Garibaldi, Vol. 2 (of 2)

Part 48

Chapter 483,532 wordsPublic domain

[93] Ci atteniamo alle cifre date dal Medici nella sua lettera a Garibaldi, scrittagli da Cagliari il 12 giugno, e che si legge nel _Diario_ PERSANO (pag. 33), benchè il Resoconto del fondo del Milione di fucili, che abbiamo potuto consultare, presenti, circa al numero delle armi segnatamente, qualche differenza. Ma di ciò poco monta. Importa forse più mettere in sodo che le spese della seconda spedizione, checchè altri ne abbia scritto, furono tutte sostenute dallo stesso fondo del Milione di fucili sopra ricordato, come risulta da questo specchietto cortesemente favoritomi dal mio dilettissimo amico Enrico Guastalla, segretario allora del fondo dei fucili, ordinatore principale della spedizione Medici, in appresso Capo di Stato Maggiore della stessa Divisione: patriotta e soldato valoroso quanto modesto, che l’Italia presente degli arruffoni e dei ciarlieri dimentica, ma che la futura ricorderà.

_Seconda spedizione_. Colonnello GIACOMO MEDICI. _Battelli a vapore._

Importo dei tre vapori _Washington, Oregon e Franklin_ con approvvigionamenti e paghe agli equipaggi comperati in Marsiglia, comprese le spese di viaggi, telegrafi, corrispondenze e provvigioni. L. 752,489.55

_Oggetti d’armamento._

Nº 4850 fucili francesi. Nº 200 carabine _Enfield_. Nº 200 fucili di Liegi. Sciabole, _revolwers_, cartuccie, capsule ed altri accessorii, per 324,596.10 _Oggetti di equipaggiamento_, per 22,144.27 _Oggetti di abbigliamento_, per 60,266.64 Totale L. 1,159,496.56

[94] Vedi lettere sue al conte di Cavour del 10, 18, 25, 28 giugno e 2 luglio 1860.

[95] Vedi _Diario privato politico-militare_ dell’ammiraglio PERSANO, parte I, pag. 47. Lettera scritta dal conte di Cavour all’Ammiraglio stesso.

[96] Ecco quell’articolo:

«Sabato 7 corrente, per ordine speciale del Dittatore, sono stati allontanati dall’Isola nostra i signori Giuseppe La Farina, Giacomo Griscelli e Pasquale Totti. I signori Griscelli e Totti, côrsi di nascita, sono di coloro che trovano modo ad arruolarsi negli uffici di tutte le polizie del Continente.

»I tre espulsi erano in Palermo cospirando contro l’attuale ordine di cose. Il Governo, che invigila perchè la tranquillità pubblica non venga menomamente turbata, non poteva tollerare ancora la presenza tra noi di codesti individui venutivi con intenzioni colpevoli.» — Vedi _Epistolario_ di GIUSEPPE LA FARINA, tomo II, pag. 376.

[97] Di averlo ignorato lo disse all’ammiraglio Persano, al quale soggiunse anche di non lo voler disdire. — Vedi _Diario_ citato, pag. 73.

[98] Il conte di Cavour, il 13 luglio, scrivendo all’ammiraglio Persano, faceva l’ipotesi che Garibaldi si mettesse un giorno o l’altro in opposizione col Governo del Re; ma s’affrettava a soggiungere che questo non poteva accadere, se non quando si giudicasse dal Re giunto il tempo di operare l’annessione di Sicilia e Napoli. Ora queste parole provano che al dì 13 luglio, quel tempo il Conte non lo credeva ancora venuto. Del resto quella lettera del 13 luglio onorerà la previdenza, ma non certo la lealtà, del conte di Cavour, e basti la citazione di questo brano a provarlo:

«In quest’ipotesi (nell’ipotesi della resistenza di Garibaldi all’annessione), importerebbe sommamente che tutte le forze marittime passassero immediatamente sotto il di lei comando. Io son certo che noi possiamo fare affidamento assoluto sopra Piola. Ma ciò non basta; bisogna che egli possa portar seco tutti i legni che comporranno la squadra di Garibaldi, perciò sarebbe bene che questi legni fossero comandati da ufficiali fidati. Io la autorizzo quindi ad accettare le dimissioni di tre o quattro ufficiali della squadra, a cui Piola affiderebbe il comando dei varii legni, di cui il Governo della Sicilia dispone. Questi devono essere scelti in modo da non lasciare il benchè minimo dubbio sulla loro devozione al Re ed alla Monarchia costituzionale.

»In questo momento rispondo a Piola, che mi fece richiesta d’alcuni ufficiali, di rivolgersi a lei per conoscere le mie intenzioni, e che ha piena facoltà di mandarle ad effetto.»

Da questa lettera sarebbe difficile argomentare quale de’ tre personaggi il conte di Cavour, l’ammiraglio Persano e il comandante Piola facesse la più triste figura. Il conte di Cavour cospirava con un Ammiraglio del Re e un Ministro di Garibaldi stesso, tentando ammutinargli contro o portargli via la flotta. L’ammiraglio Persano doveva farsi complice della trama, dando a Garibaldi degli ufficiali di marina infidi, disposti, a un dato momento, ad abbandonarlo e tradirlo. Il signor Piola, ministro della Marina di Garibaldi, chiesto da lui e depositario della sua fiducia, doveva dar l’ultima mano al complotto, mettendo a bordo quegli ufficiali e consegnando al momento anche la squadra.

Fortunatamente quel disegno, nato certamente da un triste incubo del conte di Cavour, non ebbe bisogno d’esser mandato a compimento; ma quel disegno prova che, se Garibaldi credeva d’essere attorniato da insidie, non aveva tutti i torti. (Vedi _Diario_ citato, pag. 41.)

[99] Presiedevali Don Antonio Spinelli: n’erano principali per gli _Esteri_ Giacomo De Martino, per le _Finanze_ Giovanni Manno, per la _Giustizia_ Gregorio Morelli, per la _Polizia_ Liborio Romano.

[100] Alessandro Nunziante, duca di Mignano, figlio del tormentatore delle Calabrie, e stromento egli stesso delle ferocie di Ferdinando II: dopo aver chiesto di capitanare una spedizione contro Garibaldi, vistolo trionfante, tocco dalla grazia, chiedeva all’improvviso licenza dal suo esercito; offertogli il ritiro, lo rifiutava, rinviando con sdegno pomposo le sue decorazioni e indirizzando a’ suoi soldati un _addio_, nel quale li esortava a militare per la patria, «quasichè (dice bene lo Zini) egli avesse fino allora portato in petto la patria in compagnia degli esuli e dei macerati negli ergastoli.» Poi riparatosi a Torino e ricevuta colà la parola del conte di Cavour, circa la metà d’agosto torna nascosto a Napoli, e vivendo clandestino ora a bordo dell’ammiraglia del Persano, ora in casa d’amici, cospira a ribellare coll’oro del conte di Cavour l’esercito, al quale pur ora apparteneva; specialmente i Cacciatori, che, a sentirlo, si sarebbe tirati dietro al solo presentarsi. Ma nè egli si presentò, nè i Cacciatori si mossero; pure egli potè essere accolto nell’esercito italiano e morirvi generale! (Vedi _Diario_ PERSANO, parte II, pag. 16, 35, 36, 44, 66, 73, ec.)

[101] Era un antico legno da guerra borbonico; preso dai Palermitani nel 1848 e battezzato _Indipendenza_, ripreso dal Borbone e restituito al suo primo nome di _Veloce_.

[102] Fra i volontari eran chiamati così dal colore della divisa: tutte di tela bianca quelle del Dunn; con tuniche bigio-scure quelle del Medici.

[103] Alberto Mario la racconta con verità. Il Rustow scrisse che lo scontro avvenne nella prima carica, ma è un errore. Io udii narrare il fatto da Garibaldi stesso.

[104] Parole del testo della Convenzione 23 luglio 1860, tra il colonnello Anzani ed il generale Garibaldi.

[105] In questo, Liborio Romano passava al Ministero dell’interno e il generale Pianell a quello della guerra.

[106] PERSANO, _Diario_ cit., pag. 92.

[107] Anche prima di quel giorno, nell’annunciare allo stesso Ammiraglio la lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi, invitava l’Ammiraglio a non cercare d’influire sulle determinazioni di questi, confessando che _per poco esso sia ragionevole bisogna che il Governo del Re cammini con lui_; e dicendosi pronto a ritirarsi onde _facilitare_ lo stabilimento di una perfetta concordia tra Garibaldi e il Ministero.

Lettera del conte di Cavour al contrammiraglio Persano, estratta dal _Diario_ di questi, parte I, pag. 89.

[108] Al Türr ammalato e partito per ragione di cura per il Continente era subentrato nel comando della brigata l’ungherese colonnello Eber.

[109] Vedi _I Mille_, cap. XXXII, pag. 151-152. Che Garibaldi abbia ordinato egli stesso la spedizione romana, lo provano le lettere pubblicamente scritte al Bertani ed al Medici prima di partire da Quarto; l’approvazione tacita o espressa a tutti gli apparecchi fatti dal Bertani al medesimo scopo, e stando ad un’affermazione di Maurizio Quadrio, un telegramma che Garibaldi stesso avrebbe diretto dal Faro tra il 10 e l’11 agosto ad uno dei capi della spedizione romana, e che avrebbe suonato precisamente così: «Io scenderò in Calabria il 19 agosto, voi operate ad oltranza negli Stati romani.» Vedi il _Libro dei Mille del generale Giuseppe Garibaldi_, Commenti di MAURIZIO QUADRIO, pag. 47 e segg. Il Quadrio però non dice d’aver veduto egli il telegramma: afferma solo che fu veduto da Mauro Macchi, e che una copia autenticata da notaio ne fu consegnata per sua garanzia al colonnello Pianciani.

[110] Vedi _Diario_ PERSANO, quasi tutta la parte seconda.

[111] Lettera del conte Leopoldo di Siracusa al re Francesco del 24 agosto 1860, e Indirizzo del Ministero Liborio Romano allo stesso Re del 22 agosto.

[112] Vedi BIANCHI, _Storia documentata della Diplomazia europea_, vol. VIII, pag. 322-323.

[113] Vedi il Decreto nel _Diario_ PERSANO, parte II, pag. 117:

«Napoli, 7 settembre 1860.

»Il Dittatore decreta:

»Tutti i bastimenti da guerra e mercantili appartenenti allo Stato delle Due Sicilie, arsenali e materiali di marina sono aggregati alla squadra del Re d’Italia Vittorio Emanuele, comandata dall’ammiraglio Persano.

»_Firmato_: G. GARIBALDI.»

[114] L’ammiraglio PERSANO nel suo _Diario_ citato, parte II, pag. 135, narra:

«Vedo a terra l’ammiraglio Mundy. Egli mi dice che il signor Elliot, ministro d’Inghilterra, aveva avuto un abboccamento col generale Garibaldi a bordo dell’_Annibale_, essendo stato incaricato da Lord John Russell di dissuaderlo dal suo intendimento di attaccare la Venezia, dacchè tutto induceva a far credere che tale atto sarebbe tornato oltremodo dannoso all’Italia; per l’appunto come s’era detto fra noi due alcuni giorni prima: che il Dittatore, alla comunicazione fattagli dal signor Elliot, aveva risposto, essere egli risoluto di proclamare, ma dal Campidoglio, Vittorio Emanuele Re d’Italia; e che dopo ciò si sarebbe offerto uno de’ suoi luogotenenti per l’impresa della Venezia.»

[115] NICOMEDE BIANCHI, _Storia documentata della Diplomazia europea in Italia_ (1859-1861), vol. VIII, pag. 338-339.

[116] Consentiamo collo Zini (_Storia_ cit., pag. 702) che «l’arditezza del conte di Cavour venne a contraccolpo della prima arditezza di Garibaldi; onde questi, non quegli, fu il vero motore dell’impresa;» ma non per questo possiamo tenerci dall’ammirarle entrambe. Se anzi una censura può muoversi al conte di Cavour è di troppa temerità. Nel giorno infatti in cui egli spingeva metà dell’esercito sardo al di là della Cattolica, egli non era sicuro che l’Austria, che ingrossava nel quadrilatero, non l’avrebbe assalito. Tanto vero che scriveva a Persano: «Tenga la squadra pronta a partire per l’Adriatico. Faccia una leva forzata di marinai in codeste parti.... Dica al generale Garibaldi, da parte mia, che, se noi siamo assaliti, l’invito in nome d’Italia ad imbarcarsi tosto con due delle sue divisioni per venire a combattere sul Mincio, ec.» (_Istruzioni Cavour a Persano_, Torino, 22 ottobre 1860.)

Solo alcuni giorni dopo, essendo stato assicurato da Napoleone che l’Austria non l’avrebbe attaccato, o che altrimenti egli, almeno rispetto alla Lombardia, l’avrebbe impedito, il conte di Cavour respirò. Quando poi, nel convegno di Varsavia, la Prussia e la Russia accettarono il principio del non intervento, energicamente difeso dalla Francia e dall’Inghilterra, ogni pericolo svanì, e Cavour potè correre franco fino alla fine. Ma aveva giuocato un terribile giuoco. Per salvare l’Italia dal mostro della rivoluzione aveva rischiato di farla sbranare nuovamente dall’aquila austriaca. Ma poichè l’Austria in fin de’ conti non si mosse, e Cavour vinse la partita, non gli può essere negato l’applauso che ha sempre salutato il successo.

[117] Vedi la lettera del Mazzini nei _Mille_, di G. ODDO, pag. 708.

[118] Vedi il suo Proclama in data di Salerno, 7 settembre 1860:

«_Alla cara popolazione di Napoli_.

»Figlio del popolo, è con vero rispetto ed amore che io mi presento a questo nobile ed imponente centro di popolazione italiana, che molti secoli di dispotismo non hanno potuto umiliare, nè ridurre a piegare il ginocchio al cospetto della tirannide.

»Il primo bisogno dell’Italia era la concordia per raggiungere l’unità della grande famiglia italiana: oggi la Provvidenza ha provveduto alla concordia con la sublime unanimità di tutte le provincie per la ricostituzione nazionale; per l’unità essa diede al nostro paese Vittorio Emanuele, che noi da questo momento possiamo chiamare il vero padre della patria italiana.» (_Diario_ cit., parte II, pag. 115.)

[119] _Ire politiche d’oltre tomba_, di AGOSTINO BERTANI, pag. 74 e seg.

[120] Doveva alludere a Filippo Cordova e al barone Camerata Scovazzo.

[121] Pubblicava nello stesso senso un Manifesto, nel quale è notevole questo periodo:

«Essi vi hanno parlato (ai Palermitani) d’annessione, come se più fervidi di me fossero per la rigenerazione d’Italia — ma la loro mèta era di servire a bassi interessi individuali — e voi rispondeste come conviene a popolo che sente la sua dignità, e che fida nel sacro ed inviolato programma da me proclamato:

»ITALIA E VITTORIO EMANUELE.

»A Roma, popolo di Palermo, noi proclameremo il Regno d’Italia — e là solamente santificheremo il gran consorzio di famiglia tra i liberi e gli schiavi ancora, figli della stessa terra.

»A Palermo si volle l’annessione, perchè io non passassi lo Stretto.

»A Napoli si vuole l’annessione, perchè io non possa passare il Volturno.

»Ma in quanto vi siano in Italia catene da infrangere — io seguirò la via — o vi seminerò le ossa.....»

[122] Il maresciallo Ritucci, eletto comandante in capo dell’esercito borbonico, aveva sotto i suoi ordini tre divisioni di fanteria, una di cavalleria, alle quali aggiunte le truppe accantonate qua e là a guardia degli Abruzzi, i presidii di Gaeta e di Civitella del Tronto, si vede che la cifra di cinquantamila uomini sta piuttosto al di sotto che al di sopra del vero.

[123] Il Rustow, che pare sia stato uno dei consiglieri dell’operazione di Caiazzo, vorrebbe far credere che l’abbia ordinata Garibaldi stesso (Op. cit., pag. 892); ma ciò, siccome narrammo, non è. Garibaldi nel suo libro dei _Mille_ (pag. 276-277) respinge da sè la responsabilità dell’impresa tentata e contro ordine suo, con queste esplicite parole:

«Obbligato di lasciare l’esercito sul Volturno e di recarmi a Palermo per placare quel bravo e bollente popolo nell’esaltazione in cui l’avean spinto gli annessionisti, io aveva raccomandato al generale Sirtori, degno capo dello Stato Maggiore dell’esercito meridionale, di lanciar delle bande nostre sulle comunicazioni del nemico.

»Ciò fu fatto, ma pure chi ne avea l’incarico immediato stimò opportuno di fare qualche cosa di più serio, e col prestigio delle precedenti vittorie non dubitò qualunque impresa essere eseguibile dai nostri prodi militi.

»Fu decisa l’occupazione di Caiazzo, villaggio all’oriente di Capua, sulla sponda destra del Volturno.

»Il 19 settembre ebbe luogo l’operazione: si occupò Caiazzo, ed io giunsi lo stesso giorno per assistere al deplorevole spettacolo del sacrifizio dei nostri poveri volontari, che avendo marciato, secondo il costume loro, intrepidamente sul nemico sino all’orlo del fiume, furono poi obbligati, non trovandovi riparo contro la grandine di palle nemiche, di retrocedere fuggendo, fulminati alle spalle. Il giorno seguente, credo, il nemico inviò un forte nerbo di forze ad attaccare i nostri in Caiazzo, che in pochi furono obbligati ad evacuare, e ritirarsi precipitosamente verso la sinistra del Volturno, dopo essersi valorosamente battuti ed aver perduto non pochi militi, morti, feriti ed affogati nel fiume. L’operazione di Caiazzo fu, più che un’imprudenza, una mancanza di tatto militare, da parte di chi la comandava.

»E serva quell’esempio ai nostri giovani militi, tuttora obbligati a studiare quella manía di macellar gli uomini, che si chiama arte della guerra.»

S’aggiunga: il Pecorini-Manzoni, nella sua citata _Storia della XV Divisione Türr_, ec., cercando di giustificare il Türr della mossa, si limita a dire, che «egli pensava di lanciare dei distaccamenti al di là del Volturno verso Piedimonte per verificare l’opinione del paese, e trovandovi simpatia organizzare delle squadre di Guardia Nazionale, e con esse tormentare alle spalle ed ai fianchi il nemico e simulare quindi degli attacchi sopra Caiazzo e dietro Capua, per obbligarlo a mostrare le forze che potrebbe spiegare in un fatto d’arme serio contro le forze garibaldine, e non dargli tempo di mandare ad effetto un tale fatto prima che tutta l’armata di Garibaldi fosse riunita sul Volturno.» (Op. cit., pag. 182.)

Infine meglio d’ogni testimonianza valgano le istruzioni che Garibaldi stesso dava in iscritto al maggiore Csudafy, incaricato appunto di comandare una delle scorribande al di là del Volturno, e che chiariscono tutto il pensiero del Generale in capo dell’esercito meridionale:

«_Al signor maggiore Csudafy_.

»Caserta, 16 settembre 1860.

»Maggiore!

»Con tre distaccamenti, che confiderà a voi il generale Türr, voi passerete il Volturno al di sopra di Capua ove vi convenga.

»Il principale oggetto della vostra missione è di mostrarvi nella retroguardia al nemico dietro Capua e incomodarlo in ogni modo possibile.

»Quindi mostrarvi alle popolazioni circonvicine, fra le quali voi dovete spargere i buoni principii di libertà e d’indipendenza italiana, e spingerle all’armamento contro il dispotismo. Soprattutto voi dovrete ottenere dai vostri soldati che rispettino la gente, le proprietà, e che procurino di farsi amare da tutti e temere dai nemici.

»Per mezzi di cui abbisognate, rivolgetevi alle Autorità locali che munirete di competente ricevuta.

»Se potete spingere alcuno dei vostri distaccamenti (che cercherete d’aumentare quanto possibile) alla frontiera e sul territorio pontificio, farete bene di farlo e spingere pure le popolazioni pontificie a scuotere il giogo.

»Infine voi darete notizie di voi e di qualunque cosa importante al Quartier generale del generale Türr ed al mio.

»_Firmato_: G. GARIBALDI.»

(PECORINI-MANZONI, op. cit., pag. 183-184.)

[124] «La nostra linea di battaglia era difettosa; essa era troppo estesa da Maddaloni a Santa Maria.» (_I Mille_, pag. 280.)

[125] Abbiamo usato per brevità la parola _Divisione_; ma s’ingannerebbe assai chi la prendesse alla lettera. L’esercito meridionale essendo in formazione continua, nulla di più difficile di dare la situazione quotidiana dei corpi. La divisione Türr comprendeva cinque brigate: Sacchi, Eber, Spangaro, De Giorgis, La Masa; ma essendo esse tutte sparpagliate in mezzo alle altre divisioni, può dirsi che la divisione in fatto non esisteva. Così la brigata La Masa era aggregata alla 16ª divisione Cosenz e Milbitz; quella Spangaro alla 17ª Medici, e la brigata Sacchi stava da sè a San Leucio; le brigate Eber e De Giorgis stavano nella riserva. La 18ª divisione Bixio comprendeva tre brigate: quella Dezza, della forza di milleottocento uomini; quella Eberhard, di millecinquecento, e una terza, Spinazzi, di seicentosettanta, più una così detta colonna Fabrizi che non apparteneva a nessuna divisione. La 16ª invece aveva un battaglione Bronzetti nientemeno che a Castel Morone, e una brigata intera, quella Assanti, nella riserva.

La riserva poi era un miscuglio curiosissimo. Essa comprendeva, oltre le nominate:

Brigata Eber 1600 Brigata De Giorgis 850 Brigata Assanti 1100 Un battaglione Paterniti 250 Una brigata calabrese comandata dal colonnello Pace, grossa di oltre duemila uomini, ma di cui soltanto ottocento armati alla meglio e servibili 800 _Totale_ 4600

Centocinquanta uomini di cavalleria, quattrocento del Genio aggregati la maggior parte alla 17ª divisione, e gli artiglieri necessari ai servizio dei trenta pezzi summentovati, compivano l’esercito.

[126] _I Mille_, pag. 282.

[127] Il RUSTOW, pag. 436; il PECORINI, pag. 242, riferiscono queste parole del Generale con alcune varianti. Al solito noi ne prendiamo l’essenziale, lasciando l’accessorio.

[128] Altri disse che mandò la notizia della vittoria molto prima, cioè quando giunse a Santa Maria. Nel suo libro dei _Mille_ egli tronca ogni dubbio scrivendo: «In quel momento, 5 pomeridiane, io telegrafai a Napoli: _Vittoria su tutta la linea_.» — (Vedi op. cit., pag. 297.)

[129] Quando diciamo puramente _Caserta_ intendiamo la città, ora capoluogo della provincia.

[130] L’abbiamo detto altrove (_Vita di Nino Bixio_), lo ridiciamo qui, questa e _questa sola_ fu la parte presa da quei Bersaglieri alla battaglia del Volturno. Tutto quanto fu scritto sin qui nell’intento di accrescere a’ regolari e scemare a’ Volontari una gloria, a cui basta d’essere italiana, è assolutamente falso: falso che essi abbiano partecipato in un modo qualsiasi alla giornata del 1º; falso che abbiano contribuito alla vittoria del 2, la quale era già ottenuta prima di combattere, che fu una razzía di truppe disperse, non un combattimento, e che in ogni caso sarebbe stata decisa dai movimenti aggiranti di Garibaldi e del Bixio, non dalle poche fucilate di quei pochi Bersaglieri contro l’avanguardia sviata d’una colonna venuta a cascare nel centro delle nostre linee.

[131] RUSTOW, op. cit., pag. 449.

[132] E non abbiamo mestieri di citare esempi più recenti. Il La Marmora non comandò in Crimea più di quindicimila uomini, eppure fu nominato Generale d’armata. Castelfidardo fu un combattimento di posizione di otto o diecimila uomini contro cinque o seimila, eppure il Cialdini fu nominato Generale d’armata, e nessuno dubitò mai che que’ due Generali non fossero capaci di condurre più grossi eserciti.

[133] Rapporto del generale Bixio sul fatto d’armi di Maddaloni, in data di Caserta, 6 ottobre 1860.

[134] _I Mille_, pag. 292-293.

[135] È doloroso il pensare che la battaglia del 1º ottobre non abbia ancora ottenuto nella storia delle armi italiane il posto che le conviene. Storici anche autorevoli ne parlano con una leggerezza da far dubitare della loro serietà. A mo’ d’esempio, nella _Storia militare_ del colonnello CARLO CORSI, professore di Storia militare alla Scuola superiore di guerra (libro di testo anche per gli allievi della R. Accademia militare), terza parte, pag. 295 e seg., ci sono tali errori e di fatto e di apprezzamento da legittimare il sospetto che lo storico abbia mai riflettuto un istante alle cose da lui narrate. Noi riproduciamo qui il suo racconto, accompagnandolo di brevissime osservazioni, lasciando giudice il lettore se a siffatti romanzi convenga il nome di storia, e di storia destinata all’educazione della mente o del cuore della gioventù militare della patria nostra:

Pag. 295. «_Battaglia del Volturno o di Santa Maria_ (_1º ottobre_). — Lo scopo primo del radunamento delle truppe borboniche sul Volturno, cioè rassodar le milizie e fermar Garibaldi, era stato ottenuto; ora bisognava procedere alla riscossa, come Radetzky nel 1848, col massimo vigore. Ma invece di tener riuniti attorno a Capua quei quaranta e più mila uomini e adoperarli per una gran riscossa, i Generali del re Francesco li divisero tra Capua e Gaeta in modo che non più di un ventimila rimasero disponibili sul Volturno tra San Clemente e Caiazzo....»