Part 50
»I modelli di ogni arma saranno esposti nelle sale di questo Ministero, affinchè tutti possano uniformarvisi esattamente.
»_Il Ministro:_ COSENZ.»
[167] Decreto. Palermo, 22 giugno 1860; e Napoli, 12 settembre 1860.
[168] Decreto. Napoli, 11 settembre 1860.
[169] Decreto. Napoli, 11 settembre 1860.
[170] Decreto. Napoli, 19 settembre 1860.
[171] Decreto. Napoli, 19 settembre 1860.
[172] Il primo prestito lo fece il Depretis all’82-1/2 ed al 5%, accettando in pagamento anche le cartelle del prestito siciliano del 1848 fino al limite della metà del prezzo della rendita medesima.
Il Mordini ne fece un secondo, comperando tutta l’antica e nuova rendita. Fu questa operazione che il Cordova accusò di svantaggiosa (Camera dei deputati, seduta del 28 giugno 1860); ma che il Mordini difese valorosamente, riassumendo così la sua argomentazione:
«Riassumendomi, dico che la sola o quasi sola mia risorsa fu l’alienazione dell’antica e della nuova rendita. La prima fece entrare nelle casse dello Stato lire 841,500, la seconda 7,743,500, in tutto 8,585,000; somma che, unita a quella di 896,760 ricavata dal prodittatore Depretis, dà un totale di 9,481,760.
»Queste furono le risorse straordinarie di una rivoluzione di sei mesi, 9,481,760.» (_Atti della Camera dei Deputati_, tornata del 1º luglio 1861, vol. II, pag. 1681.)
[173] Filippo Cordova, nel già citato suo discorso e in quello successivo del 1º luglio 1861.
[174] L’unico abuso di cui fu accusata la Dittatura, in materia di finanza, fu d’aver messo mano sui depositi dei privati, giacenti sul Banco di Napoli.
Il deputato Crispi, nella tornata predetta, tolse a dimostrare: 1º Che l’accusa di violazione dei depositi è male indicata, perchè il Governo dittatoriale non fece che prendere il fondo di guarentigia ch’egli aveva presso il Banco stesso; 2º Che quando mai un simile addebito va rivolto ai Ministri di parte moderata, che sedevano presso Garibaldi dal 28 giugno al 22 luglio 1860.
[175] Vedi Interpellanza sulle condizioni di Napoli e Sicilia dei deputati Massari e Paternostro nella tornata del 2 aprile 1861.
[176] Queste cose le ripeteva spesso; lo ridisse anche ad una Commissione d’Inglesi, fra cui il duca di Southerland, andato a Caprera tra il 12 e il 13 gennaio coll’apparente scopo di visitarlo, col reale di dissuaderlo dal pensiero d’una spedizione nella Venezia. A questa proposizione il Generale rispose:
«L’Ungheria e le provincie danubiane sono pronte a sollevarsi, e il moto si estenderà infallibilmente alle coste adriatiche. Venezia freme sotto il giogo; e da Venezia la rivoluzione si estenderà al Tirolo italiano. In quindici giorni si può mettere il fuoco da Mantova a Galatz, e quando questa immensa rivoluzione in luogo d’essere abbandonata alle sole sue forze, come suole avvenire in simili casi, fosse sostenuta da un’armata italiana, capace non di vincere, secondo il nostro avviso, ma di tenere in iscacco l’austriaca, non credete che le probabilità a noi favorevoli siano meravigliosamente accumulate e che noi azzardiamo assai meno che non sembri?
[177] Il generale Türr e G. B. Cuneo. Vedi una corrispondenza da Caprera alla _Perseveranza_ del 23 gennaio 1861.
[178] Lettera di Garibaldi al Bellazzi del 29 dicembre 1860:
«Caprera, 29 dicembre 1860.
»Caro Bellazzi,
»Io desidero l’apertura concorde di tutti i Comitati italiani per coadiuvare al gran riscatto. Così Vittorio Emanuele, con un milione d’Italiani armati, questa primavera chiederà giustamente ciò che manca all’Italia.
»Nella sacra via che si segue io desidero che scomparisca ogni indizio di partiti, i nostri antagonisti sono un partito, essi vogliono l’Italia fatta da loro col concorso dello straniero e senza di noi. Noi siamo la nazione, non vogliamo altro capo che Vittorio Emanuele; non escludiamo nessun Italiano che voglia francamente come noi. Dunque sopra ogni cosa si predichi energicamente la concordia, di cui abbisogniamo immensamente.
»Vostro G. GARIBALDI.»
(_Pungolo_ di Milano, 9 gennaio 1861.)
[179] Il generale Bixio non accettò l’incarico, riservandosi di conferire col generale Garibaldi a Caprera.
[180] _Perseveranza_, 23 gennaio 1861.
[181] Lettera del 29 ottobre di Garibaldi a Vittorio Emanuele, già citata.
[182] Decreto in data di Napoli 11 novembre, e Ordine del giorno del Comando supremo dell’esercito, firmato dallo stesso Vittorio Emanuele, in data del 12.
[183] Fu il Fanti che nella tornata della Camera dei Deputati del 23 marzo 1861 li dichiarò 7013, e come l’esercito garibaldino, tutti compresi, ondeggiò sempre tra i 35 e i 40,000, la proporzione sarebbe di un ufficiale per 5 soldati e 5/8.
[184] Io pure, come ufficiale dimissionario dell’esercito meridionale, partecipai a quel litigio e mi spetta quindi la mia parte di torto. A quei giorni credeva alla possibilità della nazione armata; pur conservando l’esercito permanente, volevo anch’io che un secondo esercito di Volontari, modellato sui Volontari inglesi, lo integrasse e rafforzasse. Però soltanto in questa istituzione vedevo la soluzione della questione dell’esercito meridionale, e gridavo con quanto fiato avevo in gola perchè il Governo s’affrettasse a decretarla. Mi illudevo. Contavo sopra uno spirito militare che gl’Italiani non hanno e non ebbero mai. I _Volontari_ sarebbero morti come la _Guardia nazionale mobile e stanziale_, come i _Tiri a segno_. L’Italia ha potuto dare a Garibaldi dai trentamila ai quarantamila Volontari (tanti ne ebbe nel 1866) per uno scopo determinato e per un breve periodo; ma un grande esercito di cento o dugentomila uomini, tali che rispondessero veramente al nome ed allo scopo di _Nazione armata_, e da uguagliare per numero ed organismo la forza dei _Rifles Volunteers_, o delle _Landwehr_ e delle _Landsthurm_ tedesche, l’Italia non potè nè volle allora, non potrà nè vorrà darlo giammai. L’Italia non è capace d’altre istituzioni militari, che di quelle che la legge impone e lo Stato fonda ed alimenta. Oltre di che, l’esperienza ha chiarito anche me, tardi, ma in tempo, che un Corpo permanente di Volontari, comandato da Garibaldi e dai Garibaldini, sarebbe degenerato immediatamente in un corpo politico, antagonista nato dell’esercito stanziale, probabile strumento di tutte le rivoluzioni, causa perpetua di guai, o almeno d’allarmi alla nazione. Però la risoluzione del Petitti di sciogliere il Corpo de’ Volontari e d’incorporarne gli ufficiali nell’esercito fu la più saggia che Ministro della guerra abbia presa. Ebbe un solo difetto, d’essere tardiva. Il Fanti è dubbio assai se l’avrebbe presa. Egli nutriva contro l’esercito di Garibaldi un’avversione invincibile. Come corpo separato e ausiliare dell’esercito, li avrebbe subiti; come parte dell’esercito stesso non li avrebbe accettati mai. Ed anche come Corpo di Volontari non sapeva decidersi nè a trasfondergli vita organica e durevole, nè a discioglierlo. Qui stava il maggior suo torto. Agiva come uomo che, fatta una incresciosa eredità, non osa rifiutarla; ma pensa disfarsene lentamente, lasciandola consumare dal tempo. E parlava anche peggio che non agiva. Infelice oratore, non sapeva nè riscaldar la lode coll’affetto, nè ammorbidire la censura colla cortesia. Però inacerbiva gli animi e rendeva sempre più aspro il conflitto.
[185] Al Bellazzi aveva scritto sino dal 29 dicembre 1860:
«Caprera, 29 dicembre 1860.
»Caro Bellazzi,
»Per circostanze eccezionali io non posso accettare candidatura alcuna a deputato. Desidero che ciò sia notorio a tutti i Collegi, onde evitare l’inconveniente di dover addivenire ad altre elezioni.
»Sono
»Suo »G. GARIBALDI.»
(Pungolo di Milano, 8 gennaio 1861.)
[186] I giornali moderati avevano stampato che Garibaldi era venuto a Torino per invito del conte di Cavour. Il Generale lo smentì con questa lettera al Direttore del _Diritto_:
«Signore,
»Un foglio di Torino pubblica che io venni qui chiamato dal conte di Cavour.
»Questa notizia è del tutto inesatta.
»Torino, 3 aprile 1861.
»G. GARIBALDI.»
[187] Ecco testualmente la lettera:
«Signor Presidente,
»Alcune mie parole malignamente interpretate hanno fatto supporre un concetto contro il Parlamento e la persona del Re.
»La mia devozione ed amicizia per Vittorio Emanuele sono proverbiali in Italia, e la mia coscienza mi vieta di scendere a giustificazioni.
»Circa al Parlamento nazionale, la mia vita intera, dedita all’indipendenza e alla libertà del mio paese, non mi permette neppure di scendere a giustificarmi d’irriverenza verso la maestosa Assemblea dei rappresentanti di un popolo libero, chiamata a ricostituire l’Italia e collocarla degnamente accanto alle prime nazioni del mondo.
»Lo stato deplorabile dell’Italia meridionale e l’abbandono in cui si trovano così ingiustamente i valorosi miei compagni d’armi, mi hanno veramente commosso di sdegno verso coloro che furono causa di tanti disordini e di tanta ingiustizia.
»Inclinato però alla santa causa nazionale, io calpesto qualunque contesa individuale, per occuparmi unicamente ed indefessamente di essa.
»Per concorrere quanto io posso a cotesto grande scopo, valendomi dell’iniziativa parlamentare le trasmetto un disegno di legge per l’armamento nazionale e la prego di comunicarlo alla Camera secondo le forme prescritte dal Regolamento.
»Nutro la speranza che tutte le frazioni della Camera si accorderanno nell’intento di eliminare ogni superflua digressione, e che il Parlamento italiano porterà tutto il peso della sua autorità nel dare spinta a quei provvedimenti che sono più urgentemente necessari alla salute della patria.
»Torino, 12 aprile 1861.
»G. GARIBALDI.»
[188] Ed ecco i principali articoli del suo progetto:
«Art. 1º La Guardia nazionale sarà ordinata in tutto il Regno giusta le prescrizioni delle leggi vigenti nelle antiche provincie colle modificazioni portate dagli articoli seguenti.
»Art. 2º I corpi destinati per far servizio di guerra prenderanno il nome di Guardia mobile. Essa sarà formata in divisioni, in conformità dei regolamenti dell’armata di terra.
»Art. 3º Sono chiamati a far parte della Guardia mobile tutti i regnicoli che hanno compiuto il 18º e non oltrepassano il 35º anno di età.
»Art. 4º Le armi, il vestito, il corredo, i cavalli e tutto il materiale da guerra necessario alla Guardia mobile sarà fornito interamente a carico dello Stato.
»Art. 5º Il contingente della Guardia mobile è ripartito per provincie, per circondari, per mandamenti, a proporzione della popolazione. I militi sono chiamati al servizio in base della legge sul reclutamento dell’esercito e delle altre leggi vigenti. La durata del servizio è regolata dall’art. 8 della legge 27 febbraio 1859.»
Con altri articoli erano dichiarati esenti i facenti parte dell’esercito e dell’armata, gl’inabili, gli unici, i primogeniti orfani, ec., e coll’ultimo aprivasi un credito di trenta milioni per l’armamento della Guardia stessa.
[189] Furono superflue. La questione dei _Cacciatori_ era morta e sepolta, e a nulla giovava il rivangarla. È vero che Garibaldi vi fu provocato dalle parole del conte di Cavour; ma sarebbe stato più generoso e certamente più abile lasciar cadere l’invito. Oltredichè avevan ragione entrambi: ragione il Cavour, che primo istitutore e protettore di quel Corpo fosse stato lui; ragione Garibaldi di dolersi delle difficoltà suscitategli in cammino, e degli scarti dell’esercito mandati a lui, e del Corpo degli _Appennini_ promessogli dal Re e rifiutatogli dal Ministero, e di tant’altre angheríe. Nei discorsi così di Cavour che di Garibaldi sono però notevoli due cose: la prima che Garibaldi si sia dimenticato d’aver chiesto i _Cacciatori degli Appennini_ non una, ma due volte: una a Treponti, e l’altra molto prima a Chivasso nel momento di intraprendere la sua marcia in Lombardia; la seconda che il conte di Cavour per iscusarsi di non avergli mandati i _Cacciatori degli Appennini_, gli abbia dato poi ragione che, avendo egli sempre stimata la Valtellina «un teatro disadatto alla sua capacità,» quella forza su quei gioghi sarebbe stata perduta, come già la furono i _Cacciatori delle Alpi_. Ottima ragione, e che dimostra, oltre a tante altre cose, che il conte di Cavour ne capiva delle faccende della guerra assai più di coloro che avevan l’ufficio di governarle.
E finiremo la nota con un’altra osservazione. Il generale Petitti alla fine della seduta del 20 aprile lesse un telegramma del La Marmora, nel quale questi smentiva l’asserzione di Garibaldi, che i Volontari più idonei fossero costretti a entrar nell’esercito e soltanto gli scarti lasciati andare nei _Cacciatori_. Il generale La Marmora diceva il vero, «nessun ordine costringeva i Volontari a entrare piuttosto in un corpo che nell’altro»; ma in ogni ufficio d’arruolamento, me testimonio, c’era uno o più ufficiali che consigliavano i più aitanti a preferire l’esercito ai Volontari.
[190] I giornali di Sinistra vollero vedervi la mano del conte di Cavour; ma basta la memoria della sua grande accortezza, non che del suo forte ingegno e del suo nobile carattere, per purgarlo d’ogni accusa.
Lo Zini invece «sospetta li caporali di parte sua, e principalmente di quel manipolo che intorno al Minghetti s’avvoltacchiava.» (Op. cit.)
[191] Son testuali parole della _Monarchia Nazionale_ di Torino, organo del _terzo partito_, e per i suoi intimi rapporti col Depretis, col Rattazzi e gran parte della Sinistra, in grado d’essere bene informato.
[192] Vedi NICOMEDE BIANCHI, _Il conte di Cavour_, pag. 83.
[193] Nizza probabilmente.
[194] Alludiamo all’assassinio, di cui doveva essere vittima nel 1860. L’ammiraglio Persano nel suo _Diario_ (parte I, pag. 30 e 40) ne parla distesamente. Certo Valentini, caporale della fanteria di marina borbonica, era partito da Napoli col disegno di uccidere il Generale. Il Persano ne fu avvertito prima dal conte di Cavour, poi dal Villamarina, sicchè corse immediatamente ad informarne il Generale, pregandolo a premunirsi; ma il Generale non se ne volle curare! e solo per compiacere l’Ammiraglio ne fece parola sorridendo ad un suo aiutante di campo.
Il Valentini tra il 15 e il 16 sbarcò a Palermo, ma essendosi accorto d’essere tenuto d’occhio dalla Polizia, si gettò in mare e a nuoto riparò sulla _Partenope_, una delle fregate della marina napoletana che ancoravano a quei giorni nella rada di Palermo.
[195] Dal _Movimento_ di Genova, 18 agosto 1861.
[196] Egli mandò per avere il consiglio del Re e dei Ministri il colonnello Trecchi, il quale ne ricevette quella risposta.
[197] La lettera si legge nei giornali americani, ed era del seguente tenore:
«_Al Console degli Stati Uniti d’America._
»Caprera, 10 settembre 1861.
»Caro Signore,
»Ho veduto il signor Sanford, e sono dolente d’esser costretto a dire che non posso andare pel presente agli Stati Uniti. Non dubito del trionfo della causa dell’Unione, e che avvenga presto; ma se la guerra dovesse per mala sorte continuare nel vostro paese, io vincerò tutti gli ostacoli che mi trattengono, e mi affretterò a venire alla difesa di quel popolo che mi è tanto caro.
«G. GARIBALDI.»
[198] Parole di Celestino Bianchi, segretario generale del Ministero dell’interno, in una sua lettera a Pier Carlo Boggio, deputato al Parlamento, intitolata: _Il barone Ricasoli, Mazzini, Garibaldi e i Comitati di provvedimento._ Torino, 1862, pag. 11.
[199] Una notizia dell’_Italie_ giornale ufficioso, telegrafata il 9 (sera) dall’Agenzia Stefani a tutta la stampa, diceva: «Secondo le nostre informazioni, la conferenza di ieri tra Garibaldi e Rattazzi avrebbe avuto importantissimi risultati, di natura da esercitare grande influenza sui destini del paese.»
[200] Li dovevano comandare il maggiore Bideschini e il capitano Baghino. Giuseppe Guerzoni doveva tenere le funzioni di Capo di Stato Maggiore. I Carabinieri si organizzavano in Genova, onde il nome di _Carabinieri genovesi_, e gli arruolati ai primi d’aprile sommavano già a millecinquecento.
[201] Il fatto fu negato invano. Il Crispi l’affermò recisamente in pieno Parlamento (_Seduta del 3 giugno 1861_) ed al Rattazzi stesso mancò l’animo di smentirlo. Del resto noi abbiamo l’aneddoto dalle labbra stesse del dottor Ripari, che fu appunto la persona incaricata da Garibaldi di chiedere al commendator Capriolo, segretario generale dell’Interno e _alter ego_ del Rattazzi assente, la consegna della somma promessa.
[202] Vedi GIUSEPPE PASOLINI, _Memorie raccolte da suo figlio_. Imola, tip. I. Galeati, 1880, pag. 297.
[203] Val la pena di riprodurre qui il discorso di Garibaldi pronunziato nel teatro di Parma che venne dai giornali travisato.
Lo togliamo dalla _Gazzetta di Parma_ del 2 aprile:
«Io vi spiegherò le condizioni presenti. — Io sono repubblicano — benchè molti credano farsi un delitto il dirlo, non lo nascondo. — _Alle grida che s’innalzavano nella sala, soggiunse:_ Ricordatovi che siamo forti, ma i forti sono tranquilli e calmi e colla calma faremo fatti. Io voglio farvi un’ipotesi — supponete che siamo qui in cento: se sono ottanta che vogliono un governo o venti un altro, i venti che violentano la volontà degli ottanta sono despoti, sono tiranni. Ma quegli ottanta sarà il governo del popolo, quello sarà la mia repubblica. Ora dunque abbiate in mente la concordia, lasciamo da parte i torti ricevuti per la causa italiana. — Io posso esser certo che quando in nome della patria e del Re vi chiamerò, tutti verrete. (_Sì, sì prolungati._) Ora tornando all’ipotesi, gli ottanta hanno già accettato quel programma col quale dal Ticino ci accampammo alle falde del Vesuvio; voi ben lo conoscete — _Italia e Vittorio Emanuele_ — e mentre noi esprimiamo il nostro principio, noi seguiremo quel programma. Chi non segue quel programma deve essere considerato come nemico della patria. Siamo leali; se l’abbiamo accettato, seguiamolo. Ricordiamo la concordia.
_Al grido di viva Mazzini_ disse che incaricato di parlare a Rattazzi e al Re per il richiamo di Mazzini, il fece e spera che non vi siano serii ostacoli, non essendovi ormai che un punto legale da sciogliere che egli non saprebbe spiegare. _Al grido di viva Mazzini egli ripete:_ Io vi accompagno, ma io ve l’ho detto: il popolo forte deve essere calmo e concorde — _Viva Vittorio Emanuele_ — (Si ripeterono le grida: _Viva Vittorio Emanuele_.) Ho fatto un discorso, esso conchiuse, che passa di molto la mia capacità; ma colla vostra fisonomia marziale e franca mi avete dato l’energia di parlare: vi saluto con affetto, o degni figli del lavoro, vi raccomando la concordia: nella concordia sta la salute della patria. Mantenetevi buoni — sarò con voi sino alla morte.»
[204] Egli infatti scriveva:
«Trescorre, 6 maggio 1862.
»Nel 5 maggio in Trescorre ho potuto corroborarmi nel concetto che si meritano i miei correligionari politici — confermarmi che non ci può essere democrazia senza onestà d’intendimento e rispetto alla volontà nazionale.
»Non più diffidenze dunque in un paese che deve trovarsi compatto nelle ultime battaglie dell’indipendenza. I membri del Consiglio dell’Associazione emancipatrice, eletti nell’adunanza generale di Genova, che si componeva dei delegati di tutte le Associazioni liberali d’Italia, confermarono in questo solenne anniversario il patto fondamentale, su cui posa l’avvenire della patria; il concerto che lega questa nazione, che vuole risorgere tutta, al suo Re leale e galantuomo.
»I nostri convincimenti furono trovati da noi tutti consentanei al nobile plebiscito siculo-napolitano, al programma glorioso delle nostre vittorie.
»_Italia e Vittorio Emanuele!_... Ecco la nostra bandiera, ecco il voto consacrato dalle moltitudini, proclamato oggi dall’entusiasmo per il Re guerriero di mezzo milione di popolo, a cui fanno eco tutte le popolazioni. — Ecco la mèta a cui devono tendere tutte le aspirazioni. — Ecco finalmente il vangelo politico su cui posero la destra, ieri — uomini che mi onoro di chiamare fratelli, uomini che l’Italia ed il Re troveranno sempre cooperatori sulla via che conduce alla intera nazionale rigenerazione.
»G. GARIBALDI.»
[205] Citiamo i colonnelli Nullo, Missori, Guastalla, Corte, Cattabene, i maggiori Cucchi, Mosto, Lombardi, Bedeschini, il dottor Ripari, Benedetto ed Enrico Cairoli, i trentini Ergisto Bezzi, Filippo Manci, Pietro Martini; Paolo Francesco Savi di Genova, Alberto Mario, e potremmo raddoppiare la schiera.
[206] Vedi Circolare del Ministero dell’interno, 15 aprile 1862.
[207] «Taluni male interpretarono la mia protesta sul _Diritto_. Soldato italiano, non ebbi, nè poteva avere, intenzione di lanciare contumelie contro l’esercito italiano, gloria e speranza della nazione. Volli soltanto dichiarare che dovere dei soldati italiani è di combattere i nemici della patria e del Re, e non di uccidere e ferire inermi cittadini. — Se il Comandante di Brescia avesse potuto provvedere secondo gl’impulsi del proprio cuore, non avremmo oggi da maledire chi fu la causa della strage, nè lamentare vittime di quel popolo generoso. Alle frontiere e sui campi di battaglia la milizia — quello e non altro è il suo posto.
»GARIBALDI.»
Supplemento del _Pungolo_ di Milano del 23 maggio 1862.
[208] Vedi _Diritto_ del 4 giugno 1862.
[209] Vedi negli _Atti parlamentari_, Lettera di Garibaldi del 2 giugno 1862.
[210] Tornata della Camera dei Deputati del 3 giugno 1861.
[211] Ci conviene tuttavia essere più esatti. Per molto tempo nella mente di Garibaldi l’impresa veneta e la greca andarono di conserva: l’una a’ suoi occhi non escludeva l’altra, a vicenda forse si aiutavano. Anzi fra il 7 e l’8 maggio avendo il Generale ricevuto una visita del generale Di Saint-Front, aiutante di campo del re Vittorio Emanuele, si notò che per due o tre giorni le idee e gli ordini del Generale cambiarono totalmente; talchè la spedizione in Tirolo parve messa in disparte e quella per l’Oriente ripresa più alacremente. Tanto vero che il maggiore Bideschini ebbe l’ordine di scegliere tra i giovani raccoltisi a Genova una grossa schiera, di unire ad essa una mano di marinai e di tenerli tutti preparati ad un imbarco. (Vedi _Garibaldi_, per F. BIDESCHINI, pag. 25.) Se non che, prevalendo probabilmente l’impazienza generosa dei Veneti e dei Trentini, e continuando ad affluire in Lombardia nuovi Volontari, Garibaldi lasciò che la prima trama del Trentino fosse ravviata e condotta fino al termine in cui la vedemmo troncata.
[212] Io era a que’ giorni segretario particolare capo del Gabinetto del ministro dei lavori pubblici, Agostino Depretis; ma, come ognuno sa, ero nello stesso tempo soldato ed amico di Garibaldi, col consenso del quale soltanto mi ero indotto ad accettare il posto di fiducia che l’onorevole Depretis mi aveva offerto. Ora io non appaio certamente questi due fatti per dare a credere che io tenessi nel Governo alcun importante e molto meno segreto ufficio politico; ma li ricordo soltanto per chiarire come la mia origine, il modo della mia elezione, la mutua confidenza di cui mi onoravano il generale Garibaldi e il ministro Depretis, facessero di me qualcosa di diverso, per lo meno, d’un burocratico qualsiasi e mi mettessero quindi in grado di essere più addentro di molti altri miei colleghi in taluni negozi; in quelli specialmente che concernevano la principale materia degli accordi a quei giorni avviati tra il Governo e il Generale.