Giovanni Tolu, vol. 1/2

Part 10

Chapter 103,886 wordsPublic domain

Delle congiure che si facevano in casa del prete — come dissi altra volta — io veniva informato da persona intima della famiglia; e posso aggiungere (non lo rivelai finora a nessuno!) che la stessa serva del prete, la zia di mia moglie, mi aveva più volte fatto avvertire, che mi guardassi dai Rassu, dai Dore, e da altri. Non seppi mai spiegarmi tanta tenerezza da sua parte. Temeva forse per suo marito? aveva paura della disperazione di un bandito? sentiva forse rimorso e compassione per la disgrazia toccatami? od era forse qualche recente rancore col suo padrone che la spingeva a sventargli le trame? Non son riuscito a spiegarmelo. Certo è, che dovetti alle sue avvertenze l’essere scampato a molti agguati; e potei, mercè sua, conoscere la perfidia di certi parenti ed amici, che mi tradivano in segreto. Non bisogna negare che la paura di un bandito desta in tutti una viva apprensione, e tutti fanno a gara per offrirgli protezione ed aiuto, per riceverne in cambio aiuto e misericordia — salvo più tardi a tradirlo quando capita il destro.

Una sera stavo seduto a ridosso d’un’alta roccia, a poca distanza dal paese. Vidi ad un tratto sullo stradone due preti che venivano verso Florinas dalla parte di Sassari. Mi parve di riconoscere in uno di essi Giovanni Masala Pittui, e decisi di farla finita con una buona fucilata.

Montai il grilletto, spianai l’arma, e aspettai che i due transitanti mi venissero a tiro.

Come si avvicinarono, mi avvidi di aver preso abbaglio. Erano due preti che venivano da Sassari con la solita provvista dell’olio santo per la parrocchia di Florinas.

Rimisi il fucile in spalla, e mi allontanai dal paese, sperando di essere più fortunato un’altra volta. L’assassino della mia pace domestica, il perfido istigatore di mia moglie, non doveva morire che per le mie mani. Lo avevo giurato!

* * *

E Maria Francesca?

Posciachè erano riuscite vane le trattative di pace per mezzo dei missionari, venuti nel settembre a Florinas, e più ancora dopo il mio attentato, vi furono malumori e dissidi fra mia moglie e i suoi genitori. Mio suocero aveva più volte cacciato da casa la figliuola, ritenendo che il vivere insieme dopo la mia latitanza non era cosa prudente, nè per l’una nè per gli altri. Si temevano gli eccessi di un genero e di un marito datosi alla macchia.

Era stata da tutti respinta, la disgraziata; e il prete stesso, che tre mesi prima l’aveva persino costretta a recarsi ai balli pubblici per farmi dispetto, ora non la guardava in faccia. Anche nel cuore di quel cane parlava forse la paura!

Si era giunti intanto ai primi di marzo, mese in cui si aspettava il parto di Maria Francesca. I suoi parenti, con soddisfazione pietosa e maligna, dicevano:

— Se Giovanni Tolu non potrà venire per assistere al battesimo della sua creatura, poco male: — non mancherà gente in paese per accompagnare il neonato, o la neonata in chiesa!

Ciò riferitomi da alcuni miei fidi, mandai un’ambasciata ai parenti di mia moglie, assicurando loro che nessuno si sarebbe permesso di accompagnare la mia creatura al fonte battesimale.

— Se a quel tempo sarò vivo — aggiunsi — nessuno potrà vantarsi di questo accompagnamento, che costerebbe troppo caro. Il frutto di mia moglie non sarà portato in chiesa che dalla sola levatrice... come si pratica per i nati illegittimi!

Il minaccioso mio avvertimento sortì il suo effetto.

Il giorno 5 di marzo (1851) Maria Francesca partorì una bambina; e si avverò in seguito il mio pronostico. Fu portata al fonte battesimale senza che nessuno l’accompagnasse. I parenti di mia moglie, a cui avevo dato qualche lezione, si erano ben guardati di contrariare il mio desiderio. Sapevano che non scherzavo, e che avrei potuto mantenere la parola.

La scelta del nome di battesimo, da imporsi alla neonata, creò impicci ai parenti e provocò lunghe discussioni. Fu deciso infine, con molto senno, che la piccina fosse chiamata _Maria Antonia_, in ricordo delle due nonne: — della mia, Maria Antonia Scanu, e di quella di mia moglie. Maria Gàmbula.

Avvenuto il parto, i genitori di Maria Francesca si mostrarono più risoluti che mai a non volere in casa la figliuola, temendo fastidi da parte mia. Ond’è, che la disgraziata, per maggior sua punizione, fu costretta a rintanarsi in una catapecchia isolata, nel centro del villaggio, dove campava stentatamente, facendo il mestiere di cucitrice d’abiti da uomo e da donna. Da nessuno ebbe un soccorso, e cominciò a risentire gli effetti della sua caparbietà e della sua disubbidienza.

Mi era stata comunicata la nascita della figliuola con tutte le formalità più scrupolose. Poche settimane dopo, Maria Francesca mi mandò un’ambasciata per mezzo di un fido amico:

— Tua moglie — ei mi disse — è richiesta come balia a Sassari, presso una famiglia di signori ricchi ed influenti, i quali potrebbero impegnarsi per la tua liberazione.

Io gli risposi:

— Dirai a Maria Francesca, che io non voglio accettare la libertà da colei che mi ha reso schiavo. Dio le ha imposto la missione di allevare la sua creatura: — faccia dunque il suo dovere!

Trascorsi alcuni giorni Maria Francesca tornò ad inviarmi lo stesso ambasciatore, prevenendomi, che aveva deciso (col mio consenso, o senza) di recarsi a Sassari come balia, affidando la propria bambina alle cure d’altra balia, in Florinas.

Risposi minaccioso:

— Dirai a mia moglie, che si guardi bene dal mettere in azione il suo proposito. Il giorno in cui ella andrà a Sassari per far la balia, io le ucciderò il padre e la madre, perchè rei di non aver saputo correggerla. In seguito penserò anche a lei!

Dietro questa minaccia, Maria Francesca desistette dal suo proposito, e rimase a Florinas per allevare la sua creatura. Ella continuò a vivere miseramente nel suo tugurio, lontana dai genitori, che la trascurarono.

* * *

Mio suocero, come ho detto, era sempre malaticcio e non usciva di casa. Dopo la morte di Pietro Rassu e del carabiniere Maronero egli temeva la mia vendetta — poichè si era venuto a sapere, che l’agguato era stato ordito dietro il suo falso rapporto a mio riguardo. Egli sperava sempre che il prete e i suoi sicari fossero riusciti ad uccidermi, o a mandarmi alla forca.

Prete Pittui, completamente ristabilito, continuava a stancare la pazienza di tutti colle sue prepotenze, i suoi ricorsi, e i malumori che suscitava dovunque. Il suo contegno bestiale, indegno di un ministro del Signore, aveva chiamato l’attenzione dell’alto clero, nè si tardò ad inoltrare reclami contro la sua condotta scandalosa.

A Cargeghe io aveva un cugino — certo Paolo Tolu — molto amico di monsignor Varesini, allora arcivescovo di Sassari. Questo Tolu era ammogliato con la nipote del canonico Scarpa rettore di Cargeghe, e più tardi canonico turritano.

Quando nel maggio monsignor Varesini, nel suo giro per la Cresima, si fermò a Cargeghe, il rettore Scarpa si affrettò ad informarlo di quanto era avvenuto fra me e il prete Pittui. Mio cugino Tolu, per le confidenze fattegli dall’amico rettore, fu in grado di fornirmi i seguenti ragguagli:

Recatosi Monsignore da Cargeghe a Florinas, volle interessarsi della mia causa. Anzitutto rampognò il prete Pittui di aver trasgredito gli ordini suoi; poichè, interdetto a dir messa per il sangue versato dietro le mie percosse, esso aveva continuato a consacrare. In seguito chiese schiarimenti ai tre preti di Florinas sulla condotta del loro compagno; ma le informazioni date non furono troppo lusinghiere.

Allora l’Arcivescovo mandò a lui il sagrestano maggiore per invitarlo a venire in chiesa: ma n’ebbe in risposta, che non poteva muoversi perchè ammalato.

Costretto finalmente a presentarsi dinanzi a Varesini, questi lo esortò severamente a smettere la superbia e la prepotenza, e a dare il buon esempio della mansuetudine cristiana, col non intromettersi nei fatti altrui.

Prima di lasciar Florinas, monsignor Varesini impose a prete Pittui di presentarsi entro la settimana alla Curia di Sassari, avendo urgente bisogno di conferire con lui.

Il Pittui — colla solita scorta di carabinieri — venne a Sassari dopo gli otto giorni. Presentatosi verso le nove all’Episcopio, monsignor Varesini gli fece dire dal suo segretario che lo avrebbe ricevuto alle dieci. Ritornato all’ora indicata, lo si pregò che tornasse alle undici. E così di seguito, tre volte alla mattina e tre volte alla sera, fu per otto giorni rimandato il ricevimento, costringendo il povero prete a tante passeggiate inutili ed umilianti. Era questa una delle punizioni ecclesiastiche, che s’infliggevano dall’Arcivescovo ai sacerdoti colpevoli[27].

Trascorsi gli otto giorni, il prete Pittui si era dato a letto, dicendosi ammalato. Egli aveva preso alloggio nella casa di una mia zia — certa Catterina Angela Cugurra, moglie ad Antonio Alivesi — abitante dietro la _Munizione vecchia_. La famiglia Alivesi era molto amica del prete; il quale, durante la malattia, ebbe da essa cure assidue ed affettuose.

La malattia fu piuttosto lunga. Per una diecina di giorni il prete fu assalito da febbri violenti, e nel delirio non faceva che contorcersi fra le coltri, gridando ogni tanto, rivolto a mia zia:

— Eccolo... È là!.... egli viene!... Giovanni Tolu mi uccide!

E col mio nome sulle labbra, in preda a fissazioni di percosse e di ferimenti, egli morì a Sassari, nella casa in cui di consueto veniva ospitato[28].

Ebbi ragguagli della sua fine dalla stessa mia zia Catterina.

Il prete Giovanni Masala Pittui scese nel sepolcro sette mesi dopo le percosse da me ricevute — nè furono esse la causa della sua morte, come alcuni osarono asserire. Forse fu Monsignore che l’uccise!

La sua scomparsa dal mondo mi allegerì di un gran peso. Avevo la convinzione che le mie _legature_ fossero finalmente sciolte, e che non tarderei a riacquistare l’intiera mia forza — quella forza, che il rettore di Dualchi diceva in me diminuita!

CAPITOLO VI.

Duello a morte.

Morto il prete, i congiurati divennero più mansueti. Non avevano più impegni da soddisfare, nè odî da sposare per conto di terzi. Diversi avevano già ricevuto una buona lezione, come lo Zara ed il Piana, e non volevano cimentarsi meco, poichè avevano bisogno di vivere dal lavoro.

Lo Zara, per mezzo di amici intermediari, era venuto a spiegazioni, e gli promisi di non più molestarlo; e così parimenti avvenne di Giovanni Antonio Piana, il marito della serva. Costui, dopo la rottura del braccio, viveva in continua agitazione, e finì per raccomandarsi ad amici comuni perchè io non l’offendessi.

Un giorno lo fecero abboccare con me. Io gli dissi:

— Io non ho più ragione di dolermi di te. Fa il fatto tuo, e non verrai molestato. Ben so che sei lo zio di mia moglie; ma puoi vivere in pace, senza immischiarti nelle nostre questioni coniugali. Siamo intesi!

Il Piana fu assai lieto della nostra conciliazione; tanto più che il prete era nell’altro mondo, ed egli nulla aveva da guadagnare tenendomi il broncio.

Da quel giorno visse tranquillo, e sembrò un altro uomo; tuttavia non riebbe mai la mia intiera fiducia, poichè le riconciliazioni non mi andarono mai a sangue. Perdono sì — ma confidenza col vecchio nemico, mai!

Fatta la pace, un bel giorno Giovanni Antonio mi pregò di accettare un regalo. Egli mi donò una vecchia pistola ed un lunghissimo pugnale, che già appartenevano al prete Pittui. Accettai l’una e l’altro.

* * *

Il solo congiurato inconciliabile, dopo la morte del prete, era stato Francesco Rassu. Fra me e lui era un odio profondo, che ci celavamo a vicenda, in attesa di un’occasione per manifestarcelo apertamente.

Francesco mi vinceva di otto anni; era un uomo robusto, coraggioso, temerario, e fra i più forti del paese. Me ne guardavo, perchè sapevo che mi avrebbe ucciso, se gli fossi venuto a tiro. La lontana parentela, da cui eravamo vincolati, ci consigliava un po’ di ritegno; ma era un’ipocrisia reciproca.

La prima volta che mi trovai solo con lui fu nelle aie di _Corona maggiore_, territorio di Florinas. Era di settembre, ed egli dormiva saporitamente sotto ad una pianta. Lo fissai per alcuni minuti, indeciso se io dovessi cogliere l’occasione per ucciderlo. Due pensieri me ne distolsero: la raccomandazione di mio zio, e la storia dei _Reali di Francia_[29].

— Ucciderlo nel sonno — pensai — sarebbe una vigliaccheria. Ho impresse le parole che il Duca Salardo rivolse a Fioravanti dormente: «— Se lo uccido, diranno che l’ho riconosciuto più forte di me! —»

Mi chinai, e lo scossi.

— Dormi così, eh?

Francesco Rassu balzò sulle ginocchia e mi squadrò quasi atterrito.

— Sì... dormivo.

Gli porsi alcuni aranci, e mangiammo.

— Come vai? — mi disse con un certo interesse.

— Così: piano piano!

Stette un momento soprapensiero, indi soggiunse:

— Ho i saluti da darti per parte di Francesco Serra di Tiesi.

— Vieni di là?

— Sì.

Il Serra ere il famoso _commissario_ dei Carabinieri.

— Se fosse stato a Florinas — risposi con sarcasmo — non te li avrebbe dati i saluti per me! Qui però non potrebbe trovarmi... a meno che tu non mi facessi la spia!

Francesco mi guardò bieco:

— Io farti la spia... per lui?

— Guardati bene, veh? che tu non pianga i peccati di Francesco Serra!

Ci guardammo alcuni istanti in cagnesco, e lo piantai là, senz’altro dire.

Passarono alcuni mesi da quel giorno; ma quantunque odiassi a morte quell’uomo, volli rispettare la raccomandazione di mio zio, e aver riguardo al vecchio Rassu, col quale ero in buoni rapporti.

Stanco infine delle continue minaccie di Francesco, che mi venivano riferite, ero deciso di farla finita: o ammazzarlo, o farmi ammazzare.

Un giorno, che mi trovavo nell’ovile di mio zio, esclamai con amarezza:

— Io vivo da qualche tempo in angustie per il contegno di quel perfido; non mi trattiene che il tuo consiglio. Temo, però, che qualche giorno io debba pagar cara la mia ubbidienza!

Lo zio quel giorno si strinse nelle spalle, e mi rispose, senza guardarmi:

— Fa come vuoi!

Non disse altro; e poco dopo mi allontanai dal suo ovile.

Mi diedi a girovagare per la campagna, pregando la mia buona stella che mettesse Francesco a tiro del mio fucile. Ben sapevo che da qualche tempo andava vantandosi, che non avrei potuto sfuggire all’odio suo.

Il giorno seguente — vera fatalità — mentre stavo sdraiato a ridosso d’una roccia, vidi passare nella strada sottostante Francesco Rassu, a cavallo.

Balzai in piedi di scatto, spianai il fucile, e feci fuoco, quasi senza prenderlo di mira.

— Misericordia, son morto! — gridò Francesco, e precipitò di sella.

Una paesana, che veniva dietro a lui, m’impedì di constatare la sua morte. Temendo d’essere riconosciuto, mi cacciai prestamente nelle macchie, e presi il largo senz’essere avvertito.

Errai di qua e di là tutta la notte, contento del colpo fatto. Verso l’alba capitai in un ovile, ed ivi appresi che Francesco era stato trasportato a Florinas, ferito alla milza, e non mortalmente.

Mi morsi le dita per dispetto; e tanta fu la mia stizza per il colpo mancato, che decisi di recarmi la stessa sera a Florinas, per uccidere il mio nemico dentro casa.

E così feci. Approfittando delle tenebre, giunsi fin sulla soglia dell’abitazione di Francesco Rassu, risoluto di fucilarlo sul suo letto; ma, per mia sfortuna, il medico, il pretore, e il cancelliere avevano fatto trasportare il ferito nella camera che dava al cortile, nè mi fu possibile tradurre in atto il mio proposito. Rimandai il colpo a un’altra volta, facendo voti che il mio nemico guarisse presto!

Un mese dopo, completamente guarito, Francesco si era alzato da letto per accudire alle sue faccende.

Quantunque non mi avesse veduto, egli era certo che il colpo non poteva essergli venuto che da me. Seppe però abilmente dissimulare, nè con alcuno mosse lagnanza dell’accaduto. Era scaltro e sapeva il fatto suo!

Un giorno chiamò a sè i miei fratelli Peppe e Giomaria, e disse loro che aveva bisogno di parlarmi.

Quando mi comunicarono il desiderio di Francesco, risposi a’ miei fratelli:

— Datemi prima da mangiare, e poi conducetemelo. Mi troverete alla _Serra_, vicino al villaggio.

In compagnia de’ miei fratelli e di un suo cognato, Francesco Rassu venne sul tardi all’appuntamento.

— Buona notte! — disse con tono secco.

— Buona notte! — risposi — Come vai?

— Coi piedi! — esclamò bruscamente.

— Non ti chiedo notizie dei piedi, ma della tua ferita!

Francesco capì che bisognava cambiar tono.

— Non vedi — disse — che mi hanno bucato le costole? Sono qui venuto per parlarti a quattr’occhi!

— Perchè a quattr’occhi? Qui non vedo che tuo cognato e i miei fratelli. Siamo dunque in famiglia, e puoi parlare in faccia a tutti. Nessuno dei presenti ti vuol male, poichè ci unisce un vincolo di parentela.

Francesco, com’era venuto, si era messo al mio fianco; ed avevo notato che teneva le mani sotto al cappotto, carezzando forse la sua pistola. Io stava ad occhi aperti, colla destra sul pugnale, risoluto a freddarlo al minimo movimento. Per fortuna non si mosse, perchè i miei fratelli gli piantavano gli occhi addosso.

— Che vuoi dunque? — gli chiesi, vedendo che esitava a parlare.

— Mi hanno bucato le costole! — ripetè con amaro sorriso — ed io vengo per chiederti aiuto nella vendetta. Sarai compensato con danaro, o con pari aiuto se ne avrai bisogno.

Sogghignai amaramente, e gli risposi con calma glaciale:

— Te ne sei accorto troppo tardi! Tu ben lo sai, che non son buono a nulla! — Quando hai tentato di uccidere Pietro Pintus, ti sei rivolto ad altri, e non a me; e ciò sa tutto il mondo!

Quando hai ucciso Giomaria Ledda, fosti pagato dal signor Antonio Luigi; ma non avesti bisogno del mio braccio. — Quando hai freddato l’uccisore di tuo fratello Paolo (ch’era in tresca con una sua sorella) non chiedesti il mio aiuto, nè compenso in danaro; e con ragione, perchè la tua vendetta era santa. — Quando vilmente hai assassinato l’eremitano di Santa Maria d’Ese per rubargli i porcellini, non è a Giovanni Tolu che hai chiesto mano forte. — Quando a Tissi hai commesso la grassazione in casa del signor Sercis e della sua signora, non hai avuto bisogno dell’opera mia. — Quando, infine, dentro Florinas, hai derubato la casa di Salvatore Piras, non è a me che ti sei rivolto per tenerti il sacco. Te lo ripeto: io non son buono a nulla; e con ragione non mi hai cercato!

— Hai finito?

— Non ancora. Devo dirti una sola cosa, che terrai a mente: — se tu verrai ucciso facendo il fatto tuo, puoi star sicuro che ne proverò dispiacere; ma se mai ti uccideranno facendo il fatto altrui, ti prevengo che godrò della tua morte. Bada, dunque, a’ tuoi affari, Francesco, se vuoi vivere tranquillo! Ricordati, che a Florinas non sono pochi quelli ch’ebbero la disgrazia di essere, come te, feriti; eppure, ravveduti dei loro errori, non hanno più ricevuto alcuna molestia dai nemici. Così pure potrà avvenire di te... se metterai giudizio.

Francesco, a capo chino, ascoltò fino in fondo la mia tirata, senza un atto di dispetto nè d’impazienza.

— Ho capito, e sta bene! — borbottò; e senz’altro fece cenno a suo cognato d’incamminarsi, e si mosse lentamente verso Florinas — seguito dai due miei fratelli; i quali avevano il dovere di scortarlo fino alla sua abitazione, come si usa in simili convegni.

* * *

Una settimana dopo venni avvertito, che Francesco si era scatenato contro di me senza alcun ritegno — non curandosi di celare la sua ferma intenzione di uccidermi, dovunque mi avesse trovato. Egli si recava sfacciatamente a far visita di casa in casa in Florinas, e d’ovile in ovile in campagna, col proposito di farmi la spia.

I barracelli — quasi tutti in mio favore — mi tenevano informato d’ogni sua mossa, e mi avvertivano di stare in guardia e di non fidarmi.

Infastidito di questi continui rapporti, capitai una sera nell’ovile dello zio Rassu, col quale mi tenevo in buoni accordi. Lo trovai sulle furie contro il suo nipote Francesco, col quale la mattina si era bisticciato, a causa del passaggio di un branco di pecore sul fiume vicino.

Approfittando del suo stato d’animo, gli dissi con risentimento:

— Zio Giovanni Andrea; devo dirvi che più non riesco ad aver pace per colpa di Francesco. Non siete dunque più buono a correggere vostro nipote?

— La sola palla riuscirà a correggerlo — lasciò scapparsi il vecchio, ancora sdegnato per il diverbio avuto col nipote.

— Dunque...?

— Dunque, se hai conti da liquidare con Francesco, sei matto se non ti aggiusti!

Il vecchio non disse altro, nè d’altro gli parlai, per paura di fargli cambiar idea. Mi allontanai dicendogli:

— Buona sera... e a rivederci!

— Buona sera!

Per tre giorni consecutivi diedi a Francesco una caccia senza tregua. Arrivai persino ad impostarlo, dopo l’imbrunire, a pochi passi dalla sua abitazione, dentro Florinas; ma non mi venne fatto d’imbattermi in lui. La gente era per le vie, lungo le viottole, ed io non volevo troppo espormi.

Non è facile nei nostri villaggi tendere l’agguato ad un uomo; poichè colui che crede di aver nemici non batte mai la stessa strada, sì nell’uscire, come nell’entrare in paese.

Dopo la terza notte ch’io tentavo Francesco, mi venne l’idea di fargli la posta in un punto non troppo lontano dal paese, per dove speravo potesse ei passare per recarsi in campagna. Il mio nemico cambiava cento volte di strada, ed io doveva affidarmi al solo caso.

L’inferno questa volta volle favorirmi.

Ero stato colà tutta la notte, intirizzito dal freddo. Mancavano ancora due ore all’alba, ed eravamo ai primi di gennaio.

Mi ero dato a percorrere per lungo e per largo la regione di _Badu ludrosu_, quando vidi un individuo a cavallo che percorreva una viottola, seguito da un braco.

Non ne feci caso, perchè avevo notato che quell’uomo aveva le brache di lino, e non i calzoni neri che soleva portar Francesco. Tuttavia volli tenergli dietro per curiosità, perchè mi parve di riconoscere il suo cane.

Rifeci un lungo giro per le tanche, fino a trovare una posta comoda e sicura.

Era proprio lui: Francesco Rassu, armato, e a cavallo. Io era a piedi.

Mi fermai al punto di _Pedru majolu_; montai il grilletto del fucile, e, quando Francesco mi venne a tiro, gli sparai.

Il colpo non partì; ed egli continuò la sua strada senz’alcun sospetto.

Gli tenni sempre dietro saltando siepi e scavalcando muri, e tornai a montare il grilletto, dopo aver rinnovato il fulminante.

Mancatomi il colpo anche questa volta, mi venne in mente una rivelazione fattami parecchie settimane addietro. Francesco Rassu, dopo esser stato da me ferito, era andato a consultarsi da un suo zio frate; il quale lo aveva esorcizzato, assicurandogli che di piombo non sarebbe più morto.

Per alcuni sassi da me smossi saltando un muro, Francesco si accorse finalmente d’essere pedinato; e allo sbocco d’una stretta gola smontò da cavallo, con animo deliberato di affrontare l’avversario. Era un uomo coraggioso ed audace, e faceva assegnamento sulla propria forza.

Senza più esitare gli andai arditamente incontro; spianai il fucile, e feci scattare il grilletto.

Neanco questa volta l’arma prese fuoco.

Il Rassu, colto all’improvviso, fece un brusco movimento, come per scansare il colpo; ma io, vedendomi ormai perduto, colla sveltezza di un gatto selvatico, gettai a terra il fucile, spiccai un salto, e mi riuscì di afferrare la canna della sua pistola, nel momento che egli me la scaricava quasi a bruciapelo. Era un pistolone antico, a piastra; la pietra focaia aveva acceso la polvere nella cassetta, ma il colpo non era partito.

Io stringeva colla destra il suo pugno, e colla sinistra giunsi ad afferrarlo per i lunghi capelli, che gli scendevano sulle spalle. Francesco, alla sua volta, mi teneva per la barba, e cercava di colpirmi alla testa colla canna della pistola.

Restammo alcuni minuti in piedi, lottando corpo a corpo con tutte le forze, per disvincolarci. Era questione di vita o di morte: uno di noi quel mattino doveva scomparire dal mondo.