Giovanni Tolu, vol. 1/2

Part 11

Chapter 113,692 wordsPublic domain

I nostri due cani abbaiavano, ma non osavano avventarsi, poichè nessuno di noi si curò di aizzarli.

Finalmente il mio avversario vacillò, perdette l’equilibrio, e stramazzò supino, dando fortemente della testa sopra una grossa pietra, ch’era in mezzo alla strada. Il sangue gli colava dalla nuca.

Continuammo la lotta disperata. Nel silenzio di quel mattino tenebroso non si udivano che i latrati dei due cani, e il rantolo affannoso che usciva dalle nostre strozze.

[Illustrazione: Uccisione di Francesco Rassu]

Francesco riuscì a rizzarsi sulle ginocchia e continuava a percuotermi colla canna del pistolone. Ricadde.

Finalmente mi venne fatto di portare la mano all’elsa del mio pugnale; lo tolsi dal fodero, e glie lo immersi nel petto.

Egli allora gridò con quanto fiato aveva in gola:

— Perchè mi uccidi, Giovanni Tolu?!

— Oggi le paghi tutte! — gridai inferocito e ansante; e continuai a ferirlo a più riprese, passandolo parte a parte, fino a che dal suo labbro non uscì neppur l’alito[30].

Chi lo avrebbe mai detto? La lama di prete Pittui, lunga due palmi, mi era servita a liberarmi dal più odiato de’ suoi sicari!

Ricacciato il pugnale nel fodero, continuai soddisfatto la mia strada, seguito dal mio fido _Pensa pro te_.

L’altro cane era rimasto vicino al cadavere del suo padrone, poco distante dal cavallo, il quale rosicchiava tranquillamente qualche ramo verde che usciva da un cespuglio.

CAPITOLO VII.

Gli ultimi Rassu.

Quando più tardi giunsi a conoscere la perizia giudiziaria sull’assassinio di Francesco Rassu, un sorriso di compassione mi venne sulle labbra. Il medico ed i periti avevano dichiarato, che la vittima era stata assalita da quattro uomini, e che la prima ferita alla nuca era stata prodotta da un colpo di bastone. Fu parimenti dichiarato, che Francesco era stato grassato, dopo aver ricevuto oltre trenta ferite. Fidatevi ora delle perizie ordinate dall’autorità giudiziaria!

Appresi in seguito, che il primo che s’imbattè nel cadavere di Francesco fu un suo zio, fratello della suocera, il quale si era impossessato del pistolone, che tempo addietro aveva regalato al nipote. Da ciò l’asserzione dei periti.

Il sole era appena spuntato, quando capitai in un podere, in cui lavoravano alcuni miei amici. Fra essi era Giovanni Antonio Piana, col quale mi ero riconciliato.

Come mi vide, costui mi venne incontro per dirmi ch’era mancato un bue, e che si sospettava lo avesse rubato Francesco Rassu. Mi raccomandava di fare indagini per rintracciarlo.

— Posso assicurarti — risposi — che il ladro non è Francesco. L’ho lasciato or ora a _Pedru majolu_, e in condizioni tali, che non potrà più rubar buoi... nè farmi la spia!

E così dicendo lanciai uno sguardo significante al marito della serva del prete, per fargli capire che avrebbe fatto la stessa fine, se non si fosse in tempo ravveduto.

La stessa mattina andai a trovare mio fratello Giomaria e un mio cognato, che zappavano in un podere vicino. Confidai loro che avevo ucciso Francesco Rassu.

Verso sera, passando dinanzi all’ovile di Giovanni Andrea (lo zio di Francesco) volli entrarvi per salutare il vecchio.

Appena egli mi vide, mi si piantò di botto dinanzi; e dopo avermi a lungo fissato cogli occhi spalancati, mandò dalla gola rantoli e sbuffi. Uscì infine in queste parole:

— Non è la morte di Francesco che mi dispiace; ma lo scempio fatto al suo cadavere! Crivellarlo con trenta pugnalate? è azione indegna, vigliacca!

Il sangue mi montò alla testa; e facendo un passo verso il vecchio gli mostrai il pugno, gridandogli minaccioso:

— Segno che tante glie ne abbisognavano!

E aspettai una seconda frase insultante, per freddare a’ miei piedi un altro Rassu.

Per fortuna egli non fiatò, nè si mosse; ed io mi allontanai voltandogli le spalle, senza neppur salutarlo.

* * *

Per distrarmi alquanto mi recai alla Nurra, dove rimasi alcune settimane.

Mi trovai colà più volte con Salvatore, il figlio di Giuseppe Rassu, che da qualche tempo era al servizio di mio cognato Ignazio Piana. Quantunque il giovane cercasse di avvicinarsi a me, io lo tenevo a debita distanza, perchè nipote de’ miei nemici.

Intanto nell’estate (tempo in cui si sogliono condurre le pecore al Fiume Santo per abbeverarle) Salvatore ebbe un diverbio con un suo compagno; e dopo avergli spezzato il cranio con un grosso sasso, si era dato alla macchia. Portatosi allora segretamente a Florinas, per chiedere alla zia ed al prete parte del danaro lasciato loro in custodia, gli fu risposto:

— I tuoi danari ci serviranno per toglierti alle mani della giustizia; e così potrai goderteli!

Essendo figlioccio del prete, col quale la zia conviveva, Salvatore si rassegnò ad aspettare; ma intanto, passando per Cargeghe, volle ivi consultarsi col bandito Antonio Maria Derudas (che in quel tempo mi era compagno, come dirò in seguito).

Poco dopo venni chiamato da zio Giovanni Antonio Rassu; il quale mi confidò, che il pretore di Ploaghe desiderava abboccarsi col giovane Salvatore, per giovargli nella causa. Egli chiedeva il mio parere.

— Se tuo nipote andrà dal pretore, te lo manderà in galera! — risposi.

Il vecchio allora mi disse con accento di preghiera:

— Perchè non lo prendi in tua compagnia per guidarlo?

— Perchè non lo voglio! — risposi recisamente — Egli si mostrò disubbidiente col babbo, colla mamma, collo zio, e lo sarà parimenti con me. Non assumo una simile responsabilità. Se Salvatore venisse ucciso, si darebbe a me la colpa!

Così risposi, perchè non potevo fidarmi del vecchio nè del giovane Rassu, dopo quanto mi era accaduto a _Pedru majolu_. Sarebbero stati capaci di un tranello per vendicare il loro congiunto da me ucciso.

Quantunque nessuno mi avesse veduto, la voce pubblica mi accusava della morte di Francesco; ed i parenti ne erano certi, perchè io non avevo cercato di smentire la diceria. Nessuno di quelli a cui avevo confidato l’omicidio poteva parlare; poichè in quei tempi l’esser chiamato a testimonio era doppiamente pericoloso: verso la giustizia, e verso i protettori dell’ucciso.

Il giovane Salvatore, a cui era nota l’intenzione di volerlo a me affidare, aveva esclamato imprudentemente:

— Perdio! avrei vergogna di accompagnarmi coll’uccisore di mio zio Francesco, ch’io devo vendicare. Toglierò dal mondo Giovanni Tolu!

— Bambino imbecille! — esclamai, quando mi vennero riferite le sue parole.

* * *

Annoiato della mia solitudine, durata per oltre un anno, mi ero unito in quel tempo ai banditi Antonio Maria Derudas e Gio. Maria Puzzone, di Cargeghe; i quali battevano la campagna dopo l’assassinio del capitano de’ barracelli, da loro freddato nel piazzale della chiesa del paese, mentre rincasava.

Un giorno il vecchio Giovanni Andrea Rassu ebbe l’imprudenza d’invitare il Derudas ad unirsi a Salvatore per sbarazzarsi di me.

— Mio nipote è troppo giovane — gli aveva detto — e da solo non potrebbe fare il colpo.

Il Derudas tenne il segreto per alcuni giorni; ma siccome in precedenza mi aveva informato dell’abboccamento chiestogli dal vecchio Rassu, finì per tutto confessarmi.

Da quel giorno Salvatore fece il gradasso, fidando forse nell’aiuto del Derudas. Sulle prime presi le cose in scherzo; ma in seguito, persistendo egli a darmi noia, decisi di dargli una lezione.

Non tardò anche lui a seguire lo zio. Egli venne ucciso da una fucilata vicino alla _lacana_ d’Ossi, in territorio di Florinas. Il cadavere fu trasportato sulle fascine al villaggio[31].

* * *

Ed ecco quattro dei Rassu — Pietro, Paolo, Francesco e Salvatore — tolti dal mondo per mano mia, o per mano d’altri!

Ne restavano ancora due; ma di essi volle occuparsi l’Eterno, poichè io feci loro grazia.

Giuseppe Rassu, l’ultimo dei quattro fratelli, (come ho già detto) era ammogliato con una mia zia, la quale mi voleva un bene dell’anima.

Un giorno andai a trovarla, e le dissi:

— Cara zia, bada! temo molto che non tarderai a diventar vedova!

— Che intendi dire? Mio marito è sano e robusto.

— Ma io l’ucciderò, se non farà da bravo. Egli ha sinistre intenzioni a mio riguardo.

— Non temere, Giovanni. Tu sai ch’io ti voglio bene. Se io mi accorgessi che Giuseppe avesse intenzione di farti male, sarei la prima a renderti avvisato. Egli mi è marito, e tu mi sei nipote: vi ho cari entrambi. Non potrei permettere che tu l’offenda, perchè c’è di mezzo il giuramento del matrimonio; — ma parimenti vedrei di mal occhio che egli torcesse un capello a mio nipote. Va tranquillo, figliuolo mio; finchè io vivo non riceverai il minimo danno da lui!

E mantenne la parola. Donna energica e risoluta, ella seppe imporsi al marito, che mi lasciò in pace, come in pace lasciai lui.

Risparmiai parimenti il vecchio zio Giovanni Andrea Rassu, che si rassegnò alla perdita dei suoi quattro nipoti, puniti dalla giustizia di un Dio, che odia i traditori e le spie.

L’uno e l’altro morirono tranquilli sul proprio letto — quantunque non meritassero una simile fortuna!

CAPITOLO VIII.

Agostino Alvau.

Recatomi un giorno alla Nurra, capitai nell’ovile di _Campanedda_, dov’era stato ucciso Agostino Alvau: il giovane algherese, che finì la sua carriera di bandito, quasi nello stesso tempo in cui io la cominciava. Ebbi dai pastori minuti ragguagli sulla morte di costui; ed io ne tesserò brevemente la storia, quantunque essa non abbia relazione con la mia vita.

Agostino Alvau era un giovane studente di Alghero. D’animo focoso, audace, e coraggioso fino alla temerità, un giorno era andato a caccia senza porto d’armi. Sorpreso dai carabinieri, e invitato a cedere l’arma, egli rispose colla ribellione. Riuscito a fuggire, si diede alla macchia, e iniziò la sua carriera di bandito, senza aver sparso una goccia di sangue umano.

Quantunque giovanissimo, senza un pelo in faccia, e di fattezze femminili, divenne in breve famoso per le sue gesta, tanto audaci quanto feroci.

Mi era simpatico perchè lo avevo conosciuto di persona. Qualche tempo prima ch’io prendessi moglie, mi trovavo a capo d’una compagnia di mietitori, nelle aie di Florinas. Avevo sotto al mio comando molti lavoratori. Tra i quali Rafaele Alvau — fratello di Agostino — uno degli incaricati della trebbiatura. Una quantità di cavalli e di cavalle, condotti dai paesi vicini, trottavano sulle aie per pestare i covoni, com’è costume nei nostri villaggi.

Agostino Alvau (già famoso nell’isola) era venuto in quel tempo a Florinas, per visitarvi il fratello Rafaele. Travestito da zappatore sassarese, ma armato di fucile e di coltello, si presentò a noi come acquisitore di grano, in compagnia del massaio Antonio Sanna e di certo Vincenzo Paschino, padrone delle cavalle del signor marchese (?).

Siccome Rafaele era al mio servizio per la trebbiatura, i tre visitatori vennero ad alloggiare in mia casa. Fu allora, che, in tutta confidenza, Agostino mi si diede a conoscere. L’ospitai per un giorno, e sul tardi tornò alla campagna.

Per pochi anni Agostino Alvau fece il bandito, ma bastarono per renderlo celebre. Mentre un giorno attraversava un ponte sulla strada che da Alghero conduce alla Murra, fu circondato da molti carabinieri, che gli avevano teso un agguato; ma egli colla pistola alla mano, seppe affrontare gli armati, e sfuggì loro audacemente tra il fischio delle palle.

Poco dopo egli cercò di disfarsi di certo Antonio Maria Tanchis, che la voce pubblica designava qual _commissario_ dei carabinieri. I commissari saranno sempre i benemeriti della società, ma per i banditi non sono altro che spie!

Fra gli amici più fedeli di Agostino Alvau erano i fratelli Paolo e Antonio Sechi della Nurra — il primo dei quali fra i migliori tiratori ch’io mi conobbi. Lo ricevevano con molta cordialità — come d’altronde si ricevono tutti i banditi... per amore o per forza!

Abitava a Sassari in quel tempo un tal Antioco Agus, di Bonorva, in fama di uomo faceto e di poeta estemporaneo. Poeta e faceto era del pari il _commissario_ Tanchis, che pretendeva superarlo nell’improvvisare i versi

Intimo dei pastori nurresi, ed uomo doppio, l’Agus cercava di strappare qualche segreto al _commissario_, sapendo che costui congiurava contro la libertà degli amici. Un giorno lo invitò ad entrare in una bettola, col pretesto di una sfida poetica; ma il Tanchis lasciò sfuggirsi:

— Oggi non posso, perchè devo recarmi ad Osilo coi carabinieri, per un bandito che dobbiamo tradurre a Sassari. Accetterò con piacere la gara al mio ritorno!

Fu sollecito l’Agus d’informare del caso i due pastori Secchi e l’Alvau; i quali vennero a Sassari, e in compagnia del poeta si recarono sul tardi al _Molino a vento_, per preparare un agguato al commissario Tanchis, che di là doveva passare coi carabinieri, diretti ad Osilo.

Giunti a cavallo sul luogo designato, i quattro uomini si appiattarono di fronte al predio del prete Ciboddo.

Finalmente, ad ora tarda, passarono di là dodici carabinieri, che circondavano il commissario Tanchis, loro guida.

Fu primo Alvau a far fuoco sulla spia; ma il colpo gli andò fallito. Sparò in seguito Paolo Secchi, e la sua palla attraversò il corpo del Tanchis, che cadde fulminato da cavallo.

Sgomentati per gli spari nell’oscurità, i carabinieri tornarono indietro a spron battuto. I due Secchi e l’Alvau ripresero la via della Nurra; ma l’Agus, a cui era scappato il cavallo, si vide costretto a rientrare a piedi in Sassari per la porta di Sant’Antonio. Volendo allontanare il sospetto, il poeta ebbe l’accortezza di presentarsi l’indomani al capitano dei barracelli, per denunziare la bestia che gli era mancata.

Altra impresa ardita, a cui l’Alvau dovette la popolarità, fu l’uccisione di Antonio, detto _Ammmazzacavalli_ — uno dei più famosi cavallerizzi e domatori del tempo. _Commissario_ anch’esso dei carabinieri, si era vantato bastargli l’animo di arrestare il forte algherese, inseguendolo a cavallo.

Informato il giovane bandito della minaccia di quel millantatore, giurò di ucciderlo. Temerario com’era, osò una sera vestirsi da prete e presentarsi alla casa di _Ammazzacavalli_, posta nel rione di San Donato. Ma il colpo gli andò a vuoto.

Immaginò allora un nuovo strattagemma, togliendo a pretesto il carnevale.

Era usanza a Sassari di andar mascherati a cavallo, per trar sollazzo dal getto dei confetti.

Abbisognando di un compagno per eseguire il suo disegno, l’Alvau si era rivolto ad Antonio Sechi.

In un giorno festivo, in cui la piazza Castello rigurgitava di maschere e di curiosi, i due amici salirono per il Corso, inforcando due superbi cavalli. Avevano una gonnella al collo, la maschera al viso, e le pistole nascoste sotto le vesti. Inoltravano al passo, distante l’uno dall’altro, come se ciascuno si divertisse per proprio conto.

Antonio Sechi, che si spingeva avanti, aveva ricevuto la consegna di gettare i confetti sulla folla, non appena avesse adocchiato l’_Ammazzacavalli_. Al resto doveva pensare l’Alvau.

Erano giunti così fino al centro di piazza Castello, dove la folla era immensa. Da per tutto si ballava, si gridava, si faceva getto di coriandoli, per far disperare le signorine che ridevano come matte.

Finalmente l’Alvau, che aspettava con ansia il segnale convenuto, vide il compagno lanciar con furia manate di confetti alla folla. Spinse avanti il cavallo, e scorse a breve distanza lo _Ammazzacavalli_, che se la rideva in mezzo ad un crocchio d’allegri amici.

Gli fe’ cenno colla mano di avvicinarsi, e quegli incautamente gli obbedì:

— Che vuoi, maschera?

— Fammi un piacere. Accorciami di un punto la cinghia che regge la staffa. Sto male in sella.

L’_Ammazzacavalli_, senza nulla sospettare, si fe’ presso al cavaliero, e si chinò ad aggiustargli la staffa.

Colla rapidità del lampo, il giovane bandito gli puntò la pistola sulle spalle, lasciò partire il colpo, die’ di sprone al cavallo, ed uscì dalla porta Castello, facendosi largo tra la folla compatta.

L’_Ammazzacavalli_ era caduto bocconi, mortalmente ferito. Gli astanti, atterriti, gridarono al soccorso, all’assassino, e si sbandarono di qua e di là, come sfuggendo ad un pericolo immaginario.

Antonio Sechi, come nulla avesse veduto, continuava indifferente il getto dei confetti, mentre l’Alvau, a precipizio, divorava la strada che conduceva al _Pozzo d’Arena_. Montava un ottimo cavallo (fattosi prestare da Gavino Spanedda di Nurra) e l’inseguirlo non era impresa facile.

Alcuni carabinieri — che conducevano a mano i cavalli all’abbeveratoio — udendo le grida della gente, cercarono fermare il fuggitivo; ma questi, mostrando loro la pistola, seppe tenerli lontani.

Arrivato allo stabilimento Lombardi, Agostino rallentò la corsa, mise il cavallo al passo, ed entrò tranquillamente in Porta d’Utzeri, internandosi verso _turritana_, per riparare in casa di alcuni amici nurresi.

Dicesi che la stessa sera Agostino Alvau, vestito da donna, avesse osato presentarsi all’ospedale (dove il moribondo era stato ricoverato d’urgenza) risoluto di finirlo a pugnalate. Egli dichiarò d’essere la madre del ferito; ma non fu lasciato entrare, stante l’ora tarda.

* * *

Questo giovane coraggioso, audace in modo straordinario venne ucciso a tradimento nella Nurra; e dirò come.

Fra gli ovili che l’Alvau soleva visitare, era quello di Giovanni Careddu, ammogliato con giovane e bella donna, e senza figli. Spensierato e fidente nel proprio coraggio, il galante bandito si era dato a corteggiare la moglie dell’amico. Costei conviveva con una sorella belloccia, fidanzata a Giuseppe Sale, giovane sassarese, che pur frequentava l’ovile.

Accortosi il Sale della tresca dell’Alvau, disse un giorno alle due sorelle:

— Perchè accogliete quell’uomo in casa vostra? Mandatelo via, se non volete aver danno!

La moglie del Careddu riferì segretamente al suo Agostino le parole del Sale, facendogli quasi intendere che di lui fosse geloso.

Alvau, senz’altro, tolse di mezzo l’importuno con una fucilata.

Poco tempo dopo, trovandosi insieme i due banditi cugini, Antonio Santo Careddu di Sorso e Paolo Careddu di Sennori, dissero ad Agostino Alvau:

— Senti, giovinotto. A noi pare che le tue visite all’ovile di Campanedda siano troppo frequenti. Si direbbe che ti sei liberato di Giuseppe Sale, per renderti padrone anche della sua fidanzata. Intendiamoci bene! — noi siamo disposti a far giuramento di non offenderci a vicenda; ma se tu non ti allontani dalla casa del nostro congiunto Giovanni, ci terremo sciolti da ogni promessa. Lo sai!

Agostino Alvau — sdegnoso sempre d’ogni consiglio, e sempre più invaghito della giovane moglie — non solo si astenne dalle visite all’ovile di Careddu, ma vi andò con più frequenza, e rese più scandalosa la tresca.

Era acciecato d’amore — e l’amore doveva perderlo!

Da qualche tempo il Governo aveva promessa l’impunità ed un premio in danaro a qualunque bandito avesse ucciso, o fatto arrestare Agostino Alvau. I due cugini Careddu pensarono di ottenere l’una e l’altro, vendicando in pari tempo il loro congiunto tradito.

In un giorno piovoso si trovarono riuniti nell’ovile di _Campanedda_ Paolo Careddu, Antonio Santo, e Agostino Alvau. Si giuocava alle carte, e Paolo si era seduto a fianco di Agostino. A un certo punto Antonio Santo esclamò con stizza:

— Ma perdio! c’è un fumo d’inferno qua dentro!

E così dicendo si era alzato con impeto, fingendo correre alla porta per aprirla; ma giunto vicino all’uscio, si voltò di scatto, e vedendo Agostino intento alla partita, gli puntò il fucile addosso e fece fuoco[32].

Quantunque mortalmente ferito in pieno petto, l’Alvau balzò in piedi, e portata la mano all’elsa del suo lungo stocco, cercò snudarlo per avventarsi sul traditore. Paolo, però, che stava attento, gli afferrò le due braccia da tergo, in modo che l’arma non uscì che a metà dal fodero.

L’Alvau, ad un tratto, si contorse, mandò un sordo rantolo, e stramazzò come fulminato. Era morto.

Antonio Santo era uscito con furia all’aperto per correr dietro a compare Maurizio; il quale venuto all’ovile in compagnia d’Alvau, era rimasto in una stanza vicina. Prevedendo la catastrofe, costui si era salvato saltando da una finestra e cacciandosi nel vicino bosco.

A poca distanza dall’ovile — nella _Valle del legname_ — trovavasi certo Giovanni Manunta; il quale, saputo il caso, montò in sella e a spron battuto si recò a Sassari per informare le autorità, che Antonio Careddu e Antonio Santo erano degni di premio, avendo ucciso il terribile bandito algherese.

Maurizio, alla sua volta, era corso a Portotorres per annunziare ai carabinieri l’uccisione di Agostino Alvau.

Nel frattempo Antonio Santo, afferrato il cadavere d’Agostino per i piedi, lo aveva trascinato all’aria aperta, fino al limite del piazzale.

Accorsi primi i carabinieri di Portotorres, scaricarono i loro fucili sul cadavere, fingendo aver ucciso il bandito algherese in uno scontro.

Il governatore di Sassari però, che in precedenza aveva ricevuto l’avviso della morte di Alvau, non tardò a concedere la promessa libertà ai due cugini uccisori, ed a punire i carabinieri per l’assalto simulato che venne scoperto e facilmente provato[33].

Questa la versione veridica della fine di Agostino Alvau, da me attinta a fonte non dubbia.

CAPITOLO IX.

Il bandito Derudas.

Ho già parlato dei due banditi Antonio Maria Derudas e Giovanni Maria Puzzone, di Cargeghe, datisi alla campagna dopo aver ucciso il capitano dei barracelli, che li disturbava nelle loro imprese rapaci. Questi giovani vagabondi erano ladruncoli, che prendevano diletto a uccider buoi e cavalli, a danno del barracellato.

Poco dopo l’uccisione del capitano, un altro giovine di Cargeghe — Angelo Masala — uccise certo Manconi suo compaesano, e sfuggì alla giustizia dandosi alla macchia. Si ebbero così, in breve tempo, tre banditi di Cargeghe.

Il fratello dell’ucciso — Giovanni Manconi — volendo vendicarsi dell’assassino, chiese l’aiuto dei due banditi Derudas e Puzzone; e tutti e tre riuscirono a freddare con una fucilata Angelo Masala, che sotterrarono in campagna, senza che alcuno li vedesse.

Il prete Luigi Tolu di Cargeghe, mio cugino, un giorno si rivolse a me, pregandomi di proteggere il bandito Derudas, che voleva liberare ad ogni costo, ritenendolo un disgraziato, più che un cattivo soggetto. E fu dietro alle sue insistenti raccomandazioni, che mi decisi ad unirmi col Derudas e col Puzzone, coi quali rimasi per circa un anno, sebbene non di continuo.

Un giorno, insieme al Derudas, attraversavo il sito detto _Sa funtana de sa piarosa_, di fronte alla cantoniera di Campomela, nel tenimento di Don Battista Solinas di Cargeghe. A un certo punto il mio compagno si fermò, e, indicandomi una zolla, mi disse sorridendo:

— Vedi? Io, Puzzone e Manconi abbiamo qui seppellito il cadavere di Angelo Masala!

Trascorsi quattro o cinque mesi, il Puzzone fu arrestato; ed io continuai a tener compagnia al Derudas, separandomene però di tanto in tanto, poichè diffidavo di lui.

Due volte, in quel tempo, mi riuscì di sfuggire ad un agguato di carabinieri.

La prima volta fu nel _salto_ di Banari. Mi ero cacciato in una grotta della _Scala di Antonio Faedda_ (territorio di Florinas) dove passai una notte ed un intiero giorno. Recatomi in seguito nell’ovile _Panzano_ (a Giunchi) i nostri cani abbaiarono fermi — indizio che vedevano gente ferma. In quei dintorni, infatti, erano appiattati una ventina di carabinieri. Pensai di attraversare il campo deludendo la loro vigilanza. Mi cacciai il cappuccio sugli occhi, chiesi a un pastore le pecore, e mi diedi a guidarle, passando arditamente in mezzo a’ miei nemici, che continuavano a tener d’occhio l’ovile. Fui salvo.