Giovanni Tolu, vol. 1/2

Part 1

Chapter 13,683 wordsPublic domain

[Illustrazione: GIOVANNI TOLU]

ENRICO COSTA

GIOVANNI TOLU

STORIA D’UN BANDITO SARDO NARRATA DA LUI MEDESIMO

PRECEDUTA DA CENNI STORICI SUI BANDITI DEL LOGUDORO

Con Vignette di Dalsani

Volume Primo

SASSARI PREMIATO STABIL. TIP. G. DESSÌ 1897.

AI LETTORI

STORIA DELLA STORIA

Verso gli ultimi di novembre dello scorso anno, rientrando nel mio studio, vi trovai un vecchio, che da mezz’ora mi aspettava.

Chiestogli il motivo della sua venuta, mi rispose con una domanda:

— È egli vero che lei ha scritto la storia di Giovanni Tolu, il bandito? Avrei piacere di leggerla.

— Non ho mai scritto storie di banditi viventi — risposi.

Il vecchio, senza punto scomporsi, ripigliò con sussiego:

— Se lei non l’ha scritta, è certo che ben presto la scriverà!

— E perchè dovrò scriverla?

— Perchè glie la dirò io, che sono Giovanni Tolu in persona.

La strana presentazione mi sorprese non poco; tuttavia risposi:

— Non so davvero perchè lei voglia narrarmi la sua storia, nè perchè io debba scriverla.

— Le dirò sinceramente, che ormai sono stanco e infastidito delle fandonie che si vanno spacciando sul mio conto. Lungo la mia vita di bandito e d’uomo libero — per oltre quarant’anni — si dissero e si stamparono sui miei casi inesattezze tali, che mi preme rettificare. Non voglio colpe, nè virtù che non mi spettano. Fui intervistato da un numero infinito di curiosi, italiani e stranieri, ma non volli finora aprire l’animo mio ad alcuno. Oggi solamente mi sono deciso a fare una confessione generale, schietta, veridica, senz’ombra di vanità, nè di secondi fini. Esporrò lealmente i casi della mia vita, persuaso che il racconto delle mie avventure desterà nel pubblico una curiosità non infeconda di ammaestramenti; di ammaestramenti per tutti: per le famiglie, per i giudici, per i disgraziati miei pari, ed anche per il Governo se vorrà trarne profitto. A settantaquattro anni non si hanno più speranze, nè timori; ed è perciò che io voglio presentarmi al pubblico tutto intiero, quale realmente fui, spogliando la mia vita da tutti gli episodi fantastici e bugiardi, di cui volle infiorarla il volgo... ed anche i signori. Ecco perchè voglio narrare la mia storia — ed ecco perchè lei dovrà scriverla!

La lunga tirata del bandito — che ho riportato parola per parola — mi colpì vivamente; tuttavia il mio proposito fu quello di sottrarmi ad un fastidio penoso, che non mi tentava per alcun verso.

Risposi francamente al vecchio bandito: che il narrare simile storia non era facile com’egli credeva; che bisognava studiare il modo conveniente di presentarla al pubblico; e che infine, prima di accingermi a scriverla, era necessario intendersela con un editore.

— Intendiamocela pure! — esclamò il Tolu col tono di un uomo incrollabile ne’ suoi propositi.

All’amico Giuseppe Dessì — l’editore da me consultato alla presenza del bandito — non spiacque l’idea; e mi pregò di accingermi all’opera.

Stabilite le condizioni, Giovanni Tolu si fermò in Sassari fino a tutto gennaio. Ebbe la pazienza di recarsi ogni sera nel mio studio, e mi dettò la sua lunga storia, che io trascrissi fedelmente.

Seduto dinanzi al camino, caricando o scaricando la sua pipa, il vecchio bandito (ora in buon sardo, ed ora in cattivo italiano) prese a narrarmi i casi della sua vita, risalendo ai nonni; e filò sempre diritto per venticinque giorni, con un ordine ed una chiarezza, ch’io non mi aspettava. Circostanze minuziose, dialoghi, nomi di persone e di località, episodi d’ogni genere, tutto egli mi espose scrupolosamente, senza mai confondersi, nè contraddirsi.

— Io voglio narrarle il _bello_ ed il _brutto_ — mi diceva ogni tanto — A lei buttar via ciò che crede inutile o insignificante.

Lo confesso: la semplicità, la schiettezza, l’ordine della narrazione, nonchè la varietà degli episodi, mi fecero lieto di aver aderito al desiderio dell’editore e del mio protagonista. Nessuna storia di bandito fu narrata finora con tinte più vere e con particolari più intimi; poichè non capita due volte il caso di un bandito famigerato, che, assolto dalle Assise di Frosinone (e meno male che non lo fu in Sardegna!) si decide a confessare coraggiosamente le sue colpe, senza tema che possa immischiarsene l’autorità giudiziaria.

La storia del Tolu abbraccia, fra gli altri, il tristo periodo che corse tra il 1850 e il 1860 — periodo ancor vivo nella memoria del popolo, poichè in esso appaiono le figure di Spano, di Derudas, di Cambilargiu, d’Ibba — tutti banditi famosi, che il Tolu ebbe a compagni, e di cui ci narra non poche gesta.

Mio primo proposito fu quello di servirmi dei copiosi materiali fornitimi dal Tolu per tessere una storia vera, ma tutta mia nell’ordine e distribuzione delle scene. Non tardai, in seguito, a rinunziare al mio disegno.

Io dissi a me stesso: — Perchè dovrò io torturarmi la mente, creando situazioni che possono cadere nel convenzionalismo? Perchè accingermi allo studio di artifizi letterarii, quando non pochi sono i testimoni viventi dei fatti che andrò esponendo? Perchè assumere la responsabilità di giudizi, che potrebbero glorificare od avvilire la figura d’un uomo disgraziato, ma colpevole sempre? Perchè, infine, dovrò io narrare la storia di Giovanni Tolu, quando con più efficacia può narrarla lui stesso?

Non trovando ragioni da opporre a tutte queste domande, rinunziai a scrivere un lavoro d’arte, e decisi di riportare fedelmente la confessione del Tolu, seguendo l’ordine da lui tenuto, e servendomi quasi sempre de’ suoi modi di dire. La storia del vecchio bandito (sebbene più prolissa e forse più noiosa) potrà così conservare tutta la natia semplicità, tutto il colore locale, e quella vergine impronta che darà maggior risalto al carattere del tempo, degli attori e dell’ambiente. Mi limiterò solamente ad apporre qua e là qualche breve nota appiè di pagina, quando la crederò necessaria.

Ho voluto visitare, in compagnia del Tolu, alcune località che furono teatro delle scene più salienti; ed ho quindi eseguito alcuni schizzi, sui quali il valente Dalsani di Torino studiò le macchiette riportate in questo libro. Dobbiamo al Turati di Milano la riproduzione in fototipia del ritratto recentissimo del vecchio bandito, fatto eseguire dall’editore.

Nel mio libro non si narrerà la storia di un semi-eroe, quale il poeta suol narrarla — nè la storia di un volgare assassino, come crudamente la registrano gli atti del tribunale. Si narrerà la storia di un uomo co’ suoi vizi, le sue virtù, le sue passioni. Certo è, che il lettore vi troverà molte cose ignorate, le quali potranno offrire argomento di profondo studio al psicologo ed allo storico.

Chi è Giovanni Tolu? — Un figlio di umili agricoltori florinesi, pieno d’intelligenza e di buon senso, ma educato nei modi che i tempi e l’ambiente consentivano; datosi giovanissimo alla campagna, dopo aver tentato di vendicarsi di un prepotente, da cui si credette maltrattato e deriso; punto nell’amor proprio di marito; deluso negli affetti di famiglia; errante per trent’anni di balza in balza, senz’amici, senza un consiglio pietoso, senza una parola di conforto; vivente nella solitudine come un selvaggio, oppure in compagnia di malandrini, dai quali non poteva attingere che eccitamenti a delinquere; odiato dai nemici, circondato da spie, perseguitato dai carabinieri; carezzato da deboli e da prepotenti per bisogno o per paura; glorificato insanamente dal volgo; fatto segno talora ad una curiosità entusiastica, fatalmente corruttrice; un misto, insomma, di bontà e di tristizia, di generosità e di ferocia, di fede e di superstizione, di saggezza maravigliosa e d’intolleranza superba, senza neppure la coscienza del male che taceva agli altri ed a sè stesso.

Tutto questo il lettore dovrà considerare prima di leggere la storia di Giovanni Tolu; e quando l’avrà letta, studiando a mente serena l’uomo più che il bandito, saprà trarne altri ammaestramenti, i quali gli riveleranno quante leggere siano le cause che trascinano alla perdizione un’anima nata buona, e quanto facili siano i mezzi che potrebbero strapparnela.

Prima di dare la parola a Giovanni Tolu[1], infliggerò al lettore alcune pagine di storia sui banditi sardi in genere, e su quelli del Logudoro in ispecie.

Ho detto _infliggere_, ma devo dichiarare che la mia chiacchierata potrebbe omettersi, con vantaggio di chi legge... ed anche di chi scrive.

_Sassari, maggio 1896._

ENRICO COSTA.

SUI BANDITI DEL LOGUDORO

PAGINE STORICHE

[Illustrazione: Testata allegorica _al banditismo_]

La storia del _banditismo_ è vecchia quanto il mondo. Essa risale a Caino, e forse ai nostri primi padri.

Caino, dopo il fratricidio, esclamò: — Io, dunque, sarò vagabondo e fuggiasco sulla terra, e chiunque mi troverà mi darà la morte!

Adamo ed Eva, appena commesso il primo fallo, si affrettarono a coprirsi ed a nascondersi; e da quel giorno tutti i bambini, appena rompono qualche piatto in cucina, sentono il bisogno di scappare e d’intanarsi, sperando che i sospetti ricadano sulla serva di casa.

L’uomo non è altro che un bambino ingrandito.

La sete di sangue, che tormenta l’uomo, lo eccita alla pugna: — istinto feroce, che i selvaggi manifestano apertamente, ma che i popoli civili hanno bisogno di mascherare col sentimento convenzionale d’una _partita d’onore_, e magari d’una _guerra santa_, in cui la forza e l’astuzia soverchiano quasi sempre la ragione, col tristo risultato di un offeso, che il più delle volte soccombe — e di un offensore, che riporta quasi sempre la palma della vittoria.

Fu in ogni tempo sentito il bisogno di sottrarsi al fastidio delle leggi per battere la campagna, dando prove di abilità e di valore, col togliere al prossimo la vita, e la borsa insieme.

Come i Crociati corsero entusiasti in Palestina per coprirsi di gloria e di blasoni; come i nostri mercanti logudoresi, per ottenere dai re di Spagna onori e feudi, uscivano armati dal paese ad espugnare i vecchi castelli, o per dar la caccia ai saraceni sulle spiaggie di Gallura, così non mancarono i baldi giovani, che si univano in masnade per cimentarsi in battaglie temerarie e sanguinose, solleticati unicamente dalla gloria vanitosa di diventar celebri.

Furono ugualmente in gran voga le delizie della pirateria. Inseguire e depredare un legno, per impadronirsi del bottino, fu creduto, in tempi non barbari, un diritto delle genti: — prova questa, che l’uomo ha gli istinti del tigre e della gazza, ed è nato ladro e feroce.

Quando nel 1651 il Vicerè cardinal Trivulzio — uomo sordido e avaro — dopo averne fatto delle grosse in Sardegna, salpò dal porto di Alghero per restituirsi in Spagna, s’imbattè in alto mare in una nave straniera. Ordinò al capitano d’inseguirla; la raggiunse, la catturò, e s’impadronì senza rimorsi della fatta preda. Ed era un cardinale!

La rapina di mare, più tardi, cedette l’impero a quella di terra; e qui mi dispenso dal segnalare tutte le bravate dei masnadieri d’Europa, i quali svaligiavano eroicamente vetture, trucidavano passeggieri, e rapivano le belle per farne dono ai propri capitani innamorati

Leggesi nelle storie, che le masnade avventuriere destarono nei primi tempi un entusiasmo sì morboso, che molti giovani di distinta famiglia abbandonarono la casa paterna, allettati dalle gloriose gesta degli eroi del furto e dell’assassinio. L’ignoto li attraeva, perocchè il pericolo ha le sue seduzioni. L’uomo si accora quando è solo; ma nella vita collettiva irride alle avversità della sorte, attingendo in esse la forza e l’audacia. Gli artisti ed i poeti disgraziati, per poter sghignazzare sulle ingiustizie del mondo, non fondarono forse la _Bohème?_

Corsari e masnadieri, banditi e briganti ebbero il loro culto e il loro momento di celebrità, molto più che i menestrelli e i cavalieri erranti. In essi fu ammessa — insieme alla forza _semi-irresistibile_ — una certa qual baldanza cavalleresca. Quei valorosi infiammarono siffattamente la fantasia, e destarono sì intensa l’ammirazione, che i poeti e i musicisti si credettero in dovere di farne argomento dei loro canti, aggiungendo fuoco a fuoco.

_Corrado_, il corsaro di Byron; _Carlo Moor_, il masnadiero di Schiller; _Ernani_, il bandito di Victor Hugo; _Fra Diavolo_ e _Luigi Vampa_, i briganti di Auber e di Dumas, per tacere di molti altri, strapparono pietose lagrime a migliaia di fanciulle, e invogliarono non pochi giovani a seguire i bellicosi ardimenti. L’uomo, trascinato dal magisterio dell’arte, prova assai spesso di queste singolari e nobili aspirazioni!

Le spoglie del vinto furono in ogni tempo considerate patrimonio legale del vincitore — e da ciò il furto e l’assassinio, in nome sempre del diritto.

Quanto poi al sentimento del farsi giustizia da sè, fu anch’esso ritenuto come un diritto naturale. A che pro, infatti, ricorrere ai tribunali? Vi ricorre forse la Nazione incivilita, quando credesi offesa nell’onore e nel suo diritto da un’emula rivale? La guerra è allora dichiarata _santa_, ed ogni religione benedice le proprie armi — forse per attutire il rimorso di qualche coscienza scrupolosa.

Ammesso il principio fondamentale, è chiaro come il soldato abbia il dovere di uccidere il fratello _nemico_, non solo colla coscienza di non essere un _omicida_, ma col diritto al plauso ed alla gloria dei benemeriti vincitori. L’amor di patria giustifica ogni efferatezza; e se una differenza vi ha da essere fra la vendetta dell’uomo individuo e quella dell’uomo collettivo, non potrebbe essere che questa: — sul campo di battaglia noi uccidiamo a sangue freddo un uomo che non ci ha offeso, mentre nella vita privata, acciecati dall’ira o dal risentimento, uccidiamo sempre, a torto od a ragione, un uomo che ci ha leso nell’onore o negli averi. La società, però, la pensa altrimenti; e mentre al primo concede la medaglia al valore, prepara la forca al secondo. — Non vi sembra, per lo meno, che tutti e due dovrebbero aver torto, o ragione?

Ma il mondo è così fatto, e neanco il Creatore si darebbe oggi la briga di rifarlo. — Chi non lo sa? Il vecchio Dio incoraggiava le battaglie, mentre Gesù Cristo non fece che bandire la crociata della pace, predicando il perdono ai nemici. Pare dunque che il babbo avesse più esperienza e più buon senso del figlio, poichè i popoli tennero per lui, e trascurarono il _nuovo testamento_ per attenersi alle clausole del _vecchio_.

La Nazione istituisce i tribunali per il bene dei popoli, ma viceversa essa non se ne serve, poichè preferisce la forza alla ragione e non si fida della Giustizia. Gli antichi signorotti si circondavano di _bravi_, e li mantenevano per farsi rispettare: sempre per quel principio intangibile, che il torto è del debole, e la ragione del più forte.

Chi non lo vede? la guerra è un bisogno; anzi, dobbiamo ammetterla come un istinto, se la scienza e la civiltà non sono ancora riuscite ad abolirla.

D’altra parte (ragionando sul serio) noi dobbiamo lealmente riconoscere, che tutti i malanni, le passioni, i pregiudizi ci vennero unicamente concessi per poter sbarcare il lunario della vita. Se gli uomini mai non peccassero, se fossero tutti concordi, tutti galantuomini, tutti santi, come camperebbero i preti, i giudici, gli avvocati? — Se vi fosse una verità assoluta, indiscutibile, dove andrebbero a finire le diverse opinioni che dànno vita e colore a un mondo di uomini politici e di giornalisti? — Se, infine, si vivesse sempre in pace coi propri fratelli, contento ciascuno del proprio lembo di terra, a che servirebbero gli eserciti permanenti, e in che s’impiegherebbero migliaia di giovani?

Dobbiamo dunque ammettere, che le imperfezioni del corpo, dello spirito e dell’umano intelletto non servono che a dare il pane quotidiano alla metà dei viventi: la quale campa alle spalle dell’altra metà, creando le disuguaglianze, le lotte e le diverse opinioni, perno dell’equilibrio sociale. Possiamo conchiudere: che un mondo di gente savia finirebbe col morir di fame e di noia!

Queste saranno forse stramberie; ma come faremo a pensarla altrimenti, quando nei casi pratici della vita noi vediamo il moralista filosofo, che fa proprio il contrario di ciò che va predicando? — quando per ogni dove non c’imbattiamo che in tartufi politici, in tartufi religiosi, in tartufi domestici, in tartufi scienziati, industriali, mercanti? È cosa ormai assodata, che la più grande soddisfazione di colui che predica e scrive contro la vanità e le frivolezze umane, è unicamente riposta nella frivolezza e nella vanità di credere, che il mondo gli dica _bravo!_ — Noi non diventiamo ricchi, dotti, saggi ed onesti, che a spese dell’altrui miseria, dell’altrui ignoranza, dell’altrui credulità, dell’altrui dabbenaggine.

Fermiamoci ora, per poco, sull’indomabile sentimento che ci trascina, nostro malgrado, ad ammirare quanto d’orrido e di truce esce fuori dalla cerchia dei fatti comuni e delle abitudini quotidiane.

Perchè negarlo? La belva ci tenta e il sangue ci ubbriaca. Il valore, la temerità, l’astuzia, in tutte le loro manifestazioni, buone o cattive, esercitano sul nostro cervello un fascino morboso, inesplicabile.

Entriamo in un circo antico. Dinanzi al gladiatore valoroso, anche la donna si esalta, e depone per un istante l’innato sentimento della pietà. Tutta palpitante, battendo le mani al vincitore, ella, col _pollice verso_, lo incita a squarciare le viscere del vinto che fu atterrato. Le figlie di Eva, così deboli e così timide, amano di preferenza i forti e gli audaci; esse magari svengono dinanzi ad un salasso, ma offrono il cuore e la mano all’eroe di un torneo, che torna vincitore col brando insanguinato.

La ferocia, valorosa o temeraria, e con essa tutte le scene di sangue, esercitano sull’animo umano un’attrattiva che si subisce e non si discute: c’è in esse un fondo d’ipnotismo, o di suggestione. Non per nulla lo spettacolo di un’esecuzione capitale (che i Governi credettero, scioccamente, _salutare esempio_) attrasse in ogni tempo una folla di curiosi sotto ai patiboli. Nelle fredde notti invernali, mentre al di fuori urla la tempesta, noi vediamo le famiglie popolane raccogliersi intorno al focolare domestico, per ascoltare con curiosità paurosa le storie dei morti e dei feroci briganti. Il fantastico e il sovranaturale furono per parecchi secoli il tema prediletto degli artisti e dei poeti.

Chi mai, avendone l’occasione, non ha tentato di vedere da vicino un famoso bandito, un truce assassino, una belva feroce?

Una brava e gentile artista milanese, venuta lo scorso anno a Sassari, implorò dal prefetto la grazia di poter visitare le carceri, unicamente per vedervi il feroce bandito Derosas e il suo compagno Angius. — So che fu soddisfatta nel suo desiderio, ma non so quale gradevole impressione abbia potuto riportarne!

Questo turbine d’idee bislacche e di anomalie paradossali si scatenò sul mio cervello, mentre andavo spigolando le gesta brigantesche del continente europeo, e più ancora delle isole, dove i banditi hanno sempre allignato in numero maggiore.

* * *

Sospendo le malinconiche meditazioni, per riportare alcune note storiche sui malviventi, sulle squadriglie e sui banditi principali del Logudoro (o meglio del Capo di Sassari) che ho riassunto in gran parte da documenti ufficiali, da me consultati nel R. Archivio di Stato.

Nel Codice della Repubblica sassarese, del 1316, è cenno dei banditi che si davano alla macchia; e mentre si esorta _qualunque persona_ ad ucciderli, si infliggono pene rigorose contro chi dava loro consiglio ed aiuto.

Pene pecuniarie infligge anche la _Carta de Logu_ (promulgata nel 1395 da Eleonora d’Arborea) contro ai villaggi ed alle persone che davano aiuto e consigli ai banditi, o che non si adoperavano a dar loro la caccia.

Il secolo XV non fu avaro di celebri masnadieri. Ne noto uno a caso — Verso il 1422 si ha menzione di certo Barzolo Magno (o Manno, secondo alcuni storici) — il famoso leggendario e misterioso logudorese, nemico giurato di Leonardo Cubello marchese di Oristano, non si sa per qual ragione. A capo di numerosa masnada, questo gentiluomo bandito, o bandito gentiluomo, si era annidato ed afforzato dentro al famoso castello di Burgos; e di là scendeva di tanto in tanto per devastare e saccheggiare le terre dei dintorni. Il marchese riuscì ad assediarlo dentro l’inespugnabile rocca; ma i masnadieri, compagni del Magno, vedendo il loro capo risoluto a resistere, fecero complotto, e lo trucidarono barbaramente per ottenere grazia dal signore d’Oristano.

Come nel medioevo i Principi fabbricavano sontuose chiese e numerosi santuari in _remissione dei propri peccati_ (e ne avevano di grossi sulla coscienza!) così più tardi gli stessi prìncipi condonavano ai sudditi fedeli molti delitti, mediante il corrispettivo sborso di poche centinaia di lire. Dal 1450 al 1540 sono molte le somme versate nelle casse del Regio erario per condono di ribalderie. Per citarne un esempio, dirò che il Governatore del Capo di Cagliari e Gallura (Don Giacomo Aragat) nel 1456, per _tremila Ducati buoni veneziani_, condonava a Bartolomeo Manno, cavaliere sassarese, _tutti i delitti che avesse mai potuto commettere_.

Erano questi i bei tempi in cui i monarchi rifornivano le casse dello Stato colla vendita della _nobiltà_ e colla remissione dei delitti. Non essendo a quel tempo inventati gli _esattori_, si ricorreva al mezzo di sfruttare i vanagloriosi ed i birbanti, che pare fossero in numero ragguardevole.

Dal 1560 al 1567 si verificarono molte ribalderie nella città di Sassari e dintorni. Vennero carcerati un buon numero di cittadini facoltosi, accusati di aver formato una _società di mutua assistenza_, con impegno di fornire i fondi in comune per far fronte alle spese di giustizia, in favore e difesa dei ribaldi.

Il secolo seguente non fu meno famoso per scorrerie di ribaldi, poichè l’invenzione del fucile aveva reso più attraente e più geniale il banditismo.

Nel 1600 gli odî privati e le vendette giungono a tanto, che i consiglieri di Sassari rinunziano alla gita notturna del _Mezz’agosto, per il numero infinito delle uccisioni fra i cittadini_. L’anno 1607 registrò più di trecento omicidi, consumati nel solo Logudoro.

Nel 1612 il famigerato bandito Manuele Fiore si aggira colla sua masnada nei dintorni di Sassari, e getta lo sgomento fra i cittadini. Il Governo manda incontro a quei ribaldi alcune compagnie di militi, divise in centurie.

Don Diego Manca di Sassari, nel 1635, si era dato alla macchia dopo aver ucciso pubblicamente, in una piazza della città, il proprio cognato con un colpo di pistola ed una pugnalata. Temendo che ne facesse delle più grosse, il Vicerè promise _venti scudi_ (?) a chi consegnava quel bandito alla giustizia. L’esiguo prezzo concesso, dimostra che i cacciatori di malviventi erano in buon numero!

Molti cavalieri e cittadini facoltosi del Logudoro vennero designati come protettori dei banditi; e il Vicerè, nel 1645, li chiamò a Cagliari per dar loro una paternale.

Nel 1659 abbiamo il terribile bandito Salvatore Anchita e il suo acerrimo nemico, pur bandito, Francesco Brundanu, entrambi di Sedini. La storia del primo è una vera leggenda di prodezze, di ferocie e di generosità insieme. Inseguito il Brundanu dai soldati, sfugge ad essi cacciandosi in una spelonca, dove fra gli altri banditi trova per caso il suo nemico Anchita. Egli depone l’arma e grida: — Sono in tuo potere: puoi uccidermi! — «Non sono così vile! — gli risponde Anchita — qui sei l’ospite mio. Per ora faremo causa comune contro ai soldati — più tardi aggiusteremo i conti fra noi!»

I banditi si slanciarono tutti contro le soldatesche, ma l’Anchita e il Brundanu caddero fulminati nella mischia.