Garibaldi, Vol. 2 (of 2)

Part 25

Chapter 253,714 wordsPublic domain

Il 5 maggio, data a quel viaggiatore memorabile, ritraversava lo Stretto di Gibilterra, e dopo altri quattro giorni di fausta navigazione, il 9 dello stesso mese, egli afferrava finalmente il porticciuolo della sua diletta Caprera, d’onde quarantaquattro giorni prima era salpato pieno di illusioni e di speranze, dove tornava non sapremmo più dire se scontento dei disinganni patiti, o felice della pace e della libertà che stava per riacquistare.

Da quel viaggio, in verità, Garibaldi aveva raccolti onori quali e quanti nessun uomo aveva mai conseguiti in quel paese, ma un frutto sostanziale, un aiuto anche indiretto, un beneficio anche remoto non l’aveva raccolto.

Aiutare la Polonia, sommovere il Veneto, intraprendere una guerra di corsa contro l’Austria, con danari, armi e bastimenti inglesi, erano stati i tre fini nascosti, vaghi ancora quanto ai mezzi, fermi quanto all’intento, che l’avevano spinto a quel faticoso pellegrinaggio, e sappiamo oramai che nessuno di quei tre fini gli riuscì. Un giornalista francese scrisse a quei medesimi giorni che «gli Inglesi impinzarono Garibaldi di _plum puddings_ di _turtle’s soups_ e di _sandwiches_, ma che quanto al suo milione di fucili non gli diedero un soldo,[292]» e non sapremmo negare che la frase contenga, malgrado la forma triviale, gran parte di vero. Garibaldi ottenne tutto dal popolo inglese; tutto fuori di quello che più gli stava a cuore; sebbene convenga soggiungere ad onor suo che egli non chiese nulla. Fin dai suoi primi passi sul suolo britannico, aiutato da quell’istinto che spesse volte s’addormentava nel suo spirito, ma che svegliatosi gli teneva luogo di genio, s’accorse immantinente che qualunque parola anche remotamente allusiva a imprese rivoluzionarie non solo non avrebbe trovato ascolto in quel paese, per indole e per istoria positivista e utilitario, ma gli avrebbe, quasi di colpo, alienata quella pubblica opinione che era del massimo suo interesse serbarsi amica. Però ingoiò ogni parola ardente che gli potesse ricorrere alle labbra, chiuse in fondo al petto le sue patriottiche speranze e i suoi belligeri disegni; imparò subito la parte di ospite soddisfatto, di commensale compiacente, di Eroe cerimonioso, che gli veniva con tanto garbo imposta, e lasciò anche quella volta che la vecchia sua fortuna decidesse di lui. I suoi ospiti, d’altra parte, prima lo assordarono d’applausi, lo ingozzarono di pranzi, lo soffocarono di doni, lo tempestarono di brindisi, di indirizzi e di poesie, lo menarono di qua, di là, di su, di giù, dove loro piacque, mostrandolo su tutti i palchi e in tutte le fiere, come il fenomeno vivente, e la _great attraction_ dell’ultima moda; poi, quando ne furono satolli e ristucchi, lo pregarono gentilmente d’andarsene, ed egli se n’andò.

Se n’andò; e noi, confessiamo il vero, preferiamo ancora questo Garibaldi che s’adatta docilmente alla maschera dell’ingenuo e del compiacente, e pur vedendo le grosse panie tese intorno a lui, le rispetta e le compatisce, ad un altro Garibaldi qualsiasi che per raggiungere fini impossibili avesse usato del suo prestigio e della sua popolarità a mandar sossopra il paese che lo accoglieva, il quale poi, e a dir tutto, se aveva il dovere di parlar più schiettamente all’eroe che andava con tanto abbandono ad assidersi a’ suoi focolari, non ne aveva però alcuno di farsi paladino della sua politica e di seguirlo nelle sue avventure.

X.

Garibaldi però non rimaneva a lungo nella sua isola. Il 19 di giugno collo stesso vapore con cui era giunto d’Inghilterra e che il Duca di Sutherland, dopo un giro in Oriente, aveva rinviato nelle acque di Caprera a disposizione del Generale, questi approdava improvvisamente nell’isola d’Ischia, prendendo stanza in Casamicciola presso un suo amico.[293] Pretesto, come al solito, il bisogno di curare in quelle terme salutari la sua artritide: ragion vera un progetto di spedizione in Oriente, di cui erano state segnate, durante il viaggio d’Inghilterra, testè lungamente narrato, le prime linee.

Ma qui pure ci troviamo tra le mani un’aggrovigliata matassa della quale non ci è possibile sbrogliare i fili senza rifarci parecchi mesi addietro e ripassar nuovamente la Manica. È noto che Vittorio Emanuele non ebbe mai grande tenerezza per la formola «il Re regna e non governa.» Scrupoloso de’ suoi doveri, ma geloso de’ suoi diritti; infiammato dell’alto orgoglio di non essere soltanto nella grande impresa commessagli dalla Provvidenza un simbolo vano od un gonfaloniere passivo, ma un artefice operoso ed un utile combattente; unico forse tra i Principi costituzionali, se non lo uguaglia il Taciturno, che in tempi procellosi abbia saputo conciliare la tutela delle prerogative regie colla osservanza delle libertà popolari; egli non credeva venir meno alla costituzione giurata, se partecipava un po’ più che astrattamente alla politica del suo Stato e dentro i termini della legge faceva sentire l’influsso del suo pensiero e qualche volta il peso della sua volontà. Da ciò quindi quella che fu chiamata la politica segreta o personale di Vittorio Emanuele; da ciò quella nomea di Re cospiratore a cui ogni nuova lettera che si pubblichi di lui aggiunge un documento; da ciò infine quell’ordito sottile d’intrighi, di complotti, di congiure mazziniane, garibaldine, regie, italiane, polacche, ungheresi, rumene, serpeggiante come una vegetazione spuria nelle pagine della storia palese, che sorprende il più delle volte ed arresta lo storico, e gli impedisce di scrutare e conoscere fino al fondo la verità, od anco conosciutala di scoprirla e proclamarla tutta quanta. E così dicasi ora dell’episodio d’Ischia.

Vittorio Emanuele, dopo aver fino al 1862 cospirato a modo suo con tutti coloro che accettavano di far l’Italia con lui, nel 1863 fa l’ultimo passo a cui un re possa giungere, e si risolve a cospirare anche con colui che gli diceva apertamente di volerla fare contro di lui: con Giuseppe Mazzini. In un libro recente[294] questa pagina dei rapporti segreti tra Vittorio Emanuele e Giuseppe Mazzini fu, non potremmo dire se fedelmente, certo diffusamente scritta, e il lettore potrà attingere di colà più ampi particolari. Al nostro racconto basta il rammentarne questo solo: che per oltre un anno Re e Tribuno continuarono a carteggiare segretamente fra loro, ed a dibattere in vario senso, per mezzo di confidenti e di cifrari, progetti d’insurrezioni nella Venezia, nella Polonia, nella Gallizia, nell’Ungheria, nei Principati, senza però riuscire ad intendersi mai. Nè lo potevano. Mentre infatti il Mazzini voleva che la rivoluzione veneta precedesse, come scintilla all’incendio, tutte le altre, e che il Governo italiano se ne facesse complice e aiutatore; Vittorio Emanuele rifuggiva da idea siffatta; dichiarava che qualsiasi tentativo di simil genere l’avrebbe non solo abbandonato, ma represso, e consentiva soltanto a secondare copertamente i moti progettati della Gallizia, dell’Ungheria e dei Principati, dei quali però non s’impegnava a profittare «se non quando prendessero tali proporzioni da tenere fortemente occupata l’Austria e da permettere all’esercito italiano di tentare l’impresa comune con probabilità di riuscita.[295]»

Erano, come ognun vede, due concetti totalmente opposti e destinati a non incontrarsi mai. Mazzini mirava a farsi stromento della monarchia, e Vittorio Emanuele della rivoluzione: entrambi volevano la stessa impresa, ma nessuno de’ due intendeva rinunciare all’altro il diritto e l’onore di compierla; entrambi eran guidati dallo stesso fine, ma nel mentre il tribuno, responsabile soltanto del credito d’un partito, era pronto a giuocare tutto su una carta; il Re, mallevadore della sorte d’un’intera Nazione, era deciso a non rischiare nulla all’azzardo; disposto bensì ad accettare od affrettare l’opportunità come e d’onde che sia; ma col fermo proposito di tenersi sempre libero di giovarsene o di ripudiarla a sua posta, e di respingerne da sè e dall’Italia la responsabilità.

È vero che in una seconda fase delle trattative[296] Mazzini aveva acconsentito anche a posporre il moto veneto al galliziano a patto soltanto che gli si fosse lasciata preparare una introduzione d’armi pel Veneto; ma il Re, risoluto più che mai a non impegnarsi in cosa alcuna che potesse compromettere l’Italia e scemare la libertà d’azione del suo governo, ricusò anche questo patto; sicchè non corse molto tempo che ogni negoziato fra i due illustri cospiratori andò rotto per sempre.[297]

Rotti i negoziati, ma non abbandonata l’idea. Vittorio Emanuele non voleva rinunciare a quella sua chimera, forse troppo favorita, dell’insurrezione galliziana; e, sia che la credesse un mezzo, come pensò taluno, d’allontanare dall’Italia i più torbidi elementi; sia che vi intravedesse davvero una opportunità ed una leva, la leva tanto desiderata della nuova riscossa italiana, n’aveva fatto da due anni uno dei punti di mira della sua politica segreta. Però mentre ne carteggiava col Mazzini, ne trattava insieme col Klapka e col Türr, capi del Governo insurrezionale ungherese, ne cospirava con altri suoi agenti secondari a Costantinopoli, a Belgrado, a Bukarest, e finalmente, verso la metà d’aprile, proprio ne’ medesimi giorni in cui il Generale arrivava in Inghilterra, risolveva d’aprirsene anche con lui. Infatti verso il 15 d’aprile arrivava a Londra certo signor Porcelli, uno degli emissari segreti del Re, coll’incarico da lui di esporre al Generale il progetto galliziano, e promettergli, se acconsentisse, tutti gli aiuti che potesse desiderare. Il Generale però cansò dal dare una risposta immediata e decisiva, e ciò tanto più che per un progetto quasi consimile era già impegnato col Comitato insurrezionale polacco residente in Londra presieduto da certo Borzilawski e in relazione col Mazzini. Scorsi però quattro o cinque giorni arrivò d’Italia, con un mandato quasi consimile, un messaggiero anche più importante, il generale Klapka in persona, e poichè Garibaldi era già a Clifden Park, la visita tra i due famosi soldati avvenne colà. Quel che siansi detto, nè noi, nè alcun altro saprebbe affermare, poichè restarono chiusi in camera e soli;[298] ma non è difficile l’indovinarlo. L’argomento del loro discorso fu certo l’insurrezione galliziana, della quale il Klapka, per desiderio del Re, era destinato ad essere uno dei capi.[299] Anche in quel giorno però crediamo che nulla da veruna parte siasi definitivamente stabilito; e in questa credenza ci rafferma il fatto che il Klapka non era beneviso alla parte rivoluzionaria degli Ungheresi e dei Polacchi, coi quali Garibaldi teneva sempre corrispondenza e che stimava imprudente, almeno per allora, lo scontentare.[300]

Intanto al partire del Generale dall’Inghilterra ecco press’a poco la situazione; press’a poco, perchè in tutte le congiure, massime in quella che aveva per campo mezza Europa, v’è sempre una parte misteriosa, cangiante e, ci si perdoni la frase, volatile, che nessuno può cogliere con sicurezza e fissare.

Mazzini, in rotta momentanea col Re, ma in pace momentanea con Garibaldi, anima del Centro rivoluzionario polacco-ungherese del Borzylawski e in rapporto con tutti i Comitati rivoluzionari immaginabili, che predica, e, come dice egli, prepara la sommossa veneta, prima se possibile, dopo se non lo è, di quella galliziana; ma in ogni caso, insurrezione entro l’anno dappertutto, ad ogni costo, col Re, con Garibaldi, col Klapka, con tutti.

Il Re, che vuole il moto serbo-ungherese-galliziano anteriore al veneto, cospira per questo col Klapka, col Türr, con Garibaldi, pronto, come vedremo tra poco, a cospirare di nuovo col Mazzini e co’ suoi, se convenivano nelle sue idee, e accettavano la sua disciplina.

Klapka, che promette il moto galliziano-ungherese a patto che non sia guastato con conati intempestivi, nè caschi in mani rivoluzionarie. Il Comitato rivoluzionario magiaro-polacco, che promette la stessa cosa a patto che non ne sia affidato il comando a Klapka; Garibaldi finalmente pronto a tutto, amico di tutti, legato insieme con Vittorio Emanuele, con Mazzini, col Borzylawski, con chicchessia, indifferente a cominciare dalla Venezia o dall’Ungheria, dalla Serbia o dalla Gallizia, purchè si cominciasse; e compendio e conclusione di tutto quest’agitarsi di tanti cuori generosi e di tanti nobili spiriti, un’ombra trattata come cosa salda; un tesoro negli spazi immaginari speso per realtà; una enorme cambiale d’eroismo e di sangue tratta sulla vita di ben dieci milioni d’uomini, ma che nessuno ha fino allora accettata; insomma una rivoluzione, certa, infallibile, europea, a cui nulla oramai mancava, fuorchè una cosa insignificante: i popoli che la facessero.

XI.

Ma in sullo scorcio di maggio l’intrigo cominciò ad arruffarsi ancora più. Il Re si metteva in corrispondenza col Comitato rivoluzionario polacco di Londra (quindi indirettamente col Mazzini) e ne approvava tutte le proposte; conveniva con lui di sollecitare il moto ungherese-galliziano, escludendone affatto il Klapka e il Türr, fermo il comando supremo a Garibaldi; metteva in comunicazione il Plenipotenziario del Comitato (signor Bulewsky) col suo ministro dell’Interno (allora Ubaldino Peruzzi); s’impegnava a fornire l’erario dell’impresa e intanto ne sborsava i primi fondi; consentiva che in Italia si ordinassero i primi quadri del Corpo spedizionario e prometteva d’inviarlo a sue spese in Moldavia, ed altre concessioni e soccorsi.[301]

Intanto però che il Re stringeva questi accordi, coll’Emigrazione polacco-ungherese, quindi, giova ripeterlo, col Mazzini stesso, che n’era la mente, fosse diffidenza de’ suoi nuovi soci, fosse istinto di autorità o bisogno di far da sè, fosse il gusto di cospirare anche nella cospirazione, il fatto è ch’egli, all’insaputa così del Mazzini, come del Bulewsky, avviava segretamente col Garibaldi un’altro complotto che invece di assicurare l’esito della progettata impresa, riuscì, come vedremo tra poco, al fine precisamente opposto, di farla tramontare per sempre.

Infatti quel signor Porcelli che vedemmo comparire a Londra, incaricato di aprire a Garibaldi le prime intenzioni del Re intorno al moto galliziano, eccolo circa alla metà di maggio riapparire a Caprera, abboccarsi in segreto col Generale, ripartirne tosto, ma per tornar subito dopo col postale successivo, e così di seguito per due o tre volte, e sempre con aria, fin troppo, di mistero e di congiura. Contemporaneamente il Re, questo pure bisogna notare, incaricava Bixio, allora comandante il campo di San Maurizio, di interrogare il signor Accossato di Genova se, dati certi eventi, avrebbe potuto tenere a disposizione del Re uno o due de’ suoi vapori;[302] mentre poi, quasi ne’ medesimi giorni, si vedeva il Duca di Sutherland, reduce dalla sua corsa in Oriente, approdare a Caprera, lasciarvi il suo _yacht_, ripartirne per Torino, dov’era ricevuto dal Re, correre al Campo di San Maurizio, esservi onorato dal Bixio d’onori fin anco eccessivi,[303] e come epilogo e chiave insieme di tutti questi fatti il generale Garibaldi imbarcarsi, come dicemmo, sul piroscafo del Sutherland e partire per Ischia.

Tuttavia per alcuni giorni, nè della cagione di tutto quel sordo andirivieni, nè della mèta ultima dell’escursione ad Ischia nulla era trapelato per anco. Il Generale fin dal primo nascere di quell’arruffio austro-orientale s’era chiuso nel più geloso silenzio, e, tranne qualche parola sfuggitagli con Menotti, non aveva svelato ad anima viva la novella trama a cui, insieme con Vittorio Emanuele, stava lavorando.

Se non che sul finire di quel mese il Generale, credendo giunta forse l’ora d’agire, fu obbligato ad aprirsi, almeno con quelli tra’ suoi più devoti e fidati che si era predestinati per compagni; epperò chiamato a sè il Guerzoni, che gli faceva sempre da Segretario, gli svelò a larghi tratti tutto il disegno. Diceva press’a poco tutto quello che noi abbiamo narrato: il Re d’accordo con lui, imminente l’insurrezione, il principe Couza disposto ad appoggiarla, il colonnello Frigesy pronto, a Bukarest, ad entrare in Ungheria con una mano d’Ungheresi e Polacchi, egli prossimo a partire per Costantinopoli, d’onde poi a tempo opportuno entrerebbe nei Principati: aspettare per questo un vapore da Genova che lo portasse in Oriente, intanto partissi anch’io per Torino affine di chiamare a raccolta gli amici comuni, e me ne indicava i nomi, e farli convenire ad Ischia. Come restasse il Guerzoni a quella inattesa rivelazione non ridiremo: basti solo ch’egli misurando subitamente e senza grande sforzo di acume tutti i rischi d’una siffatta avventura, incoraggito dalla fiducia che gli accordava il Generale e dalla coscienza d’adempiere ad un alto dovere, non si peritò a rispondere anche a quel Garibaldi col quale era cosa sì ardua il solo discutere, e pel quale egli nutriva una venerazione quasi figliale, non si peritò, diciamo, a rispondergli: «che egli l’avrebbe, come sempre, ubbidito e seguito in capo al mondo; ma che ponderasse se quella impresa era possibile; se le notizie che riceveva da quei paesi lontani erano certe; se i soccorsi promessi parevano bastanti; se infine Vittorio Emanuele, re costituzionale, era autorizzato a promettergli un aiuto che solo d’accordo col Parlamento e col Ministero avrebbe potuto arrecargli. Infine soggiunse non intendere come anche giunto a Costantinopoli, il Generale potesse sperare di penetrare di là, tanto più con un seguito d’ufficiali e in atteggiamento guerresco, fino in Gallizia, e credere che il Governo ottomano o il principe Couza non l’avessero ad arrestare per via anche prima che l’arrestassero al confine transilvano i battaglioni austriaci. Infine pregò, scongiurò il Generale a pensare alla risoluzione che stava per prendere: andarne della sua vita tanto preziosa; andarne della salvezza della patria medesima.»

«Che cosa importa la vita,» interruppe con uno de’ suoi più fieri accenti il Generale: «è ora di finirla: l’Italia non si libera che colla rivoluzione. Se volete partire, partite, se no manderò un altro.»

Il Guerzoni chinò la testa e partì. Giunto a Torino dava convegno a tutte le persone indicategli dal Generale; Benedetto Cairoli, Giovanni Acerbi, Clemente Corte, Enrico Guastalla, Giuseppe Missori, Giacinto Bruzzesi, Giovanni Chiassi, Francesco Cucchi, Agostino Lombardi,[304] e manifestò loro i propositi, se non è meglio dire, la volontà del Generale, e li invitò, come n’aveva ricevuto l’incarico, ad Ischia, dove avrebbero ricevute più compiute istruzioni. Al messaggio del Guerzoni unanime fu il sentimento di tutti i suoi commilitoni, unanime il dolore di quella risoluzione del loro Generale, e il proposito di sconsigliargliela con tutte le loro forze. Lasciatigli pertanto in questa disposizione d’animo, fatta una visita al generale Bixio al Campo di San Maurizio, il Guerzoni il 6 di sera (gioverà rammentarsi di questa data) ripartiva per Ischia; dove cinque giorni dopo, tra il 12 e il 13, lo raggiungevano pure il Cairoli, il Bruzzesi, il Corte, il Guastalla, il Lombardi, l’Acerbi; insomma quasi tutti gli ufficiali garibaldini dianzi accennati. Se non che sullo stesso vapore col quale avevano viaggiato gli amici di Garibaldi erasi imbarcato pure il signor Porcelli, e come vedremo, apportatore d’una novella totalmente inaspettata. Giunta infatti tutta questa varia comitiva a Casamicciola, il primo ad essere ricevuto dal Generale fu Benedetto Cairoli, il secondo il signor Porcelli, col quale il Generale volle restar solo e si trattenne lungamente. Ma quale non fu la meraviglia di tutti gli astanti e convenuti nel sentire, poco dopo, dalle labbra stesse del Generale: ogni idea di partenza abbandonata, l’impresa abortita e libero ciascuno di tornare alle proprie case?

Perchè mai? Che cosa era accaduto? Quale era la nuova cagione di quel mutamento così repentino e inopinato?

Il _Diritto_ del 10 luglio pubblicava a titolo di documento questa sedicente protesta.

«Domenica, 10 luglio 1864.

»Avuta certa notizia che alcuni fra’ migliori del partito d’azione sono chiamati a prender parte ad imprese rivoluzionarie e guerresche fuori d’Italia, i sottoscritti[305] convinti:

»Che noi stessi versiamo in gravi condizioni politiche;

»Che nessun popolo e nessun terreno sia più propizio ad una rivoluzione per gl’interessi della libertà che l’italiano;

»Che le imprese troppo incerte e remote, quali sono le indicate, ordite da principi, debbano necessariamente servire più a’ loro interessi che a quello dei popoli;

»Credono loro dovere e per isgravio della loro coscienza dichiarare:

»Che l’allontanarsi dei patrioti italiani in questi momenti non può che riuscire funesto agli interessi della patria.»

Come ognun vede, questo scritto senza data, senza firma, buttato là dal giornale stesso che lo pubblicava senza una parola di conferma e di schiarimento; che vagamente parlava di progetti generici in paesi ipotetici, non poteva avere in sè stesso alcun valore, e sarebbe probabilmente passato nel pubblico o inosservato o incompreso, come una delle cento novelle de’ giornali che nascono al mattino e la sera son morte.

Tale non fu il pensiero di Vittorio Emanuele. Sia che egli si fosse avveduto del mal passo in cui s’era impigliato[306] e stesse spiando uno scappavia per districarsene; sia che fosse sinceramente persuaso di non poter più dopo quella pubblicazione del 10 luglio condurre colla dovuta segretezza la trama avviata (anche i Re galantuomini quando cospirano non dicono mai tutto intero l’animo loro), il fatto sta che egli vede, o immagina, o finge vedere in quella anonima protesta una denunzia pensata, una perfidia calcolata, una ostilità deliberata di tutto quel partito d’azione col quale aveva fino allora congiurato e trovando in questo solo fatto un motivo a’ suoi occhi plausibile per giustificare la sua ritirata, annunzia a Garibaldi (per una lettera recata da quello stesso Porcelli) che visto oramai il disegno propalato da’ suoi stessi amici, e se compromesso col governo, si scioglieva da ogni impegno e disdiceva l’opera intrapresa.

Grande fu naturalmente l’indignazione di Garibaldi a questo inaspettato messaggio, e nella prima concitazione dell’animo, vedendo egli pure nella protesta del 10 luglio la cagione prima della fallitagli impresa, corse egli pure, sospinto da maligne suggestioni, a sospettarne autori coloro che più erano in voce di avversi alla spedizione e primo di tutti il suo segretario Guerzoni, che n’era invece più di tutti non che innocente affatto inconsapevole.[307] Pochi giorni di riflessione però bastarono a riaprirgli gli occhi, ed a fargli discernere di nuovo i veri dai falsi amici. Quanto più grande era la sconvenienza, diciamo senz’altro, la colpa della protesta del 10 luglio, tanto più appariva impossibile che alcuno degli ufficiali garibaldini convenuti o chiamati ad Ischia vi avesse partecipato. Nè Cairoli, nè Acerbi, nè Corte, nè Guastalla, nè Missori, nè Cucchi, nè Chiassi, nè Bruzzesi, nè Lombardi, nè Guerzoni erano uomini da dissimulare il loro pensiero, o da rimpiattarsi dietro i nascondigli dell’anonimo per esprimerlo. Essi non approvavano quella scorreria austro-orientale, e non lo nascondevano; essi potevano anche tentare d’opporvisi manifestando schiettamente il loro dissenso; ma chi appena li conosceva li sapeva assolutamente incapaci di abusare d’un segreto che il loro Generale avesse loro confidato, e molto meno di cospirare di soppiatto contro di lui per farne abortire i disegni. Non era certo da coloro che l’avevano sino allora seguito in silenzio e ad occhi chiusi da Varese a Marsala e da Sarnico ad Aspromonte, che Garibaldi poteva temere un atto, non che di slealtà, di defezione o di rivolta. Anzi tanto era, a que’ giorni, tenace il loro attaccamento, e cieca la loro devozione, che se egli si fosse ostinato a partire e avesse detto loro come l’udimmo altre volte «chi vuol restare resti: andrò anche solo;» mettiamo pegno che nessuno di que’ suoi fedeli, pur credendo di perdersi con lui, avrebbe avuto cuore d’abbandonarlo.