Part 41
Questo, se non c’inganniamo, l’uomo pubblico; ma e l’uomo privato? L’uomo privato fu tale egli pure, che se anche non avesse compiuto alcuna delle azioni famose per cui diventò storico, sarebbe stato tuttavia un esemplare singolarissimo della specie umana, degno di tutto lo studio dello psicologo e dell’artista. Il biondo fanciullo che dipingemmo scorrazzante sulla riviera di Nizza; il bel Corsaro che vedemmo ammaliare la povera Anita alla fontana di Laguna; il trionfante Dittatore del 1860, che al suo apparire faceva squittire in coro le picciotte siciliane: _Oh quant’è beddu!_ aveva serbato fino agli ultimi anni la sua maschia bellezza, una bellezza però tutta sua, lontana dal tipo comune della bellezza eroica e guerriera; originale e novissima essa pure.
Perocchè Garibaldi non poteva dirsi un «bell’uomo,» nel senso più usitato della parola. Era piccolo: aveva le gambe leggermente arcate dal di dentro all’infuori, e nemmeno il busto poteva dirsi una perfezione. Ma su quel corpo, non irregolare nè sgraziato di certo, s’impostava una testa superba; una testa che aveva insieme, secondo l’istante in cui la si osservava e il sentimento che l’animava, del Giove Olimpico, del Cristo e del Leone, e di cui si potrebbe quasi affermare che nessuna madre partorì, nessun artista concepì mai l’eguale. E quante cose non diceva quella testa; quanto orizzonte di pensieri in quella fronte elevata e spaziosa, quanti lampi d’amore e di corruccio in quell’occhio piccolo, profondo, scintillante, che marchio insieme di forza e d’eleganza in quel profilo di naso greco, piccolo, muscoloso, diritto, formante colla fronte una sola linea scendente a perpendicolo sulla bocca; quanta grazia e quanta dolcezza nel sorriso di quella bocca, che era certo, anche più dello sguardo, il lume più radioso, il fascino più insidioso di quel viso, e che nessuno oramai il quale volesse serbare intera la libertà del proprio spirito, poteva impunemente mirar davvicino.
A questa singolar bellezza poi, che era già per sè sola una potenza, la natura, madre parzialissima a questo suo beniamino, aggiunse l’agilità e la forza; non veramente la forza muscolare dell’atleta, ma quella particolare forza nervosa che si rattempra e ingagliardisce coll’esercizio e che, associata all’agilità, rende capace il corpo delle più ardue prove e delle più arrischiate ginnastiche.
E che ginnasta fosse Garibaldi lo sappiamo da lui stesso. «Credo d’essere nato anfibio,» soleva dire per esprimere la facilità con cui fin dalla prima volta in cui si buttò in acqua si trovò naturalmente a galla. Abbiamo notato infatti le persone da lui salvate dall’acqua, e sono sedici: il che potrebbe bastare, anche non essendo Garibaldi, alla rinomanza d’un uomo.
E come nuotava, cavalcava, saltava, s’arrampicava, tirava di carabina, di sciabola, occorrendo di pugnale, senza che nessuno gliel’avesse mai insegnato, e avendone trovato soltanto nella struttura delle proprie membra e negli istinti della propria indole il segreto e la maestria.
Del suo corpo poi, come uomo che sa d’averne bisogno, era curantissimo. Egli non vestì sempre il costume con cui il mondo s’abituò a vederlo fin dal 1860. In America alternò, secondo i casi, il vestire paesano del _gaucho_, la giacca del capitano di mare, e l’uniforme bianca, rossa e verde della _Legione Italiana_; venuto in Italia, se non era sotto le armi, nel qual caso tornava alla tunica rossa orlata di verde (non camicia per anco), al cappello piumato a larghe falde, al mantello bianco ed ai calzoni grigi instivalati; indossava un grosso soprabito abbottonato sino al mento, e fu con quello che noi lo vedemmo per la prima volta a Torino nel 1859.
Soltanto la mattina del 5 maggio comparve sullo scoglio di Quarto colla camicia rossa e il _poncho_ sulle spalle; e sia stato amore di quell’assisa fortunata o certezza che quella foggia si attagliasse meglio d’ogni altra alla sua figura, non l’abbandonò mai più.
Ma anche più che all’eleganza del vestire, tenne alla nettezza della persona. Usava frequente bagni e lavacri d’ogni sorte; aveva delle sue mani, de’ suoi denti, de’ suoi capelli una cura attentissima; non avreste trovata sulle sue vesti, spesso logore e strappate, una sola macchia. Strano a dirsi come quel mozzo paresse un gentiluomo. Nel primo abbordo aveva quel non so che di semplice e decoroso insieme che è il primo incantesimo con cui tutti i grandi uomini pigliano di solito i minori. Non dava che del _voi_; tenne il _tu_ per i figli e per i più vecchi e più intimi amici; e fuori che al Re non l’abbiamo sentito dare del _lei_ a chicchessia. Nel ricevere porgeva egli per il primo famigliarmente la mano; alle signore, tanto più se onorande per età o per lignaggio, gliela baciava con galanteria di cavaliere.
Nei colloqui preferiva l’ascoltare al parlare, segno questo pure di cortesia aristocratica. Nelle cose minime, nelle questioni secondarie d’etichetta o di forma, quando si trattasse di rendere un servizio, di liberarsi da un fastidio, o di concedere un favore, fosse colui che gli parlava ricco o povero, umile o potente, era d’un’amabilità e d’un’arrendevolezza affascinanti. E da ciò la sua troppa facilità nel concedere commendatizie ed attestati d’onestà e di patriottismo anche ai meno meritevoli, e l’abuso che tanti indegni poterono fare della sua parola e del suo nome. Ma in tutti gli argomenti a’ suoi occhi importanti, quando fosse in giuoco alcuna delle sue opinioni predilette, o degli affetti dominanti del suo cuore, allora il discorso cominciava a diventar difficile, e se l’interlocutore s’infervorava nelle obbiezioni, con una sentenza, un motto, talvolta una scrollata di spalle, troncava la disputa. Nel 1864 quando visitò Lord Palmerston in casa sua, avendo questi condotta la discussione sulla Venezia e tentato di fargli capire che la questione veneta era da rimettersi al tempo, alla Diplomazia, ai Trattati: «Ma che cosa mi dite, interruppe di scatto, chè non è mai troppo presto per gli schiavi rompere le loro catene,» e con una mossa subitanea piantò stupito e quasi a bocca aperta il suo eloquente contradittore.[416]
E ciò sganni una buona volta coloro che, non sappiamo con quali fini, si son sempre finto un Garibaldi automa senza idee e senza volontà, e di cui i pochi furbi che l’accostavano potevano a lor grado guidare i movimenti e far scattare le molle. Delle idee ne aveva poche, ma tanto più tenaci quanto più avevano trovato libero il campo dello spirito in cui abbarbicarsi. Discutere con lui era anche per quelli che più stimava ed ascoltava, la più ardua e più erculea delle imprese. Era una sfera d’acciaio brunito che non lasciava presa d’alcuna parte. Francesco Crispi, nel di lui elogio funebre alla Camera dei Deputati, disse: «Non ci fu uomo che sia stato come lui forte nelle sue volontà; egli fece sempre soltanto quello che volle, ma non volle che il bene d’Italia,» e questa affermazione d’un testimonio che gli fu al fianco nei più gravi momenti della patria, ci dispensa dal dirne di più.
Le maniere gentili traevano risalto dai costumi semplici. Pochi uomini più di lui furono nel bere più sobri, nel cibo più parchi. Fino agli ultimi anni, in cui il vino gli fu ordinato quasi per medicina, bevette sempre acqua e dell’acqua migliore si pretendeva buon gustaio finissimo, e l’assaporava, e la decantava talvolta ai commensali, che non erano sempre del suo gusto, come il più prelibato de’ nettari. Quanto alle vivande, mangiava poca carne, anche per un residuo di scrupoli pittagorici che non aveva mai saputo vincere; prediligeva il pesce, i frutti e i legumi. Un piatto di fichi e di baccelli lo metteva d’appetito meglio d’un fagiano tartufato! Il pesce godeva, quand’era sano, pescarselo da sè; e allora due o tre volte la settimana, al pallido lume di Venere-Diana, presi seco or l’uno or l’altro de’ suoi figli e per turno questo o quello de’ suoi compagni di Caprera (quasi sempre, nel 1854, anche lo scrittore di questo libro), scendeva in canotto, ed ora al largo, ora nei seni più pescosi di quella pescosissima marina, passava tal volta coll’amo, tal altra coi filaccioni, quasi mai colle reti, l’intera mattinata, tornandone, rare volte, a mani vuote, quasi sempre con tanto di preda da fornire il desinare a lui e a tutta la colonia.
Ma la sua passione predominante fu l’agricoltura. «Di professione _Agricoltore_,» scriveva egli stesso sulla scheda del Censimento del 1871, e non aveva mentito. Un terzo della Caprera fu ridotto fruttifero per molta parte del lavoro sudato della sua fronte, o colla scorta de’ suoi precetti e per impulso della sua volontà.
La prima sua opera era stato un vigneto sopra un piccolo altipiano, a metà via tra la sua casa e Punta Rossa, ma quantunque l’uva, tutta bianca, ne fosse squisita, la vendemmia non compensò mai la fatica e la spesa. Più tardi, già preoccupato del problema del pane quotidiano, volle tentare la coltura dei cereali, e ridusse a frumento un quadrato di forse quattro ettari; ma qui pure, per colpa non del cultore, ma del terreno, il frutto non corrispose al dispendio.
Ma il suo vero amore, era il podere modello di Caprera, era il Fontanaccio. Esso pure, fino al 1859 non era che dura roccia, e d’anno in anno ci fece la vite, il fico, il pesco, il mandorlo, il fico d’India, e, sebben più sensibili alle sferzate di grecaio, gli agrumi.
E colà ogni mattina, per lunghi anni, coperto il capo da un cappellone a larghe falde, in camicia rossa sempre, armato di coltelli e di forbici agricole, di cui gran parte portava appesi ad una cintura, passava le lunghe ore a potare, sfrondare, innestare; lieto fin che lo lasciavano solo, rannuvolato tostamente se un visitatore importuno, se un telegramma malarrivato, venivano ad interrompergli il piacere di quelle gradite occupazioni.
Nè agiva empiricamente. Nella sua biblioteca i Trattati d’Agronomia abbondavano, e parte col sussidio dei libri, parte col consiglio di questo o quell’agronomo, che metteva subito nel novero de’ suoi amici, parte coll’aiuto del suo ingegno, naturalmente incline a tutti gli studi fisici, s’era formato un corredo di idee scientifiche e razionali, che certo molti de’ più grossi agricoltori d’Italia non hanno mai posseduto.
Epperò fece venire d’Inghilterra macchine agricole, aprì fosse di scolo per dar esito alle acque piovane, sanò dalle sotterranee i terreni più plastici, sostituì alla rotazione dodicennale la coltura più intensiva delle alberate e degl’ingrassi e agli ingrassi provvide coll’allevamento del bestiame; (ebbe persino centocinquanta capi di armento bovino e quattrocento d’ovino); a poco a poco fornì quel suo podere, strappato zolla per zolla alla breccia ed al granito, di tutto quanto la scienza ha indicato di più acconcio alla sua coltura; e stalle e concimaie e capanni per marcimi e lettimi, e colombaie e alveari e via dicendo; e si rovinò del tutto. Garibaldi non fu mai ricco; ma i suoi pochi risparmi fatti in America, le eredità fatte dai fratelli, i denari ricavati dai ricchi regali mandatigli, i denari stessi donatigli o prestatigli dagli amici di tutto il mondo; tutto andò a finire nel pozzo senza fondo di Caprera, che non restituì mai al suo innamorato cultore nemmeno il salario quotidiano delle fatiche che per circa venti anni le aveva spese d’attorno.
Ma non sempre poteva stare nei campi; e i giorni di pioggia e di vento, o i più crudi dell’inverno, li passava in casa, seduto quasi sempre, dopo il 60, di faccia alla terrazza della casa nuova che guardava il mare, intento alla lettura e alla scrittura. Lesse molto e un po’ di tutto; ma nessuno vorrà dirlo per questo un lettore portentoso. Dei libri, già dicemmo quelli che prediligeva: gli storici principalmente di Grecia e di Roma; i trattati d’Agronomia e di Matematica; e sopra a tutti, i poeti; e fra questi, come è noto, Ugo Foscolo degli italiani; Chenier e Voltaire fra i francesi. Negli ultimi anni s’era preso d’amore per Guerrazzi e Vittor Hugo; due autori non fatti certamente per temperargli la fantasia, e per la _Storia dell’Italia antica_ di Atto Vannucci, di cui citava intere pagine anche ne’ suoi romanzi; ma diletto fra tutti, compagno inseparabile delle sue veglie, primo confidente del suo spirito, il Carme dei _Sepolcri_, di cui gli trovaron presso il letto di morte aperto il volume.
Nello scrivere invece inesauribile, infaticabile, e rispetto a tante altre cose che faceva, prodigioso. E non diciamo delle sue lettere, testimoni troppo eloquenti della scorrevolezza della sua penna; ma egli scrisse, in vecchiaia, tre romanzi: _Clelia o il Governo del Monaco_; _Cantoni il Volontario_ e _I Mille di Marsala_; e da molti anni aveva intrapreso a scrivere in versi sciolti la storia della sua vita, e noi stessi, nel 1864, ne udimmo parecchi squarci dalla sua bocca. Intralasciato poi, per qual ragione non sapremmo dire, questo lavoro, riprese lo stesso tema in prosa, scrivendo le sue _Memorie_, dal giorno in cui le lasciò nel 1850, fino, crediamo, alla campagna di Francia. E queste _Memorie_, ci consta nel modo più certo, egli le affidò, or sono quattr’anni, in una cassetta chiusa, al figlio Menotti, coll’ordine espresso di non mostrarle finchè fosse vivo ad alcuno, e soltanto trascorso un certo termine dalla sua morte, pubblicarle.[417]
Mescolate poi alle _Memorie_ autobiografiche, si trovarono fra le sue carte, e si troveranno anche più quando si spoglino tutte, pensieri staccati, frammenti di problemi, appunti, studi fisici e matematici;[418] persino uno specchietto dei conti di casa, che non oseremmo affermare tornassero perfettamente.
Infine, poeta nell’anima, cui non era forse mancato per esserlo anche nell’arte, che il tirocinio degli studi e l’esercizio della tecnica, e poesia vivente egli stesso, non seppe resistere mai alle tentazioni d’una certa sua musa bizzarra e selvaggia che le si era annidata nel cervello, ed empiva quaderni di versi, di cui talvolta l’udimmo noi stessi recitarne lunghi brani, talchè non ci meraviglierebbe che un giorno sbucasse fuori dalle sue carte anche un Canzoniere.
E non solo in versi italiani[419] scriveva, ma spesso in francesi, come ne ha già fatto testimonianza l’inno di guerra composto in Francia e recitato durante l’assalto notturno di Dijon; e ne fa conferma lo squarcio di questo Carme, scritto a Vittor Hugo nel 1867, in risposta della sua _Voix de Guernesey_, rovente ancora delle collere recenti di Mentana e dove, in mezzo al rombar monocorde delle tribunizie invettive, senti echeggiare qua e là, fieri e solenni, i giambi del Barbier.
Quand plus heureux jadis, aux champs de Parthénope, Mes jeunes miliciens ont étonné l’Europe, Essuyant leurs pieds nus sur le tapis des rois, Donnant à leur pays ce qui fut tant de fois Le rêve, le soupir, l’espoir de nos ancêtres, Crois-tu qu’ils ont servi, combattu pour des maîtres? L’amour de la patrie fut leur seule passion, Et de l’humanité libre la mission. Ce n’est pas vrai qu’aux rois nous ayons fait l’aumône; Nous servions l’Italie, nous ne servions personne. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Si de l’Europe alors la phalange d’élite Avait de son appui encouragé de suite Les nouveaux Argonautes en leurs braves élans, Le Lucifer de Rome avait fini son temps; Le monde était guéri de la lèpre infernale, Et l’horrible mensogne, à son heure fatale, Aurait du despotisme accéléré le sort! Mais les nations toujours ont le terrible tort De laisser une sœur seule dans la bataille, Seule des potentats affronter la mitraille! Eux, ils sont bien unis, à l’heure du danger; Et les peuples, jamais ne sauront partager Le péril en commun pour la cause commune? De l’humaine famille à la sainte tribune On entendit la voix de la noble Albion Imposant fièrement: «Pas d’intervention!» Seule! et l’on vit alors le superbe despote Reculant sans réplique au devant du grand vote, Aller chercher ailleurs des peuples à duper, Des tyrans à produire, et le monde à tromper. Mais la liberté sainte, au sein de l’Amérique, Oh! n’est pas un vain mot, et le sol du Mexique Sera longtemps fécond par le sang des Français. L’Américain, de maîtres, il n’en voudra jamais! Bons pour nous, surannés, remplis, pétris de vices, Serviteurs de nos rois, agents de leurs polices! Ils ont trouvé la voie de nous tromper toujours, Par leurs statuts masqués, par leurs prêtres, leurs cours, Des marches de l’autel, où le clergé-mensogne Nous montre le salut. C’est hideux, quand j’y songe! Nous courons aux tribunes, où nos sages parleurs, À force de grands mots, nous dorent nos malheurs. Le mouchard, l’alguazil, sont décorés, sont maîtres; Il faut, pour prospérer, être serviles ou traîtres; Le sang de nos enfants sert à river nos fers; La superstition, ce monstre des enfers, Plane encore sur le monde, et, comme l’hydre antique, Ressuscite toujours dans l’affreuse boutique Du prêtre, et le tyran, dont elle est le soutien, De sa fausse piété nous montre le maintien. De l’or des nations on construit la mitraille, Les instruments de mort: et le champ de bataille Est toujours des humains l’arène, où de leurs droits Au jugement du sabre ont appelé les rois. Ton pays et le mien, par un vil servilisme, Sont courbés lâchement sous l’impérialisme Par qui nos champs sont clos et nos sillons blanchis Des os des malheureux que le monstre a trahis Avec les vains appâts de conquête, de gloire. Le monde est un charnier dont il dore l’histoire. «L’empire c’est la paix,» dit-il, le vieux menteur, Tandis que de la guerre il est l’instigateur. Toujours, toujours poussant les peuples au carnage, L’Europe n’a suffi pour contenter sa rage. Oh! de l’humanité, quand ce cœur malfaisant Aura cessé de battre, on verra reparaître Le fraternel amour, les vertus, le bien-être; Et de la liberté le soleil radieux Des nations trompées dessillera les yeux.
Caprera, décembre 1867.
G. GARIBALDI.[420]
* * *
Ma il gusto della vita solitaria stringe l’uomo a tutto ciò che lo attornia, e l’amore della natura lo inclina ad amare tutto ciò che essa produce. Da ciò quella gentilezza d’affetto che il nostro Eroe ebbe sempre per le piante, gli animali, per tutti gli esseri coi quali per una ragione o per l’altra si trovò a contatto o convisse. E l’estremo episodio delle due capinere è troppo recente e vivo nella memoria, perchè sia mestieri addurlo per una prova di più. Soltanto egli si rendeva conto di questo suo sentimento: nell’arcano fascino che esercitava su di lui la natura, cercava una dottrina, anzi una fede; nell’amorosa corrispondenza che sentiva correre tra lui e le cose, scopriva una prova che le cose stesse fossero dotate d’un’anima pari alla sua, raggio a sua volta dell’anima dell’universo, e nella quale, traendo facilmente le ultime illazioni da questa specie di panteismo sentimentale, sentiva e adorava Dio.
E perchè di questo non si dubiti, si legga questa pagina, crediamo interessantissima, delle sue _Memorie_.
L’ANIMA.
«Io ho veduto mia madre in sogno. — Io ho veduto mia madre — sveglio! — L’amore della mia genitrice non merita esso che in qualche momento della mia vita — il mio pensiero si rivolga ad essa? — Essa che fu così buona — così affettuosa per me — così indulgente! Dunque mia madre in molte circostanze mi si è presentata — anche sveglio! Sì, anche sveglio! — perchè pensando a quella carissima creatura anche in pien meriggio — mi par di vederla sotto quella sua semplice veste — sorridermi col sorriso degli angioli. — E l’immateriale corrispondenza degli occhi dell’anima non è forse prova sufficiente dell’immortalità della stessa? questo per la madre mia — potentissimo affetto! Ma non amo io pure il mio cavallo, il mio cane, le mie piante? Quando nella mia vita nomade dell’America — dopo una lunga marcia, e dopo un giorno di pugna — io spogliava de’ suoi arnesi il mio povero stanco cavallo — e lo palpava e lo asciugava del sudore — e rare volte io potevo regalare al mio fedele compagno — un pugno di biada, — poichè nei campi illimitati di quella parte del mondo, per l’abbondanza dei pascoli, ossia per la poca abbondanza di cereali non si dà ordinariamente biada ai cavalli, — e dopo d’averlo accompagnato all’acqua lo collocavo accanto al mio giaciglio — ebbene, dopo tutto ciò che non era altro che un dovere verso il mio compagno di fatiche e di pericoli — io mi sentiva soddisfatto. Se poi un nitrito del rinfrancato mio compagno si aggiungeva, e lo vedevo ravvolgere le stanche membra sulla verdura del campo — oh! allora _sentivo la gentil voluttà d’esser pio_.
»Il mio cane _Castore_, che nel 1849 mi seguiva in Tangeri, ov’io ero proscritto — io lo amavo perchè nella sventura e nell’isolamento — ov’io ero rigettato dalla fortuna — e dalla codarda malvagità di certi uomini — mi sembrava di sentire più intenso l’affetto de’ miei superstiti. Il mio cane, dovendo partire per l’America, era mestieri lasciarlo — e lo lasciai al mio amico Murray, console inglese. Il mio povero _Castore_! pianse per varii giorni la separazione dell’ingrato amico — e senza voler prendere cibo morì di crepacuore. — Ebbene — io amo e ricordo il mio cane commosso. E le mie piante — quelle piante ch’io seminai — che ho veduto nascere — e che piccine ho trapiantato in collocazione migliore. Quelle piante nei calori estivi — sull’arida terra di Caprera languiranno di siccità — e così languide penderanno le loro foglie appassite verso il suolo.
»Io con premura innaffiava le mie care piante e a poco a poco si rialzavano dal loro abbattimento e sembravano gettarmi un sorriso di gratitudine. L’anima delle povere piante era in corrispondenza colla mia, come lo sono quando gettato in questo pelago di miserie — lontano da esse — ad esse rivolgo il mio pensiero e mi sento deliziosamente sollevato.
»Egli è il Signore dei cedri del Libano — come dell’issopo che cresce nelle più profonde convalli (Massillon)!
»E perchè sarò io geloso della farfalla — assai più di me bella — se piacque all’Onnipotente di dotarla di un’anima? Non bastava la mia scintilla animatrice per costituirmi parte dell’anima dell’Universo — parte dell’Infinito — parte di Dio? — come lo è la scintilla che vivifica la formica ed il rinoceronte?[421]
»Ignorati da mille passate generazioni — miriadi di mondi rotavano nello spazio — e l’occhio scintillante di Galileo li scopriva e li svelava all’uomo maravigliato. L’onda e l’aria esplorate dalla scienza hanno rivelato all’atterrito osservatore tale numero di esseri viventi ignorati sinora, da fare impazzire le maggiori intelligenze. L’elettrico solca lo spazio colla celerità del pensiero. E chi può limitare i tesori concessi da Dio all’uomo — nei portentosi suoi misteri?
»E l’anima che noi presentiamo — che noi vediamo coll’occhio dell’immaginazione — che noi scorgiamo sino nell’impercettibile aereo abitatore — l’anima — è dessa forse al di là o al di qua della barriera innalzata dall’Eterno all’umana intelligenza? Comunque sia — l’anima mia — è un atomo dell’anima dell’Universo — e questa credenza mi nobilita — m’innalza al di sopra del miserabile materialismo — m’infonde rispetto per gli altri atomi, emanazioni di Dio, e mi spinge a meritare il plauso delle moltitudini degli atomi che mi somigliano — e che coll’esempio — più che colla dottrina — devono far bene — perchè appartengono per essenza all’Eterno Benefattore.»