Part 13
E vittoria era, piena, compiuta, gloriosa e, checchè altri abbia novellato, tutta dell’armi volontarie, tutta garibaldina. All’indomani, come suol spesso accadere dopo i grandi fatti d’arme, la battaglia ebbe uno strascico che poteva arricchire e quasi allietare la vittoria, ma non avrebbe mai potuto, non che metterla in forse, turbarla un istante. Dicemmo che Pilade Bronzetti, anzichè cedere il passo di Castel Morone, a lui affidato, aveva tolto di morire col fiore più eletto de’ suoi. Da ciò era conseguíto che il Perrone, perduto intorno a quella vetta il suo tempo migliore, e ritardato novamente da un contrassalto ardito di alcune compagnie della brigata Sacchi, era stato sopraggiunto dalla sera e non aveva più potuto proseguire per Caserta, come era suo disegno. Tuttavia, o perchè ignorasse (strana cosa invero) la ritirata dell’esercito suo, o perchè fosse d’animo temerario e sconsiderato, non volle rinunziarvi per l’indomani, e all’alba del giorno mosse per la via di Caserta Vecchia alla sua mèta. Il generale Sirtori, che tutta la giornata del primo aveva vegliato con grande alacrità all’invio dei rinforzi e delle munizioni, e insieme alla sicurezza del Quartier generale, fu il primo ad avvertir l’avanzarsi del corpo del Perrone e nella notte stessa n’aveva mandato l’annunzio a Garibaldi, che spossato dalla grande fatica della vigilia era rimasto a prendere un po’ di riposo a Sant’Angelo. Egli però fu più noiato del sonno interrotto, che conturbato dalla gravità del messaggio. Anche senza vederlo aveva, per istinto, compreso che si trattava d’un corpo isolato, rimasto spensieratamente di qua dal Volturno e che non poteva in alcuna guisa rimettere in dubbio la vittoria della vigilia. Montato tuttavia a cavallo, corre nella notte stessa a Caserta, dove concorda col Sirtori le disposizioni necessarie, non tanto per combattere, quanto per irretire e prendere il nemico. Il Sirtori con una frazione della brigata Assanti levata da Santa Maria, e un battaglione di Bersaglieri dell’esercito settentrionale chiamato il dì innanzi da Napoli, quando più ondeggiava la fortuna, doveva stare alla difesa di Caserta, quindi del centro; il Bixio ebbe ordine di attorniare il nemico dal lato di Monte Viro e Caserta Vecchia, cioè dalla sua sinistra; mentre Garibaldi in persona con un manipolo di Carabinieri genovesi, alcuni frammenti della brigata Spangaro razzolati a Sant’Angelo, un battaglione regolare della brigata Re e l’intera brigata Sacchi, si era assunto di accerchiarlo dalla destra, togliendogli così ogni scampo.
Se non che, intanto che le truppe destinate all’azione si ordinavano e mettevano in marcia, l’avanguardia del Perrone, che già nel mattino era stata scoperta dalle guide del Missori a Caserta Vecchia, si avanzava alla sprovveduta sino alle prime case di Caserta,[129] talchè il Sirtori, costretto ad accorrere alla difesa con quanta gente si trovava fra mano, diè modo a quei bravi Bersaglieri dell’esercito settentrionale, chiamati la vigilia, di barattare coi Borboni alcuni felici colpi di carabina, e di suggellare anche sui campi del Mezzogiorno la fratellanza non mai smentita tra i soldati di Vittorio Emanuele e le camicie rosse della rivoluzione.[130] Intanto però che il Sirtori respingeva l’attacco di fronte, le truppe destinate all’aggiramento giungevano a’ loro posti, sicchè non restò più che a dar sul nemico l’ultimo colpo. Infatti verso le tre pomeridiane, attaccata dai Calabresi dello Stocco, e dal battaglione della brigata Re, lanciati alle spalle ed ai fianchi di Caserta da Garibaldi stesso, attorniata e serrata da due brigate del Bixio, perseguitata dal battaglione Isnardi della brigata Sacchi, opportunamente accorsa a chiudere il passo ai respinti da Caserta, tutta la colonna del Perrone o restò prigioniera, o andò dispersa di là dal Volturno, assicurando con nuovi trofei la vittoria della giornata precedente.
La battaglia del Volturno, e per l’estensione del campo e pel numero de’ combattenti e per la durata della pugna e per la grandezza dei risultati, fu una delle più grosse che l’armi italiane abbiano combattuto. Ventimila giovani volontari, disseminati sopra un terreno tortuoso e capricciosissimo di circa venti chilometri, resistettero ad un esercito di quarantamila vecchi soldati agguerriti, ed alla fine lo sbaragliarono. Le perdite dei Garibaldini sommarono all’incirca a cinquecento morti, a milletrecento feriti e milletrecento sbandati o prigionieri; fuori del conto i codardi che passeggiavano le vie, biscazzavano nei caffè, o sbevazzavano nelle taverne di Napoli, intanto che i loro camerati combattevano e morivano. Dei morti e feriti borbonici invece incerto il numero, quantunque sia probabile che per la imperfezione delle armi garibaldine non abbia uguagliato quello dei vincitori; certissimo però quello dei prigionieri e delle prede: tremila e più tra soldati ed ufficiali e sette bocche da campagna di grosso calibro. Come in tutte le grandi fazioni campali, così in questa i fattori della vittoria furono tre: il genio del Capitano supremo, la prodezza de’ suoi Luogotenenti e soldati, gli errori del nemico. «Il generale Garibaldi (dice un ufficiale tedesco storico e testimone) fu inarrivabile prima, nel corso e dopo la battaglia.[131]» Preparato da molti giorni ad un assalto generale, prese in tempo le opportune misure per respingerlo, raddoppiò colla sua la vigilanza dei suoi Luogotenenti e si premunì da ogni sorpresa. Non appena accesa la pugna, ne estimò l’importanza, ne fermò il disegno, ne divinò l’obiettivo. Salito fin dal mattino al suo prediletto osservatorio del Tifata, vi potè abbracciare d’uno sguardo l’intero campo di battaglia e seguirne davvicino tutte le principali vicende. Veduto il balenare delle sue linee e il soverchiare del nemico, non dubitò un istante della vittoria. Apparso il momento del colpo decisivo, l’afferrò al volo; chiamò in tempo le riserve e le capitanò egli stesso; egli stesso le diresse contro il punto più offensibile del fianco nemico e decise della giornata. Nella prima fase dell’azione fu l’occhio, nella seconda la mente e l’anima dell’esercito suo. Comandò e combattè insieme; osservò con acutezza, ragionò con logica, agì con rapidità e precisione; dovunque apparve serenò, col solo aspetto, i combattenti, fugò la paura e sovraneggiò la fortuna.
Il dubbio, tenace tuttora nella mente di molti, che Garibaldi non sia mai stato che un abile partigiano, inetto al comando di numerosi eserciti ed alle fazioni della grossa guerra, non merita più, dopo il 1º ottobre, di essere seriamente discusso. Nella battaglia del Volturno erano impegnate tante forze quante a Rivoli, sopra un terreno non meno esteso di quello di Marengo, e se il vincere una siffatta battaglia non conferisce al vincitore il titolo di Capitano, Bonaparte fino alle Piramidi non avrebbe potuto dirsi che un guerrigliero.[132] Certo anche Garibaldi non avrebbe potuto vincere senza Generali e soldati; ma avrebbe forse Napoleone trionfato in tante battaglie senza i Massena, i Soult, i Ney, i Lannes, i Marmont, i Davoust? E invero la condotta dei divisionari di Garibaldi al 1º ottobre è degna d’esser citata ad esempio. Posti a difendere con forze inadeguate posizioni tutt’altro che gagliarde, e il cui primo difetto era di essere tutte ugualmente importanti, adempirono l’arduo assunto con grande abilità e valore; disputarono palmo a palmo il terreno, tenendosi concentrati nei punti decisivi e soprattutto usando a tempo e con energia dei contrassalti offensivi, che sono la salvezza di tutte le difese. È vero che furono a lor volta mirabilmente secondati. Il Bixio disse: «Quando dei corpi saranno comandati da ufficiali come Dezza, Piva, Taddei, Spinazzi, ed avranno a capo di Stato Maggiore un ufficiale come Ghersi, se la vittoria non coronerà sempre i loro sforzi, certo sapranno incontrare ai loro posti una morte gloriosa.[133]»
Ora lo stesso avrebbe potuto dirsi a Santa Maria, di Faldella, di Malenchini, di Eber, di De Giorgis, di Assanti, e a Sant’Angelo di Simonetta, di Ferrari, di Guastalla, di Cadolini, di Spangaro, e a Caserta di Bonnet, di Bruzzesi, di Majocchi; e serbata la debita misura di tutti i gregari. Le azioni di valore in quella giornata furono innumerevoli; ma a tutte sovrasta, come una gloria, quella del Bronzetti a Castel Morone, il cui generoso sacrificio salvò, ben può dirsi, l’esercito garibaldino dal più terribile colpo che il nemico gli serbasse, poichè a nessuno è dato affermare quel che sarebbe avvenuto, se il 1º ottobre un corpo, anche relativamente piccolo, fosse piombato su Caserta, nell’ora decisiva, costringendo Garibaldi ad usar contro di esso quelle riserve che gli erano necessarie a ristorare la battaglia sugli altri punti più minacciati.
Ma, siccome dicemmo, una parte non ultima della vittoria va dovuta agli errori de’ nemici. «Per fortuna nostra (scrive Garibaldi stesso), fu pur difettoso il piano di battaglia dei Generali borbonici. Essi ci attaccarono con forze considerevoli su tutta la linea, in sei punti diversi, a Maddaloni, a Castel Morone, a Sant’Angelo, a Santa Maria, a San Tammaro, ed in un punto intermediario di cui non ricordo il nome, ove comandava il general Sacchi.
»Diedero così una battaglia parallela, cozzando col grosso del loro esercito contro il grosso del nostro, ed assalendo posizioni da noi studiate e preparate.
»Se avessero invece preferito una battaglia obliqua, cioè minacciato cinque dei punti summentovati, con avvisaglie di notte, e nella stessa notte portare quarantamila uomini sulla nostra sinistra a San Tammaro, o sulla nostra destra a Maddaloni, io non dubito essi potean giungere a Napoli con poche perdite.
»Non sarebbe stato perciò perduto l’esercito meridionale, ma un grande scompiglio ce lo avrebbero cagionato. Con un’ala rotta, ed il nemico padrone di Napoli e delle nostre risorse, diventava l’affare un poco serio.[134]»
E di più non ci occorre aggiungere. Garibaldi con questo giudizio, tanto modesto quanto esatto, ha dimostrato una volta di più che nessuno degli elementi del cimentoso problema incontrato il 1º ottobre nella pianura capuana gli era rimasto ignoto; ch’egli agì con piena coscienza della situazione sua e degli avversari; che la vittoria non premiò in lui soltanto il valore, e non servì soltanto la fortuna; ma ubbidì alla sagacia, all’arte, alla prodezza, a tutte le doti che formano il buon Capitano, e lo rendono degno delle marziali corone.[135]
XIII.
Le due giornate del Volturno avevano tolto ai Borbonici ogni probabilità di prossima rivincita, ma non ogni possibilità di lunga resistenza. Francesco II, non ostante le perdite, poteva ancora allineare circa a quarantamila combattenti; le principali fortezze del Regno, Capua e Gaeta, erano sempre in suo potere; tutto il territorio dal Volturno al Tronto era signoreggiato dal suo esercito; gran parte della popolazione rurale degli Abruzzi gli rimaneva fedele e in taluni distretti, come in quello d’Isernia, i contadini respingevano apertamente la rivoluzione e pigliavan le armi in sua difesa; talchè egli poteva protrarre per lungo tempo la lotta e se non voltare la fortuna, differire ancora la finale caduta.
Pel contrario l’esercito garibaldino cominciava ad assottigliarsi e svigorirsi. I rinforzi non bilanciavano più da parecchio tempo le perdite: le grandi spedizioni del Continente erano arenate: la Sicilia, dati al passaggio dello Stretto dai quattro ai cinquemila Picciotti, pareva come esaurita; e peggio devesi dire delle Calabrie, delle Puglie, di tutte le provincie del Regno. Indarno Garibaldi ripeteva i suoi belligeri appelli in nome di Roma e Venezia; da qualche avventuriero in fuori nessuno rispondeva più alla chiamata. Dei ventunmila uomini del 1º ottobre non ne restavano oramai che diciottomila; e quando si eccettui una legione inglese, masnada di beoni e di saccomanni,[136] non una insegna di soccorso spuntava sull’orizzonte.
E come andava scemando la quantità, così peggiorava la qualità. I bei giorni di Calatafimi e di Milazzo erano passati. Nelle schiere cominciavano a serpeggiare quei primi sintomi di stanchezza, che sono quasi sempre i precursori della dissoluzione. Una parte reggeva ancora al dovere; ma la molla dell’entusiasmo, che aveva fino allora rese dolci le privazioni e belli i pericoli, era fiaccata. La vanità dei brevetti e dei gradi, i mercenari calcoli della carriera, già subentravano, nel cuore di molti, ai puri stimoli dell’amore della patria e della gloria. Gli ufficiali esuberavano in misura insolita[137] anco fra gli eserciti rivoluzionari, ed acceleravano essi pei primi, coll’ingombro degl’inetti e lo scandalo degli oziosi, la corruzione dell’intero esercito.
Anche i migliori principiavano ad essere disamorati d’una guerra che dopo l’annunciato sopraggiungere dell’esercito sardo perdeva la sua ragione principale, e null’altro prometteva che un’incresciosa vigilanza attorno ad una uggiosa fortezza in una più uggiosa pianura. Che se a tutto ciò s’aggiunga l’intristire della stagione, le lunghe e piovose notti del morente autunno, il difetto di riparo e di vesti, il crescere conseguente delle sofferenze e delle malattie, si intenderà di leggieri come l’esercito garibaldino potesse tener ancora la difensiva sulla linea occupata, ma non mai pensare ad alcuna decisiva operazione offensiva, molto meno poi all’impresa di Roma. E Garibaldi lo sentiva, e talvolta nei confidenti abbandoni dell’amicizia gliene fuggiva di bocca l’amara confessione. «Leggete questa lettera di Mazzini (diceva ad Alberto Mario, qualche giorno dopo la vittoria del Volturno); egli mi sprona alla spedizione di Roma. Sapete se io non ci abbia di lunga mano pensato. Il 1º ottobre abbiamo sconfitto il nemico a tal punto, che non sarà più in grado d’affrontarci; ma non potrò mai andare a Roma, lasciandomi addietro sessantamila uomini trincerati fra due fortezze, i quali intanto si ripiglierebbero Napoli.[138]» E se quei sessantamila uomini erano un’amplificazione, tutto il resto era pura verità. Dopo il 2 ottobre l’esercito garibaldino bastava appena a salvar Napoli da un colpo di mano, se pure bastava.
Ma a distoglierlo dalla temeraria impresa, più ancora della ragione militare poteva la politica.
Disfatto a Castelfidardo il Lamoricière, espugnata Ancona, riuscita oltre la speranza l’impresa delle Marche e dell’Umbria, il conte di Cavour deliberò di farsi perdonare l’audacia coll’audacia e di spingere l’esercito, già sulla via, all’invasione del Regno. Così con un colpo solo lo strappava a Garibaldi ed al Borbone insieme; rompeva gli ultimi indugi all’annessione, rivendicando alla spada del suo Re l’onore di compiere e assodare l’opera dalla rivoluzione iniziata.
Sfidata ancora la collera delle Potenze d’Europa, di cui presentiva le strida, ma insieme presagiva l’inerzia;[139] annunziata con brutale laconismo al Ministro napoletano presso la Corte di Torino la sua risoluzione; chiesta dal Parlamento subalpino,[140] non ancora italiano, l’approvazione della sua politica e la balía di annettere tutte le provincie italiane, che liberamente dichiarassero di voler far parte integrante della Monarchia; spinge il Re stesso a mettersi a capo dell’esercito vincitore ed a passare il Tronto. E Vittorio Emanuele, cui nulla era più gradito della parte di re guerriero, e che degli ardimenti del suo Ministro era piuttosto l’istigatore che il moderatore, lasciata la reggenza al Principe di Carignano raggiunge il 3 ottobre l’esercito ad Ancona; d’onde bandito ai Napoletani, in un Manifesto, a dir vero, nè sobrio nè modesto,[141] ch’egli stava per arrivare, invitato, tra loro, a «chiudere l’èra delle rivoluzioni,» s’incamminò a grandi giornate verso i confini del Regno.
Ciò stante a Garibaldi non faceva mestieri di grande acume politico per comprendere che egli non poteva più oramai muovere le insegne contro Roma senza urtare o prima o poi nelle schiere di Vittorio Emanuele, e peggio ancora nella volontà di quel Parlamento che era a quei giorni il supremo rappresentante morale, se non per anco legale, della nazione intera; senza incorrere perciò nella terribile responsabilità d’una guerra civile. E poichè nulla era più profondo nel cuore del patriottico eroe che l’orrore della discordia fraterna, così molto prima d’accorgersi che gliene mancava la forza e molto prima che Vittorio Emanuele venisse a capitanare l’esercito d’Ancona, egli aveva deliberato in cuor suo, mormorando, imprecando, fors’anco, a chi ve lo sforzava, ma pure senza restrizioni nè riserve, di rinunciare, pel momento almeno, ad ogni tentativo su Roma.
E di questo fanno fede due documenti noti, ma per avventura non abbastanza notati, nè dirittamente finora interpretati. Il primo è l’_Ordine del giorno_ del 28 settembre, nel quale, bandita con esultanti parole ai Volontari la disfatta del Lamoricière, precorreva colla speranza gli eventi, compiacevasi della resa d’Ancona e della passata dell’esercito del Settentrione nel Regno anche prima che ciò avvenisse, e conchiudeva giubilando: «Fra poco avremo la fortuna di stringere quelle destre vittoriose.[142]» L’altro ancora più espressivo è la lettera ch’egli stesso dirigeva a re Vittorio Emanuele in data del 4 ottobre, e che preferiamo riprodurre testualmente:
«Caserta, 4 ottobre 1860.
»Sire,
»Mi congratulo colla Maestà Vostra per le brillanti vittorie riportate dal vostro bravo generale Cialdini e per le felici lor conseguenze. Una battaglia guadagnata sul Volturno ed un combattimento alle due Caserte pongono i soldati di Francesco II nell’impossibilità di più resisterci. Spero dunque poter passare il Volturno domani. Non sarebbe male che la Maestà Vostra ordinasse a parte delle truppe, che si trovano vicino alla frontiera abruzzese, di passare quella frontiera e far abbassare le armi a certi gendarmi che parteggiano ancora per il Borbone.
»So che V. M. sta per mandare quattromila uomini a Napoli, e sarebbe bene. Pensi V. M. che io le sono amico di cuore, e merito un poco d’esser creduto. È molto meglio accogliere tutti gli Italiani onesti, a qualunque colore essi abbiano appartenuto per il passato, anzichè inasprire fazioni che potrebbero essere pericolose nell’avvenire.
»Essendo ad Ancona, dovrebbe V. M. fare una passeggiata a Napoli per terra o per mare. Se per terra, e ciò sarebbe meglio, V. M. deve marciare almeno con una divisione. Avvertito in tempo, io vi congiungerei la mia destra, e mi recherei in persona a presentarle i miei omaggi, e ricevere ordini per le ulteriori operazioni.
»La V. M. promulghi un decreto che riconosca i gradi de’ miei ufficiali. Io mi adopererò ad eliminare coloro che debbono essere eliminati.»
Chi consideri pertanto di questa lettera, il tempo, il contenuto, la forma, ne vedrà risplendere vieppiù il significato. Essa fu scritta il 4 ottobre, prima dunque che Garibaldi potesse conoscere il bando di Vittorio Emanuele ai Napoletani, prima che l’esercito sardo si fosse levato d’Ancona, prima assai che il Parlamento avesse votato l’annessione dell’Italia meridionale, e sanzionato con siffatto voto la politica del conte di Cavour.
Checchè dunque scriva a lode o vitupero lo spirito di parte, questo rimane incontrastato, che Cavour e Garibaldi, lo statista e l’eroe, quasi nel tempo stesso, ad insaputa l’uno dell’altro, s’accordavano a dare al Re quel medesimo consiglio, intorno al quale pareva dovessero restar divisi implacabilmente! _Ecco il giudicio uman come spesso erra_. I monarchici superlativi credevano d’essere costretti, o prima o poi, a dar battaglia «alla rivoluzione personificata in Garibaldi,[143]» e Garibaldi apriva loro le porte di quello che ancora era suo Stato, di null’altro ansioso che di incontrarli e schierarsi sotto le loro insegne.
Nè si dica che la sua lettera parla di «una passeggiata;» è questa un’attenuazione metaforica per scemare l’importanza del fatto e farne parere più facile l’esecuzione; ma s’intende da sè che «la passeggiata» d’una divisione, capitanata da un Re, fiancheggiata da un’altra divisione, entro i confini d’uno Stato forestiero, è invasione bella e buona, è guerra in tutte le forme. E con quali intendimenti egli affretti la venuta di Vittorio Emanuele, è palese: vuol essere il primo a rendergli omaggio, desidera «ricevere i suoi ordini per le ulteriori operazioni,» ambisce, in una parola, di combattere al suo fianco, come suo luogotenente, contro il comune nemico.
Il linguaggio della lettera è semplice e schietto, ma reverente e affettuoso insieme; in essa il soldato dà consigli al Re; ma consigli saggi, di moderazione e di temperanza, che re Vittorio, il quale chiamerà un giorno l’antico mazziniano Medici a suo primo aiutante di campo, e il vecchio repubblicano Crispi a suo primo Ministro, non si pentirà d’aver ascoltati. Tutto persuade, adunque, che allorquando più si strillava a Torino perchè Garibaldi si ostinasse nell’avventura di Roma, egli n’aveva già deposto, almeno per quell’anno, il proposito, e che ad altro non pensava se non a finir gloriosamente, in compagnia dei suoi fratelli dell’esercito sardo, sotto gli ordini del suo Re, la guerra contro il Borbone.
Ma perchè indugiava dunque ancora l’annessione, quell’annessione voluta ormai dalla quasi totalità del paese, decretata dal Parlamento, da Garibaldi stesso, indirettamente offerta a Vittorio Emanuele, e contro la quale, colla rinunzia alla marcia su Roma, cessava ogni ragione ed ogni pretesto? In verità, giunti a questo punto, il concetto del nostro eroe ci sfugge. Abbiamo compresa e difesa la sua resistenza all’annessione sino al giorno del suo ingresso in Napoli; l’abbiamo scusato d’averla differita anche dopo l’entrata dell’esercito sardo sul territorio ecclesiastico; ma ora, appressandosi quell’esercito, vietata dall’espressa volontà del Governo e del Parlamento la via di Roma, certo l’incontro ed il conflitto, nè l’intendiamo, nè sappiamo difenderla più. E fortuna volle che non la sapesse intendere a lungo nemmeno Garibaldi, siccome il seguito di questo racconto sta per dimostrare.
XIV.
Fino dall’11 settembre il Dittatore chiamava presso di sè Giorgio Pallavicino coll’intenzione di offrirgli la Proditattura delle provincie napoletane. E l’onorando patriotta accorreva all’invito; se non che, giunto a Napoli, non assunse subito l’ufficio; ne ripartiva, invece, immediatamente per adempiere un altro confidenziale mandato commessogli dal Dittatore e del quale ecco la ragione. La ruggine frappostasi tra il conte di Cavour e il generale Garibaldi fin dalla cessione di Nizza, s’era, per gli attriti del Mezzogiorno, dilatata e approfondita al segno da degenerare in aperta e implacabile inimicizia. Insusurrato da incauti o maligni consiglieri, il Generale aveva finito coll’accogliere il sospetto, che colui il quale era stato capace di mercanteggiare una volta una terra italiana, lo sarebbe stato la seconda. Ignaro o dimentico di quanto il conte di Cavour aveva operato per soccorrere l’impresa di Marsala, non ricordava, del rivale, che gli intoppi, le insidie, le trafitture; finchè venne il giorno, in cui, in buona fede, credendo che quegli solo, il Ministro, fosse d’inciampo al compimento della sua missione nazionale, ebbe l’infelicissima ispirazione di chiederne al Re il congedo, insieme al Farini ed al Fanti, che giudicava, ed erano, suoi complici.[144]