Part 12
Però se a Napoli la sola sua presenza bastava a moderare le impazienze ed a tenere in rispetto le opposizioni; in Sicilia, lui assente, presente invece il suo Prodittatore, dell’annessione segreto istigatore dapprima, poscia pubblico favoreggiatore, le voglie annessioniste erano divenute smaniose, e fino a un certo punto anco pericolose. Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola.
«La scena (scrive il Bertani)[119] accadeva in una povera osteria. Türr e Cosenz, presenti al colloquio, secondavano la proposta del Depretis, e già Garibaldi, non sapremmo se più persuaso o infastidito, aveva detto: — Basso, scrivete: _Caro Depretis, Fate l’annessione quando volete_; — allorchè il Bertani, entrato poco prima, esclamò: — Generale, voi abdicate; — e capacitato ben presto dalle opposte ragioni del Bertani (capacitato, perchè secondavano l’inclinazione del suo animo): — Avete ragione, — rispose, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna in mano, soggiunse: — Basso, stracciate la lettera. —
»E poi con calma riprese a dettare: _Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti, e cominciate dai due C....._[120]
»E la scena finì;»..... ma non finirono del pari le lotte per l’annessione siciliana. Gli annessionisti, capitanati principalmente dal Cordova, e spalleggiati dal Depretis, non volevano desistere dal loro proposito; anzi in un Consiglio di Ministri ventilarono persino se non si dovesse bandire il plebiscito anche malgrado la lettera di Garibaldi. Il Crispi invece colla parte più rivoluzionaria e garibaldina insisteva perchè la volontà del Dittatore fosse rispettata; onde tumulti in piazza e conflitti in Palazzo, che mantenevano Palermo in uno stato d’agitazione assai presso all’anarchia e scrollavano sempre più la poca autorità al Prodittatore. Quando però corse la nuova che Garibaldi era entrato in Napoli, tanto il Crispi, quanto il Depretis, decisero, l’uno dietro l’altro, di partire pel Continente, onde rendere giudice un’altra volta il Dittatore della perpetua controversia. E il Dittatore fu ancora del parere di Fortino; sicchè il Crispi continuò a stargli al fianco Ministro degli affari esteri, ed al Depretis, fallitogli ormai il principale scopo della sua missione, non restò che rassegnare l’ufficio. La rinuncia del Depretis però lasciava la Sicilia senza Prodittatore e senza governo, e all’urgente bisogno Garibaldi pensò di provvedere egli stesso in persona. La sera del 16 settembre, infatti, s’imbarca quasi di nascosto; approda l’indomani a Palermo; radunati tostamente i Ministri e trovatili fermi nella loro idea, con parole fin troppo dittatorie li congeda; elegge a Prodittatore Antonio Mordini, allora Auditore generale dell’esercito garibaldino, e lo fiancheggia di Ministri a lui graditi; fattosi al balcone del Palazzo arringa il popolo impaziente di acclamarlo dopo i recenti trionfi, lo ringrazia d’aver avuto fede in lui e di aver respinto un’annessione ch’egli credeva intempestiva, l’incuora a persistere finchè vi siano fratelli da liberare;[121] e dopo aver protestato nuovamente della sua amicizia per Vittorio Emanuele, «l’unico rappresentante della causa italiana,» si accommiata colla lusinga di aver per alquanto tempo restaurata la pace e l’autorità in Sicilia, e ritorna a Napoli, dove le faccende della guerra s’erano già troppo risentite della sua mancanza.
IX.
Appena potè aver sottomano un nucleo di forze, Garibaldi aveva spedito in tutta fretta il generale Türr ad Ariano per soffocarvi una sommossa borbonica suscitata dal Vescovo di colà, e spalleggiata dal generale Bonanno che presidiava con una brigata l’Abruzzo Ulteriore. E il valoroso Ungherese se n’era sbrigato presto e bene; costretti i reazionari a piegar la testa, il Bonanno a render l’armi con tutta la sua brigata, il Vescovo, divenuto da quel giorno fervente patriotta, a ringraziarlo della sua umanità e cortesia. Questo felice successo però nè cansava nè ritardava per nulla l’estrema prova, a cui la rivoluzione, non ostante la sua corsa vittoriosa, era chiamata. L’esercito, ritiratosi dietro il Volturno, contava ancora tra Capua e Gaeta circa cinquantamila[122] uomini, era provveduto d’un ricco materiale, protetto da un fiume di cui signoreggiava le due sponde, appoggiato infine, senza dir dell’estremo propugnacolo di Gaeta, da una fortezza di prim’ordine, quale Capua; e se, come certi indizi facevan credere, l’appello di Francesco II, il quale da Gaeta invitava i suoi fedeli alla riscossa, era ascoltato, la partita giuocata allora con tanta fortuna poteva ridiventare molto combattuta ed incerta.
Garibaldi però ne era impensierito più di quello che volesse confessare; ma obbligato ad attendere che le sue truppe, disseminate dal Golfo di Policastro a quelle di Salerno, si rannodassero, molestato ai fianchi dall’insorgere della reazione e costretto egli stesso dalla controversia annessionista ad allontanarsi da Napoli ed a partire per Sicilia, non potè nei primi giorni consacrarsi alle cose della guerra con l’intera energia del suo spirito, o se anche tutto lo spirito, non avrebbe potuto consacrarvi soldati. Però soltanto tra il 12 e il 13 di settembre aveva potuto mandare la divisione Türr, forte non più di quattromila uomini, ad appostarsi tra Caserta e Santa Maria; raccomandando però così al suo Comandante, come al generale Sirtori, capo di Stato Maggiore, di tenersi in sulla difesa, spiccando tutt’al più delle bande volanti sui fianchi ed alle spalle del nemico, onde tentare di sollevargli dattorno le popolazioni e turbarne le mosse.
Ma bastò ch’egli fosse lontano, perchè la fortuna, schiava fin allora del maliardo eroe, scuotesse la chioma e tentasse fuggire dalle sue insegne.
Il generale Türr (se d’accordo col Sirtori o di suo capo, è controverso; ma certo frantendendo od oltrepassando gli ordini precisi del suo Generale) s’era proposto di tentare una grande operazione strategica; nientemeno che di impadronirsi delle due sponde del Volturno, e di occuparvi sulla destra il forte luogo di Caiazzo che domina uno dei suoi passi. Infatti il 19 mattina mentre la brigata Rustow fingeva un attacco contro la fronte di Capua, spinto poi troppo a fondo o dall’imprudenza dei capi o dalla foga dei combattenti; il battaglione Cattabeni marciava per il passo di Limatola sopra Caiazzo e con poco sforzo se ne impossessava. All’apparenza il colpo pareva riuscito; molto sangue di prodi era stato versato, ma insomma i Garibaldini potevan credersi padroni delle due rive del Volturno e felicemente piantati come una punta aguzza sulla costa sinistra del nemico. Illusione d’inesperti coraggiosi che sole ventiquattro ore basteranno a dileguare!
Già reduce da Sicilia e precisamente nella sera del 19 al campo di Caiazzo, Garibaldi aveva tosto compreso il grosso fallo del generale Türr, e se n’era accorato; ma o perchè gli repugnasse abbandonare nel pericolo il battaglione del Cattabeni, uno dei suoi vecchi soldati, o perchè temesse il triste effetto che sulla accendibile fantasia dei Napoletani poteva produrre una ritirata; per ragioni insomma di umanità o di politica, quelle ragioni che furono sempre le peggiori nemiche dei migliori concetti di guerra, comandò che il Cattabeni, minacciato d’imminente attacco, fosse soccorso prima con una brigata del Medici; poi, la brigata non essendo pronta, con un reggimento, quello che comandava il colonnello Vacchieri. E il preveduto accadde. Il Cattabeni e il Vacchieri, assaliti il 21 mattina da forze quattro volte superiori, furono, malgrado la prodezza dei capi e dei soldati, interamente sbaragliati; ferito e prigioniero col grosso del suo battaglione lo stesso Cattabeni; salvatosi a stento coll’avanzo dei suoi il Vacchieri; molti che, cercando scampo nel fiume, tentarono guadi mal noti, miseramente affogati.
Era il primo errore commesso durante quella campagna; era il primo e l’unico rovescio. Però se gli ordini lasciati da Garibaldi ai suoi fossero stati osservati, e l’errore ed il rovescio sarebbero stati evitati.
Garibaldi aveva certamente ordinato al Türr di lanciar scorribande al di là del Volturno; ma non gli aveva dato facoltà di prendere posizioni fisse, molto meno poi di dare battaglia per prenderle. Non si tengono con iscarse forze le due rive di un fiume privo di ponti, dominato da una fortezza; e il nostro Capitano l’aveva tosto compreso. Il difficile non stava tanto nel prendere Caiazzo, quanto nel conservarlo; e poichè a conservarlo occorrevano una e forse più teste di ponte sul Volturno e forze pari ai borbonici, così la rotta del 21 settembre era prevedibile ed inevitabile[123]
X.
Persuaso anche prima del 21 settembre dell’impossibilità di conservare una posizione offensiva-difensiva sulle due sponde del Volturno, deliberò di tenersi nella più stretta difensiva sulla sinistra del fiume stesso. Disgraziatamente anco la difesa, per la esiguità delle forze e l’estensione del terreno, rendevasi molto problematica e difficile. Perocchè non bastava difendersi dalle sortite di una piazza forte come Capua, ridotta un campo trincerato di circa quarantamila uomini, ma conveniva guardare, per il corso di sedici miglia, i passi di un fiume tortuosissimo, come il Volturno, e che forma una delle linee più bizzarre e insidiose che la topografia strategica conosca. I meandri e gli avvolgimenti di questo fiume son tanti, che un esercito costretto a campeggiare sulla sinistra del suo tronco inferiore, se lo trova, comunque si giri, di fronte, ai fianchi e alle spalle nel tempo medesimo. Non ha, è vero, che un sol ponte stabile, quello di Capua; ma in iscambio, una serie di ponti volanti a barche, detti, nel vernacolo del paese, _scafe_, che danno il mezzo a chiunque ne sia padrone, e i Borbonici lo erano, di tragittarsi da una sponda all’altra con una facilità di poco minore a quella che offrirebbe un sistema di ponti fissi.
E non basta. Posto che l’obbiettivo dei Regi fosse Napoli, essi potevano marciarvi per sette grandi vie collegate tra di loro da un dedalo di strade minori, che di tanto agevolavano ad essi le offese, di quanto accrescevano le difficoltà della difesa. Da Capua infatti essi potevano arrivare alla capitale, così per la doppia via Santa Maria-Caserta, o Sant’Angelo-Caserta, come per la strada più lunga, ma non meno insidiosa, San Tammaro-Aversa. Dal Volturno poi gli sbocchi erano tanti quante le _scafe_. Dalle _scafe_ di Formicola e di Caiazzo si spiccavano due vie, che congiungendosi al bivio del Gradillo venivano a cader traverso la colonia di San Leucio, sul gran parco di Caserta; dalla _scafa_ di Limatola un’altra via, passando rasente Castel Morone, riusciva più a oriente alla medesima mèta; infine da tutti i passi del Volturno superiore si poteva sboccare sulla strada di Piedimonte-Dugenta, che piombava diritta sui Ponti della Valle e Maddaloni, a nove miglia da Napoli.
Ora il difensore, forzato a manovrare su questo scacchiere, non aveva libertà di scelta: o guardarne tutti i passi del pari, o, concentrandosi in pochi punti, correr rischio di vedersi aggirato e tagliato fuori della sua base d’operazione. Il suolo gli offriva qua e là qualche buon punto d’appoggio; come la catena del Tifata alle spalle di Sant’Angelo, i poggi di Briano ed i boschi di San Leucio innanzi al bivio di Formicola e di Caiazzo; la vetta di Castel Morone di contro alla _scafa_ di Limatola: le alture di Monte Caro, di Villa Gualtieri e del Longano a guardia di Maddaloni; ma tutti questi baluardi essendo interrotti e separati da grandi intervalli scoperti, non bastavano a bilanciare la lunghezza della linea e la sottigliezza del numero, col quale l’esercito garibaldino era costretto a difenderla.
Ora nessuno vorrà credere che il difetto d’una siffatta linea sia sfuggito al nostro Capitano: molti anni dopo, in un suo libro lo denunziava egli stesso;[124] ma da vero uomo di guerra, anzichè perdersi in vani conati per cambiare ciò che la natura aveva creato, e la forza delle cose gl’imponeva, prese il suo partito di far fronte al nemico su tutti i punti, salvo a distribuire le forze a seconda delle naturali difese del suolo, ed a tenersi sotto mano una forte riserva per accorrere sul punto più minacciato.
Ciò deliberato, stende fra Santa Maria e San Tammaro la divisione Cosenz,[125] comandata dal Milbitz (quattromila uomini e quattro pezzi), e vi stabilisce la sua sinistra; colloca a Sant’Angelo, in comunicazione colla prima, la diciassettesima divisione Medici (quattromila uomini e quattro pezzi), e ne fa il suo centro; apposta a San Leucio la brigata Sacchi (duemila uomini), ed a Castel Morone il battaglione Bronzetti (dugentosettanta uomini); affida alla divisione Bixio, la più forte di tutte (cinquemilaseicento uomini e otto pezzi), la difesa dei Ponti della Valle e Maddaloni, e vi assicura la sua destra; mette a guardia della strada d’Aversa la nascente brigata Corte; accampa a Caserta, sotto il comando del Türr, la sua riserva (quattromilasettecento uomini e tredici pezzi) e insedia, nella celebre Villa del Vanvitelli, prediletto svago dei Borboni, il suo Quartier generale.
Ventunmila uomini, la più parte de’ quali male armati e peggio istruiti, seminati sopra un terreno di oltre venti chilometri, dovevano contrastare il passo a quarantamila vecchi soldati, il fiore dei fedeli del Borbone, protetti da una fortezza di primo ordine, armata di sessanta bocche da fuoco, fiancheggiati da un fiume tutto in mano loro, ai quali la vicinanza, e tra poco la presenza, del Re loro trasfonderà uno spirito novello, e che tenendosi incolpevoli delle vergogne di Palermo, di Reggio e di Soveria parevano tanto più deliberati a vendicarle.
XI.
Una battaglia era imminente; molti indizi l’annunciavano, Garibaldi la presentiva. «Tornato da Palermo (scrive egli stesso) presi stanza a Caserta, e visitando ogni giorno Monte Sant’Angelo, da dove scorgeva bene il campo dei nemici, a levante della città di Capua e nei dintorni, dai loro movimenti sulla sponda destra del Volturno, che non potevano sfuggire al mio osservatorio del Monte suddetto, e dalle loro disposizioni, io congetturava essere i Borbonici in preparativi d’una battaglia aggressiva.» E non s’ingannava. Fin dal 26 settembre il generale Ritucci, nuovo comandante supremo dell’esercito regio, aveva già fermato il suo disegno, modello di primitiva semplicità: attaccare la linea garibaldina su tutti i punti, con maggior sforzo alle due ali di Santa Maria e di Maddaloni, e, sfondatala, marciare su Napoli. E da ciò questa distribuzione di parti: il generale Tabacchi colla divisione della guardia, settemila uomini, doveva assalire Santa Maria, fiancheggiato alla sua destra dalla brigata Sergardi, tremila uomini, che spuntando l’estrema sinistra garibaldina a San Tammaro aveva per iscopo di minacciare la strada d’Aversa. Al centro, invece, dando la destra al Tabacchi e sostenuto a manca dal generale Colonna, cui era commesso di passare con cinquemila uomini la Scafa di Triflisco, doveva marciare su Sant’Angelo con diecimila uomini, maggior nerbo degli assalitori, il generale Afan de Rivera: ad oriente il colonnello Perrone, con milledugento combattenti spalleggiati però da una riserva di altri tremila rimasti a Caiazzo, doveva sboccare da Limatola, e per la strada di Castel Morone mirare diritto a Caserta: all’ultima destra, infine, il Von Mechel con una divisione di ottomila uomini, la più gran parte Tedeschi, doveva, per la strada di Ducenta, avventarsi sul Bixio ai Ponti della Valle, e di là, dando la mano al Perrone, come questi doveva darla al Colonna, al Rivera, al Tabacchi, a tutti quanti marciare a bandiere spiegate su Napoli. Il gran colpo era stato deciso per il 1º ottobre, onomastico di Francesco II; il Re stesso, coi fratelli, doveva seguire, a convenevole distanza, le sue legioni, e coll’augusta presenza incoraggiarle, da lontano, alla sacra riscossa.
Fino dalla vigilia Garibaldi aveva notato sotto le mura di Capua un grande tramenío, sicchè, come uomo che ha letto fino al fondo il pensiero del suo avversario, diceva o mandava a dire a’ suoi Luogotenenti: «Fate buona guardia, domani saremo attaccati.»
In sull’alba del 1º ottobre, infatti, un crescente colpeggiare di moschetteria, echeggiante da Sant’Angelo a Santa Maria, annunziava che la zuffa era cominciata. Poco dopo il Milbitz era già alle prese col Tabacchi, e il Medici con Afan de Rivera; laonde Garibaldi, accorso al fragore de’ primi colpi a Santa Maria, aveva subito indovinato che la giornata sarebbe stata, come suol dirsi, assai calda, e che conveniva rinforzare senza indugio Santa Maria, che era, tra i punti principali della sua linea, il più debole e per postura e per numero di difensori. Mandò quindi a chiedere a Caserta la brigata Assanti della riserva, e confidatosi interamente al Milbitz, uno de’ suoi vecchi commilitoni di Roma, partì in carrozza per Sant’Angelo, altro dei punti che più gli stavano a cuore.
Potevano essere le sei del mattino. Circa all’ora medesima gli avamposti del Bixio si scontravano con l’avanguardia di Von Mechel, e il Perrone passava il Volturno a Limatola. Se non che, giunta verso la metà della strada che da Santa Maria mena a Sant’Angelo, la carrozza di Garibaldi è all’improvviso tempestata da una grandine di fucilate, e al tempo stesso involta in un nugolo di nemici sbucati da certe fosse asciutte che tenevan luogo di vere strade coperte. E già quella prima scarica aveva morti il cocchiere ed un cavallo della carrozza; talchè Garibaldi stesso, in presentissimo pericolo, fu costretto a balzare a terra ed a mettersi co’ suoi aiutanti in sulla difesa. «Ma (narra egli medesimo) mi trovavo in mezzo ai Genovesi di Mosto ed ai Lombardi di Simonetta. — Non fu quindi necessario di difenderci noi stessi; quei prodi militi, vedendoci in pericolo, caricarono i Borbonici con tanto impeto, che li respinsero un buon pezzo distanti e ci facilitarono la via verso Sant’Angelo.[126]»
Pure anco l’arrivo a Sant’Angelo non fu senza pericolo. Intanto che la prima catena del Rivera per quelle fosse o strade coperte, che dicemmo, s’insinuava non vista dentro il fianco sinistro del Medici e stava per tagliargli ogni comunicazione col Milbitz, dal lato opposto le avanguardie del Colonna, tragittata nella notte la Scafa di Triflisco, aggiravano favorite dalle tenebre la destra di Sant’Angelo, e per sentieri ascosi di monti arrivavano in sul fare dell’alba sui poggi di San Vito, uno dei contrafforti del Tifata. Poco mancò pertanto che Garibaldi, il quale appunto verso quella medesima ora arrivava su quell’altura, cascasse in mezzo a quella nuova imboscata di nemici; e sarebbe certamente accaduto se appena scortili non li avesse arrestati, cacciando loro incontro il drappello della sua scorta, facendoli al tempo stesso pigliar di costa da una compagnia del Sacchi che chiamò in tutta fretta da San Leucio.
Liberato, con tanta fortuna sua e della giornata che stava combattendo, da quel nuovo pericolo, Garibaldi potè abbracciare dal suo osservatorio di Sant’Angelo tutto il quadro della battaglia. E gli apparve formidabile. Il Milbitz e il Medici resistevano prodemente, ora contrastando, ora riacquistando con infaticabili contrassalti i punti capitali delle loro posizioni; ma il nemico, forte delle sue grosse riserve, rinnovava di continuo con truppe fresche gli assalti, mentre i Garibaldini, diradati dalla strage e dalla stanchezza, erano all’estremo della loro possa. Si combatteva da una parte e dall’altra da oltre sei ore; ma verso il tocco pomeridiano un nuovo e generale assalto del Tabacchi contro il Milbitz, e di Afan de Rivera contro il Medici, addossa i difensori agli ultimi ripari delle loro linee. Il Milbitz a Santa Maria è ridotto alla difesa di Porta Capuana; il Medici a Sant’Angelo è forzato a disputare con un pugno di gente il crocivio Capua-Sant’Angelo, Santa Maria-Sant’Angelo, centro delle sue, e chiave di tutte le posizioni a occidente di Caserta. Ancora un passo de’ Borbonici e la giornata è perduta. Garibaldi lo vede, ed afferrando a volo l’istante, scende a galoppo dal Tifata, rincora, rampogna, raduna, risospinge al combattimento quanti fuggiaschi o sbandati incontra per via: raccomanda al Medici, cui ogni raccomandazione era superflua, di tenersi a Sant’Angelo fino all’ultimo fiato; spicca ordine al Sirtori di mandare incontanente a Santa Maria tutte le riserve, e pei sentieri bistorti e ruinosi della montagna, poichè la strada diritta era in potere del nemico, corre egli stesso a Santa Maria per attendervi le riserve e ristorare la pugna.
Le riserve infatti, verso le due pomeridiane, parte per la consolare, parte per la ferrovia, arrivarono. Non v’era più un solo istante da perdere; ogni altro capitano le avrebbe cacciate, senza dar loro un secondo di riposo, nella mischia: Garibaldi no. Composto il viso all’abituale placidezza, non tradendo alcun segno d’interna trepidazione, rassicura col solo aspetto le truppe sopravvenienti, comanda agli ufficiali che siano lasciate riposare, dice ad alta voce al generale Türr, in guisa che tutti possano sentirlo: «La vittoria è certa, manca solo il colpo decisivo;[127]» poi, senza fretta, senza trambusto, con ordine e calma mirabili, piglia egli stesso la brigata Milano e parte della Eber e la caccia sulla strada di Santa Maria a Sant’Angelo; intanto che il Türr col rimanente della Eber e gli avanzi della Milbitz va a rinforzare la difesa di Porta Capuana e a fronteggiare il nemico su tutta la sinistra. Nel suo concetto le riserve mandate alla riscossa sulla destra dovevano attaccare il nemico in due colonne e con due obbiettivi affini, ma diversi: l’uno, cioè, urtare diagonalmente la destra del Tabacchi in modo da spuntarlo e separarlo da Afan de Rivera; l’altro marciar perpendicolarmente sul fianco sinistro di questi, in guisa da minacciarne la ritirata e da liberar a Sant’Angelo il Medici che eroicamente agonizzava. E tutto riuscì a seconda. Pochi colpi, alcune cariche a fondo brillanti, soprattutto quelle della Legione ungherese e del battaglione Milano, e i Generali borbonici, sconfidati da tanta resistenza, se non stremati di forze, fatta coprire la loro fronte, spezzata da un’ultima carica di cavalleria, male guidata e presto risospinta, suonarono a ritirata. Alle 5 della sera tutte le posizioni garibaldine erano riconquistate. Il Medici tornava signore indisputato del suo quadrivio. Il Türr e il Rustow (il Milbiltz era rimasto ferito) inseguivano le schiere disordinate del Tabacchi e del Rivera, fin sotto le mura di Capua. Alla stessa ora il Bixio, dopo avere per tutta la giornata ributtati gli assalti di Von Mechel, lo ricacciava colle baionette alle reni di là dai Ponti della Valle fin presso a Ducenta; al Perrone infine, trattenuto sei ore sotto Castel Morone dall’eroico petto di Pilade Bronzetti e de’ suoi trecento, sacratisi a certa morte per la salvezza comune, era tolto di tentare per quel giorno il divisato colpo su Caserta; sicchè in quell’ora stessa, 5 pomeridiane, Garibaldi poteva telegrafare a Napoli: «Vittoria su tutta la linea.[128]»
[Illustrazione: PIANO DELLA GIORNATA DEL VOLTURNO]
XII.