Garibaldi, Vol. 2 (of 2)

Part 24

Chapter 243,598 wordsPublic domain

Nè qui finivano le inquietudini che quella visita troppo prolungata cagionava ai Ministri di Sua Maestà Britannica. L’indomani della entrata di Garibaldi in Londra era il giorno destinato alla riunione della Conferenza diplomatica per l’accomodamento della lite dano-germanica; e la coincidenza di questi due fatti poneva il gabinetto di Lord Palmerston in una posizione singolarmente difficile e delicata. Era infatti per lo meno strano che la Diplomazia europea fosse convocata a negoziar della pace, in quella città che era in quel momento la più agitata del vecchio mondo, e ripeteva da mane a sera l’apoteosi di colui che passava per il campione giurato di tutte le rivoluzioni e di tutte le guerre.

E più di tutti dovevano sentire il dispetto di quei trionfi l’Austria e la Francia. Per Francesco Giuseppe, Garibaldi era sempre l’uomo di Luino e di Sarnico; per Napoleone III, quello del Gianicolo e d’Aspromonte; per entrambi l’Annibale implacato che quando non poteva guerreggiarli coll’armi, li combatteva colle parole, colla penna e col nome.

Ora come l’amicizia della Francia e dell’Austria era a quei giorni uno dei perni della politica inglese, così veniva da sè che il governo della Regina fosse il primo a riguardare con ansietà il perdurare d’un fatto che era cagione di disgusto a’ suoi più utili amici e poteva, lungamente protratto, fruttare alla stessa Inghilterra noie e contrarietà imprevedibili. Nè, per far intendere il loro sentimento circa la presenza di Garibaldi in Londra, era mestieri che i Gabinetti europei ricorressero al mezzo estremo delle proteste. Quando Lord Palmerston nella Camera dei Comuni,[277] diceva che «qualunque governo forestiero si fosse fatto lecito di intromettersi nelle interne faccende dell’Inghilterra avrebbe avuto da qualsiasi governante del suo paese una urbana sì, ma franca e ferma risposta,» diceva cosa da tutti saputa, sottintesa e creduta.

Ma ognuno sa che tra la diretta intromissione e l’indifferente astensione ci corre tanto spazio che basta per contenere insieme la indiretta disapprovazione e il tacito dissenso, la triste scontentezza e il broncio amichevole, tutte le gradazioni del malcontento e del malumore. È noto che la politica ha parecchi vocabolari: che in diplomazia ciò che non si vuol dire ufficialmente si susurra ufficiosamente; che il più delle volte basta un segno, un monosillabo, un silenzio tempestivo ed un sussiego calcolato per dir più di tutti i discorsi e di tutte le note. Ora tale era appunto il linguaggio che conveniva a quel caso. Nessuno dei governi interessati avrebbe osato esprimere al Gabinetto di Londra il proprio dispiacere per gli onori straordinari che il popolo inglese aveva stimato di rendere a quell’avventuriere fortunato; ma pochi di loro avevan saputo nascondere il proprio scontento.

Era stato notato infatti che a nessuno dei grandi ricevimenti dati al Patriota italiano, meno l’ambasciatore di Turchia e il Ministro degli Stati Uniti, nessun altro diplomatico, nemmeno in forma privata, era intervenuto; che il conte Appony, ambasciatore d’Austria, s’era chiuso fin dall’arrivo in uno sdegnoso ritiro non comparendo più nemmeno al Palazzo del governo; che l’Austria e la Prussia tardavano ad inviare i loro rappresentanti al Congresso, senza dire apertamente che la cagione ne fosse la sgradita vicinanza di quello spadroneggiante trionfatore, ma facendolo con abbastanza chiarezza trapelare; che infine la stampa governativa ed officiosa così di Francia come d’Austria e di Germania, canzonando quella nuova frenesia garibaldina onde il serio popolo britannico era stato colto, non perdevano mai il destro di tirare una botta contro i ministri della Regina che si lasciavano pigliare dallo stesso delirio e adoravano lo stesso feticcio.

Combinati questi fatti, sommate tutte queste cagioni;[278] considerato da un canto la necessità di tagliar corto ad un’agitazione fino allora soltanto inquietante che poteva tralignare in più pericolosi disordini, e dall’altro la convenienza di evitare alle potenze amiche, in un momento di negoziati diplomatici, una cagione di fastidio e di disgusto, il Governo inglese deliberò di indurre Garibaldi ad abbreviare il suo viaggio e ad affrettare il suo ritorno in Italia.

VII.

E fermato il disegno, il modo d’esecuzione, e gli esecutori furono presto trovati. Quei medesimi fedeli del governo che s’erano fino allora assunto di guidare i primi passi dell’eroe sul suolo britannico, quei medesimi s’impegnerebbero a condurnelo fuori. La sera del 16 infatti il duca di Sutherland, il signor Seely, il dottor Fergusson, medico della Regina, il generale Eber, il colonnello Peard, il signor Gladstone, e pochi altri amici del Generale si raccolsero a consiglio in Stafford-House e convennero prestamente sul da farsi: Il Generale doveva esser un ammalato: il dottor Fergusson l’avrebbe attestato; i suoi ospiti amici, compresi dall’obbligo di risparmiare al grande patriota i danni e i pericoli d’un viaggio più disastroso, si sarebbero tolto l’assunto di consigliargli il ritorno desiderato: il Duca di Sutherland, ottenuto l’assenso, l’avrebbe fatto a poco a poco dileguare portandoselo via sul suo velocissimo _yacht_; e tutto sarebbe riuscito al suo fine senza scandali e senza compromissioni.

Con quest’accordo la mattina del 17 il dottor Fergusson cominciò a fare al Generale, ignaro ancora di quella parte d’ammalato immaginario che gli era preparata, la sua prima visita, e notò in lui tracce così profonde di stanchezza, e lo trovò così sofferente anche nella gamba sana costretta a sostenere parte del lavoro della ammalata che non potè a meno di dichiarare al Duca di Sutherland, «i suoi timori sugli effetti che ne potevano derivare dalla permanente eccitazione prodotta da quelle ripetute ovazioni, che gli stessi uomini più robusti non avrebbero potuto affrontare.»

Come restasse a questa lettera inattesa il nobile Duca, inutile ridire: tutta Stafford-House fu piena in poche ore della dolorosa notizia, e l’argomento della malattia del Generale su tutte le labbra de’ suoi ospiti e frequentatori.

Il dottor Fergusson però, da medico coscienzioso, non poteva fidarsi al giudizio di una sola visita, e volle ripeterne una seconda: ma ahimè il pronostico non poteva essere diverso! Non solo il Generale era stanco, non solo «ne conveniva egli stesso;» non solo era manifesta la sua fisica debolezza, ma cominciava già a trasparire la mentale. Infelice eroe, stanco, debole, sofferente nella gamba destra per contraccolpo della sinistra, e quasi scemo di mente! L’Archiatro di Sua Maestà la Regina Vittoria non poteva più esitare; e presa tosto la penna non più soltanto al duca di Sutherland, ma anche al suo collega il signor Seely, scrisse risolutamente che, viste le miserande condizioni del generale Garibaldi, «riteneva ormai pericoloso per lui l’adempiere a tutti i presi impegni;» e consigliava perciò «sì l’uno che l’altro e tutti i suoi amici d’Inghilterra di cercare un mezzo qualsiasi per distoglierlo dalle imprudenti emozioni delle sue visite progettate.[279]»

La parola era detta; il dado era tratto e conveniva tosto giuocare l’ultima posta. Ecco infatti il Duca di Sutherland, il signor Seely, il generale Eber, il colonnello Chambers, il signor Negretti, tutti quanti gli artefici ed i complici della trama stringersi attorno al Generale e tentare di persuaderlo con tutti gli argomenti che loro occorrevano, al passo desiderato. Indarno. Il Generale, o troppo ingenuo per sospettare l’intrigo o troppo furbo per mostrar d’accorgersene, rispondeva a tutti invariabilmente: «che non s’era mai sentito così bene come da quando era venuto in Inghilterra;» in ogni caso pochi giorni di riposo gli sarebbero bastati a rimetterlo dalla momentanea stanchezza; non potere però in alcun modo deludere l’aspettazione di tanti cari amici, di tante illustri città, e mancare alla propria promessa. Innanzi a questa non preveduta resistenza, i manipolatori della partenza si trovarono un po’ sconcertati e stimarono necessario di invocare l’autorevole intervento dello stesso Cancelliere dello Scacchiere. E questi accettò, e nella sera medesima del 18, in presenza del Duca di Sutherland, del dottor Fergusson, del signor Seely, del colonnello Peard, del generale Eber, del signor Negretti e di due o tre altri amici[280] del Generale, ebbe con questi un lungo colloquio. L’assunto era arduo: la veste ufficiale onde il signor Gladstone era rivestito ne accresceva le difficoltà; ma egli seppe tirarsi d’impiccio con mirabile delicatezza e maestria. Accortosi prestamente che quell’argomento ormai logoro «della salute» non aveva più alcuna presa sull’animo d’un uomo che credeva e protestava di sentirsi benissimo, vi scivolò sopra lievemente e volse tutta l’arte a toccare altri tasti più graditi o meno stridenti. Dichiarò che parlava come amico, non come membro del governo; respinse, sprezzandolo come indegno di confutazione, ogni sospetto di ingerenza forestiera e di secondo fine politico: assicurò il Generale che qualunque fosse la sua risoluzione nessun Inglese si sarebbe permesso di mancare ai doveri dell’ospitalità; desiderava soltanto fargli considerare come ormai, visitata Londra, lo scopo principale del suo viaggio fosse raggiunto, e come quelle stesse splendide ovazioni che erano uno dei più mirabili avvenimenti del nostro tempo, anzichè crescere, potessero, colla continuata ripetizione, scemare della loro dignità e bellezza: in ogni caso nessuno poter pretendere che gli impegni da lui presi dovessero tenersi per incondizionati e assoluti; sì che quando non credesse di sciogliersi da tutti restavagli sempre l’espediente di limitare le sue visite ai luoghi più vicini e più importanti, facendo valere verso gli altri la ragione indiscutibile della salute e della necessità di riposo che avrebbe tagliato corto a tutte le querele e a tutte le pretese. Ed altre cose disse e avrebbe potuto soggiungere l’eloquente ministro, se il Generale n’avesse avuto mestieri.

Ma egli, che fino allora non aveva voluto o saputo capire, vide come in un lampo tutta la situazione. Più il signor Gladstone si studiava a girar attorno alla ragione principale che l’aveva mosso a parlare, e più questa ragione, come per effetto di chiaroscuro, risaltava; più adoperava a tener lontano dal suo discorso l’ombra del governo e più quell’ombra ricompariva e il suo pensiero erompeva. Il solo fatto del suo intervento in quel negozio era un fatto politico; il solo trovarsi a fianco agli uomini che da tre giorni peroravano per la causa della partenza, parlava più eloquentemente d’ogni discorso. Il Generale dunque capì, e alzandosi di scatto dalla sedia con quel suo fulmineo risolvere che tante volte scompigliava i calcoli più studiati de’ suoi avversari: «No! disse, con voce secca e imperiosa, credo impossibile fare una scelta fra città e città, e dare la preferenza piuttosto all’una che all’altra, sarebbe scortesia ch’io non commetterò mai. Piuttosto, se credete che debba partire, partirò domani.[281]»

Alla sortita inattesa, così il signor Gladstone come i suoi colleghi restarono alquanto sconcertati.

Non era infatti una partenza precipitata e quasi clandestina che essi s’eran proposto di ottenere dal Generale: un siffatto modo avrebbe avuto l’aspetto o d’una fuga o d’uno sfratto, e destate anche più vive quelle agitazioni che essi miravano a spegnere. Essi chiedevano soltanto un lento ritiro; un allontanamento a piccole giornate; un dileguarsi insensibile che togliesse ogni sospetto di violenza e vestisse tutte le sembianze d’un atto volontario e spontaneo del Generale stesso. Però quando udirono quelle due parole: «partirò domani,» misurarono tosto il pericolo e corsero tutti insieme al riparo adoperandosi con ogni miglior argomento a smuovere il loro ospite da una risoluzione che rischiava di guastare i loro disegni assai più d’un reciso rifiuto. Ma il Generale fu in quella sera irremovibile; e soltanto la mattina dopo (19), assalito nuovamente dalle insistenti preghiere di quasi tutti i suoi consiglieri della vigilia,[282] irretito, fors’anco sedotto, dalle provette blandizie della Duchessa madre di Sutherland e dalle rosee grazie della giovane sua nuora, finì col cedere e col dichiarare che sarebbe partito come e quando ai loro amici fosse piaciuto. Era la vittoria desiderata, e non restava più che bandirla nei giornali per rendere impossibile colla pubblicità qualsiasi pentimento. Infatti nello stesso pomeriggio del 19, i signori Duca di Sutherland e Seely inviavano al _Times_ le tre lettere del dottor Fergusson, da noi già compendiate, facendole precedere da questa loro dichiarazione che annunciava la prossima partenza dell’eroe, precisandone persino il giorno ed il modo:

«All’Editore del _Times_.

»Il Duca di Sutherland ed il signor Seely presentano i loro omaggi all’editore del _Times_ e gli trasmettono copia delle lettere ricevute dall’illustre professore Fergusson sullo stato sanitario del generale Garibaldi.

»In conseguenza di ciò, il Generale si trova costretto a rinunciare al suo progetto di visitare le provincie, e partirà da Londra venerdì mattina. S’imbarcherà sul _yacht_ del Duca di Sutherland, il quale lo accompagnerà alla sua residenza dell’isola di Caprera.»

VIII.

Quale effetto producesse nel popolo inglese questo annuncio, già accennammo: di amaro sospetto ne’ più; d’intera contentezza in pochi; di sorpresa in quasi tutti. Però l’opinione pubblica si divise quasi tosto in due campi. Gli amici del governo, gli uomini politici, le classi superiori e in generale tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, erano inquieti o tediati di quella prolungata baraonda garibaldina, lodavano il Generale d’esservisi arreso; gli avversi al Ministero, gli idolatri dell’eroe, la gente più di sentimento che di ragione, e tutti coloro in generale cui quella baraonda piaceva o giovava, non sapevano persuadersi che la malattia fosse reale (tanto più dopo una attestazione del dottor Basile che la smentiva[283]), nè quella partenza spontanea e sospettandovi sotto un oscuro complotto aristocratico e diplomatico, a cui non parevano estranei nè il Governo inglese, nè Napoleone III, nè l’Austria, s’apparecchiavano con tutti i mezzi che la legge loro concedeva a sventarla.

Già infatti tra il 20 e il 21 la più parte dei giornali liberali e radicali[284] denunziava, esagerandolo, il misterioso complotto: innumerevoli cartelli affissi per le vie avvertivano il popolo che Garibaldi era forzato a partire: alla _Taverna di Londra_ per iniziativa del Comitato di Ricevimento convocavasi un meeting nel quale si deliberava «non essere desiderabile che il generale Garibaldi venisse indotto ad abbandonare l’Inghilterra, tanto più che non erano stati sufficientemente chiariti i motivi della sua partenza.» Un altro _meeting_ pubblico e più numeroso preparavasi per istigazione di Mazzini a Primrose, sotto la Presidenza del signor Beales; infine il Ministro degli Esteri, il Presidente del Consiglio, e il Cancelliere dello Scacchiere erano invitati a dar spiegazione nelle due Camere di quell’inatteso rimpatrio, e sopratutto a dichiarare quanto vi fosse di vero nella voce persistente che il governo della Regina, spinto da suggestioni straniere, vi avesse partecipato.

Ma le risposte erano prevedibili. Lord Clarendon si dichiarò persino inconsapevole della progettata partenza, e quanto a Napoleone III non solo lo purgò da qualsiasi taccia d’avversione a Garibaldi, ma assicurò che caduto il discorso su quel tema, l’Imperatore gli disse di comprendere benissimo come un uomo sì straordinario, quale era Garibaldi, dovesse toccare l’animo agli Inglesi e trasportarli fino all’entusiasmo. Nè sostanzialmente diverse furono le parole di Lord Palmerston e del signor Gladstone. Solo il primo soggiunse anche più esplicitamente che qualunque governo forastiero facesse all’inglese, sopra un consimile argomento, una rimostranza qualsiasi, «riceverebbe una urbana sì, ma ferma ed aperta risposta;» mentre il secondo, senza sconfessare la sua intromissione nell’affare e narrati press’a poco i fatti come li narrammo noi stessi, si studiò soltanto a rimuovere da sè e dal governo ogni sospetto di indebita ingerenza e d’inospitale pressione, ed a gettare la colpa dell’avvenimento su quella disgraziata salute del Generale, del cui stato sofferente, dopo le attestazioni d’un medico come il signor Fergusson e d’amici così affezionati e devoti, come il signor Seely e il Duca di Sutherland, non era più possibile dubitare.[285]

Contemporaneamente le Deputazioni dei _meetings_ si presentavano a Garibaldi, il quale, fluttuante ancora tra le promesse fatte agli uni di visitarli ed agli altri di partire, si tirava alla meglio d’impaccio dicendo agli inviati del _London Tavern_, che desiderava ardentemente di visitare i suoi vecchi amici di Newcastle e del Nord, ma che avrebbe meglio considerato se dopo la promessa data poteva cambiare di determinazione;[286] e scrivendo anche più esplicitamente al signor Beales, presidente del _meeting_ che si stava preparando a Primrose, ed a tutti i suoi amici «che accettassero i suoi ringraziamenti per l’affetto dimostratogli: che sarebbe felice di rivederli in circostanze migliori e quando potesse a tutto agio godere del loro nobile paese; ma pel momento essere obbligato a lasciare l’Inghilterra.[287]» E queste ultime parole valgono un documento. Garibaldi poteva essere o più generoso o più coerente tralasciandole; ma infine se la verità suo malgrado gli scappò dalla penna, raccogliamola e scriviamola come l’unica conclusione chiara di tutto questo torbido negozio: Garibaldi fu obbligato a partire d’Inghilterra; graziosamente, soavemente obbligato; ma «obbligato.»

IX.

Fissata la partenza pel 22, Garibaldi adopera i due giorni che gli avanzano a fare a precipizio tutte quelle visite che per dovere o per affetto non poteva assolutamente tralasciare. Però il 21, di buon mattino, sciogliendo un voto da lui fatto sino dal suo arrivo in Inghilterra, va in compagnia di Panizzi e d’altri Italiani, a visitare la tomba di Ugo Foscolo a Chiswick; resta alcuni istanti assorto in una mesta contemplazione dinanzi all’avello del poeta, indi vi depone una corona d’alloro in bronzo sul cui nastro aveva fatto scolpire egli stesso la leggenda:

AI GENEROSI GIUSTA DI GLORIA DISPENSIERA È MORTE. DEPOSTA OGGI 21 APRILE 1864 DAL GENERALE GIUSEPPE GARIBALDI.

Al tornare dal suo pellegrinaggio, si reca senza perdere un istante al _Reform-Club_, dove subíto, non sapremmo dire se più il tormento o l’onore d’uno de’ soliti banchetti, il presidente, Lord d’Elbury, lo arringa chiamandolo «lo strumento di Dio,» e soggiungendogli, parole significative su quel labbro ed in quel luogo, che «le accoglienze ricevute dal popolo inglese dovevano essergli largo compenso per l’apparente ingratitudine che viene da un luogo d’onde l’ingratitudine era meno da aspettarsi.» Licenziatosi poi anche di là con opportune parole di ringraziamento, si fa condurre a Richmond per prendervi commiato da Lord Russell; quindi, reduce nuovamente in Londra senza il respiro d’un istante, passa a visitare, introdottovi da Lord Clifford, la Camera dei Lordi, i quali al suo apparire si distraggono e si agitano al segno che Lord Chelmsford, che in quel momento parlava, può a stento continuare il suo discorso, finito il quale tutti s’accalcano intorno all’eroe, e quanti fra di loro l’hanno conosciuto, specialmente i _Whigs_, si disputano l’onore di salutarlo pubblicamente, il Vescovo d’Oxford fra i primi. Finalmente verso sera, sempre senza sosta e senza riposo, passa al _Fishmonger Club_ (Circolo dei pescivendoli), uno de’ più antichi, e, non ostante il nome, de’ più aristocratici circoli di Londra, dove l’attende a uno de’ loro pranzi tradizionali, famosi per luculliane ghiottornie di pesci, il fiore più eletto della nobiltà, della ricchezza, dell’armi, della eleganza e della cultura britanniche; dove il primo _Warden_ (il primo Guardiano) gli accorda il titolo di membro onorario del _Club_, ambito quanto il _Freedom_, e d’onde parte a tarda notte pensando forse, con segreta compiacenza, che era quella l’ultima delle sue sterili fatiche londinesi, e che toccava oramai alla vigilia di quel rimpatrio che egli più d’ogni altro sospirava.

Nel giorno vegnente, infatti, fatta colazione dal Console Generale degli Stati Uniti, visitato nella sua casa Giuseppe Mazzini, congedatosi da Lord Shaftesbury, ricevute a Prince’s Gate quante persone vogliono dirgli addio, incontrato a Stafford-House il Principe di Galles che avea espresso il desiderio di conoscerlo in quel luogo ed a quel modo, lasciati al Popolo inglese i suoi addii, i suoi ringraziamenti e le sue scuse di non poter andar per ora dovunque avea desiderato, accompagnate dalla promessa di tornar forse fra non molto a veder, nella quiete della vita domestica inglese, gli amici che allora non poteva,[288] verso le 3 del pomeriggio, in carrozza a quattro cavalli, accompagnato soltanto dal Duca e dalla Duchessa di Sutherland e dal signor Seely, passando in mezzo a un fitto stuolo di popolani che fin dalla mattina l’attendevano e gli gridavano: «Non partite, Generale, non partite,» s’avviò alla volta di Clifden Park, una delle principesche villeggiature della madre dei Sutherland, nei dintorni di Maidenhead.

E di quella sosta in villa, le ragioni erano parecchie: si allontanava subito da Londra il Generale senza portarlo via di colpo dall’Inghilterra, il che sarebbe stato pericoloso: si mettevano tra lui e i suoi più intimi e devoti un tratto di ferrovia e i cancelli d’un castello feudale, e lo si separava così da consiglieri sospettati a torto avversi al rimpatrio:[289] si abituava insensibilmente il buon popolo inglese alla sgradita separazione, e mostrandogli il suo eroe contento della quiete della campagna, e vivente co’ primi suoi ospiti nei termini della più cordiale famigliarità, di tanto si avvalorava la credenza ch’egli fosse realmente sofferente e bisognevole di riposo, di quanto si svigoriva il sospetto che la sua partenza fosse l’effetto d’un intrigo e d’una violenza.

Trascorsi infatti tre giorni nelle delizie di Clifden (un giardino d’Armida a cui non mancava la fata), il 26 mattino, in ferrovia, sempre accompagnato dal Duca e dalla Duchessa di Sutherland, si mosse alla volta del Cornwall; giunto a Bristol, devia per Weimouth dove visita la squadra, vede manovrare il _Warrior_, e pranza a bordo dall’ammiraglio Dacres; di là, continuando per Exeter e Plimouth, ossequiato sempre dai Mayors delle città, da svariate Deputazioni e da sempre nuova moltitudine di popolo, smonta finalmente a Penquite Par, dimora di quel suo vecchio commilitone, il colonnello Peard, che aveva avuta tanta parte nell’imbroglio di quella partenza. Quivi però non passa che la notte e una parte del giorno successivo; chè inviato di colà un nuovo e più lungo manifesto alla nazione inglese, nel quale raccomandava più apertamente che fino allora non avesse fatto la causa della patria sua,[290] sul cadere del giorno stesso, sempre in compagnia del Duca di Sutherland e del costui fratello, del figlio Ricciotti, di Basile e di Basso, ne ripartiva per Fowey, dove l’_Ondine_ l’attendeva, lesta alla partenza, e sulla quale in fatti pochi istanti dopo metteva alla vela. Costretto però da un forte vento di levante a poggiare nella notte stessa a Weimouth, non poteva ripartirne che il giorno successivo, sicchè soltanto nel mattino del 28 aprile può veramente dirsi ch’egli abbia lasciato le spiaggie d’Inghilterra.[291]