Part 8
Ringraziammo le due buone donne, che ci avevano offerto asilo e cena, e all’alba rimontammo a cavallo. Dopo tre ore di strada, sostammo dinanzi alla casa del rettore.
Il prete e la sua _Perpetua_[19] ci accolsero cortesemente e ci vollero ospiti.
Il rettore di Dualchi, Pietro Maria, era sopranominato _su caddu de Ottava_, perchè possessore di un famoso cavallo di corsa, ritenuto a quei tempi uno dei migliori dell’isola.
Quando gli esposi il motivo della mia venuta — il desiderio, cioè, di venir liberato dalle _legature_ fattemi da un prete — egli mi domandò con una certa curiosità:
— Come si chiama questo sacerdote?
— Giovanni Maria Pittui.
— Lo conosco. So che ha un eccellente cavallo di corsa.
— V’ingannate. Il possessore del buon cavallo è un altro Pittui: suo nipote.
— Ho capito, e poco importa. Posso solamente assicurarti, che il mio cavallo di corsa è migliore del suo; e questo potrebbe significare, che sarò parimenti più fortunato nella cura del tuo male. Ti applicherò una _pezza_, che nessuno riuscirà a strapparti.
Fui lieto dell’esordio. Il prete soggiunse:
— Anzitutto hai bisogno d’una bottiglia d’olio, ch’io dovrò benedire.
Mio fratello Peppe corse subito a comprarla; ma, mentre la porgeva al prete, gli sfuggì di mano e andò in frantumi.
Fui vivamente impressionato del mal augurio; ma il rettore esclamò sorridendo:
— E così? Manca forse dell’olio in casa mia?
Fatta riempire un’altra bottiglia dalla serva, il prete si adattò la stola, mi fece inginocchiare, lesse l’ufficio, mi versò sul capo l’acqua santa, e per ultimo benedisse la bottiglia dell’olio.
Nel frattempo la serva, ferma sull’uscio, assisteva all’operazione con curiosità maliziosa, come se da lungo tempo fosse abituata a simili cure, a cui non credeva.
[Illustrazione: Il bandito dal Rettore di Dualchi]
Terminata la funzione, il rettore mi fece alzare, e mi consegnò gravemente la bottiglia dell’olio ed un involto contenente quaranta pezzi d’ostia.
— Ogni giorno, a digiuno — egli mi disse — tu metterai in bocca uno di questi pezzetti, che trangugierai con una boccata d’olio. Bada di non spaventarti se i tuoi dolori aumenteranno: saranno i chiodi vecchi che ti verranno fuori dalle carni. Ti esorto parimenti a non impressionarti se ti verrà il sangue alla bocca. Prima di consumare i pezzetti d’ostia (cioè a dire, prima di quaranta giorni) ho bisogno di rivederti![20]
Albeggiava appena quando all’indomani io e Peppe ci rimettemmo in viaggio, prendendo questa volta la direzione di Borore, per misura d’abituale prudenza.
Pernottammo in quest’ultimo paese.
Riposai con animo tranquillo, ma verso l’alba, dopo ingoiata l’ostia, ebbi lo sbocco di sangue preannunziatomi dal prete. Allo stesso tempo fui colto da dolori acutissimi alle ginocchia.
Mi feci coraggio. Presi un nuovo sorso d’olio ed un pezzetto d’ostia, e sollecitai la partenza.
Rimontati a cavallo, percorremmo un lunghissimo tratto di strada. Era ancora giorno quando ci trovammo in vista del _Crastu mal’a servire_; ma aspettammo le ombre della sera prima di avvicinarci all’ovile di mio cognato: — altra precauzione di tutti i banditi.
Arrivati all’ovile, consultai Peppe e mio cognato sulla ricompensa da offrire al prete esorcista. Fu determinato d’inviare nostra madre a Sassari per fare acquisto di tre fazzoletti da due lire, di un chilogramma di caffè e di otto libbre di zucchero: regalo destinato al rettore ed alla sua Perpetua. Fu pure combinato di ripartire per Dualchi al più presto possibile, prima cioè che la voce della mia latitanza pervenisse all’orecchio di quel rettore.
Il rettore di Dualchi accettò con piacere il dono fattogli; e dopo aver rinnovato l’esorcismo e ribenedetta la mia bottiglia, mi disse con una certa confidenza:
— Mano mano che l’olio diminuirà, tu non avrai che aggiungerne dell’altro: la benedizione avrà la stessa efficacia.
Ho sofferto per parecchie settimane dolori atroci, ma debbo dichiarare, che le mie punture cessarono. Il rettore di Dualchi mi aveva radicalmente sciolto dalle _legature_ di prete Pittui.
Ricorderò quanto mi disse la prima volta:
— Tu guarirai, poichè il rimedio che ti ho dato è infallibile. Devo però prevenirti, che le potenti fattucchierie, di cui fosti vittima, ti hanno fatto perdere la metà delle forze, la metà del valore e la metà dell’astuzia!
CAPITOLO II.
In casa di prete Pittui.
Dopo il terzo giorno — come già dissi — il medico del villaggio aveva dichiarato che prete Pittui era fuori di pericolo; però gli ordinava di stare a letto e di non muoversi.
Durante quel tempo la casa del sacerdote era assediata dalle visite. I fedeli parrocchiani ed i famigliari più intimi correvano al letto del proprio pastore per prendere informazioni sullo stato di sua salute; e, imprecando all’assassino sacrilego, facevano voti all’Eterno per una pronta guarigione.
Se il prete fosse morto in seguito alle mie percosse, nessuno certamente lo avrebbe compianto; anzi si sarebbe ringraziato Iddio per aver liberato il paese da un cattivo soggetto di quella fatta. Sapendolo però vivo, ognuno si studiava di entrare nelle sue grazie con una pietà falsa, che avrebbe potuto più tardi fruttare qualche favore, o almeno una maggior dolcezza di trattamento.
Sebbene ancora indolenzito per le percosse ricevute, e accasciato per le lunghe sofferenze, appena il prete si accorse di essere scampato alla morte, non pensò che allo sfregio ricevuto, e si die’ a escogitare tutti i mezzi possibili per vendicarsi di me: cosa che gli sarebbe riuscita assai facile, avendo al suo comando molti cagnotti, e potendo esercitare la sua influenza presso le autorità di Sassari, colle quali si manteneva in stretta relazione.
Se il corpo del prete era inchiodato al letto, la sua mente era libera e ruminava a mio danno. La casa Pittui era diventata il luogo dei convegni misteriosi, dove si tramava la mia perdizione.
Io stava in guardia, poichè avevo molti parenti ed amici che mi tenevano informato di quanto accadeva in paese.
Fra i più assidui visitatori di casa Pittui (durante il periodo della malattia) erano il Piana, lo Zara, il Serra, Peppe _il sorsinco_, i fratelli Dore d’Osilo, ed i fratelli Rassu di Tiesi, domiciliati a Florinas.
Darò di essi alcuni brevi cenni[21].
Giovanni Antonio Piana, mio coetaneo, era da poco tempo marito della matura serva di prete Pittui, la quale poteva essergli madre. Cugino del prete e zio di mia moglie, quel gradasso si dichiarava capace di darmi la caccia.
Sebastiano Zara, pur parente di mia moglie e del prete, era il millantatore che per il primo avevo incontrato uscendo dal villaggio, il giorno dell’attentato. Egli aveva pronosticato la mia futura morte per opera sua.
Il terzo visitatore assiduo, Francesco Serra, aveva la debolezza di credersi un potente, solo perchè si era dato a fare il _commissario_ dei carabinieri. Io però sapevo, che costui, insieme a Paolo ed a Francesco Rassu, nonchè ad altri due ittiresi, aveva preso parte come mandante all’assassinio di don Peppe Serafino di Tiesi. Uno però della combricola (che poi finì sulla forca) era stato in seguito arrestato alla festa di S. Paolo in Monti, per un orologio d’oro colle iniziali dell’ucciso, da lui venduto al parroco del detto paese.
Riservandomi a parlare a lungo della famiglia Rassu (ch’ebbe larga parte nei casi della mia vita) mi fermerò per ora sui due fratelli osilesi.
I fratelli Giuseppe e Giomaria Dore, osilesi, quantunque notissimi ladri e sicari, erano sempre riusciti a sfuggire alla giustizia, mercè l’astuzia e l’intrigo.
Giuseppe era compare di battesimo di prete Pittui; dal quale, aveva preso un _salto_ in affitto, in società col fratello Giomaria e con un tal _Peppe di Sorso_.
I due fratelli erano veduti di mal occhio a Florinas, e già da tempo si pensava al modo di sbarazzarne il paese.
Ho già detto che a Florinas, nel pomeriggio dei giorni festivi, si soleva andare fuori dal paese, per la gara del tiro a segno. Come premio al vincitore, si metteva per bersaglio una gallina viva, un coltello, una berretta, od altro oggetto.
Una domenica eravamo in numerosa comitiva, e ricordo fra gli altri i due fratelli Dore, Pietro Rassu, i preti Massidda e Pittui, il pretore, il cancelliere, e diversi cavalieri e giovani di distinta famiglia.
In quel tempo (verso il 1847) era stata ordita fra i signori florinesi una specie di congiura per liberare il paese dai due fratelli sicari, dei quali si aveva paura, poichè gettavano ovunque il terrore. La giustizia in quei tempi dormiva, od era cieca, ed erano le popolazioni che pensavano a liberarsi dai malfattori. Fu deciso di uccidere Giuseppe a _smarro_ (cioè a dire come per caso accidentale). Pietro Rassu si era incaricato del colpo, e per essere più sicuro nell’eseguirlo, aveva dato di piglio al fucile ad una canna del cancelliere: fucile a fulminante e non a piastra — cosa rara a quel tempo. Dopo diversi tiri al bersaglio (eseguiti fra il buonumore e gli scherzi della brigata) il Rassu, fingendo mettere la _capsula_ nel luminello, lasciò partire il colpo in direzione di Giuseppe Dore, che gli stava vicino. La palla passò tra le gambe di quest’ultimo, ma non l’offese. Vi fu scambio di parole vivaci per l’imprudenza del tiratore, ma tutto finì lì, ascrivendo il falso tiro alla imperizia del Rassu nel maneggio dell’arma nuova.
Volle il caso, che quella sera, forse per la soverchia carica di polvere, si spezzasse a Giuseppe il calcio del fucile. Nel rientrare in paese vi fu chi pensò trar partito da quell’accidente, che toglieva all’odiato sicario i mezzi di difesa. Verso la mezzanotte Giuseppe Dore venne assalito nella propria abitazione da una mezza dozzina di individui, i quali riuscirono a smantellargli il tetto della casa per fargli fuoco addosso. La moglie scappò sulla strada, in camicia; ed il marito seppe difendersi così abilmente, che rese vano l’attacco dei nemici.
Persuaso, infine, che il vivere a Florinas era per lui pericoloso, Giuseppe Dore si decise a battere la campagna insieme al fratello Giomaria, per campare dal furto e per fare il sicario: mestiere molto lucroso a quei tempi, stante le inimicizie che dividevano le famiglie.
I due fratelli osilesi avevano uno zio mugnaio (pur chiamato Dore) il quale era in urto col proprio genero Bertolo Bazzoni, agricoltore. Lo zio chiese aiuto ai nipoti per sbarazzarsene, e questi accettarono il mandato.
Ucciso Bertolo, il vecchio Dore voleva costringere la propria figlia a passare in seconde nozze con un di lui cugino mugnaio, che gli avrebbe prestato aiuto nella professione; ma la vedovella, inorridendo, si rifiutò di ubbidire ad un padre, che gli aveva ucciso il primo marito. In preda a spasimi atroci, la povera figliuola ne morì di crepacuore pochi mesi dopo.
Appena compiuto il mandato di sangue, i due fratelli sicari si erano ritirati a _Giunchi_, presso una loro sorella zitellona.
Andando a far legna sulla montagna, capitai un giorno in quella regione, ed assistetti per caso ad un vivo diverbio tra i fratelli Dore e certo Carboni; motivo per cui mi vidi citato come testimonio.
Nel frattempo era stato arrestato lo zio Dore, uccisore del genero Bazzoni. I due nipoti, designati dalla voce pubblica come sicari, si erano dati alla latitanza durante l’istruttoria del processo.
Fattosi a Sassari il dibattimento, alcuni testimoni di _vista_ deposero essere il solo suocero l’uccisore di Bertolo; altri invece (comprati dalla ricca moglie dell’arrestato) riuscirono a provare, che nè lo zio, nè i nipoti avevano preso parte all’assassinio. La conclusione fu, che vennero tutti assolti. La voce pubblica imprecò alla corruzione di testi... ed anche di qualche giudice; ed io posso asserire in coscienza, che giammai sentenza più iniqua e più scandalosa fu pronunciata da un tribunale. Ed ora fidate nei dotti giudizi di una magistratura stipendiata, e deplorate l’istituzione dei Giurati![22]
Poichè la Giustizia era stata così cieca o così venale in quel processo, non mancò chi volle surrogarsi ad essa. Tre mesi dopo, nell’agosto, un fratello dell’ucciso sborsò una somma ai due banditi Cambilargiu e Antonio Spano, i quali freddarono con una fucilata il suocero di Bertolo Bazzoni.
Non voglio parlare d’altri brutti fatti, avvenuti per opera dei due fratelli Dore e del loro compagno _Peppe il sorsinco_. Accennerò solamente a quello dei quattro agricoltori partiti da Sorso, e venuti a Florinas, col pretesto di andare in cerca di uomini per la messe. Essi avevano dato ad intendere, che scopo della gita era quello di voler assalire nelle proprie case diversi nemici, che avrebbe loro indicati la sorella dei Dore. Il sindaco di Florinas, prendendo sul serio la minaccia, eccitò la popolazione alla propria difesa, suscitando un baccano che rasentò il ridicolo; ma la commedia si chiuse con una scenata in piazza, dove si addivenne ad una parvenza di pace generale, giurata fra molti bicchieri di vino e le baldorie carnevalesche.
* * *
Ed erano queste le persone, a cui il prete Pittui aveva affidato le vendette, e che attorniavano il suo letto nel gennaio del 1851. Tutti si erano compromessi di mettermi le mani addosso; e i fratelli Dore e _il sorsinco_ avevano già ricevuto dal prete ottanta scudi, obbligandosi a darmi vivo o morto nelle mani della giustizia.
Ma non erano i soli. Ad uno dei soliti convegni assistevano (insieme al Piana, allo Zara ed ai Rassu) due notabili signori di Florinas, i quali si erano vantati che non avrei tardato a cader vittima dei loro agguati.
Ricordo un fatto. Poc’ora prima che mi si riferisse quest’ultima congiura, mentre me ne stavo sotto una roccia, a poca distanza dal paese, vidi passare a tiro del mio fucile i menzionati signori. Il destino ha voluto salvarli! Se di qualche ora avessero ritardato il viaggio, li avrei uccisi entrambi come due pernici. In seguito sbollì l’ira mia, e volli risparmiarli.
I miei nemici convenivano in casa di prete Pittui per deplorare l’accaduto; e imprecando al sacrilego maledetto e al vile assassino, offrivano coraggiosamente il loro braccio vendicatore per ottenere la mia morte o la mia cattura. Essi potevano millantarsi a mio riguardo, perchè ero povero, e lontano dal paese; il prete invece era ricco e potente, e dovevano ingraziarselo per procurarsene la protezione. Quasi tutti avevano la camicia sporca, e temevano i ricorsi, palesi o anonimi, alle autorità di Sassari. Il ministro di Dio era in intimi rapporti coi ministri della giustizia — e fra ministri se la intendevano!
I congiurati credevano di operare nel segreto, ma tutto io sapeva, poichè tutto mi si riferiva da persone intime della casa. Molti visitatori facevano una doppia parte, volendo allontanare da me il sospetto per sfuggire alla mia collera. Ben sapevano i furbi, che il prete poteva aggiustarli coi magistrati di Sassari, e proteggerli dentro paese; ma non così fuori di casa. Ero io il re della campagna — e alla campagna dovevano tutti venire, contadini e signori, per lavorare o sorvegliare le terre. E perciò si voleva, nel tempo stesso, lusingare il bandito ed il prete, col proposito di tradirci entrambi. Che importava loro delle persone? o cadessi io nelle mani del prete, o cadesse il prete nelle mie mani, era sempre una battaglia vinta per essi, perchè si liberavano da un nemico!
Ed io ascoltava il consiglio di tutti, ma stavo in guardia, perchè di tutti dubitavo. Quantunque giovane ed inesperto, capivo che la paura legava a me quei consiglieri, ai quali tornava ugualmente vantaggioso il perdermi, od il salvarmi.
CAPITOLO III.
La famiglia Rassu.
L’essermi dato alla macchia impressionava non poco i miei nemici di Florinas. Ero per loro un bandito, un disperato che non avrebbe potuto frenarsi per alcun sentimento di riguardo personale, o di pietà. Si aveva paura di me, si temeva che una falsa informazione, un falso rapporto, un malinteso avessero apportato conseguenze fatali. Non pochi si erano messi al sicuro, per allontanare le cause che potessero destare un mio sospetto.
Gavino Pintus, per esempio, (il padre della Maddalena Bua) aveva licenziato dalla sua casa il cognato Serra, perchè bazzicava troppo coi Dore e coi Rassu ed era _commissario_ dei carabinieri.
I fratelli Rassu erano di famiglia tiesina, domiciliati a Florinas. Con costoro ero in buoni rapporti, poichè uno di essi (Giuseppe) aveva sposato una mia zia. Tuttavia li guardavo di mal occhio, sapendoli gente abituata al malfare, e capace di prestarsi a qualunque delitto, senza scrupoli di sorta.
La famiglia Rassu si componeva di quattro fratelli — Pietro, Francesco, Paolo e Giuseppe — e di uno zio attempato, Giovanni Andrea, dal quale andavo a consigliarmi spesso, perchè lo ritenevo uomo di senno.
Il giovane Paolo era stato di recente ucciso a Siligo, a causa d’una ragazza, di cui si era innamorato. L’uccisore era stato punito con una fucilata, datagli da uno dei fratelli di Paolo.
La casa di Pietro Rassu era attigua a quella di mio suocero — come attigua a questa era la casa mia, quando l’abitavo insieme a mia moglie. Vedendoci e visitandoci con frequenza, si viveva di accordo come due buoni vicini, e il paese ci considerava quali amici.
Dopo la mia latitanza si accrebbe l’odio mio verso i fratelli Rassu, poichè li sapevo d’accordo col prete per congiurare la mia rovina.
Ero appena da quindici giorni bandito, quando uno strano accidente mi liberò da uno di essi: da Pietro Rassu.
Fra i molti delitti da costui commessi impunemente, se ne annoverava uno, la cui istruttoria era in corso, e si aspettava da un giorno all’altro l’ordine di spiccare il mandato d’arresto.
Un giorno Pietro, nel suo ovile di _Corona majore_, aveva diviso il pranzo con _Monsiù_ Maronero, il brigadiere dei carabinieri, che andava in perlustrazione. Prima di separarsene, volle dare a lui due capretti, dicendogli scherzando:
— Te ne faccio un regalo, perchè tu mi usi un po’ di riguardo quando verrai per arrestarmi.
Il brigadiere aveva risposto:
— Siamo troppo amici, e farò di tutto per sottrarmi a questo doloroso incarico. Altri carabinieri ti arresteranno, non io di certo!
Pietro Rassu soggiunse, serio:
— Ed io ti prometto, dal mio canto, che in carcere non ci andrò, a costo di farmi ammazzare. Ci sono già stato quattro volte, e ormai ne sono stanco!
Fu lo stesso Pietro, che mi confidò questo incidente.
Trascorso un po’ di tempo, venne spiccato l’ordine d’arresto, e si aspettava l’occasione propizia per mettere in gabbia l’uccello.
I buoni rapporti apparenti che io manteneva con Pietro, per essere egli stato mio vicino di casa, diedero a sospettare che anche bandito io andassi qualche volta a trovarlo. Una sera sul tardi, mio suocero, origliando alla parete che lo divideva dalla stanza di Pietro Rassu, credette di riconoscere la mia voce, e si affrettò ad avvisarne il prete Pittui. Questi mandò subito un espresso a Codrongianus per far venire i carabinieri.
Il brigadiere _Monsiù_ Maronero, con altri suoi compagni, accorsero nella stessa notte a Florinas, e si portarono segretamente in casa del notaio Giovanni Antonio Fiori, che aveva la moglie agonizzante. Ivi caricarono i fucili a mitraglia.
Era il 17 gennaio 1851 — giorno di Sant’Antonio.
Da poco era trascorsa la mezzanotte, quando il brigadiere dispose l’appiattamento. Collocò un carabiniere dinanzi alla porta che dava alla strada; ed egli, a cavallo, si collocò in faccia alla finestra della camera posteriore, che dava ad un piccolo cortile, verso la campagna.
Il brigadiere bussò al finestrino, dicendo:
— Pietro, apri!
— Aspetta un momento! — rispose Pietro, che immaginò si trattasse della sua cattura; e corse ad armarsi.
Trascorsi alcuni minuti aprì la finestra, e si trovò di fronte al brigadiere a cavallo, che gli impediva l’uscita.
— Datti a una parte! — fece Pietro, come avvertendo che voleva uscir fuori; ma quegli non si mosse.
Allora Rassu, fattosi alla bassa finestra, die’ uno spintone al cavallo colla canna del fucile, e lo costrinse a indietreggiare.
_Monsiù_ Maronero, intanto, aveva puntato il fucile alla finestra, in attesa che l’uomo saltasse per fargli fuoco addosso.
Pietro Rassu, coll’audacia dei coraggiosi e dei disperati, montò il grilletto, e scavalcò d’un salto il davanzale della finestra, scaricando l’arma su _Monsiù_ Maronero.
In pari tempo scattò il grilletto del fucile del brigadiere. Si udirono due detonazioni, ed entrambi caddero a terra come fulminati.
Quando accorsero gli altri carabinieri non trovarono che due cadaveri boccheggianti.
Sono queste le stupide bravate di molti carabinieri; i quali, fidando unicamente nel proprio valore, non si mantengono mai sani di testa. Prima della spedizione essi hanno già in corpo Dio sa quanti bicchieri di vino e di acquavite, ed espongono ciecamente la vita, senza raggiungere l’intento.
Il brigadiere Maronero non aveva mantenuto la parola data a Pietro Rassu... ed ebbe il fatto suo!
Il caso della doppia uccisione (che aveva avuto a solo testimonio mio suocero, nella casa vicina) era stato così singolare, che per lungo tempo si tardò a prestarvi fede. La versione data fu questa: che io realmente mi trovassi in casa di Pietro Rassu; che questi, saltando dalla finestra, fosse stato ucciso dal brigadiere; che il brigadiere, alla sua volta cadesse morto per una mia fucilata; e che io, finalmente, fossi riuscito a raggiungere la campagna, prima che accorressero gli altri carabinieri.
Ed era una versione stupida. Mi si voleva dare un’audacia valorosa, che non mi spettava. Avrebbe dovuto bastare il fatto della doppia detonazione e delle due canne scariche per convincersi della verità; ma non si voleva incolpare mio suocero di una falsa denunzia!
Il prete Pittui si morse le dita per dispetto; e mio suocero fu talmente impressionato dal pensiero della mia vendetta, che da quel giorno si chiuse in casa, si ammalò, e non volle più vedere nessuno.
Quando appresi l’accaduto, esclamai con amaro sorriso:
— E _uno_! Dio ha voluto farmi risparmiare una carica di polvere.
* * *
Continuerò la storia dei Rassu.
Pietro e Francesco, sovratutti, erano in fama di ladri e di sicari; e dicevasi che il primo fosse il depositario delle ruberie che si commettevano.
Cinque mesi dopo la morte di Pietro, avvenne l’assassinio della sua vedova, Giovanna Angela Manconi, rinvenuta scannata col rosario in mano.
La voce pubblica non tardò ad affermare, che la poveretta fosse stata tolta dal mondo per mandato del proprio cognato Francesco, designato come tutore ad amministrare i beni dei nipoti minorenni.
Il giorno precedente al barbaro assassinio mi trovavo per caso a _Scala ruja_, territorio di Florinas, quando m’imbattei in Francesco Rassu, il quale, a cavallo, si diriggeva verso il paese, portando in groppa un bandito.
Come mi viddero e mi riconobbero, il bandito smontò da cavallo e mi chiamò a nome.
Io feci il sordo e continuai la mia strada, seguito da un grosso mastino.
Persistendo il bandito a darmi la voce, mi fermai.
— Che volete? — chiesi.
— Vieni con noi; abbiamo bisogno di sbrigare un affare urgente.
Mi accorsi subito che non aveano rette intenzioni a mio riguardo. Sapevo già della congiura fatta in casa del prete, e diffidavo di Francesco.
— Fate buon viaggio e andate per la vostra strada! — gridai rimettendomi in cammino, e risoluto di far fuoco su entrambi, se avessero persistito a tormentarmi col loro invito.
Capitai poco dopo nella capanna di un mio zio — Gio. Maria Giavesu — a cui narrai l’accaduto:
— Vedi? — gli dissi con amarezza — oggi ho corso il pericolo di romperla con Francesco Rassu. Mi sono contenuto per seguire il tuo consiglio!
— Ed hai fatto bene. Non voglio che tu l’uccida. Egli è nostro parente, poichè ha in moglie una tua cugina, e sarebbe un’onta se si dicesse che noi beviamo il sangue nostro!