Garibaldi, Vol. 2 (of 2)

Part 40

Chapter 403,678 wordsPublic domain

Gli mancò, è vero, per la guerra a cui fu condannato, l’occasione di sviluppare grandi concetti strategici; ma tutti quelli che suggerì od effettuò: la marcia manovra su Palermo; la occupazione difensiva della sinistra del Volturno; il progetto di Campagna consigliato nel 1866, concorde a quello proposto dal generale Moltke; la disapprovazione data in Francia alla mossa del Bourbaky; il consiglio ripetuto e non ascoltato di occupare in ogni caso gagliardamente Dôle; tutti questi ed altri esempi provano abbastanza che l’intelletto strategico non mancava certo al nostro Capitano, e che gli fallì soltanto l’opportunità di sperimentarlo egli stesso sopra campi più vasti.

Certo il suo merito risalta più spiccatamente nelle operazioni tattiche. Per la guerra di partigiano, marciar di notte, dormire il giorno, spiegarsi possibilmente coperto; cansar la lotta, se non è sicura la vittoria; costretto ad accettare il combattimento in condizioni sfavorevoli, protrarre fino a notte la resistenza, perchè di notte la ritirata è più sicura; caricati dalla cavalleria, formare la massa in difesa, preferibile al quadrato vuoto che si muove con difficoltà e presenta una fronte troppo debole e troppo estesa all’assalitore. Per la guerra grossa poi «riunire il più di forze possibili sul punto tattico o obbiettivo di campo di battaglia, massima di tutti i grandi uomini di guerra; pericolose però le colonne serrate, specialmente dopo il perfezionamento delle armi: in ogni caso lasciare accostar il nemico: bersagliarlo di pochi colpi ben diretti, e quando sia vicino, fidar sempre nella baionetta e caricarlo.

Questi i precetti principali, ch’egli riassunse in tanti scritti,[409] e professò con l’esempio. «Lasciateli venire,» gridava al Volturno. «Sedetevi, che vincerete,» urlava a Mentana. «Un soldato non deve aver mai vergogna di coprirsi per colpir meglio il nemico,» esclamava a Dijon; ed era la stessa voce che ordinava al momento opportuno le cariche a _ferro freddo_ e le capitanava.

Che cosa mancava dunque a quest’uomo perchè gli si potesse contrastare il titolo di gran Capitano? Di aver mai fatto la grossa guerra, nè condotte le grandi masse degli eserciti moderni. Davvero, che questo argomento sia ripetuto da un pubblico profano e ignaro di siffatte questioni lo si capisce, ma che possa essere in buona fede adoperato da’ militari, sorprende e attrista ad un tempo. E qual uomo di guerra fu egli assunto al comando supremo delle grandi masse, se non dopo aver fatto le sue prove comandando le minori? Oh come! Nella gerarchia militare chi ha comandato un reggimento è presunto capace di comandare una brigata, e chi una brigata una divisione, e così di seguito, e questa presunzione di capacità non varrà per Garibaldi?

Voi, Tedeschi, eleggeste generalissimo de’ vostri eserciti il Moltke, che prima di Sadowa non aveva mai guidato in guerra un solo battaglione; voi, Francesi, deste il bastone di maresciallo a Mac-Mahon, che prima di Magenta non aveva mai condotto al fuoco una divisione; voi, Italiani, reputaste capaci il generale La Marmora e il generale Cialdini, di comandare in capo tutto l’esercito italiano, sol perchè il primo aveva capitanato 15,000 uomini in Crimea, e il secondo ne aveva guidati altrettanti a Castelfidardo ed a Gaeta; e nessuno di voi riconoscerà che Garibaldi, il quale cominciò a guidarne parecchie migliaia fin dal 1849; che al Volturno ne comandava 30,000, e nel Trentino 35,000, possa bastare all’ufficio, a cui pure i gallonati e piumati suoi colleghi furono reputati meritevoli? Col criterio di non reputar Capitano chi non ha comandato grandi eserciti, Napoleone I, che non ne comandò, nella prima e più gloriosa sua campagna d’Italia, più di 30,000, non sarebbe mai stato che un _guerrillero_, e Hoche, Massena, Lannes, Augereau, che eran già salutati grandi generali quando non avevano ancora condotto al fuoco che le minuscole divisioni della Repubblica, non sarebbero rimasti che dei _cabecillas_.

Certo, a dirigere le grandi masse, Garibaldi solo non sarebbe bastato; ma quale più sommo Capitano vi bastò? Anco a Garibaldi faceva mestieri quello che occorse a Napoleone, all’Arciduca Carlo, a Wellington, a Moltke, una corona d’interpreti intelligenti, e di cooperatori fidi; uno Stato maggiore istrutto, e generali di divisione valenti; un servizio organizzato di amministrazione, d’ambulanza, di provianda; ma se a lui pure fosse stato concesso tutto ciò, con quanta maggior libertà ed efficacia non avrebbe potuto attuare i suoi concetti e far sentire alla macchina ben congegnata posta nelle sue mani l’impulso del suo genio! Gli eserciti mancarono a Garibaldi, non Garibaldi agli eserciti! Egli partì co’ Mille di Marsala; ma sarebbe partito assai più volentieri, noi lo vedemmo, con una brigata dell’esercito regolare,[410] e quando voleva esprimere il gran conto in cui teneva l’esercito italiano, invocava l’onore «di combattere alla sua sinistra.»

Strana logica invero!

Fino ad ora si era sempre creduto che chi fu capace di far bene co’ pochi potesse essere presunto idoneo a far meglio co’ più; ma a Garibaldi pare che questa maniera di ragionamento non sia applicabile.

Egli è escluso dalla legge del perfezionamento umano. Fosse stato, come dicevano i Piemontesi d’una volta, una _vecchia giberna_ invecchiata fra le piazze d’armi e le caserme, avrebbe potuto dire egli pure il suo bravo «porto nel mio zaino il bastone di Maresciallo;» ma aver guerreggiato per circa quarant’anni, nel vecchio e nel nuovo mondo, portar sul corpo dieci ferite, presentare uno stato di servizio di sedici campagne[411] e quaranta combattimenti; aver battuto in America Oribe e Brown, in Italia Oudinot e Colonna, Landi e Bosco, Lanza e Ritucci, Urban e Kuhn, e in Francia Keller, Danemberg e Kettler, tutto ciò non dà diritto ad alcuna promozione.

Guerrigliero cominciò, guerrigliero visse, guerrigliero morì.

Diverso fu il giudizio di Abramo Lincoln, che gli fece offrire il comando d’un esercito della grande repubblica americana; diverso quello dell’austriaco D’Aspre, che nel 48 esclamava: «Un sol uomo avrebbe potuto ancora salvar l’Italia, e non fu compreso;» diverso quello del prussiano generale Manteuffel, che pochi anni or sono scriveva: «Se il generale Bourbaky avesse operato secondo i suoi consigli, la campagna dei Vosgi sarebbe stata la più fortunata combattuta nel 1870-71 dalle armi francesi.[412]»

Diversi i pareri dei moderni storici militari, quali il Rustow e il Lecomte, che studiarono un po’ più attentamente e spassionatamente le sue campagne; ma ciò non conta. Non è un generale,» cominciò a mormorare qualche professore d’arte militare, che non aveva letto mai probabilmente una sola pagina delle sue guerre; «non è un generale,» ripetè in coro la scolaresca, e «non è un generale,» fece eco il pubblico pappagallo; e con questa sentenza pronunciata senza esame, senza motivi e senza processo fu accompagnato al sepolcro.

E frattanto la prima vittima di questi errori e di questi pregiudizi, propri a dir vero a tutto ciò che tiene ancora della casta e dell’accademia, fu l’Italia. Pensino invece gl’Italiani, se il valore reale di quest’uomo fosse stato giustamente estimato, quanti rovesci di meno e quanti trionfi di più! Pensi il valoroso esercito nostro, quanto corteo di novelle vittorie avrebbe scortato le sue bandiere, se colui che vinse coi cento e coi mille, coi diecimila e coi trentamila, nel piano e sui monti, cogli scamiciati e cogli inermi, avesse potuto capitanare le agguerrite schiere di Palestro, di San Martino e di Gaeta, e nella sera della fatale Custoza, dare, a chi l’avesse interrogato sul da farsi, la classica risposta: «dormire sul campo.»

Ma anche per lui la giustizia verrà dal di fuori e comincerà dopo morto. Fra pochi anni i giudizi degli stranieri, più intelligenti e più spassionati dei suoi compaesani, saranno conosciuti, i preconcetti e le gelosie che vietarono sin qui la conoscenza e la manifestazione della verità saranno spenti, le storie militari del nostro tempo e del nostro paese saranno meglio scritte, più lette e meglio apprezzate, e allora forse l’Italia comprenderà a qual caro prezzo abbia pagato l’errore d’aver partorito dal suo seno un grand’uomo di guerra e d’averlo disconosciuto.

II.

_Il Patriotta e l’Umanitario._

Pura quanto quella del guerriero, incontestata più di quella del capitano è la gloria del patriotta. Se fra gli eroi della spada è difficile trovargli il simigliante, trovargli l’uguale nello stuolo degli eroi della patria lo è ancora più. E ciò perchè quello che egli offerse in olocausto all’Italia supera in valore tutto quanto fino a lui, anche i più grandi cittadini, anche Washington, il grandissimo fra tutti, avevano offerto alla patria loro. Tutti come lui diedero alla loro terra natale il meglio di sè stessi: il sangue, la vita, gli averi, le gioie del domestico focolare, persino, costosissimo fra i sacrifici, le palme più meritate della gloria ed i risentimenti più legittimi dell’ambizione; ma nessuno di loro le immolò, come lui, il tesoro più sacro del suo petto, la fede dell’anima sua.

La patria creata dal genio e dalla virtù di Washington fu quella vagheggiata da lui: fra il suo concetto politico e la volontà de’ suoi concittadini nessun divario essenziale e nessun dissenso: il Virginiano diede alle Colonie da lui redente e federate le istituzioni pensate ed elaborate dalla sua mente, le suggellò, a dir così, dello stampo del suo spirito e ottenne un frutto e un premio dell’opera sua che nessun altro maggiore.

Di Garibaldi diverso il destino. Egli non sortì la mente pratica del grande Piantatore; il genio della politica non era il suo e non v’è mestieri di riprova. Discernere tra la verità ideale e la realtà effettuale la distanza e la differenza non era da lui; veder ciò che nel suo paese ed anche nel suo tempo fosse fattibile era al di sopra o al di sotto, secondo il punto da cui lo si consideri, del suo intelletto, e il solo trovarsi di fronte ad una questione pratica, se non era militare, lo confondeva e paralizzava.

Epperò il contrasto profondo tra quello che i suoi coetanei preferirono e quello ch’egli amò; tra gl’ideali del suo capo e quelli della sua patria. Il suo ideale religioso fu la Religione naturale o il Deismo filosofico, che dir si voglia, di Gian Giacomo; e l’Italia è per due terzi cattolica, per l’altro terzo scettica o indifferente. Il suo ideale politico fu una specie di Repubblica patriarcale con un Dittatore temporaneo, assistito da un Consiglio di _probi viri_, «la Repubblica della gente onesta,[413]» come egli la chiamava; e l’Italia è e vuol essere monarchica. Il suo ideale sociale è un quissimile di società pastorale, nè colta, nè barbara, vivente nella semplicità e nell’innocenza, retta da un regime che sarebbe un che di mezzo tra il comunismo sansimoniano, «a ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuna ’capacità secondo il suo lavoro,» e il nuovo socialismo della cattedra, «governo largitore di tutti i beni e riparatore di tutti i mali;» e l’Italia si dibatte ancora contro gli avanzi del passato e non osa sbarbicare le ultime radici delle antiche caste e dei vieti privilegi. Quale abisso adunque tra l’anima di quell’uomo e le aspirazioni del suo paese; quanti conflitti dolorosi, quante tentazioni insidiose, o di sciogliere il litigio coi colpi di spada dei Cesari, dei Cromwell e dei Napoleonidi, imponendo alla patria ignara e riluttante la legge della sua volontà, o di abbandonarla, come persona che si sprezza, alla meritata servitù!

Ora Garibaldi non seguì nè l’uno, nè l’altro consiglio, gettò sull’ara della Patria i suoi amori e i suoi odii, le sue più care speranze, le sue più carezzate chimere, e senza chiederle alcun prezzo del suo sacrificio la servì e la salvò.

Nel 1848 proclamava, primo fra i repubblicani, la necessità di stringersi al re Carlo Alberto, e non dipese da lui se la sua spada, che poteva essere forse la salvezza d’Italia, fu ricacciata nel fodero.

Nel 1857 è ancora il primo a sottoscrivere con Daniele Manin e Giorgio Pallavicino il patto d’unione dell’Italia con Casa di Savoia ed a fondare con essi quel nuovo partito nazionale, che fu la base popolare dell’imminente risorgimento.

Nel 1859 non esita ad offrire il suo braccio al Re Galantuomo, e trascinata dietro al suo esempio tutta la gioventù più gagliarda ed attuosa d’Italia, suggella sui campi di battaglia l’unione auspicata della rivoluzione con la monarchia.

Nel 1860 infine, quando il nodo del problema italiano sembrava giunto a tale che la monarchia nè poteva tagliarlo colla spada, senza compromettersi, nè lasciarlo in balía della rivoluzione, senza abdicare, nè scioglierlo coll’artificio dei compromessi e delle transazioni, senza nuocere al suo principio vitale, Garibaldi ancora scioglie il nodo intricato e ponendosi a capo di un’impresa, che adempiva insieme ai fini della rivoluzione ed agli obblighi della monarchia, amplia il patto dei plebisciti e fonda sovra essi il nuovo regno.

Nè a questo patto venne meno più. Aspromonte e Mentana furono certamente, il primo un grande errore, il secondo una grande temerità, entrambi una illegalità; ma astraendo anche da quel segreto viluppo di equivoci e di ambiguità, che in tanta parte li giustificarono, essi devono essere giudicati piuttosto un conato di insurrezione contro la politica d’un governo, che un atto di ribellione contro le istituzioni d’uno Stato.

Non si dimentichi mai che tanto sulla bandiera di Aspromonte, quanto su quella di Mentana, il motto era pur sempre quello di Marsala; e l’aspro dissidio insorto per questo fatto fra Garibaldi e Mazziniani, ne indica meglio d’ogni altro argomento la capitale importanza.

Nè bisogna credere che tutte le conseguenze di Aspromonte e di Mentana siano state malefiche. Non si scordi che l’Italia nel 1861 non era ancora che un simulacro; le mancavano Roma e Venezia, le veniva meno, cosa anche più triste, la speranza e l’ardire di presto acquistarle. Roma era serrata nel circolo vizioso dei voti della Camera e della Convenzione di settembre, che ne rimettevano la liberazione al doppio miracolo dei «mezzi morali» e del consenso della Francia; Venezia poteva, è vero, aspettare più fidente la fortuna d’una nuova alleanza; ma era sempre l’aspettazione del fato.

Ora un uomo che sorgesse protesta viva della volontà nazionale contro la lettera dei trattati e le ambagi della diplomazia, che fosse sempre pronto a spingere il governo, se si arrestava, a scuotere la nazione, se intorpidiva; che serrando insieme l’Italia e la Francia nel dilemma implacabile: «Roma o morte,» rendesse sempre più accorti coloro che ci contendevano la nostra capitale, dei pericoli d’un più lungo rifiuto; un uomo simile non poteva mai dirsi senza un influsso benefico sui destini della patria sua, nè egli stimare del tutto compiuta la sua missione.

Oltre di che, e sta in ciò l’importante, quella propaganda, quell’agitazione, anche quelle rivolte, non erano che uno sfogo ed una distrazione offerta alla parte rivoluzionaria, la quale, o abbandonata a sè stessa, o caduta in potere d’altri capi, avrebbe assai probabilmente varcata quella barriera che il generale Garibaldi le impedì sempre d’oltrepassare.

E in ciò veramente si assomma l’opera benefica del grande patriotta negli estremi suoi anni. Egli gettò più volte in mezzo alla Nazione parole terribili, che potevano essere pericolosissimi tizzoni d’incendio, ma quando li vide prossimi a divampare in fiamme minacciose al sacro edificio della patria, egli stesso accorse pel primo e sotto il suo piede li soffocò.

Egli fu, finché visse, come un Dio Termine sulla strada della rivoluzione, innanzi al quale anche i più esaltati e temerari de’ suoi seguaci si sarebbero sempre arretrati. Tutto potevano dire, tutto potevano tentare, ma lui vivo il grido ultimo della discordia, il segnale irrevocabile della guerra civile non avrebbero osato darlo mai.

Il pensiero di Garibaldi è in questo rispetto limpidissimo. Prima l’unità, la concordia, la volontà d’Italia; poi, se vi sia posto, i sogni della sua mente. Si congiungano le parole che egli, reduce dal primo esiglio, indirizzava nel 1848 ai Nizzardi: «Tutti quei che mi conoscono sanno se io sia mai stato favorevole alla causa dei re; ma questo fu solo perchè i principi facevano il male d’Italia; ora invece io sono realista e vengo ad esibirmi coi miei al Re di Sardegna, che s’è fatto il rigeneratore della nostra Penisola;» si congiungano con quelle ch’egli scriveva alla vigilia, staremmo per dire, della sua morte: «La Casa di Savoia ha fatto molto per la patria e merita rispetto. Ma quand’anche avesse fatto meno, ha la grandissima maggioranza degl’Italiani per sè, e il sentimento della maggioranza noi dobbiamo rispettarlo, perchè è la continuazione dei plebisciti. Volerlo disconoscere e combattere sarebbe accendere la guerra civile e quindi distruggere colle nostre stesse mani l’opera nostra;» e nell’esordio e nella conclusione di questo discorso, attraverso i contrasti, gli sviamenti, le alternative, che sono il portato necessario di tutte le grandi lotte, avrete riassunto da Garibaldi stesso il suo testamento politico.

E ciò non ostante resterà sempre dubbio se più della patria sua abbia amato le altrui. È questo il tratto più singolare e più radioso della sua immagine. Il patriotta s’immedesimava talmente in lui all’umanitario che era difficile il discernere quale dei due fosse il più vero e il più grande. Primo precetto della sua «Religione del Vero» egli stimava l’evangelico: «Non fare ad altri quel che non vorresti fatto a te stesso;[414]» e con questa norma nel cuore, l’indipendenza, la libertà, la felicità che voleva per la patria sua, le voleva per tutte le altre. Su questo proposito la sua dottrina era di una semplicità biblica. Dio avea creato tutti gli uomini uguali e tutti i popoli fratelli, dividendoli in tante famiglie quanti i linguaggi, ed imponendo loro per dimora tante regioni distinte, di cui la natura stessa aveva, con linee eterne di mari e di monti, tracciati i confini. Soltanto la cupidigia e la nequizia di pochi uomini, nequitosissimi fra tutti i preti, violarono quei confini, tentarono confondere quelle lingue, falsarono il disegno di Dio. Ad essi perciò guerra perpetua: _guerra anzi alla guerra_, di cui essi pei primi gittarono il mal seme nel mondo. Sopprimere gli eserciti stanziali, primi alimentatori e provocatori della guerra, braccia sottratte al lavoro, sangue rapito alla vita economica delle società moderne, trasformandoli in una milizia volontaria, chiamata soltanto a difesa dei diritti e della libertà dei popoli: fondare una Unione Europea delle Nazioni «con un rappresentante per ciascuna, uno Statuto fondamentale, il cui primo articolo fosse: la guerra è impossibile, ed il secondo: ogni lite delle nazioni sarà liquidata da un Congresso:» proclamare l’unità dell’umana famiglia, cementandola, se fosse possibile, coll’unità d’una sola _lingua mondiale_;[415] ecco i sogni che l’Eroe incessantemente perseguiva e da cui era egli stesso perseguito, e talvolta anche nel tumulto delle sommosse e il fragor delle battaglie, ma che egli era sempre pronto non solo a bandire e predicare, ma a suggellare col sangue.

Non una causa umana cui fosse indifferente; non una giusta rivolta a cui, anco non potendo colla spada, non partecipasse colla voce e colla penna; non un appello d’oppressi a cui non abbia risposto: presente.

Nel mezzo secolo da lui vissuto nell’uno e l’altro mondo, congiurano, insorgono, combattono, quali per la libertà, quali per l’indipendenza, Brasiliani, Platensi, Spagnuoli, Portoghesi, Polacchi, Ungheresi, Serbi, Rumeni, Greci, Jugo-Slavi, da ultimo anco i Francesi, e non uno di questi popoli che non abbia ricevuto da lui, se non l’aiuto del suo braccio, un soccorso di armi, o di danari, un consiglio utile, una parola confortatrice ed amorosa, e spesso, inviati direttamente da lui, o mossi dall’influsso del suo apostolato, manipoli di valorosi che nelle più remote contrade propagano l’onore della camicia rossa e combattono e muoiono per la libertà dei popoli fratelli al grido di «Viva Garibaldi!»

Nè la sola causa dei popoli l’interessava. Il problema sociale l’occupava anche più del politico. Convinto più che mai che le disuguaglianze sociali fossero non già l’effetto d’una legge naturale, irrevocabile e fatale, ma il prodotto della perversità di pochi uomini o furbi o prepotenti, era contro la società in uno stato di guerra aperta e continua.

E non era un filosofo che meditasse le cause e gli effetti, nè uno statista che distinguesse i mali rimediabili dagl’irrimediabili, e ne apprestasse i provvedimenti e le leggi: era un plebeo, un paria, un diseredato che giudicava della società matrigna in cui si trovava sbalestrato dietro le impressioni del momento, secondo l’effetto più sensibile e più, staremmo per dire, drammatico che ne riceveva; secondo i criteri assoluti di chi vive solitario nelle proprie idee ed ignora la realtà.

La vista, a mo’ d’esempio, d’un signore in panciolle che passasse in carrozza dinanzi a un contadino sudante alla canicola, curvo sulla marra, gli strappava lo stesso gemito di rabbia, le stesso gesto di minaccia che il contadino stesso lanciava alle spalle del superbo gaudente. Credeva la società una lega dei forti contro i deboli, de’ furbi contro gl’ingenui, dei ricchi contro i poveri, e senza esitare un istante, in qualunque causa, stava istintivamente cogli ultimi.

Aveva per vangelo la onestà impeccabile dell’operaio, la bontà innocente del contadino, la brutalità feroce del padrone, la furberia rapace del mercante, la boria ignorante del nobile; e su questi criteri regolava i suoi giudizi. Credeva sul serio ai lauti stipendi della burocrazia, alle ricchezze ammassate dai ministri, ai sordidi traffici dei deputati, alle orgie sardanapalesche della Corte, a tutti i luoghi comuni della eloquenza tribunizia, con questa differenza tuttavia che i tribuni le ripetevano per convenzione e per mestiere; egli con tutta la ingenuità della fede e la profondità del sentimento.

Aveva insomma della società il concetto pessimista di Gian Giacomo, e come Gian Giacomo avrebbe voluto rinnovarla da cima a fondo per mezzo d’una revisione del suo patto fondamentale, cominciando naturalmente la riforma da sè stesso e dalla sua famiglia.

Come però queste idee non potevano essere accettate, od anche accettate in parte non potevano subito nè tutte in una volta essere effettuate, e il mondo continuava a girare sul suo vecchio asse senza curarsi dei sognatori che l’avrebbero voluto far andare a modo loro, così ad ogni nuova disdetta che la realtà dava alle sue dottrine, ad ogni nuovo disinganno che la società in generale o l’Italia in particolare gli facevano patire, il suo umore si faceva acre, il suo pessimismo peggiorava, la sua misantropia filantropica (sentiamo il bisticcio, ma a Garibaldi, che abborriva gli uomini perchè rifiutavano il bene che avrebbe voluto far loro, s’adatta a capello), la sua misantropia filantropica s’inaspriva, e, vero «burbero benefico,» sfogava la sua atrabile sulle spalle di coloro che amava di più e per la cui felicità s’affannava da mezzo secolo, ed era pronto ad ogni istante a dare la vita.

III.

_L’uomo privato_.