Part 49
1º Errore. — _Non sappiamo d’onde lo storico abbia attinto questa cifra. Essa è patentemente erronea. L’esercito del Volturno sotto il comando del generale Ritucci componevasi di tre_ DIVISIONI COMPLETE _di fanteria ed una di cavalleria, e quando si aggiunga a queste le armi secondarie e il presidio di Capua, si supera di molto la cifra di quarantamila uomini da noi stabilita_.
Pag. 295-296. «I Garibaldini s’erano distesi sulla sinistra del Volturno; debole era la loro sinistra attorno a Santa Maria, aggirabile la loro destra per l’alto Volturno e i monti sopra Caserta e Maddaloni. La loro situazione era ancora più pericolosa di quella dei Toscani a Montanara e Curtatone nel 1848.»
_Questo lo vide e lo disse anche Garibaldi. Ma perchè lo storico non soggiunse che quella situazione, data l’esiguità delle forze garibaldine, era la sola tenibile in quel caso?_
Pag. 296. «Dal lato dei Garibaldini la divisione Medici teneva Sant’Angelo, la divisione Cosenz Santa Maria, Türr stava presso Caserta, Bixio presso Maddaloni, Garibaldi aveva il suo quartiere in Caserta. Il 1º ottobre quindicimila Borbonici con molta cavalleria, sboccando da Capua sotto il comando del generale Ritucci, assaltarono all’improvviso e con molto impeto la sinistra dei Garibaldini a Santa Maria....»
2º Errore. — _Il primo errore è dimostrato dal secondo. Se l’esercito borbonico sommava appena a ventimila uomini e quindicimila attaccavano Santa Maria, bisognerebbe supporre che all’attacco di tutto il resto della linea comprendente le posizioni di Sant’Angelo, Caserta, Maddaloni, il generale Ritucci non ne avesse impiegati che cinquemila, il che sarebbe stato semplicemente assurdo._
Pag. 296. «.... E di primo lancio s’impadronirono d’una gran parte di quella città....»
3º Errore. — _I Borbonici, come narrammo, non s’impadronirono mai d’alcuna parte, nè grande nè piccola, di Santa Maria. Essi non poterono mai oltrepassare la linea di Porta Capuana_.
Pag. 296. «L’attacco si estese prontamente a sinistra su Sant’Angelo, ove il combattimento fu vivissimo. La divisione Türr s’avanzò a rinforzo. Un reggimento toscano, condotto dal colonnello Malenchini, investì il fianco destro degli assalitori dal lato di San Tammaro....»
4º Errore. — _Il Türr condusse i rinforzi sol quando fu chiamato da Garibaldi, il Malenchini ribattè gli assalti dell’estrema destra nemica sul lato di San Tammaro, ma in principio non in fine della battaglia e non in guisa da liberar San Tammaro, ma solo da contrastar la posizione. Il contr’attacco decisivo fu diretto tra Sant’Angelo e Santa Maria e capitanato, siccome scrivemmo, da Garibaldi in persona. Non sono, a tutto rigore, errori, ma inesattezze che sfigurano l’aspetto della battaglia_.
Pag. 296-297. «Par tuttavia tra quelle milizie tumultuarie, composte la massima parte di gente eccessivamente sensitiva e affatto nuova alla guerra, quel vigoroso assalto cagionò grande scompiglio, anzi fuga e sbandata che portò lo spavento fin nel cuore di Napoli.»
5º Errore. — _Di fuggiaschi e di sbandati ce ne furono di certo, come ce ne sono in tutti gli eserciti e in tutte le battaglie; ma parlare «di fuga e sbandata che portò lo spavento fino a Napoli,» come se tutto l’esercito garibaldino avesse dato le spalle al primo urto, è peggio che errore. Non si può accusare di fuga e sbandata un esercito inferiore di numero che contrasta il terreno per oltre sei ore e dà tempo alle sue riserve di soccorrerlo._
«.... Ma Garibaldi, Medici, Türr ed altri capi minori con quelle poche migliaia di valorosi che loro rimasero, sostennero e rintuzzarono l’attacco, che impetuoso da principio, poi sul più bello languì e sfumò indietro per mancanza di spinta, d’alimento, di buona direzione. I soldati aveano fatto assai bene la parte loro, ma i Generali non s’accorsero nemmeno dei vantaggi che aveano ottenuto, perchè erano troppo lontani dal luogo ove le loro truppe combattevano, e sentito che il nemico resisteva, invece di mandar rinforzi e spingere innanzi comandarono la ritirata, e l’effetto fu come di una sconfitta....»
6º Errore. — _La frase ambigua: «e l’effetto fu come di una sconfitta,» ci toglie di penetrare la vera intenzione dell’Autore. Se egli ha voluto dire che la sconfitta de’ Borbonici fu più apparente che reale, i particolari della battaglia da noi narrati lo smentiscono_.
Pag. 297. «Anche la cavalleria v’ebbe qualche parte, con isvantaggio dei Borbonici, che furono ricacciati dagli Usseri ungheresi. I Garibaldini inseguirono fin presso Capua. La perdita dei Borbonici fu di circa duemila uomini, quella dei Garibaldini di circa millecinquecento uomini.
7º Errore. — _La cifra delle perdite borboniche è arbitraria. Se tra le perdite si devon computare i prigionieri, quelle de’ Borbonici superò di certo i quattromila. Quanto ai Garibaldini dicemmo più sopra che il danno loro fu di circa cinquecento morti, milletrecento feriti, milletrecento sbandati o prigionieri; molto maggiore quindi da quello affermato dallo storico._
Pag. 297. «Se nel concetto dei Generali del re Francesco quel fatto dovea essere una ricognizione (inopportunissima), il risultato più ragionevole avrebbe dovuto esserne una vera battaglia il dì seguente. Ma così non fu. Dal canto suo Garibaldi, che in quel dì s’era veduto quasi sfuggir di mano, insieme a tanta parte delle sue forze, la vittoria e la fortuna....»
8º Errore. — _Come Garibaldi, che a capo di ventimila ribatte l’assalto di quarantamila, prende loro circa tremila prigionieri e richiude il rimanente in una fortezza, si sia veduto sfuggir di mano la «vittoria e la fortuna,» davvero non sappiamo comprendere. Che far doveva Garibaldi? forse dar l’assalto a Capua?_
Pag. 297. «.... Aveva chiesto al Ministro del re Vittorio Emanuele a Napoli il sussidio di alcuni battaglioni di truppe regolari, che là stavano nel porto sui navigli di S. M., e quegli avea fatto sbarcare il primo battaglione Bersaglieri e lo avea avviato in fretta a Maddaloni e Caserta....»
9º Errore. — _Non fu veramente Garibaldi a chieder rinforzo delle truppe piemontesi, bensì il suo Capo di Stato Maggiore, il Sirtori; ma tralasciando questo, fa maraviglia che un ufficiale dell’esercito regolare ignori che le truppe dell’esercito settentrionale, venute da Napoli a Caserta la sera del 1º ottobre, furono non solo un battaglione di Bersaglieri, ma anche un battaglione del 1º reggimento della brigata Re_.
Pag. 297. «_Combattimento di Caserta_ (_2 ottobre_). — Frattanto il corpo aggirante di sinistra (generale Von Mechel), passato il Volturno a Caiazzo, era stato ritardato dalle cattive strade nella sua marcia alla volta di Caserta, sicchè la sua azione tattica nella giornata del 1º non s’era estesa più là che a tenere a bada Bixio. La mattina del 2, non avendo ancora notizia di ciò che era avvenuto il dì prima e dei mutati intendimenti del Re, quel corpo scese su Caserta. Ma intanto che un corpo di Garibaldini, rinforzato dal primo battaglione Bersaglieri, lo tratteneva di fronte sulle alture di Caserta Vecchia, Bixio da Maddaloni si portava a tagliargli la ritirata al Ponte delle Valli, in conseguenza di che una parte di quella mal capitata colonna (duemila uomini circa) posava le armi. V’era in tutto ciò motivo sufficiente da crescer l’animo ai Garibaldini e scemarlo ai Borbonici, tra i quali i malumori contro i loro ufficiali e Generali proruppero allora più violenti nelle aperte accuse di viltà e tradimento. Garibaldi rassicurato riprese il suo disegno di manovrare contro la sinistra del nemico.»
10º Errore. — _Gli spropositi intorno a questa giornata sono tanti, che davvero non ci è che una frase sola per confutarli: tutto falso. Falso che il corpo aggirante di sinistra, Von Mechel, passasse il Volturno a Caiazzo; falso che mirasse a Caserta; falso che attaccasse il Bixio a Maddaloni solo per tenerlo a bada. Von Mechel era già da giorni di qua dal Volturno; veniva dalla grande strada di Piedimonte d’Alife, marciava direttamente su Maddaloni coll’intendimento di sfondare l’estrema destra garibaldina e aprirsi di là la via per Napoli. Il corpo che passò il Volturno presso Caiazzo diretto su Coperta era quello del Perrone, spalleggiato dal Ruiz, e fu arrestato il 1º d’ottobre a Castel Morone e fatto prigioniero il 2, non colla sola opera del Bixio, ma con quella altresì, come dicemmo, di Garibaldi e del Sacchi che lo circuirono dalla loro sinistra_.
E basti. Se così nei nostri Istituti militari si insegna la storia delle battaglie italiane, che cosa sarà mai di quella delle altre nazioni?
[136] La comandava il maggiore Carlo Smiles, e non il colonnello Peard (accrebbe lo sproposito stampando _Pearce_), come scrive il CANTÙ, _Cronistoria_, vol. III, parte II, pag. 509. Nel rimanente gli spropositi, e usiamo mite parola, di questo libro sono tanti e tali, nella parte militare principalmente, che ci è impossibile, non che confutarlo, leggerla seriamente.
[137] Erano settemila, sopra un esercito (contando i depositi, i presidii, i servigi d’amministrazione e d’intendenza) di trentacinquemila.
[138] ALBERTO MARIO, _Garibaldi_, pag. 53.
[139] È però ammiranda, non saprei dire se più per schiettezza o per abilità, la Nota da lui diretta il 9 novembre alla Prussia, la sola che coll’Inghilterra non avesse ritirato il suo rappresentante; e nella quale ribatteva con stupenda eloquenza tutte le censure mosse all’occupazione delle Marche e dell’Umbria dal barone Schleinitz, ministro di S. M. Prussiana nella sua Nota del 13 ottobre. Vedi BIANCHI, _Storia docum_. citata.
[140] Non la ottenne però che nella seduta dell’11 ottobre, in cui fu votato quest’Ordine del giorno:
«La Camera dei Deputati, mentre plaude altamente allo splendido valore dell’armata di terra e di mare e al generoso patriottismo dei Volontari, attesta la nazionale ammirazione e riconoscenza all’eroico generale Garibaldi che, soccorrendo con magnanimo ardire ai popoli di Sicilia e di Napoli, in nome di Vittorio Emanuele restituiva agl’Italiani tanta parte d’Italia.»
E questo articolo di legge:
«Il Governo del Re è autorizzato ad accettare e stabilire per reali decreti l’annessione allo Stato di quelle provincie dell’Italia centrale e meridionale, nelle quali si manifesti liberamente, per suffragio diretto universale, la volontà delle popolazioni di far parte integrante alla nostra Monarchia costituzionale.»
Fu in quel giorno che il conte di Cavour pronunciò uno de’ più eloquenti ed ispirati discorsi della Tribuna italiana; e, per ardimento di concetti, uno de’ più rivoluzionari che uomo di Stato abbia pronunciato da cento anni a quest’oggi. Vedi _Il Conte di Cavour in Parlamento_, Discorsi raccolti da I. ARTOM e A. BLANC. Un volume. Firenze, Barbèra, 1868.
[141] È uno degli scritti più infelice del Farini, che pure ne dettò in quegli anni di felicissimi.
[142] Vedi l’Ordine del giorno del 28 settembre 1860. PECORINI, op. cit. pag. 218-219:
«Caserta, 28 settembre 1860.
»Il Quartier generale è a Caserta: i nostri fratelli dell’esercito italiano comandato dal bravo generale Cialdini combattono i nemici d’Italia e vincono.
»L’esercito di Lamoricière è stato disfatto da quei prodi. Tutte le provincie serve del Papa sono libere. Ancona è nostra: i valorosi soldati dell’esercito del Settentrione hanno passato la frontiera e sono sul territorio napoletano. Fra poco avremo la fortuna di stringere quelle destre vittoriose.
»_Firmato_: G. GARIBALDI.»
[143] Frase del Farini a sazietà ripetuta, a sazietà rimproveratagli.
[144] Questa, secondo la _Presse_ francese, fu la lettera di Garibaldi al Re, portatagli dal marchese Trecchi:
«Sire,
»Congedate Cavour e Farini, datemi il comando d’una brigata delle vostre truppe; datemi Pallavicino Trivulzio per prodittatore, ed io rispondo di tutto.»
Che in fatto di diritto costituzionale tutte le nozioni di Garibaldi si fermassero alla dittatura, questa lettera lo dimostra. Egli aveva del Re la stessa idea che ne ha il popolo. Il Re può fare e disfare i Ministri; i Ministri soli sono i cattivi genii del Re: solo il Re è buono, anzi bonario, come nei melodrammi, ec.
[145] Tornata della Camera dei Deputati dell’11 ottobre 1860.
[146] Sentenza dello ZINI, _Storia_ citata, vol. I, parte II, pag. 757.
[147] Si sa che il Mazzini rispose con altra lettera sdegnosa, risolutamente ricusando di partire.
[148] Ecco la prima parte del decreto del prodittatore Mordini:
«In virtù dell’autorità a lui delegata,
»Considerando che i progressi delle armi italiane ravvicinano sempre più il giorno, nel quale sarà costituito sotto lo scettro costituzionale di Vittorio Emanuele II il Regno d’Italia;
»Considerando essere perciò conveniente che la Sicilia si trovi preparata a pronunziare anch’essa il suo voto per entrare in seno alla grande famiglia italiana;
»Volendo a tale oggetto stabilire le condizioni di tempo e di modo;
»Sulla proposta del Segretario di Stato per l’interno;
»Udito il Consiglio dei Segretari di Stato;
»Decreta e promulga:
»Art. 1º I Collegi elettorali, costituiti ai termini del decreto dittatoriale del 23 giugno 1860, sono convocati per il giorno 21 ottobre corrente ad oggetto di eleggere i respettivi loro deputati nel numero stabilito all’art. 4º del decreto.»
[149] Gli avversari suoi sostennero che la risposta era stata sfavorevole addirittura. Ma finora il vero si nasconde per difetto di documenti.
Il signor CARANTI però, nelle sue _Notizie intorno al plebiscito delle Provincie napoletane_ (pag. 330), non s’arrischia ad affermare che il Dittatore avesse autorizzato il Pallavicino a proporre in Consiglio dei Ministri quel decreto, nè molto meno promesso di approvarlo.
[150] _Notizie sul plebiscito nelle Provincie napoletane_, pag. 334.
[151] CARANTI, _Notizie sul plebiscito_, ec., pag. 335.
[152] Ecco il Discorso pronunziato in quel giorno:
«In questa Capitale regna la discordia e l’agitazione. Sapete voi chi l’ha eccitata? Quegli stessi che mi hanno impedito di combattere gli Austriaci con quarantacinquemila Volontari; che nell’anno scorso mi vietarono di accorrere con venticinquemila uomini alla vostra liberazione; quegli stessi che spedirono La Farina a Palermo, e chiesero l’immediata annessione, quelli cioè che volevano impedire a Garibaldi di passare lo Stretto e cacciare Francesco II. Si è gridato: morte a questo, morte a quello! Si è gridato contro i miei amici. Gli Italiani non deggiono gridare morte l’uno contro l’altro, essi tutti deggiono stimarsi ed amarsi, perchè tutti hanno contribuito a fondare l’unità d’Italia. Quando sorge discordia, accorrete a me. Non venga una deputazione di marchesi e di principi, ma di semplici popolani, ed io disperderò i dissidii e tranquillerò gli animi. Ieri vi dissi che sarebbe venuto il Re. Oggi ho lettera di lui. Il 9 le sue truppe passarono il confine, e due giorni or sono Vittorio Emanuele si pose alla testa del suo valoroso esercito. Laonde fra breve noi vedremo il nostro Re. Durante questo stato di transizione fate che regnino dovunque la tranquillità, la prudenza, la moderazione; si mostri il popolo napoletano quel bravo popolo che è. Facciamo l’Italia una, a dispetto di quelli che la vorrebbero scissa per tenerla schiava!» — RUSTOW, op. cit., pag. 564.
[153] Abbiamo sott’occhio tre _Relazioni_ di quella importante riunione.
_Alcune notizie sul plebiscito delle Provincie napoletane_ di BIAGIO CARANTI, segretario particolare del Pallavicino, che scrisse colla sua approvazione, se non può dirsi sotto la sua dettatura.
Una _Relazione_ del generale TÜRR, pubblicata nel 1869, che parla dei fatti, a cui fu parte e testimonio. Una _Relazione_ infine del _Giornale Ufficiale di Napoli_, organo del ministro dell’interno Conforti, e che si deve ragionevolmente pensare riveduta ed approvata da lui. Se non che, mentre queste tre _Relazioni_, tutte ugualmente fededegne, sono concordi nei fatti sostanziali, non lo sono punto quanto ai particolari e mettono lo scrittore, costretto a prenderle per fonti, nella più grande incertezza. Sulla impossibilità pertanto di decidere quale sia la più completa e veridica, ci siamo appigliati al partito di comporre un’epitome di tutte e tre, scegliendo in ciascun racconto quelle parti che riferendosi a parole e fatti detti o compiuti dal raccontatore medesimo, o dal suo diretto ispiratore, v’è fondata ragione di credere che siano le più genuine. Il caso di veder narrato diversamente il medesimo fatto dagli stessi testimoni o attori è, pur troppo, frequentissimo, e fa correre per le vene dei terribili brividi di dubbio sull’autenticità della storia.
[154] Il 15 ottobre fu anche il giorno, in cui pubblicava il decreto da noi citato più innanzi a pag. 225. In quel giorno eran già entrati in linea sotto Capua a sollievo dei Garibaldini estenuati un reggimento di linea e tre battaglioni di Bersaglieri dell’esercito settentrionale.
[155] Il 15 ottobre Garibaldi scriveva e mandava da Sant’Angelo quest’altro Manifesto:
«_Per adempiere ad un voto indisputabilmente caro alla Nazione intera determino:_
»Che le Due Sicilie — che al sangue italiano devono il loro riscatto, e che mi elessero liberamente a Dittatore — fanno parte integrante dell’Italia una ed indivisibile — con suo re costituzionale Vittorio Emanuele ed i suoi discendenti.
»Io deporrò nelle mani del Re — al suo arrivo — la Dittatura conferitami dalla nazione.
»I Prodittatori sono incaricati dell’esecuzione del presente decreto.
»Sant’Angelo, 15 ottobre 1860.
»G. GARIBALDI.»
Che voleva egli dire? I Ministri ne furono allarmati e credettero scorgervi una nuova voltata del Generale, una seconda disdetta del plebiscito. Non tardarono però a ravvedersi. Garibaldi non aveva voluto con quelle parole che ripetere il suo programma: unire a quello del popolo napoletano e siculo il suo voto, e dichiarare che deponeva senza rancore e senza astio il potere.
[156] L’aveva annunziata Garibaldi stesso all’esercito meridionale con queste parole, che sembravano scelte accuratamente per dimostrare sempre più che nessun antagonismo era possibile fra i due eserciti, e ch’egli, Garibaldi, tenne la vittoria d’entrambi per vittoria della sola nazione.
«_Ordine del giorno 21 ottobre 1860._
»Il prode generale Cialdini ha vinto presso Isernia. I Borbonici sbaragliati hanno lasciato ottocentottanta prigionieri, cinquanta ufficiali, bandiere e cannoni.
»Ben presto i valorosi dell’esercito settentrionale porgeranno la mano ai coraggiosi soldati di Calatafimi e del Volturno.
»G. GARIBALDI.»
(PECORINI-MANZONI, op. cit., pag. 291.)
[157] Aveva seco due brigate della divisione Bixio; la brigata Eber e De Giorgis della divisione Türr e la Legione inglese.
[158] Di questo incontro di Garibaldi col Re fu molto favoleggiato. Fra le altre cose all’epico saluto di Garibaldi fu messa in bocca del Re la condegna risposta: «Salute al mio migliore amico,» che il Re non diede.
Anch’io in altri scritti credetti al romanzo. Alberto Mario mi disinganna. La risposta del Re fu assai più prosaica, ma vogliamo ritenere non meno cordiale.
[159] ALBERTO MARIO, _Garibaldi_, pag. 78.
[160] Forse, accettata l’offerta di Garibaldi, non sarebbe toccato all’esercito piemontese lo scacco del Garigliano (29 ottobre). Il tragitto del Garigliano avrebbe potuto essere tentato o almeno minacciato in più punti e avvenire prima e molto facilmente e sicuramente. E vado più in là: se Garibaldi fosse stato avvisato in tempo dell’avanzarsi de’ Sardi, avrebbe potuto passare prima in qualche punto il Volturno, e impedire o almeno turbare in modo tale ai Borbonici il passaggio del Garigliano da renderlo loro esiziale.
[161] Lettera di Garibaldi al re Vittorio Emanuele, 29 ottobre 1861.
[162] I commenti per quella mancanza furono molti, acerbi e lunghi. Noi non possiamo credere ad una pensata scortesia; ma nessun impedimento doveva trattenere Vittorio Emanuele dal rendere all’esercito meridionale quel meritato onore. Se il giorno 6 il Re era impedito, la rivista poteva differirsi, ma egli doveva assistervi.
Altre volte, in quei giorni, il Re, mal consigliato, mancò alle forme della cortesia, che erano in quel caso anco le forme della buona politica.
Così, per esempio, fece scrivere al generale Della Rocca un Ordine del giorno di encomio all’esercito garibaldino, che poteva scrivere egli stesso!
[163]
«Ai miei compagni d’armi.
»Penultima tappa del risorgimento nostro noi dobbiamo considerare il periodo che sta per finire, e prepararci ad attuare splendidamente lo stupendo concetto degli eletti di venti generazioni, il cui compimento assegnò la Provvidenza a questa generazione fortunata.
»Sì, giovani! L’Italia deve a voi un’impresa che meritò il plauso del mondo.
»Voi vinceste; — e vincerete, — perchè siete ormai istrutti nella tattica che decide delle battaglie!
»Voi non siete degeneri da coloro ch’entravano nel fitto profondo delle falangi macedoniche, e squarciavano il petto ai superbi vincitori dell’Asia.
»A questa pagina stupenda della storia del nostro paese ne seguirà una più gloriosa ancora, e lo schiavo mostrerà finalmente al libero fratello un ferro arruotato che appartenne agli anelli delle sue catene.
»All’armi tutti! — tutti; e gli oppressori — i prepotenti sfumeranno come la polvere.
»Voi, donne, rigettate lontano i codardi: — essi non vi daranno che codardi; — e voi, figlie della terra della bellezza, volete prode e generosa prole.
»Che i paurosi dottrinari se ne vadano a trascinare altrove il loro servilismo, le loro miserie.
»Questo popolo è padrone di sè. Egli vuol essere fratello degli altri popoli, ma guardare i protervi con la fronte alta; non rampicarsi mendicando la sua libertà — egli non vuole essere a rimorchio d’uomini a cuore di fango. No! no! no!
»La Provvidenza fece dono all’Italia di Vittorio Emanuele. Ogni Italiano deve rannodarsi a lui — serrarsi intorno a lui. Accanto al Re Galantuomo ogni gara deve sparire, ogni rancore dissiparsi! Anche una volta io vi ripeto il mio grido: all’armi tutti! tutti! Se il marzo del 61 non trova un milione d’Italiani armati, povera libertà, povera vita italiana!... Oh! no: lungi da me un pensiero che mi ripugna come un veleno. Il marzo del 61, e, se fa bisogno, il febbraio, ci troverà tutti al nostro posto.
»Italiani di Calatafimi, di Palermo, del Volturno, di Ancona, di Castelfidardo, d’Isernia, e con noi ogni uomo di questa terra non codardo, non servile; tutti, tutti serrati intorno al glorioso soldato di Palestro, daremo l’ultima scossa, l’ultimo colpo alla crollante tirannide!
»Accogliete, giovani Volontari, resto onorato di dieci battaglie, una parola d’addio! Io ve la mando commosso d’affetto dal profondo della mia anima. Oggi io devo ritirarmi, ma per pochi giorni. L’ora della pugna mi ritroverà con voi ancora — accanto ai soldati della libertà italiana.
»Che ritornino alle loro case quelli soltanto chiamati da doveri imperiosi di famiglia, e coloro che gloriosamente mutilati hanno meritato la gratitudine della patria. Essi la serviranno nei loro focolari col consiglio e coll’aspetto delle nobili cicatrici che decorano la loro maschia fronte di venti anni. All’infuori di questi, gli altri restino a custodire le gloriose bandiere.
»Noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme al riscatto dei nostri fratelli, schiavi ancora dello straniero, noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme a nuovi trionfi.
»G. GARIBALDI.»
[164] L’_Examiner_ citato dal _Giornale Ufficiale di Napoli_, quando però Garibaldi era ancora Dittatore.
[165] Garibaldi tentò istituire a Napoli anche i giurati (decreto del Dittatore, 11 settembre 1860); ma non avendo il Ministero Conforti stimato opportuno di introdurre i codici che erano necessario compimento alla Giuría, il decreto restò lettera morta.
[166]
«MINISTERO DELLA GUERRA.
»_Circolare a tutti gl’Ispettori delle diverse armi._
»In ordine a quanto prescrisse il Dittatore a Palermo, io rendo noto che l’uniforme da adottarsi per l’armata sarà perfettamente identico a quello dell’armata del re Vittorio Emanuele.