Part 23
Allora cominciò lo sfilare delle corporazioni e delle rappresentanze; finita la sfilata, il corteo si mosse e si vide un nuovo spettacolo.[269] Migliaia di braccia s’agitavano; migliaia di fazzoletti sventolavano; migliaia di cappelli salutavano; migliaia di mani applaudivano; migliaia e migliaia di bocche gridavano co’ più svariati accenti, co’ più fantastici attributi, un nome solo: Garibaldi. La processione delle corporazioni che aprivano la marcia, arrestata a ogni passo dalla piena, avanzava lentamente; ancora più lentamente la carrozza del Generale. In taluni luoghi la stipa era tale che la carozza, incastrata entro un serraglio di corpi umani, non poteva nè avanzare nè retrocedere. E in mezzo a tutto ciò due meraviglie, una per gl’Inglesi: la serenità olimpica di Garibaldi; un’altra per il forestiere: l’ordine perfetto, nel disordine immane di tutta quella folla babilonica, mantenuto da pochi _policemen_ senz’armi. Dire i saluti a cui ha risposto, i baci che ha restituito, le strette di mano che ha barattate il Generale sarebbe impossibile: basti che dopo poche ore le sue mani, il suo volto, il suo mantello erano tutti tigrati di macchie nerastre come fosse uscito appena da una fucina o da una miniera. A un certo punto, presso Westminster, una subitanea rotta della fiumana popolare divide il Generale dalle corporazioni, ond’eccolo tagliato fuori dal suo corteo e prigioniero d’un popolo nuovo, ma non meno infanatichito, che a somiglianza del primo lo assale, lo serra, lo pigia, vuol parlargli e farlo parlare; lo assorda colle sue voci, lo soffoca ne’ suoi amplessi, lo ucciderebbe fors’anco, se l’opportuno intervenire di due o tre _policemen_ non lo liberasse a tempo da quelle strette d’amore delirante, e non aprissero, in quel gigantesco ginepraio di mani e di braccia, un breve spiraglio per cui potere proseguire. Quando a Dio piacque infatti il convoglio potè ravviarsi: passò Westminster-Bridge, passò Trafalgar-Square, dove la base della colonna di Nelson, fitta di spettatori, sembrava un piedestallo di statue viventi, ed entrò in Pall-Mall; ma in quel punto, circa le sette e mezzo, l’ultimo raggio di sole si nascondeva nel lenzuolo di nebbia delle sere britanniche, e pochi istanti dopo carrozze, bandiere, rappresentanze, spettatori e Garibaldi non erano più che una torbida fantasmagoria d’ombre confuse che s’agitavano nella caliginosa opacità della notte imminente. Ma ciò non ostante il popolo continuava ancora a seguire, a gridare, a segnare a dito Garibaldi, indovinandolo coll’istinto, salutando il suo mantello grigio che solo spiccava ancora nelle tenebre. Finalmente l’architettonica massa di Stafford-House spuntò: la folla raccolta sullo _square_, tra preghiere, ammonimenti, spinte, fece quel tanto di largo che permettesse alla carrozza d’entrare la grande cancellata del palazzo e colà finalmente il Generale potè mettere piede a terra. Un tappeto di porpora era steso dall’atrio allo scalone, a’ piedi del quale attendeva con gran corteo di gentiluomini e di dame la bella Duchessa di Sutherland; Garibaldi s’avanzò verso di lei con passo lento ma fermo; ne ricevette il benvenuto, ne sfiorò colla sua destra, affumicata dal contatto di tutto il catrame di Londra, la candida mano, e lasciando delusa la moltitudine che ancora s’ostinava a volerlo rivedere, sparì nei penetrali della principesca dimora. Sei ore da Nine-Elms a Stafford-House; sei ore per cinque miglia: un mezzo milione di spettatori accalcati sulla via del passaggio; una piena di popolo quale non vide l’esercito inglese reduce da Crimea, erano le parole che correvano su tutte le labbra alla fine di quella memorabile giornata e ne riepilogavano la meraviglia.
V.
All’indomani Garibaldi parve riposato, ma cominciarono allora le sue dodici fatiche. Come però non è questa una storia aneddotica e il descriverle tutte, episodio per episodio, particolare per particolare, richiederebbe, senza iperbole, un volume, così ne restringeremo il racconto in rapidissimi tocchi.
Il 12 di buon mattino ascolta un indirizzo degli abitanti del quartiere di San Pancrazio, santo a lui memorabile; visita più tardi a Chiswick la Duchessa madre di Sutherland; dove incontra Lord Russell, Lord Granville, il duca e la duchessa d’Argyll, il conte e la contessa di Clarendon, il signore e la signora Gladstone e durante la colazione la banda del secondo reggimento delle _Life Guards_ gli suona il suo inno. Sul pomeriggio altra visita a Lord Palmerston, col quale si trattiene in segreto oltre un’ora, e la sera banchetto, ricevimenti e discorsi ancora.
Il 13 mattina rivista all’arsenale di Woolwich, dove impennatisi i cavalli gli operai dello stabilimento trascinano la sua carrozza a forza di braccia; nella sera banchetto di quaranta coperti dal duca di Sutherland, e subito dopo solenne ricevimento, durante il quale il Generale, seduto sopra una specie di trono nella gran sala degli Staffords, vede sfilargli davanti la più antica e più pura nobiltà di Brettagna e di Scozia.
Il 14 mattina udienza alle Deputazioni della città di Manchester; poco dopo rivista della brigata dei pompieri, di cui è colonnello il Duca di Sutherland, e la sera comparsa al Covent-Garden dove si rappresenta la _Norma_ e in suo onore un atto della _Muta di Portici_; ed egli è letteralmente coperto di fiori dalle più belle mani del Regno Unito.[270]
Il 15 escursione agricola a Bedford e davanti a nuova moltitudine di popolo, convenuto da tutte le parti del distretto, esperimenti delle macchine Howard; alla sera desinare intimo da Antonio Panizzi, il celebre restauratore del _British Museum_ e vecchio amico suo.
Nella mattina del 16 visita alla birreria Berkley e Perkins; verso il tocco gran concerto al Palazzo di Cristallo, datogli dagli Italiani; trentamila spettatori lo accolgono, una Deputazione di suoi compatriotti gli presenta una bandiera col motto «Roma e Venezia;» Arditi dirige l’orchestra, e un coro di mille voci gli canta:
O Garibaldi nostro salvator, Te seguiremo al Campo dell’onor.
Dal _Crystal Palace_ passa a Piccadilly[271] dove Lord Palmerston lo convita a solenne banchetto.
Il 17 è domenica, e come è noto il rigoroso rispetto che gl’Inglesi professano od ostentano per il giorno festivo, così il russo Alessandro Herzen riunisce in casa sua a fraterna mensa, fra una scelta d’amici, Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini.[272]
L’agape però nulla aveva di politico. Certo in quel cenacolo di apostoli e di soldati di tutte le patrie e di tutte le libertà un discorso doveva ricorrere e dominare su tutti gli altri; ma nessuno prestabilito disegno di complotti rivoluzionari, nessun occulto pensiero presiedeva il nobile simposio. Gli stessi brindisi, commoventissimi per chi li profferiva come per chi li udiva, non furono che reciproche testimonianze d’onore e d’affetto, scevri interamente da ogni ascoso fine politico, se non forse l’altissimo di riaccostare almeno un istante due grandi spiriti affratellati un giorno dalla medesima idea, e che non avrebbero potuto passarsi vicini senza seppellire in un amplesso ogni ricordo della passata discordia. Mazzini con ispirate parole bevve alla «libertà de’ popoli, all’associazione de’ popoli, a Garibaldi vivente incarnazione di questa idea, alla povera, santa Polonia, alla giovine Russia.» Garibaldi con caldo accento rispose: «Al mio amico e maestro Giuseppe Mazzini;[273] alla Polonia, alla Russia, all’Inghilterra.» E al toccar de’ bicchieri una lacrima brillava nell’occhio di tutti i commensali; ed Herzen, strozzato dall’emozione, non potè pronunciare che poche e rotte parole.
Al lunedì vegnente ricevimento a Stafford-House di privati e di Deputazioni;[274] visita a Ledru Rollin, e Louis Blanc; al tocco un secondo concerto popolare al Palazzo di Cristallo, dove un popolo misto di Corporazioni, di Rappresentanze, di Deputazioni, sfila davanti al Trionfatore, che sa trovare per tutti il contegno e la parola opportuna, notevole e notata da coloro che cominciavano ad impensierirsi di quei trionfi, quella da lui gridata ad alta voce alla Deputazione degli esuli polacchi: «Chiedo che la nobile nazione inglese non voglia abbandonare la nazione polacca.»
Il martedì invece è giornata di riposo, se riposo può dirsi leggere o firmare serque di lettere e di ritratti, discorrere con centinaia di persone e posare ora per un busto, ora per una fotografia, risedersi a tavola tre o quattro volte il giorno, per non far torto all’usanza degli ospiti, meravigliati che un eroe mangiasse così poco e bevesse anche meno, e finito il pasto, all’ora rituale in cui le signore lasciano i lor cavalieri in intimi colloqui col _Sherry_ e col _Brandy_, si ritirasse con loro.
Così però era arrivato il 20 aprile; il giorno solennissimo destinato al conferimento della cittadinanza di Londra, che è, come ognuno sa, il più grande onore che la vecchia _city_ possa dare, invidiato e raramente ottenuto dagli stessi Sovrani; e che a Garibaldi era stato decretato, senza contrasto, appena ebbe messo il piede sul suolo britannico. E come la storica cerimonia fu anche il compendio simbolico di tutte le onoranze tributate all’eroe italiano, così ne toccheremo meno fugacemente.
Assistito ad un asciolvere dal duca d’Argyll, in un tiro a quattro alla _Daumont_ da Prince’s Gate, dimora del signor Seely dove il Generale era passato, s’avviò in sul mezzogiorno verso Guild-Hall. Lo accompagnavano, giusta il rito, il signor Richardson e l’Alderman Scott, ciambellano del Town-Hall, cui spettava quest’onore, il primo per aver proposto, il secondo per aver secondato la mozione del _Freedom_: lo seguivano in altra carrozza il signor Seely e i figli, e in altre ancora un lungo corteo di membri del Parlamento e di nobili invitati. Le botteghe erano chiuse, i lavori sospesi come nel giorno dell’ingresso. Turbe di popolo assiepavano le strade per le quali doveva passare il corteo; ma all’ingresso della _city_ e più ancora nei pressi del Palazzo di città la calca è sì densa, la piena sì procellosa da pareggiare quasi quella impareggiabile dell’11 aprile. Arduo perciò come in quel giorno il transito; arduo ai _policemen_ contenere il torrente; arduo e pericoloso insieme per il Generale lo scendere di carrozza. Vi pervenne tuttavia, e allora, accolto nell’atrio di Guild-Hall dalla deputazione del Comitato di ricevimento, passando fra due ale di _gentlemen_ e di _ladies_ che lo salutano e s’inchinano come ad un re, è condotto nel gran salone del Consiglio, in mezzo ad una fiorita corona d’invitati, e quivi, sotto un ricco baldacchino, sopra seggiolone dorato, fra il signor Seely e suo figlio Ricciotti,[275] fatto sedere.
Entrarono allora gravi e solenni nel loro storico costume, roboni di velluto nero, parrucche bianche a zazzera, grandi lattughe allo sparato, il Lord Mayor, gli Aldermen, i Clerks, e fattosi un solenne silenzio il Town’s Clerk venne innanzi e lesse il seguente decreto:
«Che l’onorevole titolo di cittadino sia conferito al generale Garibaldi come segno di riverenza al più magnanimo e valoroso dei patriotti e gli sia presentato in una scatola d’oro del valore di cento ghinee.»
Una salva d’applausi era già scoppiata alle parole _most generous and magnanimous man_, un’altra ancora più fragorosa seguì la chiusa del decreto. Allora il Generale si alzò e il signor Scott gli lesse un lungo indirizzo, nel quale, dopo avergli significato come Londra andasse superba d’avere tra’ suoi cittadini un uomo che a nessun altro poteva essere paragonato, «perchè in nessun uomo si trovarono insieme accoppiate come in lui la semplicità d’un Cincinnato, l’incorruttibilità d’un Dentato, il cuore di Leonida, la tenerezza d’una donna, la confidenza d’un fanciullo;» conchiuse ringraziandolo d’aver destata in Inghilterra la fiamma della libertà, ed augurando all’Italia di compiere la sua unità ed indipendenza.
Il Generale, che aveva ascoltato con profondo e decoroso raccoglimento, fece in inglese, con accento stentato e troppo apertamente meridionale, ma con perfetta correzione di sintassi e di lingua, questa risposta:
«Non mi è possibile esprimere a voi, come rappresentanti di questa gloriosa città, la gratitudine che io provo dell’onore che mi avete oggi conferito. Ne inorgoglisco più che dell’avere il primo onore, il primo grado in guerra, perchè non so qual cosa possa tenersi più onorevole che l’esser libero cittadino di questa città. Nè io dico questo per adularvi. Ho veduto che questo è il vero centro della libertà del mondo, è il foco della civiltà di tutte le nazioni. Qui niuno è straniero, perchè in Inghilterra ogni uomo è in casa sua. Vi ripeto che non potrei esprimere la mia riconoscenza, ma ve ne ringrazierò, non potendolo per me stesso, in nome della mia patria, che aspetta dall’Inghilterra quell’aiuto ch’essa può dare in guerra.
»Certo l’Italia non potrà mai dire abbastanza quanto è grata a questo paese pel gran favore con cui ha accolto la sua causa, e per gli aiuti che le ha dato in tempi di gran bisogno. Nè è questa la sola volta che io sono stato beneficato dal popolo inglese. Lo fui in America quando dovetti alla protezione inglese se fui salvo da gran pericolo. — Ebbi anche aiuto da Inglesi in Cina. Tutto questo non potrei mai dimenticare; ma dovunque sarò, il mio affetto, la riconoscenza verso il popolo inglese sarà imperitura. — Ripeto che sono gratissimo per me e per la mia patria al popolo inglese.»
Certo questo discorso non aveva nulla di peregrino, ma il Generale che al toccar del suolo inglese pareva aver acquistato il senso, a lui tanto innaturale, della convenienza e della misura, ed essersi trasformato in un attore provetto, a cui nessuno dei lenocinj dell’arte sia ignoto; il Generale, dico, seppe dare a quelle sue parole, studiate più che non si pensi, tale un’impronta di verità e di naturalezza, e trovare recitandole un atteggiamento così artisticamente equilibrato tra la modestia e la dignità, un gesto così giustamente misurato tra la vivacità italiana e la rigidezza anglo-sassone, un’intonazione così abilmente indovinata tra la rozzezza eroica e la cortesia signorile, e sopratutto tali modulazioni, tali blandimenti e incanti di voce da suscitare in tutto l’uditorio un vero delirio. Una triplice tonante salva d’applausi, quali forse quella sala non aveva mai uditi, accolse la fine del discorso e soltanto la maestà del luogo e della cerimonia parve trattenere da più clamorose manifestazioni. Quando però il Generale, salutato il Mayor e la Mayoressa, si mosse per uscire, il pubblico, rotta ormai quella diga di tradizionale rispetto che l’aveva fino allora contenuto, dimenticò ogni gravità, e scavalcando sedie e barriere si rovesciò letteralmente su di lui, per ottenere, con mille voci, l’onore d’un suo _shake hands_. Nè forse l’eroe sarebbesi rifiutato anche a quel capriccio se taluno de’ suoi amici non si fosse opposto, dicendo che ciò avrebbe nociuto alla sua salute; il che bastò perchè tutta quella folla tumultuante si ritraesse e diradasse in silenzio.
Allora il Generale uscì da Guild Hall per passare a Mansion-House, dove il Lord Mayor dava in suo onore lo storico banchetto della _Loving Cup_, nel quale il Generale, ignaro del rito, bevve alla salute del Popolo inglese fra le acclamazioni de’ convitati.
Non fu quella però l’ultima impresa di quella giornata campale. Alle 6 il Generale dovette intervenire ad un altro banchetto, il terzo in un giorno, offertogli dal Cancelliere dello Scacchiere e trattenervisi fino a tarda ora sempre sulla scena, sempre in sull’all’erta per ascoltare e rispondere, sempre meraviglioso a tutti di semplicità, di cortesia, di tatto e di pazienza.
VI.
Ma nel medesimo giorno che Londra scriveva nell’Albo de’ suoi cittadini il nome di Giuseppe Garibaldi, una voce, susurrata pochi giorni prima come una vaga ipotesi ed una remota eventualità, prendeva a un tratto nei giornali la forma asseverante d’una positiva notizia: «Garibaldi interrompeva il suo viaggio e si preparava a ripartire per l’Italia.» Naturale pertanto che un simile annunzio destasse in tutte le classi della vasta metropoli (eccettuati forse i pochi consiglieri e preparatori di quella partenza) il più grande stupore ed il più vivo malcontento. Indarno i diari amici del Ministero si studiavano di onestare e spiegare quella repentina risoluzione con semplici e naturali motivi; dicendola imposta da ragioni di salute, consigliata dai medici, suggerita dalla pietosa sollecitudine di risparmiare al Generale, già affranto dalle fatiche de’ suoi primi trionfi, nuovi e più gravi travagli; la città, le classi popolari principalmente, non sapevano appagarsi di queste ragioni; e messe già in sospetto da tutta quella estemporaneità di passione amorosa onde l’aristocrazia britannica era stata presa per il mozzo nizzardo, fiutavano sotto quelle mostre di zelo per la salute d’un uomo, che stava forse benissimo, le fila d’una trama aristocratica o politica, cominciando già a dimostrare apertamente la loro incredulità e diffidenza, agitandosi nei pubblici _meetings_, e forzando il governo stesso a rispondere in Parlamento.
Per intendere frattanto fino a qual punto quei sospetti fossero giustificati, e fra le tante e contradittorie ragioni di quella partenza, sceverare, non diremo la vera, ma la più prossima al vero, importa rimontare alcuni giorni addietro e penetrare un po’ più addentro nel retro scena della storia.
Il lettore non ha dimenticato che il Governo inglese non aveva mai veduto di buon occhio il viaggio di Garibaldi. Presago dei disturbi che la inopportuna visita gli avrebbe, o prima o poi, arrecati, Lord Palmerston s’era studiato fino alla fine di scongiurarla, e solo quando la vide ormai inevitabile fece buon viso, come suol dirsi, all’avversa sorte, e s’adoperò, nel modo che sappiamo, a menomarne le conseguenze. In sulle prime però tutto parve andargli a seconda. Garibaldi s’era abbandonato, senza resistenza alcuna, alle braccia dei Geni tutelari che dovevano, durante il suo passaggio per Albione, custodire la sua innocenza e preservarlo dai diabolici contatti della rivoluzione; Garibaldi mansueto, quale mai non fu, passava di banchetto in banchetto, di cerimonia in cerimonia, di teatro in teatro, rappresentandovi, appuntino come una brava bestia feroce bene ammaestrata, la parte che meglio gradiva a’ suoi custodi e al suo pubblico, senza dare mai il più piccolo segno di ribellione, o mandare il più lieve ruggito di collera. Non v’era dunque a pentirsi troppo d’averlo lasciato venire. È ben vero che egli aveva messo sottosopra mezza Inghilterra, e in combustione tutta Londra; ma infine era sperabile, era presumibile che a poco a poco il fanatismo si stancherebbe, l’entusiasmo svamperebbe, la vecchia freddezza inglese riprenderebbe il sopravvento; lo stesso attore a forza di essere veduto e sentito si logorerebbe, e tutto rientrerebbe in breve, con poco fastidio, nella calma e nell’ordine di prima. Accadde invece tutto il contrario. Passavano i giorni, le ovazioni succedevano alle ovazioni, e gli spettacoli agli spettacoli, ma il saturnale garibaldino non dava alcun segno di cessare. Garibaldi continuava da oltre una settimana a mostrarsi, a concedersi, a distribuirsi a quanti volevano vederlo, udirlo e toccarlo; ma il farnetico non accennava a calmarsi; Londra tornava ogni mattina e ogni sera a mirare, a contemplare ad adorare il suo nuovo idolo in tutte le pose e su tutti gli altari, ma non ne era sazia ancora.
Eppure Londra non era che una stazione, ed il trionfatore non si trovava ancora che alla prima pietra miliare della sua via trionfale. Ma che sarebbe accaduto se egli avesse mantenuto la promessa di visitare una ad una tutte le principali città d’Inghilterra e di Scozia, Manchester, Birmingham, Bristol, Newcastle, Liverpool, Glascow, Edimburgo, che l’attendevano impazienti di rinnovargli tra le loro mura i trionfi della Capitale?
Questo era il pensiero che principalmente turbava gli uomini di Stato inglesi, e in generale quanti pregiavano, sopra ogni cosa, l’ordine e la quiete del loro paese. Perocchè se tanta, dicevano essi, era l’agitazione che quel fatato Italiano era riuscito a suscitare in Londra dove pure le masse popolari erano guidate e contenute dalla presenza del governo e del Parlamento, dagl’influssi d’una stampa autorevole e dall’azione moderatrice di numerose classi superiori illuminate e potenti, quale non sarebbe stata in quelle grandi città manifattrici, alveari giganteschi d’operai e d’industriali, focolari naturali delle idee rivoluzionarie e socialiste, miniere profonde e insidiose cariche insieme d’oro e di dinamite, d’onde l’Inghilterra traeva da secoli la sua ricchezza, ma che troppo arditamente esposte al contatto d’una scintilla fulminea, avrebbero anche potuto cagionarne la rovina!
Certo non era a temersi che Garibaldi vi andasse a suscitare una rivoluzione sociale; ma il solo dubbio ch’egli riuscisse a trascinare quelle popolazioni in manifestazioni di politica internazionale ed a renderle complici più o meno dirette de’ suoi appelli e de’ suoi disegni patriottici, bastava ad obbligare un governo appena consapevole della propria responsabilità alla più grande cautela e vigilanza. Nè queste apprensioni eran del tutto infondate. Garibaldi era stato fino allora, non all’occhio degli Inglesi soltanto, un miracolo di saggezza e di temperanza; ma fino a quando il miracolo fosse per durare nessuno poteva affermarlo. L’eroe non poteva rinnegare a lungo la propria natura, e con lui era prudenza star pronti a tutte le sorprese. Anche in que’ primi dieci giorni egli aveva fatto più d’una scappata fuori del morbido serraglio in cui i suoi guardiani lo tenevano custodito; e il brindisi a Mazzini, le visite a Ledru Rollin e Luigi Blanc, le parole ai Polacchi, parevano segni abbastanza eloquenti che v’erano idee, amicizie, relazioni, alle quali egli, sotto pena di snaturarsi, non poteva rinunciare.
Oltre di che i Mentori blasonati, che s’erano tolto il carico della sua tutela in Londra, non lo potevano accompagnare dappertutto, e il giorno in cui egli fosse uscito dalle loro mani per cadere in quelle, a mo’ di esempio, dei Taylor, degli Stuard, dei Cowen, conosciuti in Inghilterra per le loro opinioni rivoluzionarie, la loro intimità con Mazzini, e la loro influenza sulle popolazioni artigiane delle città industriali, nessuno poteva prevedere fino a qual punto il mutato ambiente avrebbe influito sul mobile spirito del Patriotta italiano, nè a qual eccesso, una volta lasciato in balía di consiglieri o complici o compiacenti, avrebbe potuto trascorrere.
E ciò tanto più che il vero ultimo scopo della sua visita in Inghilterra non traspariva ancora. Egli andava bensì dicendo, e i suoi seguaci ripetendo, che l’unico motivo di quella sua visita era stato il ringraziare il popolo inglese di quanto aveva operato per l’Italia; ma questa spiegazione, buona forse, non appagava abbastanza gli uomini politici inglesi, avvezzi a non credere troppo alla gratitudine, e a diffidare un tantino anche delle parole degli eroi. Infatti i suoi incessanti rapporti col Mazzini, col Saffi, l’arrivo continuo dall’Italia di ufficiali garibaldini, di deputati, di personaggi politici che apparivano un istante, s’abboccavano col Generale e sparivano,[276] se non costituivano ancora un indizio certo di congiure latenti, erano però sintomi poco rassicuranti, i quali, sommati a tutti gli altri segni, accrescevano naturalmente le inquietudini del Governo inglese e ne acuivano i sospetti.