Garibaldi, Vol. 2 (of 2)

Part 11

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Reggio è munita al mare da un forte, al monte da un castello, ed era a que’ giorni difesa da circa duemila uomini comandati dal vecchio generale Gallotti. Avendo però gli abitanti chiesto al Comandante borbonico di risparmiare alla città un combattimento nelle vie, egli pietosamente consentì, chiudendo parte de’ suoi nel Castello e andando ad appostarsi col rimanente, non più d’un migliaio, lungo una fiumara asciutta, scorrente a mezzogiorno della città, ma che non gli poteva servire di schermo alcuno. Infatti essendo stato deciso che l’Eberhardt attaccasse per la sinistra e il Bixio per la destra, questi potè girare gli avamposti del nemico, prima che egli se ne fosse avveduto, e spiegatosi l’assalto costringerlo a riparare frettolosamente nell’abitato. Qui però la resistenza degli assaliti fu più gagliarda; e avrebbe anche fatto costar più cara la vittoria degli assalitori, se il Chiassi, a capo di due compagnie della brigata Sacchi, non fosse piombato di costa sul nemico, e non ne avesse affrettato lo scompiglio e la ritirata. Restava però ai Regi il Castello; e quivi infatti si ritrassero, disposti, pareva, a nuova e più lunga resistenza; il che, a Garibaldi, bisognoso d’impadronirsi di Reggio prima che le colonne del Briganti e del Melendez, accampate tra San Giovanni e Piale, arrivassero al soccorso, dava non poco pensiero. Fortunatamente la comparsa del Missori sulle alture sovrastanti al Castello, e alcuni colpi ben appuntati de’ suoi, persuasero i difensori d’essere totalmente circondati; e nel pomeriggio del giorno stesso li indussero ad innalzare bandiera bianca. Garibaldi, com’era sua arte e suo proposito, fu nei patti liberalissimo: alle truppe libera l’andata alle lor case o dove gradissero; agli ufficiali salva la spada e le robe private; solamente il materiale del forte, cinquantotto pezzi di vario calibro e cinquecento fucili, senza dire delle buffetterie e delle munizioni, in mano del vincitore.

Ma la vittoria di Reggio era ben presto coronata da un’altra più importante e decisiva. Nella notte dal 21 al 22 il generale Cosenz imbarcata sopra la flottiglia del Faro parte della sua divisione, i Carabinieri genovesi e la Legione estera, riusciva ad afferrare la sponda calabra poco lontano da Scilla, ed a trovarsi così alle spalle della brigata Briganti, accampata, come dicemmo, nei dintorni di San Giovanni.

A questo annunzio Garibaldi, che s’era già mosso con tutte le forze contro il Briganti, non esita un istante; lo serra più dappresso, ai fianchi e di fronte, e quando è ben certo d’averlo circuito, gli intima senz’altro la resa a discrezione. Avrebbe forse resistito il Generale borbonico, se la soldatesca, ormai svogliata di combattere, diffidente de’ suoi ufficiali, e dagli ufficiali stessi corrotta, disamorata d’una bandiera che pareva portasse fatalmente nelle sue pieghe la sconfitta e l’ignominia, carezzata soprattutto dall’idea di tornare a’ suoi focolari, come il presidio di Reggio, non avesse fatto sedizione e costretto il suo Generale a subire il patto umiliante. Allora si videro novemila uomini d’ogni arma, ricchi d’artiglieria, protetti da batterie d’acqua e di terra, abbassare l’armi innanzi a seimila scamiciati; e quali patteggiati, quali no, andarsene ciascuno a beneplacito suo, a stormi, a branchi, a coppie; facendo di sè lunga riga per tutte le vie del Regno; qua trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di limosina; stendendo talora la mano agli stessi Garibaldini che li cacciavano innanzi; dove passando umili ed innocui, dove lasciando traccia di prepotenze e di delitti: più atroce di tutti quello perpetrato a Melito, dove abbattutisi in quel misero generale Briganti, a cui essi pei primi avevano imposto il disonore, non seppero meglio nascondere la vergogna del proprio tradimento che gridando lui traditore (solita accusa delle soldatesche vinte contro i Capitani infelici); e giubilanti d’aver nelle mani una vittima espiatrice dell’onta comune, selvaggiamente lo trucidarono.

V.

Da quel giorno lo sfacelo continuò colla celerità spaventosa d’una putrefazione. Padrone delle due rive del Faro e di lungo tratto della sponda tirrena, raccolti ormai nelle Calabrie da venti a venticinquemila uomini, e libero di farli avanzare per terra e per mare secondo i casi e le opportunità; acclamato, festeggiato, portato sulle braccia dalle popolazioni accorrenti in armi sui suoi passi, Garibaldi s’innoltrava verso Napoli colla rapidità d’una folgore e la maestà d’un trionfo.

_Bellum ambulando perfecerunt_, fu detto dei Cesariani nella Gallia, e così poteva dirsi di Garibaldi. La sua non era una guerra, era una passeggiata militare. La rivoluzione non lo scortava soltanto, lo precedeva. Fino dal 17 agosto, prima ancora dello sbarco di Garibaldi a Melito, Potenza cacciava i pochi Gendarmi che la custodivano, e tutta la Basilicata si vendicava in libertà. All’annunzio della vittoria di Reggio tutte le Calabrie insorgevano; Cosenza costringeva il generale Caldarelli a capitolare con una brigata intera ed a ritirarsi a Salerno col patto di non più guerreggiare contro Garibaldi; a Foggia le truppe facevan causa comune col popolo; a Bari altrettanto: sicchè il generale Flores, comandante militare delle Puglie, era costretto a riparare cogli avanzi dei fedeli nel Principato; fuga da un incendio in un precipizio. Il generale Viale posto con dodicimila uomini a guardia della Termopile di Monteleone, minacciato da una sedizione pari a quella che aveva forzato il Briganti, non osando attendere Garibaldi, batteva in precipitosa ritirata, abbandonando agl’invasori una delle chiavi della Calabria. Succedutogli nel comando il generale Ghio, egli pure continuò la ritirata; ma pervenuto a Soveria-Manelli, tra Tiriolo e Cosenza, fosse stanchezza della lunga corsa, fosse disperato proposito, pensò di prendervi campo e di attendere di piè fermo l’instancabile persecutore. Fu la sua rovina.

Quando egli arrivava a Soveria, le alture, che da oriente e da settentrione la dominano, erano già occupate dalle bande calabresi dello Stocco, ed egli si trovava già prima di combattere quasi aggirato. Garibaldi frattanto lo incalzava di fronte, e vista l’infelice posizione del suo nemico, non gli lasciò un istante di posa. Egli che faceva quella guerra correndo le poste, precedendo di sette giorni la sua stessa avanguardia, esploratore degli esploratori, era giunto in faccia al Ghio, quasi solo; ma non per questo pensò d’indugiarsi. Ordinato a tutte le truppe che lo seguivano di convergere tutte a marcia forzata per Tiriolo, appena ha sottomano l’avanguardia della divisione del Cosenz, forte non più di millecinquecento uomini, la spinge, ancora trafelata, sulla strada di Soveria-Manelli; fa calar dalle alture le bande dello Stocco e intima al generale Ghio la resa. Questi tenta guadagnar tempo e negoziare; ma gli fu accordata un’ora sola, e dopo un’ora sola altri dodicimila uomini andavano sperperati e disciolti in varie direzioni come quelli del Briganti, lasciando in mano del fortunato Dittatore tutte le Calabrie.

E quel che era accaduto da San Giovanni a Cosenza, ripetevasi dovunque. Non era una rivoluzione, era una grande diserzione. Il trono borbonico non cadeva tanto per l’assalto de’ suoi nemici, quanto per l’abbandono e l’infedeltà de’ suoi difensori. I soldati disertavano: i Generali capitolavano: i cortigiani si nascondevano: i funzionari fuggivano: i Napoletani non scacciavano il proprio Re, gli voltavano le spalle.

VI.

E lo stato delle provincie riflettevasi coll’intensità d’un vasto focolare nella capitale. Il conte di Cavour, ostinato a volere che una sommossa scoppiasse in Napoli prima dell’arrivo di Garibaldi, ne aveva affidata la suprema cura al marchese di Villamarina ed all’ammiraglio Persano e sotto di loro un vario stuolo di emigrati, cui la nuova Costituzione aveva riaperte le porte della patria, e di emissari d’ogni provincia e d’ogni fatta s’affaticavano alla tanto travagliosa quanto inutile trama. Il barone Nisco, per mezzo del Persano, introduceva nella città migliaia di fucili: il generale Nunziante, compro dal Cavour, diffondeva fra l’esercito proclami corruttori: a bordo della squadra piemontese infine stavan nascosti due battaglioni di Bersaglieri, pronti a scendere a terra al primo segnale di rivolta;[110] e quantunque non fosse da aspettarsi che il popolo napoletano volesse dipartirsi da quel sistema di resistenza passiva e di inerzia ostile che era nell’indole sua, e in parte imposta dagli avvenimenti che camminavano più celeri della sua volontà; tuttavia, questi soli due fatti d’un popolo che aspettava da un’ora all’altra la caduta de’ suoi Re, e d’un esercito che non pareva più disposto a sparare un sol colpo per scongiurarla, bastano ad accertare che il fato de’ Borboni era consumato.

Nè la reggia era più sicura della piazza. Sorpreso da un turbine che avrebbe dato le vertigini a’ più gagliardi, aggirato da opposte correnti, circuito da consiglieri o fiacchi o stolti o infidi, col sospetto e la discordia nella stessa sua famiglia, Francesco II era la foglia in preda alla tormenta. Le Potenze lo abbandonavano; l’Inghilterra gli era ostile; la Francia lo trastullava di vane promesse; la Russia, la Prussia, l’Austria lo confortavano di sterili proteste; il Papa era impotente; il Piemonte, lo sappiamo, teneva in mano tutte le molle della tagliola in cui doveva cadere. Dovunque si volgesse, non udiva che amari rimproveri, o consigli vani ed impraticabili. Il conte di Siracusa, suo zio, lo consigliava ad abdicare;[111] il Ministero di Liborio Romano lo invitava formalmente ad uscire temporaneamente dallo Stato e ad affidare il governo ad una reggenza; solo il conte Brenier, ministro di Francia, e il generale Pianell ed altri pochi gli davano l’unico consiglio, degno d’un Re, di mettersi a capo del suo esercito e di cadere o vincere con esso; ma era consiglio troppo alto per l’animo suo e ormai forse inutile e tardivo. In tanta tempesta di pensieri egli non s’appigliava a partito alcuno; o piuttosto li tentava tutti senza coerenza e senza energia. Ora faceva chiedere alle Potenze la neutralizzazione di Napoli e del territorio, colla speranza di arrestare Garibaldi e di restaurare, indugiando, le sorti del Regno; ora mandava segrete lettere a Garibaldi stesso per offrirgli cinquantamila uomini e la flotta per la guerra contro l’Austria, a condizione che s’arrestasse e gli salvasse il restante del Regno;[112] ora infine, rifiutata dalla Diplomazia la neutralizzazione e da Garibaldi, sdegnosamente, l’alleanza, si buttava in braccio alla reazione, tramando colla madre, la moglie, il generale Cutrofiano, l’Ischitella ed altri arnesi di Corte, un nuovo colpo di Stato, una specie di 15 maggio, che avrebbe dovuto fare man bassa di tutte le libertà e di tutti i liberali, se, come tutte le congiure, non fosse stato anzi tempo scoperto e i congiurati stessi non si fossero chiariti impotenti a tentarlo soltanto.

VII.

Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini, la più parte di truppe straniere, risolute, dicevano, ad attraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale.

Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que’ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare, con qualche probabilità di buon successo, la prova estrema a cui si erano impegnati.

L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo. Nella sera del 5 settembre, il Re, radunato il Consiglio dei Ministri, chiese il da farsi, e una sola fu la risposta loro: impossibile la resistenza; il Re si ritirasse a Gaeta colla famiglia; le truppe ripiegassero dietro il Volturno; Napoli fosse lasciata in tutela della sua Guardia nazionale. Il Re s’arrese al consiglio, e la sera del 6 settembre, intanto che le sue truppe cominciavano il loro movimento, dato un addio, non privo di dignità, ai suoi antichi sudditi, s’imbarcava colla moglie e i parenti sopra il _Colon_, nave da guerra spagnuola, e scortato da un’altra della stessa bandiera, poichè la sua flotta aveva rifiutato di seguirlo, salpava alla volta di Gaeta. La partenza di Francesco II fu pei Napoletani il lieto fine inaspettato d’un dramma che minacciava ad ogni scena di finire in tragica catastrofe. Tutti respiravano come sollevati da un incubo. I patriotti che conseguivano la libertà senza il dolore di macchiarla di sangue civile; il popolo che poteva mutar di padrone senza nemmeno darsi la fatica d’una sommossa; i cortigiani cui era concesso di voltar livrea senza passare per ingrati; i magistrati cui era lecito di barattar giuramento senza esser tacciati di fedifraghi; gli ammiragli, i generali, le assise dorate dell’esercito e dell’armata, cui s’offriva la rara fortuna di passar sotto le bandiere del vincitore senza la vergogna di disertare quelle del vinto; Liborio Romano, infine, cui era riuscito di far sparire Francesco II e comparire Garibaldi, rendendosi ministro possibile dell’uno e dell’altro: tutti avevan sul volto quell’aria di soddisfatta sicurezza che esalò dal petto di Don Abbondio quando udì che Don Rodrigo era morto. Infatti la nave che portava in esiglio perpetuo Francesco II era ancora in vista del Golfo, che il Presidente de’ suoi Ministri proponeva ai colleghi fosse tosto annunciato a Garibaldi il felice evento, e invitato a venire a prendere possesso della metropoli. Non era ufficio che spettasse a’ Ministri d’un Re che non aveva ancora abdicato, e il Manna, il De Martino, lo Spinelli, rispettosi di sè medesimi, lo ricusarono; ma il Romano era preparato a ben altro, e quando gli fu detto esser necessario comporre un indirizzo di devozione da presentarsi al Dittatore: «Eccolo,» disse, e lo trasse di tasca bell’e fatto.

All’udir pertanto la gran nuova, Garibaldi che era già arrivato ad Eboli parte difilato per Salerno; colà ricevuta la Deputazione del Ministero che lo invitava d’affrettare il suo ingresso nella capitale, risponde saviamente esser pronto a partire appena vengano a lui il Sindaco e il Comandante della Guardia nazionale della città; raccomandare frattanto l’ordine e la calma; ma poichè anche il Romano, divorato dalla febbre di ricevere egli per il primo il trionfatore, replica con enfatica parola l’invito, Garibaldi lasciando ogni esitazione prende a Vietri la ferrovia; arriva a mezzogiorno alla stazione di Napoli, dove Liborio Romano lo riceve e gli declama l’indirizzo preparato; e al tocco, in carrozza, accompagnato dal Cosenz, dal Bertani dal Nullo e da due altri ufficiali, entra in Napoli, e passando sotto il fuoco de’ forti tuttora occupati dai Borbonici, traversando i drappelli delle soldatesche nemiche sparse per la città, protetto soltanto dall’amore entusiasta d’un popolo e dalla serenità radiosa del suo volto che incute al pericolo e disarma il tradimento, va a posare alla _Foresteria_ (Palazzo del Governo), e ne prende possesso. Modo di conquista unico nella storia: prodigio quasi divino d’un’idea, cui basta la fede d’un eroe ingenuo e sorridente per disperdere gli eserciti, atterrare le fortezze ed abbattere i troni!

VIII.

Primo atto di Garibaldi in Napoli fu di aggregare tutta la marina da guerra e mercantile delle Due Sicilie alla squadra del re Vittorio Emanuele, comandata dall’ammiraglio Persano.[113] Questo Decreto era già un principio d’annessione, e doveva bastare esso solo a testimoniare della fede del Dittatore e a disarmare a un tempo tutti i sospetti e tutte le diffidenze. Quella flotta, oggetto da un mese delle bramosíe e delle trame del conte di Cavour, per aver la quale egli ed il Persano avevan tanto armeggiato e congiurato, ecco che Garibaldi spontaneamente, tre ore appena dal suo ingresso in Napoli, al solo vedere l’ammiraglio di Vittorio Emanuele, la consegna egli stesso nelle di lui mani. Dal punto di veduta della politica rivoluzionaria era il più madornale degli spropositi; ma dal punto di veduta della politica unitaria italiana, era il più sublime degli olocausti.

Pure non bastò. Il conte di Cavour aveva detto alla rivoluzione: _non plus ultra_; e ciò non per tema che Garibaldi tradisse la Monarchia, ma per repugnanza che la Monarchia gli dovesse troppo. E su questo pernio ruotava da tre mesi tutta la sua politica. A Palermo aveva cercato arrestare il vincitore coll’annessione immediata; al di qua dello Stretto s’era provato a prevenirlo col fargli scoppiare dinanzi per iniziativa e con forze monarchiche una sommossa che lo costringesse o a tornarsene a Caprera, o a divenire un luogotenente di Vittorio Emanuele; dileguata poi anche la chimera dell’insurrezione monarchica, non cessa per questo dal macchinare: ora perchè Persano si assicuri della flotta; ora perchè s’impossessi dei forti di Napoli; ora perchè si tolga in mano la dittatura. Udito infine che Garibaldi è alle porte di Napoli, risolve con Vittorio Emanuele l’invasione delle Marche e dell’Umbria, «resa necessaria, scriveva al La Marmora, dalla conquista di Napoli;» — «unico mezzo, soggiungeva al Persano, per domare la rivoluzione e impedire che entrasse nel Regno.» E qui non s’ingannava. Lo scopo finale «di coronare Vittorio Emanuele re d’Italia in Campidoglio,» lunge dal nasconderlo, Garibaldi lo gridava colla sua ingenua franchezza a’ quattro venti. Lo proclamava ne’ suoi bandi; lo diceva ne’ suoi colloqui; lo ripeteva al ministro inglese Lord Elliot, quando questi lo pregava a nome del suo Governo di non toccare la questione della Venezia;[114] lo confermava all’ammiraglio Persano ed al conte di Villamarina, quando l’uno dopo l’altro andavano ad annunciargli la deliberata impresa degli Stati pontificii.

«All’udire (dice un autorevole scrittore)[115] che i soldati piemontesi si apparecchiavano a entrare nell’Umbria e nelle Marche, il Dittatore manifestò gioia schiettissima. Ma poi, fattosi pensieroso, dopo alcuni istanti di silenzio, disse: — Se questa spedizione è diretta a tirare un cordone di difesa attorno al Papa, farà un pessimo effetto sull’animo degl’Italiani; — Villamarina con franca e calorosa parola si pose a dimostrare, che, se tra la politica sarda e quella seguíta dal Dittatore v’era qualche screzio in ordine ai mezzi, v’era perfetta concordia di fine, e che quindi bisognava che l’una aiutasse l’altra. — A me poco importa, riprese Garibaldi, che il Papa rimanga in Roma come vescovo, o come Capo della Chiesa cattolica; ma bisogna togliergli il principato temporale, e costringere la Francia a richiamare i suoi soldati da Roma. Se il Governo sardo è capace di conseguire tutto ciò per negoziati diplomatici, faccia pure, ma presto; giacchè, se tarda, niuno mi potrà trattenere di sciogliere la questione colla sciabola alla mano.»

Di fronte a queste dichiarazioni dell’eroe la risoluzione del conte di Cavour diventava legittima e quasi necessaria. E però la spedizione delle Marche e dell’Umbria può dirsi, dopo la guerra di Crimea, la più ispirata e fatidica azione del grand’uomo di Stato. Con quel passo egli salvò al tempo stesso la Monarchia e l’Italia; frenò il corso precipitoso della rivoluzione, per riaddurla poscia più sicuramente alla mèta.[116] Se un giorno, esaurito ogni altro mezzo, fosse per divenire necessario di recidere colla sciabola il nodo di Roma, nessuno poteva, nel 1860, nè affermare, nè negare: certo in quell’istante pareva, anche ai più impazienti, intempestivo; e il Mazzini stesso nel suo proclama di risposta alla circolare di Pier Luigi Farini, non si peritava a confessare che «la questione di Roma sarà sciolta, spero provarlo, pacificamente più tardi.[117]»

Ma se l’andare incontro a Garibaldi per prevenirlo e compiere più ordinatamente l’impresa ch’egli aveva rivoluzionariamente iniziata, era concetto ardito e saggio al tempo stesso; il vessare di sospetti, di pressure, di spinte l’uomo che aveva liberato mezza Italia, perchè s’affrettasse a deporre un potere ch’egli non aveva alcuna intenzione di ritenere, era affatto inopportuno ed improvvido, e poteva, a lungo andare, riuscire funesto. Certo Garibaldi, a Napoli, non aveva più le ragioni che in Sicilia per differire l’annessione, e s’intende che i patriotti napoletani intorno ad una questione di sì capitale importanza dovessero esporgli sin da principio i loro voti colla più aperta franchezza. Quello tuttavia che non s’intende è che vi fossero annessionisti così impazienti da pretendere che il Dittatore scrivesse il decreto dell’annessione appena messo il piede in Napoli, incerte tuttora le sorti della guerra, non chiari per anco gli effetti dell’impresa negli Stati pontificii, non esaurita ancora, nè di qua nè di là dallo Stretto, la fase della rivoluzione. L’annessione era ormai nella forza delle cose, e come Garibaldi non avrebbe potuto, anco volendolo, impedirla, così non s’addiceva a coloro, che insomma dovevano a lui la libertà di discuterla, l’imporgliela ad ora fissa, lo strappargliela quasi a forza di mano. Nessun diritto aveva egli dato fino allora agli annessionisti di dubitare delle sue intenzioni; molti argomenti invece per rassicurarli. A Napoli si annuncia, proclamando Vittorio Emanuele: _Vero Padre della Patria_.[118] Giunto, consegna la flotta borbonica all’ammiraglio Persano; il giorno stesso nomina Ministri i capi più eletti della parte moderata e cavouriana; poco dopo prega il Persano a volergli mandare in città i Bersaglieri per custodire gli arsenali ed i porti; infine al settimo giorno promulga lo Statuto del Regno sardo come legge fondamentale di tutto il novello Stato. Come insospettire dunque e diffidare di lui? Certo gli stavano al fianco altri consiglieri dell’annessione non zelanti, e della politica del Cavour tutt’altro che amici; ma fino a qual punto li ascoltava egli? Lo spettro pauroso degli annessionisti era il Bertani, segretario generale della Dittatura, dell’impresa di Roma fautore aperto, in fama di mazziniano, anima rivoluzionaria al certo ed in ogni suo proposito audace e tenacissima. Ma senza dire che il Bertani non era veramente avverso all’annessione, ma soltanto la voleva differita e condizionata, i suoi avversari non dovevano ignorare che il suo ascendente sul Dittatore era assai debole; che anzi di tutti gli uomini che attorniavano Garibaldi, quello che più gli era in sospetto e quasi in uggia era appunto il celebre medico; vuoi per i suoi rapporti occulti col Mazzini, vuoi per i contrasti avuti, e non per anco interamente quetati, per la spedizione di Terranova; vuoi per la disformità dei temperamenti e dei caratteri: l’uno rigido, loico, tenace, e sopra ogni cosa partigiano; l’altro mobile, subitaneo, intollerante delle opposizioni metodiche e ombroso dei consigli dottrinari; facile alle simpatie ed alle antipatie; accessibile da cento parti, ma sopra alcuni punti, formanti il suo _credo_, incrollabile e quasi inabbordabile.

Tutto ciò per altro non fu nemmanco sospettato dai partigiani a oltranza dell’annessione immediata; e così a Napoli come in Sicilia cominciarono tosto ad assediare il Dittatore di indirizzi e di deputazioni, di cicalate di gabinetto e di manifestazioni di piazza, che in sulle prime ottenevano da lui l’effetto precisamente contrario.