Giovanni Tolu, vol. 1/2

Part 12

Chapter 123,860 wordsPublic domain

La seconda volta mi trovavo nello stesso ovile, dove avevo passato la notte insieme a Derudas. Verso l’alba diedi ordine ad un mandriano d’esplorare i dintorni, raccomandandogli, che, nel caso avesse visto carabinieri, si fosse affacciato alla roccia de _sas coas de medallu_, gridando: — I buoi non ci sono! — Quel semplicione, invece, gridò forte al suo padrone:

— Zio Antonio Luigi, ci sono i carabinieri!

Ne avevo veduto sei a cavallo nella pianura; gli altri erano appostati nel bosco, credendo che per di là noi si scappasse. Svegliai il Derudas che dormiva; girammo la collina, salimmo la montagna, e di là scorgemmo i carabinieri, che ci aspettavano al varco. Anche questa volta, con un po’ di astuzia, ero riuscito a sfuggire a un agguato, preparato con molta sagacia militare.

Lascio i carabinieri per narrare i miei casi col Derudas.

Nel territorio di Banari era il molino di proprietà della contessa Musso. Il mugnaio, che lo aveva in affitto, viveva in continui litigi colla propria moglie, poichè costei teneva seco una bambina illegittima, che turbava la pace domestica.

Tanto io, quanto il mio compagno Derudas, capitavamo con frequenza nel molino, e la moglie del mugnaio si sfogava con noi, mettendoci a parte dei disaccordi coniugali.

Un giorno che mi trovai solo con essa, la moglie inasprita mi raccomandò caldamente di liberarla dal peso del marito, uccidendolo.

Feci di tutto per smuoverla dal suo proposito: — Metti giudizio, e sta savia! — le dicevo — Non dar retta ai tristi consigli della tua coscienza. Fa la pace con tuo marito, e vivete tranquilli!

Il mugnaio era un buon uomo; ci dava ospitalità con piacere, e di tanto in tanto mi regalava qualche scudo. M’irritavano, dunque, gli eccitamenti di quella femmina, che ad ogni costo voleva diventar vedova.

Ma la donna è tenace ne’ suoi proponimenti di vendetta; e la moglie del mugnaio, vedendo la mia ripugnanza a compiacerla, mi lasciò in pace. Ella si rivolse segretamente al mio compagno, a cui offrì sessanta scudi per eseguire il colpo.

Il bandito Derudas si lasciò, convincere dal danaro e dalle tenerezze della bella mugnaia; e un bel giorno, con una buona fucilata, le tolse dal fianco l’importuno marito.

Quando appresi il fatto, rimproverai acerbamente il mio compagno:

— Che cosa hai fatto? Perchè uccidere l’uomo che ci dava a mangiare e ci offriva asilo nei giorni del pericolo? Sei un tristo e un miserabile!

Il Derudas si strinse nelle spalle e mi disse:

— Oh, sta a vedere che un bandito dovrà lasciarsi vincere da uno scrupolo!

Avvenne intanto, che il mio compagno erasi pazzamente innamorato di Maria Grazia, la bellissima vedovella di un altro mugnaio, il quale conduceva il molino di _San Lorenzo_, nei dintorni di Florinas, da me pure frequentato. Antonio Maria Derudas fece di tutto per celarmi la sua fiamma; ma non tardai ad accorgermi che sospettava di una segreta relazione fra me e la vedova.

Io rideva delle sue smanie gelose, poichè sapevo che la vedovella, una bellissima donna, era realmente innamorata di un terzo: di un giovane, col quale erano passati accordi di matrimonio.

Il giovane innamorato erasi con me aperto, svelandomi che le relazioni colla vedova erano di natura molto intima. Egli chiedeva un mio consiglio.

Io, che sapevo scaltra la vedova, poichè nelle assenze del giovane cercava di tirare a sè anche il Derudas, gli dissi:

— Apri gli occhi, fratello! Tu devi fidare nella mia sola amicizia. Quando ti avviserò di non andare più da lei, ubbidiscimi!

E il giovane, infatti, aveva cominciato a rendere più rare le visite al molino, dopochè si era accorto che la vedovella aveva un cuore sì largo, da poter dare ricovero a due.... ed anche a tre!

Nondimeno la scaltra mugnaia, accompagnata dal suo giovane amante, un bel giorno fece una gita a Sassari, insieme ad altro mugnaio colla rispettiva moglie. Le due coppie presero alloggio in un’osteria, ordinando una camera separata, per ciascuna. Questo fatto fece mormorare i maligni, e specialmente i coniugi mugnai, ch’erano stati testimoni della scandalosa intimità dei due compagni di viaggio. Tornata la vedovella al molino, non tardò a notare la freddezza del giovane e la corte più assidua che le andava facendo Derudas, ignaro del fatto dell’osteria. Temendo che il mugnaio e sua moglie, colle chiacchiere, riuscissero a far aprir gli occhi a Derudas sull’episodio di Sassari, la vedovella si strinse vieppiù a quest’ultimo, esortandolo ad uccidere i due testimoni pericolosi, non so per quali torti, che diceva aver ricevuto.

Il Derudas un bel giorno venne a confidami le apprensioni della vedova, la quale gli consigliava ad uccidere il mugnaio e la moglie, perchè ci facevano la spia.

Io, che tutto sapevo dal giovane amante, gli risposi infastidito:

— Ma non ti accorgi dunque, che sei menato per il naso? Da qualche tempo a questa parte mi vai contando frottole, che mi rivelano la tua poca lealtà. Fammi toccare con mano che i coniugi mugnai ci fanno la spia, e mi prenderò io l’incarico di spararli, poichè nel tiro sono di te più esperto. Cessa, però dallo spacciarmi tante fandonie. Apri gli occhi da una buona volta, ed ascoltami! Il giorno che tu torcerai un capello a quel buon uomo, od a sua moglie, avrai da farla con me! I capricci e gli amori ti costeranno ben cari!

Il Derudas si offese, e mi tenne il broncio; ed io mi accorsi che cercava vendicarsi. Legato alla vedova da relazione amorosa, si erano entrambi proposti di farmi arrestare, colla speranza di conseguire la loro felicità. La causa del Derudas era meno grave della mia, ed egli sperava di ottenere dal Governo l’impunità, a prezzo della mia cattura o della mia morte, ottenute col mezzodì una delazione o di un tradimento.

Era questo il sogno di Maria Grazia, che voleva disfarsi di me, per unirsi in matrimonio con un bandito graziato. Il giovane si era stancato di lei, ed ella non voleva perdere il secondo partito.

Ricordando le mie minaccie, e temendo il mio furore, il Derudas tornò a parlarmi della convenienza di uccidere i due mugnai, che ci facevano la spia. La vedovella pareva preoccupata di quel certo caso dell’osteria di Sassari, che poteva mandare a monte il suo matrimonio.

Ero sul punto di tutto svelare al mio compagno, ma mi contenni. Mi limitai a rispondergli con malagrazia:

— Di nuovo colle supposte spie? Decisamente le donne t’empiono la testa di vento. Te l’ho pur detto di non più parlarmene!

E così dicendo mi alzai con stizza, come per uscire dalla capanna, in cui entrambi si era.

— Dove vai? — mi chiese Derudas con tono risentito.

Mi voltai, squadrandolo con disprezzo:

— Vado dove mi pare e piace! D’ora innanzi, se ti è cara la mia compagnia, dovrai venirmi dietro come un cane. Io non ti comunicherò più le mie intenzioni!

— Allora sarà meglio che ciascuno faccia la sua strada! — mi disse con aria brusca.

— È precisamente quello che desidero! — risposi secco. — Ti predico, però, che dentro l’anno cadrai nelle mani della giustizia..... e ti arresteranno addormentato. Io conosco quanto vali!

Così dicendo piantai il mio compagno; e da quel giorno ci guardammo in cagnesco. Io voleva solamente accertarmi del suo proposito di farmi la spia, di concerto colla scaltra vedovella. Una volta avute in mani le prove della loro perfidia, avrei io pensato al modo di fargli pagar caro il tradimento.

CAPITOLO X.

Giusta pena e pena ingiusta.

Farò un passo indietro per narrare due casi avvenutimi, durante il tempo ch’ebbi a compagno il bandito Derudas.

Antonio Maria Cosseddu, di Banari, da qualche tempo cercava di farmi la spia. Era stato tre volte in carcere, ed uscitone, volle seco in compagnia due pastori banaresi (certi fratelli Antonio Maria e Salvatore Carta) perchè non venisse molestato dai nemici. I due fratelli erano ricchi, onesti, e molto stimati nel paese.

Il Cosseddu aveva in custodia molti porci e capre, a lui affidati da un agiato proprietario di Banari.

Incorsi in una contravvenzione, i fratelli Carta erano stati condannati a un mese di carcere. Poco dopo pubblicata la sentenza, fui invitato a pranzo nel loro ovile, dove mi trovai in compagnia di Derudas, di Gio. Antonio Nuvoli, e del prete florinese Massidda. Appresa la recente condanna, tutti d’accordo consigliammo i due fratelli a costituirsi in carcere l’uno alla volta, perchè così potessero sorvegliare il proprio bestiame. Promisi, da mia parte, che avrei tenuto d’occhio la loro proprietà, durante il tempo della prigionia dell’uno e dell’altro.

E così, infatti, essi fecero.

Durante il tempo che Gio. Maria scontava il suo mese di carcere, la spia Cosseddu ebbe un vivo diverbio coll’altro fratello Salvatore, e fu sul punto di ucciderlo, facendo accorrere sul luogo i carabinieri. Quest’intervento dell’arma benemerita era stato forse concertato con la spia, allo scopo di farmi sorprendere nella capanna insieme al mio compagno Derudas. Scampai al pericolo — ma giurai di vendicarmene.

Costituitosi in carcere Salvatore (dopo uscitone il fratello Gio. Maria) quest’ultimo si mostrò molto risentito del perfido contegno del Cosseddu, e mi pregò di ucciderlo.

Io gli risposi:

— La vendetta sarebbe giusta; ma che avverrà in seguito? Tutti ormai sanno che siete nemici del Cosseddu; e se io l’uccidessi, voi sareste arrestati come esecutori o mandanti. Anch’io avrei bisogno di punirlo, ma questa volta la mia vendetta non tornerebbe che a danno vostro.......

— Che fare, dunque?

— Cercare il mezzo di ottenere lo scopo senza compromettere la vostra libertà.

— E questo mezzo? Consigliami tu!

— Rispondi. È egli vero che Antonio Maria Cosseddu è un volgare sicario, che ha sulla coscienza molte pelli?

— È ben noto al paese!

— Tu e gli amici tuoi, siete in grado di conoscere i delitti da costui commessi?

— Li conosciamo.

— Puoi tu mettere insieme otto testimoni delle scelleraggini di quel cattivo soggetto?

— Anche venti!

— Mi bastano otto. Quando li avrai riuniti, dammene avviso, ed io ti dirò quanto devono fare.

Radunate le otto persone in campagna, col pretesto d’una partita di caccia, Gio. Maria Carta mi diede l’appuntamento.

Salutata la comitiva, presi la parola, e dissi loro:

— Siete voi tutti consapevoli degli assassinî commessi da Antonio Maria Cosseddu?

— Sì.

— Proprio in coscienza?

— Ognuno di noi può asserirlo con prove di fatto.

— Or bene, allora fate così. Quattro di voi si presentino al procuratore del re di Sassari, denunziandogli i fatti che si conoscono. Ritornati questi, partiranno gli altri quattro, per fare altrettanto. Raccolte dal fisco le denunzie in iscritto, egli ha il dovere di spiccare il mandato di cattura, e istruirà il processo.

Il mio consiglio fu seguito scrupolosamente; e il Cosseddu venne arrestato, processato, condannato a morte, e impiccato a Sassari.

Dopo la condanna, dissi al pastore Gio. Maria:

— Vedi tu come si fanno le cose? Tu non sei rovinato nella persona e nella roba; io non ho la pelle di un sicario sulle spalle; il nostro nemico è punito; e la giustizia può andar lieta di aver tolto dal mondo un miserabile assassino!

Il Cosseddu aveva a Banari un cognato prete; e il paese diceva che costui era riuscito a strapparlo tre volte alle carceri, per mezzo delle fattucchierie. Dopo la condanna a morte, una mattina, il prete fu trovato svenuto sul pavimento della sacristia; e fu detto che il diavolo lo avesse abbandonato, perchè non era riuscito a strappare il cognato al carnefice. Il povero prete, dopo l’impiccagione del Cosseddu, si chiuse in casa per sei anni, e non volle più vedere anima viva[34].

I fratelli Carta erano buona gente, ed io volevo, ad ogni costo, toglierli alle seccature. Costava poco, a un bandito, uccidere un uomo come Cosseddu; ma non volevo compromettere i due amici, dai quali avevo sempre ricevuto gentilezze. Ero certo che su loro sarebbero caduti i sospetti dell’uccisione della spia, per gli screzi e le minaccie che in precedenza si erano verificati. La spia Cosseddu aveva scontato le sue perfidie e i suoi delitti — e la mia coscienza era tranquilla.

* * *

Mi trovavo ancora a Banali, quando, un giorno, m’imbattei nel bandito Derudas, prima della nostra rottura. Egli mi confidò che due ladri d’Ittiri avevano derubato un suo fratello, togliendogli persino i sacchi, che teneva sotto il basto del cavallo che montava. Quest’audacia lo inasprì talmente, che mi dichiarò di odiare tutti gli ittiresi.

In compagnia di diversi amici ci trovammo l’indomani a _Badu Sinaghe_, dove si mangiò allegramente, e si bevette non poco. In sul finire del pranzo, mentre si chiacchierava col padrone del luogo, venne un pastore ad avvertirlo, che quattro ittiresi erano entrati nel tenimento per tagliar legna.

Il padrone, indignato, ordinò al servo di mandarli via.

— Perchè non andiamo noi a trovarli? — esclamò vivamente Derudas, alzandosi. — Non posso dimenticare che hanno derubato mio fratello.

— Non saranno certo gli stessi! — osservai scherzando.

— Che importa? sono ittiresi, e basta!

Così dicendo il mio compagno si mosse, e noi gli tenemmo dietro.

Il padrone sgridò quei ladri sfacciati, ed io tolsi loro i picchi e le ronche, dicendo che li avrebbero ripresi un’altra volta.

Uno dei ladruncoli — che certamente non ci conosceva — si fece innanzi con baldanza, e venendomi incontro mi gridò con disprezzo:

— Tu fai il gradasso perchè sei armato di fucile!

Il sangue mi fe’ velo agli occhi, e gli saltai addosso, strappandogli di mano la scure.

L’ittirese mi afferrò allora per la barba; ed io, cieco, lo percossi colla scure, ferendolo gravemente al braccio.

Mi accorsi, lo confesso, d’essere stato troppo focoso, e di aver commesso una brutta azione. Sebbene l’afferrare un sardo per la barba sia l’insulto più atroce che si possa fare, pure riconobbi che il torto era mio, ed ebbi vergogna di me stesso. Debbo dichiarare, che di questo eccesso ebbi ad arrossire per tutta la vita. In quel momento non avevo pensato che a vendicare il mio compagno Derudas, senza badare quanto sia ingiusto e ridicolo bisticciarsi per conto di un terzo.

Pochi giorni dopo ricevetti una lettera dal cav. Suzzarello, colla quale mi esortava a restituire i ferri ai quattro ittiresi, uno dei quali era un suo servo. Meno male che il Suzzarello non mi tenne rancore; egli, più tardi, mi raccomandò di procurargli un buon mastino per caccia grossa, avendogli un robusto cinghiale sbranato nove cani, in una partita di caccia a _Giunchi_. Lo compiacqui, e se ne mostrò soddisfatto.

L’ittirese da me ferito non tardò a guarire, e ne fui lieto.

Racconto questi episodi per darvi un’idea della vita di noi banditi. Ne taccio molti altri insignificanti, per non tediare chi leggerà la mia storia.

* * *

A Banari, come in tutti i paesi del circondario, destavo sempre una curiosità singolare. Quando passavo in quella regione, il medico Peppe Canu avvertiva i cavalieri, i quali colle loro famiglie si recavano a far pranzo in campagna, per il solo gusto di conoscermi da vicino.

Quei cavalieri m’invitarono molte volte a prender parte ai loro pranzi; e per consueto mi s’incaricava di fare le porzioni a tavola, meravigliati, i commensali, della mia abilità nel tagliare le carni, che distribuivo in un momento, con equa misura. Si era talvolta in venticinque o trenta individui in campagna, e tutti si mostravano avidi di conoscere qualche episodio della mia vita di bandito, ch’io raccontavo loro con piacere.

Un giorno, nel salto di _Badu Sinaghe_, in Giunchi, dovendosi preparare i soliti regali a Monsignore e a diversi signori di Sassari, venni incaricato dell’uccisione del bestiame; e uccisi ben quattordici porci e troie a palla, dando spettacolo di valentìa col colpirli tutti nell’occhio, per non far loro perdere il sangue[35].

Ho antecipato un po’ gli avvenimenti; ed ora ritorno al mio compagno Derudas, prima di abbandonarlo al suo triste destino.

CAPITOLO XI.

La penna vale il fucile.

Da poco tempo ero separato dal Derudas, quando egli uccise il bandito, che aveva scelto a suo nuovo compagno. Dirò brevemente il fatto.

Un ricco possidente d’Ossi si era bisticciato vivamente con un suo servo — certo Antonio Elias; e s’inasprì talmente, che lo percosse. Il servo, più robusto di lui, si avventò al suo padrone, e dopo averlo picchiato si salvò colla fuga.

Il ricco proprietario, volendo vendicarsi dell’atroce insulto, mi chiese un abboccamento in campagna. Egli mi propose una larga ricompensa, se avessi tolto dal mondo quel servo prepotente ed ingrato. Gli risposi che si fosse ad altri rivolto, poichè io non solevo uccidere chi non mi aveva offeso.

Appresi in seguito che il padrone si era rivolto a Derudas, proponendogli la stessa uccisione. Il Derudas osservò che non osava fare il colpo, perchè temeva la mia collera e la mia vendetta.

Allora il proprietario di Ossi, coll’intento d’incoraggiarlo, gli fece credere avergli anch’io promesso di sbarazzarlo dal servo audace.

— Pensaci, dunque, se vuoi guadagnare ottanta scudi!

Anche questo colloquio era venuto a mia conoscenza, per la relazione di confidenti, che a me non mancavano.

Avevo intanto saputo, che il bandito Elias, il servo prepotente, si era dato a scorrazzare la campagna insieme al Derudas, che se lo aveva associato come compagno di ribalderie.

Un giorno Derudas osò venirmi incontro. Avendolo poco prima veduto con Elias, gli dissi seccamente:

— E perchè ti presenti solo? Non è forse degno il tuo compagno d’essermi presentato? Chiamalo pure, se lo hai nascosto!

Derudas si accostò al ciglione, e lo chiamò con un lungo fischio. Quando comparve l’altro bandito, lo apostrofai:

— Perche ti accompagni con Derudas? Non hai capito ancora che egli fu pagato per ucciderti? Abbandonalo, se ti è cara la vita!

Il Derudas mi fulminò con un’occhiata, ma tacque. Senz’altro dire, fece un brusco cenno al compagno, e si allontanarono.

Ero sul punto di fargli fuoco addosso, ma poi mi contenni. Due o tre volte era venuto a tiro del mio fucile, ma sempre lo risparmiai, non volendo si dicesse che io uccidevo i miei compagni. Uccidere il proprio compagno è per i banditi la più grande delle vergogne e delle vigliaccherie; poichè darebbe a sospettare che l’uccisione sia seguita nel sonno. Aspettai un’occasione più propizia. Volevo d’altronde accertarmi, che insieme all’amica mugnaia egli mi facesse realmente la spia.

Non trascorse una settimana da quel nostro incontro, quando Derudas uccise il giovane Elias, per la cui morte gli vennero sborsati ottanta scudi dal ricco proprietario d’Ossi. Questa somma gli abbisognava per la liberazione. In noi banditi era radicata la credenza, che la giustizia avesse bisogno di soldi per chiudere gli occhi ed alleggerire la mano — e la giustizia d’allora non era quella d’oggi! I giudici erano anch’essi complicati nei partiti, e ciascuno aveva i suoi _bravi_ protetti e protettori, specialmente a Sassari.

Verso quel tempo Derudas aveva tentato di separarsi dalla vedovella; ma questa gli disse:

— Bada, Antonio Maria, a quello che fai! Ricordati che per te ho licenziato un giovane che mi voleva bene. Se persisti ad abbandonarmi perchè stanco di me, ti prevengo che mi raccomanderò a Giovanni Tolu per aggiustare la faccenda!

Questa minaccia sortì il suo effetto, poichè Derudas aveva paura di me. Egli finì per sposare la vedovella in casa del rettore, a Banari. La teneva in un molino, dove andava a trovarla di tanto in tanto, dandole appuntamenti in questo o in quel punto, come usano tutti i banditi ammogliati, che non possono avere una casa coniugale.

Non corse lungo tempo, che Derudas venne arrestato, avverandosi la mia profezia. I carabinieri lo avevano colto mentre dormiva. L’imbecille si era svegliato in carcere!

La mancanza di prove testimoniali favoriva la causa di Derudas. I processi erano per la maggior parte indiziarî; e correva la voce della probabile assoluzione del bandito mio compagno. Si accennava da taluni a persone influenti, a qualche giudice a cui si erano dati gli 80 scudi di Elias per diventare più _giusto_. Non mancò chi mi pose in avvertenza, dicendomi che la bella mugnaia era intesa col detenuto marito per ottenere l’assolutoria, facilitandola colla mia cattura.

Quest’ultima diceria — che correva da qualche tempo — mi aveva messo i brividi addosso. Sentivo di essere feroce. Ero pentito di non aver ucciso Derudas; maledicevo gli scrupoli e i riguardi ridicoli, che avevano trattenuto il mio braccio.

Quale umiliazione per me, se si fosse avverato il pronostico! Io in carcere, e Derudas in libertà? questo pensiero mi torturava.

Avevo bisogno di convincermi, che realmente Maria Grazia mi tendesse un’insidia. Non volevo prestar fede ai molti che mi assicuravano, che fra il detenuto e la moglie (annuente la polizia) correvano segreti rapporti.

Vivevo irrequieto; le mie notti erano turbate da sogni angosciosi. Avrei voluto travestirmi da guardia carceraria per uccidere il mio perfido compagno nella sua cella di San Leonardo.

S’ei fosse uscito dal carcere prima della mia cattura, sarei stato più contento, poichè avrei potuto ucciderlo al fianco della propria moglie; ma chi mi assicurava che la sua libertà non era subordinata alla mia perdizione?

In preda a questi tormenti non pensai che a procurarmi le prove del tradimento a mio danno.

Aggirandomi un giorno nelle vicinanze del molino della moglie di Derudas, mi cacciai nel vicino bosco, dove vidi la sua bella servetta, che andava in traccia d’un maiale sbandato. Siccome in altri tempi le avevo fatto un po’ di corte, me le avvicinai sorridendo:

— Buon giorno, Catterina. Come stai?

— Oh! beato chi ti vede! È un bel pezzo che non vieni a trovarci nel nostro molino!

— Dacchè hanno arrestato il tuo padrone ho sospeso le visite al molino per non dar pasto alla maldicenza.

— Che scrupoli! E perciò hai avuto paura di rivedermi? Ben gentile!

— Riparerò al mio torto fra breve. Verrò a salutare Maria Grazia... e te più di lei.

— Possibile! e quando? La mia padrona sarà tanto contenta di rivederti. Mi parla sempre di te.

— Verrò... Tra due giorni; venerdì, o sabato... dopo l’imbrunire.

— Davvero?

— Bada di non dirlo a nessuno, Catterina! Addio, belloccia!...

— Tieni le mani a posto!

— Sei proprio adirata con me?

— Te lo dirò quando verrai al molino.

E la servetta, si allontanò, saltellando come una capriola.

Nè il venerdì, nè il sabato mi mossi per andare al molino; ma la sera stessa pregai un mio parente, perchè si appiattasse per tre giorni in un punto lontano, per sapermi riferire le persone che sarebbero andate a far visita alla mugnaia.

— È questione forse di gelosia?

— No: è un mio capriccio. Bada di non farti vedere!

La domenica mattina il mio congiunto tornò a me. Era alquanto turbato.

— Ebbene? — gli chiesi — Hai scoperto il misterioso visitatore?

— Altro che visitatore! Venerdì sull’imbrunire mi sono imbattuto in sei carabinieri sulla strada di Codrongianus. Erano diretti al molino, e li ho visti sparire nel vicino boschetto. Certo si trattava di un appiattamento, perchè vi sono rimasti due notti. Erano guidati dal maresciallo, il quale entrò due volte nel molino, dopo le dieci.

La trama era scoperta, ed io non potevo più dubitare della perfidia di Maria Grazia, che cercava di vendere la mia pelle per salvare quella di suo marito.

Dovevo dunque pensare alla vendetta: punire il marito dentro carcere, e strapparlo per sempre alla moglie; e tutto ciò senza far uso del mio fucile.

Il tempo stringeva. Il dibattimento di Derudas era incominciato, ed ogni ritardo poteva pregiudicare il mio disegno.

Mi ricordai della confidenza fattami un anno addietro da Derudas, dinanzi alla cantoniera di Campomela.

Senza frapporre indugio mi recai al villaggio di Mores, per abboccarmi con Antonio Masala di Cargeghe. Era costui il fratello di Angelo — dell’uomo assassinato da Derudas e da Puzzone per incarico e col concorso di Manconi.

Trovato il Masala gli dissi:

— È una vergogna, o Antonio! Com’è ch’hai fatto sì poco conto di tuo fratello assassinato?