Garibaldi, Vol. 2 (of 2)

Part 42

Chapter 423,837 wordsPublic domain

In uomini siffatti gli affetti domestici sono potenti: e di quanta religione abbia amato la madre sua, di cui portava dovunque nella sua odissea l’immagine, che rivedeva in sogno come persona viva, nelle preghiere della quale credeva come ad un talismano, lo sappiamo; e da qual passione d’amore sia stato avvinto alla sua Anita narrammo a lungo, per non aver mestieri di dirne più. Così avesse potuto serbar fede a quel suo primo bello eroico amore; ma la natura non potè dargli tutte le perfezioni; anzi gli pose nel sangue più acre e imperiosa che mai l’imperfezione della sensualità.

E qui ripetiamo una parola detta fin da principio in questo libro: la cronaca degli amori di Garibaldi non è tema per noi. Soggiungiamo soltanto, poichè c’è in Caprera una lapide di cui tutto il mondo in quest’ultimo mese ha ripetuto l’epigrafe, che l’Anita Garibaldi, sulla di cui tomba si legge: «Nata il 5 maggio 1859, morta il 25 agosto 1875,» non è figlia della signora Francesca Armosino; essa è figlia d’una signora nizzarda, conosciuta da Garibaldi in quel periodo tra il 1856 e il 1857, in cui navigava ancora su e giù da Nizza a Caprera; una signora nizzarda di civile condizione, che vive tuttora, e sembra angustamente, nella sua città natale, e della quale, per questo appunto, stimiamo dover nostro non gettare in pubblico il nome.[422] Perchè poi abbia sposato la Raimondi e non quella signora da lui resa madre, ed abbia creduto doveroso legittimare Manlio, Clelia e Rosita e non l’Anita, figlia essa pure, al pari di tutti i suoi fratelli, dell’amore, è uno di quei problemi che la storia non può risolvere, e fa bene a non approfondire. Perchè si ami e non si sposi; si sposi e non si ami; si cessi d’amare dopo aver sposato, sono enigmi del cieco iddio, di cui nessun mortale tenne finora le chiavi.

Lasciamo Garibaldi col fardello de’ suoi peccati amorosi innanzi a quel tribunale in cui si giudicano insieme i fatti e le intenzioni, le attenuanti e le aggravanti, e facciamo noi stessi, noi uomini di questo secolo XIX, _medicus aliorum, ipse ulceribus scatens_, facciamo il nostro esame di coscienza. Garibaldi ebbe delle amanti! ma qual meraviglia? Non tiriamo in campo il solito paragone escusativo dei grandi uomini (donnaiuoli superlativi quasi tutti), perchè anche parlando solo degli Italiani s’andrebbe all’infinito. Chiediamo piuttosto al pudico lettore che si scandalizza, alla vereconda damina che s’imporpora, se una scivolata fuori dalla diritta rotaia degli amori legali non l’abbian fatta mai. Probabilmente entrambi, dopo una abbassatina di testa che varrà una confessione, scapperanno fuori in coro con questa risposta: sì, ma senza scandalo. Era da attendersi: _si non caste, saltem caute_. Soltanto si potrebbe replicare: se lo scandalo non sia avvenuto perchè essi seppero destreggiarsi con arte ed astuzia maggiori di quelli che nello scandalo incapparono, o perchè, non avendo intorno alla loro persona l’incomodo riverbero di alcuna celebrità, nessuno s’è occupato dei fatti loro. E forse, posti innanzi a questi due quesiti, tanto il benigno lettore, quanto la gentile lettrice non saprebbero quale risposta profferire.

Garibaldi invece, cattivo cospiratore anche nelle congiure d’amore, operò alla piena luce del sole; non nascose mai nè quello che sentiva, nè quello che voleva: «Ti amo, mi piaci, ti voglio,» disse alla sua donna, e se la donna assentì, animale di preda, mai di frode, la rapì nelle sue braccia, e la fece sua.

E v’ha di più. Qualunque più franco e più ardito amatore avrebbe potuto avere la probabilità di nascondersi; Garibaldi no.

Per quasi mezzo secolo, gli occhi del mondo restarono sbarrati su di lui: egli non potè dare un passo, fare un gesto, pronunziare un detto, comparire o scomparire da un luogo, essere accompagnato o no da una persona, che migliaia di sguardi non fossero già appostati a sorprenderlo, e migliaia di migliaia di voci a denunziarlo.

È la sorte degli uomini storici. Tutti sanno a mente le tredici mogli di Cesare; nessuno sa quante volte al giorno il liberto entrava i lupanari della Suburra.

Così di Garibaldi! Se egli fosse stato un ignoto, la storia delle sue mogli e de’ suoi figliuoli, in mezzo alla grande babele erotica del nostro secolo, sarebbe trascorsa inosservata; mentre è quasi certo che il tempo, consumate le ultime scorie che ancora involgono la statua dell’Eroe, la seppellirà nell’oblio.

Comunque, nessuno, per quanto faccia, potrebbe sostenere che Garibaldi sia stato, nello stretto senso della parola, un libertino.

Un uomo che ebbe una gioventù affaticata e combattuta come la sua, ed una vecchiezza, nonostante i tanti acciacchi, così resistente e così prolifica, non può aver abusato della voluttà. Condannato egli pure ai tormenti del deserto, non macerò le sue carni come i Padri della Tebaide, ubbidì egli pure alla umana fragilità; ma non permise a una tale ubbidienza di convertirsi in abito vizioso e molto meno di degenerare in colpa. Egli non fu un volgare _Don Giovanni_. Figlio schietto e tuttora indomito della natura, amò con tutta la subitaneità fulminea e l’abbandono innocente del selvaggio, che non avverte i freni e ignora le leggi onde la società civile modera e disciplina ad un più alto fine gli istinti e le passioni umane; ma appena la satanica scintilla divampò nel suo petto, non la nascose, non s’infinse, non si mascherò, non sedusse con volgari inganni e con mendaci promesse alcuna donna, non fece delle conquiste d’amore una gloriola o un mestiere; non eccitò con turpi artifici le spossate satiriasi della sua senilità: amò con tutto il foco naturale de’ suoi sensi, con tutto l’impeto del suo cuore; promise alla donna da lui prescelta quello soltanto che sapeva di poter mantenere, e mantenne; tre volte giurò di farla sua sposa innanzi agli altari, o in faccia ai magistrati che la legge religiosa e civile del suo tempo o del suo paese prescrivevano, e tre volte tenne il giuramento.

E a dir vero, in questo secoletto di pudichi adulterii, di frolli concubinati, di bastardini abbandonati, di nozze mercantili, di George Dandin tolleranti e di monsieur Alphonse tollerati, non toccherà a Giuseppe Garibaldi, che si affanna e lotta dieci anni per dare il nome alla donna che amò, non toccherà a lui, innanzi alle Assisie della Morale pubblica e privata, d’abbassare la fronte.

IV.

_Tutto l’uomo._

Ed ora chi è quest’uomo?

Nasce nella oscura casipola d’un porto da una famiglia di umili marinai, e già immortale prima della morte, migra dalla terra cogli onori d’un Re ideale, nella gloria d’un’apoteosi olimpica, lasciando dietro a sè piuttosto la tristezza d’un astro che s’allontani per salire ad una sfera più fulgida, che il dolore d’un uomo che muoia.

Trascina la giovinezza in una faticosa vicenda di monotone navigazioni e di travagliati esigli; e ad un tratto irrompe dalla sua penombra coi fulgori d’un’apparizione fantastica, e di grado in grado ascendendo giganteggia nell’arena del nostro secolo come uno de’ suoi più portentosi figliuoli.

Sbalestrato dall’Oriente all’Occidente, volta a volta pedagogo e corsaro, mandriano e guerrigliero, agricoltore e capitano, candelaio e dittatore, la sua vita si svolge nel ciclo di tre generazioni con tutte le varietà e i contrasti, le sorprese e gli incantesimi d’un poema ariostesco, mentre colla fusione della storia e della leggenda, della realtà e della poesia sembra risuscitare la classica unità della omerica epopea.

È un corsaro; ma comincia il suo byroniano romanzo liberando gli schiavi neri trovati a bordo della nave predata e rifiutando dai mercanti prigionieri gli scrigni di gemme che gli offrono per il loro riscatto.

È un filibustiere; ma una volta, cadutogli nelle mani colui che sei anni prima gli aveva inflitto l’oltraggio anche più che il dolore della tortura, lo rimanda libero e perdonato.

È un avventuriere; ma, lo diremo colle stesse parole del generale Pacheco, «se recavasi negli uffici del Governo era soltanto per domandare la grazia d’un cospiratore, o per chiedere qualcosa a favore d’un infelice.»

È un condottiere; ma non riceve altro soldo dal paese a cui consacra da dodici anni la vita, che la razione del gregario: distribuisce fra i feriti, gli ammalati e le vedove dell’esercito il primo regalo che la Repubblica gli fa; rifiuta i gradi e gli onori che essa gli offre; e di fatto, se non di nome, Generale Ammiraglio, quasi Dittatore, non possiede che una camicia, i piedi gli sboccano dagli stivali sfondati, e non ha tanto da pagare il lume del povero abituro in cui si ricovera.

Lo immaginano un fiero lupo di mare e di terra, ispido e coriaceo, vago soltanto degli spettacoli sanguinosi delle cariche e degli arrembaggi; eppure l’uomo che nel _saladero_ di Camacua con soli tredici compagni sfidava, cantando, l’assalto di trecento cavalieri e accettava di seppellirsi tra le fiamme e le rovine del suo fragile asilo piuttosto che arrendersi, o che nelle acque del Paranà dopo tre giorni di lotta «a ferro freddo,» piuttosto che ammainar la bandiera, faceva saltar egli stesso l’ultimo legno della sua flottiglia; era lo stesso che in un giorno di battaglia marciando contro il nemico s’arrestava, dimentico, ad ascoltare il gorgheggio d’un usignolo innamorato, e che udendo in una cruda notte d’inverno belar tra le rupi della sua Caprera un’agnella abbandonata, s’alzava di letto per andare, tra il rigor del libeccio ed il frizzar di brumaio a cercare la derelitta e ospitarla nella sua medesima stanza.

Lo acclamano infine l’Ettore di Montevideo, il Camillo di Roma, l’Argonauta di Marsala; ma l’uomo a cui poteva parer poca gloria la statua di Giove Ultore che dall’alto del Gianicolo assicura il Quirinale e sfida il Vaticano, non chiede all’Italia, non invoca dalla sua famiglia altro pegno d’amore che di dormire poca cenere in un’urnetta di granito, accanto al sarcofago delle sue bambine, sotto l’acacia che l’ombreggia; novissimo fantasma d’eroe che non potendo morire come Orlando sulla catasta dei nemici, muore come Washington, decretando a sè stesso il «rogo di Pompeo.»

Chi è dunque quest’uomo? Costretto a vivere la vita nomade e quasi selvaggia dei _gauchos_ e dei _rastreadores_; mescolato dalla sua fortuna alla schiuma degli avventurieri e dei fuorbanditi di tutte le stirpi, cresciuto suo malgrado alla scuola delle rivoluzioni e delle guerre perpetue, travolto a controgenio nella mischia di fazioni feroci e sanguinarie, conserva intatta in mezzo a tanto contagio la nativa purità dell’anima sua, riportando dal forzato consorzio qualche difetto e qualche stranezza, non un solo abito vizioso nè un solo sentimento colpevole.

Braccio designato di tutte le congiure, campione atteso di tutte le rivolte, alfiere desiderato di tutte le parti; si consacra a tutte, ma non serve a nessuna, e nel tumultuante pandemonio delle chiese, delle confessioni, delle sette del suo tempo, si innalza come un Pontefice a cui tutti si volgono e s’inchinano, e che nessuno può dir suo.

Ama dell’amore geloso e intollerante del selvaggio la sua patria, e va cavaliere errante di tutte le patrie e crociato di tutte le libertà. Proclama la fratellanza dei popoli, ma ad ogni straniero che s’accampi entro il sacro confine della sua terra, grida minaccioso lo sfratto del poeta:

Ripassin l’Alpi e tornerem fratelli.

Si protesta repubblicano, ed offre due volte la sua spada a due re. Resta democratico rivoluzionario socialista; ma partendo per la più maravigliosa delle sue imprese riconsacra sulla bandiera il patto d’Italia con Vittorio Emanuele e la monarchia dei plebisciti.

È un Dittatore onnipotente per la gloria e la fortuna, e festeggia egli stesso l’arrivo del Re e dell’esercito che vengono a spodestarlo; e fatto nascostamente bottino d’un sacco di civaie, colla ricchezza di questa preda, colla gioia di chi perdendo il potere ricupera la libertà, dispare novellamente nella solitudine del suo mare.

È un ribelle, e scrive sulla bandiera il nome del Re a cui si ribella; poi ferito e imprigionato da lui, continua a restargli fedele, e per la causa per cui era caduto di palla italiana sul colle d’Aspromonte, cade di palla austriaca a piedi di Monte Suello.

È un Belial, un Lucifero, un Dragone; sfolgora la grande simonia del Poter Temporale colle invettive di Dante, e odia la Chiesa Romana dell’odio di Lutero; a sentirlo si direbbe che sia pronto a cominciar da un istante all’altro una Saint-Barthélemy di cattolici, e se incontra uno di quei preti ch’egli chiama _buoni_, è il primo a stendergli la mano, e crede ancora alla possibilità d’un clero evangelico, amico della libertà e del progresso; e cerca nelle parole di Cristo i precetti della _Religione del Vero_, e confida alle sue _Memorie_ la sua fede in Dio e nell’anima immortale.

Chi è dunque quest’uomo?

Vittor Hugo, il Garibaldi della lirica, lo chiama «l’eroe dell’ideale,» ma è un responso apollineo: Giulio Michelet esclama: «Degli eroi non ne conosco che uno: Garibaldi;» ma l’iperbole tradisce la difficoltà del giudizio: Giorgio Sand scrive: «Garibaldi non assomiglia a nessuno, pure v’è qualcosa in lui di misterioso che fa pensare;» ma in tal modo ripropone il problema, non lo risolve. Una delle più celebrate effemeridi della Gran Brettagna l’_Athenæum_[423] tenta seriamente di trovare in lui l’incarnazione del veltro allegorico:

Questi non ciberà terra nè peltro Ma sapienza ed amore e virtute;

ma con ciò non fa che addensare sulla fronte del Proteo le nebbie del più oscuro simbolo dantesco.

I partiti se lo palleggiano; i repubblicani lo contrastano ai monarchici; i rivoluzionari lo levano al cielo; i reazionari lo inabissano nel fango; i preti di Sicilia lo annunziano dai pergami come un nuovo Messia, i preti di Roma lo folgorano d’anatemi come un Anticristo; la rettorica consuma tutte le sue metafore; l’amore profonde tutti i suoi inni; l’idolatria esaurisce i suoi incensi; l’odio erutta tutte le sue bestemmie; la critica stanca i suoi occhi e la filosofia i suoi ragionamenti; ed egli, al pari della favolosa Jungfrau, di cui a tutti è concesso ascendere i fianchi e superare le prime vette, ma a nessuno toccare la cima, ravvolta nell’intatto velo delle nevi eterne; egli nasconde ancora la parte più alta e più pura di sè stesso, e dalla sua solitaria rupe continua a sfidare i definitori e gl’interpreti.

Ancora una volta: chi è quest’uomo?

Il lettore rammenta certamente quell’apparizione quasi fantastica del secolo XVIII che fu chiamata l’uomo di Rousseau. Prediletto figlio della natura, dotato delle più nobili facoltà, più ricco d’istinto che di ragione, e più di sensibilità che di riflessione, uscito più che a mezzo dallo stato di barbarie, ma ancora esitante sul confine della civiltà, e portando sempre seco in tutti i passi della sua vita le abitudini, i gusti e i ricordi della nativa selvatichezza; cresciuto nella fede che la natura abbia creato l’uomo virtuoso e felice, e la società sola l’abbia fatto colpevole e infelice; carezzato dal sogno d’una età reditura di perfezione e di felicità, da cui non già le colpe sue, ma la prepotenza di pochi malvagi l’abbiano sbandito; educato a vedere in un ipotetico contratto sociale, quando e come scritto non si saprebbe, il patto leonino del più astuto o del più forte imposto al più dabbene e al più debole, l’uomo di Gian Giacomo, quantunque non corrisponda ad alcuna realtà storica e sia manifestamente il portato di un erroneo concetto, rappresenta ancora in una figura simbolica quella lotta antica e perenne della società e della natura, dell’ideale umanitario, e dell’ideale politico, d’onde uscirono ed usciranno in perpetuo, insieme alle periodiche convulsioni del genere umano, i periodici progressi del suo incivilimento.

Agli occhi dell’Adamo ginevrino la natura è la madre, e la società è la matrigna; da quella la cornucopia di tutti i beni, da questa il vaso di Pandora di tutti i mali.

Dio si rivela da sè stesso alla coscienza umana nelle opere della sua creazione, nei beneficii della sua provvidenza, e la società ne oscura il limpido concetto colla fola delle religioni, le superstizioni dei culti, il mendacio de’ sacerdoti. La terra fu concessa dal Creatore per stanza e nutrimento di tutti i suoi figli, e la società sancisce l’usurpazione del più forte e il furto della proprietà. La natura creò dal suo grembo tutti gli uomini uguali, e la società vi sostituisce la superfetazione dei privilegi e delle caste. La natura largì a tutti i cuori i diritti del libero amore, e la società li sconosce o li violenta coll’imposizione delle nozze artificiali e indissolubili. La natura donò alle arti pacifiche e benigne dell’uman genere il fuoco de’ suoi soli, i metalli delle sue viscere, la scintilla de’ suoi corpi, tutte le arcane potenze de’ suoi elementi, e l’egoismo o l’ambizione di pochi privilegiati convertirono tutte quelle forze benefiche in istrumenti di distruzione e di rovina. La natura infine scrisse nell’anima d’ogni suo figliuolo i sentimenti della giustizia, della carità e dell’amore, e dacchè in un angolo di quest’aiuola si strinse il primo consorzio umano,

. . . . . . . . . . Una feroce Forza il mondo possiede, e fa nomarsi Dritto!

Tutto in questo dorato ergastolo della civiltà, dove l’uomo della natura si sente incarcerato, tutto gli è sospetto ed esoso. La scienza è un pericolo, il lusso un oltraggio, i trovati dell’uman pensiero un’insidia, le arti, le arti stesse divine, ponno mutarsi in scuola del vizio ed in veleno della virtù.

Quale meraviglia pertanto se un uomo siffatto traendo a fil di logica le ultime conseguenze delle sue premesse, conformando il fatto alla dottrina, brandisse la fiaccola d’Erostrato e appiccasse egli stesso le fiamme ai bugiardi templi di quella civiltà ch’egli gridò la grande nemica dell’umana famiglia? Ma rassicuratevi. L’uomo che vi sta dinanzi non fu mai un dialettico; il sentimento domina troppo il suo intelletto, l’amore sovrasta troppo ai suoi odii, perchè egli possa, coll’inflessibilità d’un Convenzionale e la brutalità d’un Comunardo, giungere imperturbato alle ultime illazioni de’ suoi principii ed erigere sopra monti di teste, al chiaror delle torcie petroliere, la città nuova de’ suoi sogni.

Perisca pure la logica, ma sia salva l’umanità; e però la stessa voce che poco prima nelle medesime pagine scrollava come vento impetuoso le mura della vecchia società, risponderà a coloro che gli rinfacciarono di non saper usare strumenti più efficaci e più pronti: «E che! bisognerà dunque distruggere la società, annientare il tuo e il mio, e tornar cogli orsi a vivere nelle selve? Pochi, cacciati dal rimorso o chiamati da una popolare vocazione, lo potranno; ma i più, ma tutti coloro che avranno udito la voce dell’Eterno e compreso la necessità di cooperare colla virtù a’ suoi alti disegni, coloro rispetteranno i sacri legami della società di cui sono membri, ameranno i loro simili, serviranno scrupolosamente alle leggi ed agli uomini che ne sono gli arbitri ed i ministri, e onoreranno sopra ogni cosa i Principi buoni e saggi che sapranno prevenire o guarire la moltitudine crescente degli abusi e dei mali che senza posa ci assalgono e ci percuotono.[424]»

Ora si riuniscano tutte le idee capitali di questa dottrina, e si spiri loro un’anima; si raccolgano tutti i lineamenti sparsi dell’uomo immaginario che ci passò davanti, e si gettino nella forma concreta e salda d’un uomo vivo e vero; si dia quindi a quest’uomo reale e storico lo stesso istinto del bene e intuito del vero, lo stesso concetto della vita e del mondo, lo stesso amore appassionato della natura e la stessa antipatia invincibile della società; si compia la sua figura colla semplicità de’ costumi, il gusto della libertà campestre, il fastidio della vita cittadina, il bisogno profondo e ineffabile di solitudine e di pace; non si nascondano per questo alcune delle ombre che frastagliano anco più scuramente la fronte del simbolico _Emilio_: la sensibilità eccessiva, la mobilità impetuosa, la intemperanza delle passioni, la crudezza del linguaggio; si collochi quest’essere fantasioso e ardente, sdegnoso e pio, istintivo e geniale innanzi alla civiltà d’un secolo non più, credo, ma non meno corrotto di quanti l’hanno preceduto, in faccia alle religioni bugiarde non ancora sfatate, alla clerocrazia tuttora prepotente, ai privilegi mutati, ma non distrutti, alle caste trasformate, ma non annichilite, al grido delle nazioni oppresse, all’urlo delle plebi affamate, al gemito dei bambini venduti, al pane salato dalle lagrime di vergogna della donna prostituita, e tuttavia saporito al dente dello Stato, e ciò fatto si dia ad un uomo simile il cuore d’un eroe e il braccio d’un atleta, lo si armi d’una spada, in luogo d’una penna; si converta ognuna delle sue idee e delle sue passioni in un fatto, e ogni fatto in un prodigio; gli si apra per arena il vecchio e il nuovo mondo, e lo si segua sopra un’interminabile Via Sacra che va da Laguna a Montevideo, dal Salto a Roma, da Varese a Marsala, dal Volturno a Bezzecca, da Mentana a Dijon; si riepiloghi finalmente tutta questa epopea nell’egloga di Caprera; si nasconda tutto questo mondo di gloria e di virtù in una povera urna, fra due bambine, sotto un’acacia, — e si avrà Garibaldi.

FINE DEL VOLUME SECONDO ED ULTIMO.

AVVERTENZA.

Nel primo volume trascorsero alcune sviste tipografiche, e alcuni errori di fatto. Alle prime si ripara con l’_Errata-Corrige_ che viene appresso; dei secondi siamo lieti di potere, mercè il consiglio di qualche cortese che volle onorare de’ suoi appunti l’opera nostra, fare ammenda con queste

_Postille:_

Nel primo volume, a pag. 389, in nota, parlando della pensione offerta dal Governo sardo, per mezzo del generale La Marmora, al generale Garibaldi, ci siamo un po’ maravigliati che il La Marmora, in certe sue lettere al Dabormida, avesse tralasciato di notare che Garibaldi la pensione l’accettò per la madre e la rifiutò per sè, traendo la prova di questo fatto da una lettera di Massimo d’Azeglio ad Antonio Panizzi, del 25 luglio 1864, e scorgendo quindi una certa contraddizione tra l’asserto del generale La Marmora e quello del suo amico, allora Presidente del Consiglio dei Ministri.

Ma _Verax_ nel _Fanfulla_ del 30 giugno 1882 (e tutti sanno quale devoto amico del generale La Marmora si nasconda dietro quel pseudonimo) mi scrisse una lettera pubblica nella quale sostenne che contraddizione non c’è: che le pensioni date a Garibaldi furono due: una, quella di cui parla La Marmora, nel 1849; l’altra, quella a cui allude Massimo d’Azeglio, accettata per la madre ed i figli nel 1851. E noi, rispondendo al _Verax_, abbiamo espresso qualche dubbio su questa seconda pensione; ma egli ci rispose ribadendo e affermando d’avere visti i Documenti, e noi, senza credere per questo chiusa del tutto la lite, ci rimettiamo per ora alle autorevoli parole del nostro stimato amico.

Lo stesso _Verax_ poi.... cioè no.... Luigi Chiala ci scrive additandoci un altro errore scappatoci a pag. 225, dove diciamo che teneva il portafogli della guerra il generale Ricci: egli ci ammonisce che reggente il ministero della guerra era allora Cesare Balbo, Presidente del Consiglio dei Ministri, il quale aveva per suo primo ufficiale il colonnello Dabormida, e soggiunge: «Hai confuso alle volte col maggiore Giuseppe Ricci, che fu poi generale di Stato Maggiore, e, se non erro, era allora segretario generale, cioè primo ufficiale agli esteri?»

E non abbiamo nulla a che ridire sulla rettifica. Soltanto ne giova soggiungere che un Ricci generale o maggiore deve esserci entrato, perchè il generale Medici nel brano di Memorie da lui confidate ad Alessandro Dumas seniore, e delle quali il Medici stesso ci confermò più volte la veridicità, narrando questo episodio di Garibaldi, dice che Carlo Alberto lo rimandò a Torino «pour qu’il y attendît les ordres de son Ministre de la guerre Mr Ricci.»