assassinio di due preti strangolati a Mandas ed a Nulvi, nonchè del Diacono ucciso da un altro prete a Calangianus, in una partita di caccia, _quasi per scherzo_.

Da oltre un trentennio la fama delle audacie di Giovanni Fais correva da un capo all’altro dell’isola. Questo fiero bandito, per molto tempo, ebbe al fianco la propria moglie, donna di maschio coraggio, che lo aiutava ad assalire i nemici. Erano suoi alleati i Delitala di Nulvi, nonchè quella famosa Donna Lucia, da me altrove menzionata — per difendere la quale il Fais andò incontro ad una forte fazione di Chiaramonti. Costui, saputo che Giammaria Tedde (pur congiunto di Lucia) aveva minacciato la sua protetta, gli tolse senz’altro la vita. Lo zio ed i parenti dell’ucciso, assetati di vendetta, giurarono allora lo sterminio dell’uccisore e de’ suoi compagni. Ma Giovanni Fais, guidatore esperto delle sue bande, taglieggiatore dei comuni, e assalitore di truppe, oppose la forza alla forza, e sfuggì al furore dei persecutori.

Non appena il Vicerè ebbe sentore dell’odio che il Tedde nutriva per il Fais, pensò di trarne partito. Egli incoraggiò il primo a persistere nella caccia contro il secondo, suggerendogli di servirsi dell’opera del bandito Leonardo Marceddu, a cui il Governo avrebbe concessa l’impunità ed un premio in danaro. Leonardo Marceddu, però, uomo di fiero carattere, mandò a dire al Vicerè che sdegnava la libertà a prezzo di un tradimento; e fatta lega col Fais continuò a seminare il terrore nel Logudoro.

Duemila miliziani, condotti da Girolamo Dettori di Pattada e da Don Giovanni Valentino di Tempio, oltre ai quattrocento soldati comandati dal Cav. Meyer, tentarono con energia la distruzione di queste bande. Il Valentino riuscì ad arrestarne oltre duecento, per cui il re lo creò _cavaliere_.

Accortisi i banditi della caccia ad oltranza che lor dava il Governo, fecero causa comune. Il Marceddu recossi al _Sasso_ di Chiaramonti per unirsi al Fais, che vi si era rifugiato coi compagni. Sbaragliati dall’attacco incessante che lor davano le numerose milizie, sulle prime si accamparono sul monte Cucaro, poi una buona parte (fra cui il Fais coi Delitala) si salvarono in Corsica.

L’infelice e generoso Marceddu, che aveva rifiutato dal Governo la libertà a prezzo d’infamia, finì per cadere nelle mani d’un bandito traditore: di Francesco Bazzone, che lo aveva venduto allo stesso Governo, in cambio dell’impunità e di una ricompensa in danaro.

Donna Lucia Delitala, raggiunta l’età di quarant’anni, pare che avesse messo giudizio. Tratta in arresto, fu in seguito graziata, dopo due anni di prigionia. In una lettera del Vicerè, marchese Rivarolo, al re Carlo Emanuele (1738) è detto: «... Donna Lucia è una donna _qui n’à pas voulu se marier pour ne point dépendre de un homme (à ce qu’elle disait)_.» Chiude dicendo, che, dopo la grazia, «_elle vit assez tranquille_.»

Nel 1749 i banditi parvero dispersi e le spedizioni militari ebbero tregua.

Dopo una quindicina d’anni il Fais tornò dalla Corsica; e verso il 1760, formata una banda di buoni compagni, si diede a scorrazzare di nuovo nei dintorni di Sassari, quasi per insultarvi il Governatore. Un amico di quest’ultimo, tradendo il Governo, avvertiva segretamente l’ormai vecchio bandito, divenuto più audace di prima. Si assicura che il Fais (mascherato da cappuccino, con la bisaccia in spalla) avesse osato più volte introdursi in Sassari, e presentarsi alla questua in casa dell’assessore Aragonese. Egli divenne talmente in odio al Governo, che lo si escluse dall’indulto promulgato il 23 agosto 1768.

Dopo non pochi tentativi riusciti vani, finalmente il Governatore Allì Maccarani riuscì a sedurre, con la solita promessa di libertà e danaro, due banditi sassaresi, i quali propinarono al Fais un vino oppiato. Quando videro il vecchio immerso nel sonno, lo uccisero a colpi di scure e lo consegnarono cadavere al carnefice. Ciò nel 1774.

Giovanni Fais era allora più che settantenne, e faceva il bandito da oltre mezzo secolo. Contava solo quindici anni, quando verso il 1720 si era dato alla macchia, dopo aver ucciso un uomo sulla pubblica piazza di Chiaramonti.

A complemento della notizia della sua morte, riporterò un brano della lettera che il ministro scriveva da Torino al Vicerè, in data del 23 novembre 1774:

«S. M. il re gradì che il Governatore di Sassari sia riuscito a disfarsi del vecchio Giovanni Fais e dei sette suoi compagni di quadriglia, annidati nel _Sasso_ di Chiaramonti, sperando cogliere i due scampati colla fuga. Poichè intanto si poterono conoscere gli uccisi, è stato opportuno che a pubblico esempio si siano tosto fatti appendere al patibolo i cadaveri dei già condannati, colla successiva dispersione delle membra, nei luoghi dei rispettivi delitti. — S. M., oltre alla grazia ai due banditi che concorsero nell’impresa, vuol rimunerare gli altri, e invita a proporre la somma a darsi; vuole anche che gli si suggerisca qual riguardo meritano i due cavalieri Corda, che ebbero parte principale nell’operazione.».

I lettori avranno notato, come per l’_esempio pubblico_ si ordinava anche l’impiccagione dei cadaveri, i quali in seguito venivano squartati e dati alle fiamme, per sperderne le ceneri al vento. Nè ciò deve recar meraviglia, poichè vi ha di peggio. Leggo una corrispondenza del Ministro (5 settembre 1770) in cui si parla del _cadavere imbalsamato_ di un bandito famoso, tenuto a disposizione del Governo per qualche _esemplarità_. Quando, dunque, si volevano atterrire i malviventi, si conduceva alla forca quel cadavere imbalsamato e lo s’impiccava. E Dio sa quante volte gli avranno messo la corda al collo!

È facile immaginare come per l’eccessivo rigore dei giudici venissero sagrificati molti innocenti, tratti in arresto per le false deposizioni dei nemici; e lo prova una lettera ministeriale del 23 ottobre 1765, in cui si dice al Vicerè: «— Prenda energiche misure sui testi falsi, massime in codesto Regno, dove havvi tanta facilità e frequenza di delinquere in tale materia.»

Alle false testimonianze bisogna aggiungere il sistema della _tortura_, allora in pieno vigore, e conservata fino al 1827, anno in cui Carlo Felice l’aboliva. Il dolore per lo slogamento delle ossa riusciva a far strappare dal labbro dei pazienti tutte le confessioni che si volevano.

Scene edificanti, in secoli che si dicevano dell’oro!

Se in quei tempi esistevano i favoreggiatori dei banditi, non mancavano pure i cittadini benemeriti, che si adoperavano con ardore per dare i rei in mano alla giustizia; ma non tutti riuscivano nell’intento come i due fratelli Corda.

Nel 1773 l’avvocato Giovanni Berlinguer veniva fatto segno (come i suoi antenati) a speciale benemerenza, per il zelo spiegato nella persecuzione dei banditi, dai quali era stato più volte ferito. Gliene colse però danno; poichè tre anni dopo, nel gennaio del 1776 (come rilevo da una lettera ufficiale) gli venne ucciso in campagna l’unico figlio Girolamo, con trentatre stoccate. L’assassino — certo Antonio Capponi — fu arrestato e impiccato.

Dopo il ritiro del ministro Bogino (il persecutore dei malviventi) i banditi tornarono a formar bande per darsi alle piacevoli scorrerie. Il Vicerè Thaon, nel 1788, bandì loro una guerra atroce, e tenne duro, quantunque venisse biasimato acerbamente per aver violato le forme legali.

Nel gennaio del 1782 veniva promessa la impunità ai due banditi fratelli Mucciga (complicati nella famosa sommossa popolare del 1780) a condizione che avessero arrestato ed ucciso altri malandrini. Nella lettera ministeriale leggo queste precise parole: «— _bisogna animare_ (!) _i banditi a distruggersi fra loro_.» — Era massima fondamentale dei governi di tutti i secoli, compreso il nostro. Chi non lo sa? chiodo scaccia chiodo.

Nè crediate che i banditi d’allora fossero tutti sardi; la Corsica ne dava un buon contingente, poichè ne vantava a centinaia sulle spiaggie della Gallura, come dalla Gallura molti ne emigravano sulle spiaggie corse. Le due isole si aiutavano a vicenda. Nel dicembre dello stesso anno (1782) l’ambasciatore di Francia pregava il Vicerè di Sardegna (_per il bene comune delle due nazioni_) di procurare l’estradizione di dodici banditi corsi, che scorrazzavano intorno a Castelsardo. E ne dava i nomi: Giovanni Saverio, Girolamo Ranfioni, Bonelli, Labicone, Leonati detto _il nero_, i tre fratelli Volpi, e i quattro fratelli Giovannoni. Pare che in Corsica si dessero alla macchia intere famiglie!

Veniamo intanto allo strascico della rivoluzione dell’_Ottantanove_, ed ai torbidi che seguirono in Sardegna negli ultimi del secolo: periodo turbolento, al quale non furono estranei i banditi.

Nel pregone emanato dal Vicerè Vivalda il 9 giugno 1796, ponendo a prezzo la testa di Angioi e suoi complici, oltre ai premi in danaro, si prometteva la _nomina_ a favore di qualunque delinquente si volesse graziare!! — E così pure, quando pochi giorni dopo si mossero da Cagliari i 2500 armati per combattere l’Angioi ad Oristano, ci dice lo storico, che in quella milizia furono reclutati delinquenti volgari, tolti alla macchia. In una memoria del 5 marzo 1797 (sottoscritta da Ghisu, Pintor e Delrio) si legge: «— Bisognava graziare gli inquisiti che servivano in tutte le spedizioni; poichè alla loro intrepidezza e coraggio si deve pure attribuire la buona riuscita dei più ardui e pericolosi incontri —» — Queste frasi rivelano i tempi e la moralità del Governo; il quale traeva partito dal _coraggio_ e dall’_intrepidezza_ di codesta brava gente, in seno alla quale sceglieva i suoi _sicari!_ — Anche per l’arresto del parroco Murroni e di suo fratello (ardenti angioini datisi alla fuga) il giudice Valentino, nel novembre del 1797, suggeriva al Vicerè di servirsi dei due banditi Salvatore Rugu e Bantine Addis, a cui pertanto poteva concedersi un _affidamento interinale_, e in seguito l’_impunità_ dopo la cattura.

E qui chiudo le gesta dei banditi e dei malviventi del secolo XVIII.

Qualche partigiano del regime spagnuolo si era lasciato forse scappare, che i misfatti risultassero assai più scandalosi sotto il dominio piemontese, che sotto quello di Spagna.

Il Governo del Piemonte si sentì punto da quest’asserzione; e lo desumo dalle seguenti linee, che leggo in una lettera del Ministro al Vicerè, in data 28 luglio 1790:

«Non siamo in Sardegna nelle circostanze rappresentate al Papa dai re di Spagna per la Catalogna, cioè, che frequentissimi fossero i più atroci misfatti, e pochi ne succedevano in cui preti e frati non fossero almeno complici — e quasi tutti andavano impuniti per la negligenza o connivenza dei Vescovi e dei Superiori regolari». — E scusate se è poco!

* * *

Diamo ora uno sguardo al secolo spirante — al nostro secolo — non inferiore forse al precedente per furti, delitti e scorrerie di malandrini.

Nei primi anni del secolo XIX si ebbe lo strascico dei moti angioini. Si perseguitavano a morte i liberali d’allora, e fra questi il povero notaio Cilocco, che inseguito dalle truppe batteva da più anni la campagna gallurese, sfuggendo ai persecutori da montagna in montagna. Il Marchese di Villamarina scriveva da Tempio al Vicerè (15 giugno 1802) ch’era sua intenzione di servirsi di spie pagate per far guerra ai repubblicani, _sebbene difficilissimo sia trovarne fedeli in questo comune_.

Il Cilocco potè sfuggire alle armi regie, ma cadde in trappola col solito tradimento. Stanco, oppresso, affamato, il poveretto si presentò un giorno al bandito Giovanni Mazzoneddu, chiedendogli asilo ed un tozzo di pane in nome dell’ospitalità. Il bandito finse di soccorrerlo, ma informò segretamente il Governo, dicendo d’essere pronto a consegnare alla giustizia l’ardente notaio, in compenso dello sborso della somma stabilita nella taglia, e dell’impunità per sè e per altri quattordici malvagi, di cui pensava servirsi per arrestarlo. Il Governo fu ben lieto di poter graziare quindici assassini di strada, per aver la testa d’un infelice notaio, di non altro reo, che di aver caldeggiato le idee repubblicane di Don Giammaria Angioi. Venne concesso quanto il Mazzoneddu chiedeva, e Francesco Cilocco fu tenagliato col ferro rovente, e trascinato a braccio fin sopra il patibolo l’11 agosto del 1802.

I banditi e i malandrini si moltiplicarono, e crebbero d’audacia, perchè protetti dai signori e dai monaci. Il 21 gennaio 1806 il governatore si lagna col Vicerè della scandalosa protezione che i conventi tutti di Sassari, specialmente quello dei frati carmelitani, accordavano ai malviventi; e gli annunziava intanto l’arresto del famigerato bandito Fanis, detto _la frina_, che da lungo tempo era ricoverato nel convento di Santa Maria.

L’Italia tutta, e specialmente la meridionale, non era in quel tempo in migliori condizioni della Sardegna. In quell’anno stesso, 1806, veniva trascinato al patibolo Michele Pozza di Napoli, il famigerato bandito, che, sotto il nome di _Fra Diavolo_ aveva attirato l’attenzione dell’Europa, destando l’estro d’Auber, il celebre musicista francese.

Quando il re Vittorio Emanuele I si mosse da Cagliari per fare un’escursione per l’isola, fu vivamente impressionato dalle numerose bande di malviventi che scorazzavano per ogni dove, e più ancora della protezione che loro davano i magnati delle ville, i quali giunsero persino a scarcerare gli arrestati nei loro feudi. Il re emanò un decreto rigoroso, e comminò la pena di morte ai protettori di banditi, colla perdita della _nobiltà_; nè dimenticò allo stesso tempo di promettere l’impunità agli assassini che avessero ucciso i propri compagni. Ma nondimeno crebbero i banditi, e crebbero le protezioni.

Nel 1809 è impossibile registrare i misfatti, tanto sono numerosi. Lotte sanguinose fra comuni e comuni, tra famiglie e famiglie, fra pastori e pastori; pene economiche, impiccagioni continue, arresti di prepotenti magnati. Il Martini ne fa un quadro orroroso. A Tempio, nel 1811, gli odî di parte raggiungono il parossismo. Si volle dare dagli audaci una lezione alla giustizia; e vennero assassinati, quasi allo stesso tempo, il Censore Diocesano, il Procuratore fiscale della pretura, e il Giurisdicente. Un indulto e una spedizione di soldati, per opera del Governatore di Sassari, calmarono alquanto gli animi. Per intromissione del clero e del popolo si fecero le paci, le quali vennero rogate con atto notarile il 9 di maggio del 1813. Il re, costretto dalle circostanze, chinò la testa e firmò la grazia.