Garibaldi, Vol. 2 (of 2)

Part 14

Chapter 143,475 wordsPublic domain

Nè Vittorio Emanuele era re da piegare a siffatta intimazione, nè il conte di Cavour ministro da consigliarlo. E ciò tanto più che la lettera del Dittatore, arte o imprudenza che fosse, era stata divulgata su pei giornali, e la dignità del Governo, non che quella della Corona, pubblicamente ferita. Su questo proposito il conte di Cavour fece in Parlamento alcune dichiarazioni, che non vanno dimenticate. «Fin dall’agosto, diss’egli, quando il dissenso del generale Garibaldi era probabile, ma non ancora conosciuto, io non aveva esitato, per olocausto alla concordia, di offrire al Re la mia rinuncia e dell’intero Gabinetto; ma dal momento, egli aggiungeva, che quella lettera era stata propalata, che quel dissenso era divenuto pubblico, non era più lecito a noi l’offerta delle nostre dimissioni, giacchè, o Signori, io lo ripeto, se la Corona sulla richiesta di un cittadino, per quanto illustre egli sia e benemerito della patria, avesse mutati i suoi consiglieri, essa avrebbe recato al sistema costituzionale una grave e, dirò anzi, una mortale ferita.[145]»

E, per fermo, così la condotta sua, come quella del Re, non poteva essere nè più decorosa, nè più corretta. Chi sgarrava in tutto ciò era Garibaldi; ma poichè anche al conte di Cavour non pareva vero d’aver un’arma in mano per iscreditare e indebolire l’avversario fortunato, i mutui rancori, caritatevolmente soffiando gli zelanti d’ambo le parti, eran venuti di giorno in giorno siffattamente inturgidendo da minacciare non lontano qualche scoppio violento.

Ma appunto in que’ giorni giungeva in Napoli il Pallavicino, il quale, appena seppe il segno pericoloso a cui era giunto il dissidio, si offerse di comporlo, facendosi mediatore a Torino di proposte, com’egli le reputava, conciliatrici. E poichè Garibaldi consentì tosto, munito d’una seconda sua lettera pel Re il Marchese si rimise in viaggio. Se non che le condizioni, ond’egli era apportatore, non erano quelle per l’appunto che meglio potessero condurre ad un accordo. Garibaldi insisteva ancora nel pretendere il congedo del Cavour; in compenso prometteva l’annessione immediata. La risposta fu quindi quale era da attendersi: una disputa di più tra il Conte ed il Marchese, e una nuova e più ricisa ripulsa. Al Prodittatore perciò non restò che il ritorno a Napoli; ma dicasi a lode del suo animo patriottico, lasciando per via ogni risentimento della fallita missione e non d’altro preoccupato che d’affrettare, come cittadino e come governante, quel patto d’unione, che era anco a’ suoi occhi la pietra angolare della finale unità d’Italia.

XV.

Nel frattempo però la questione dell’annessione erasi pericolosamente inasprita e complicata. E per ben intendere quanto fossero diverse le favelle che garrivano in quel piato, è mestieri rammentarsi chi e quanti erano coloro che, più o men dappresso, attorniavano Garibaldi. V’era anzitutto il Ministero, presieduto dal Conforti, cui eran colleghi il Pisanelli, il D’Afflitto, lo Scialoja, il Ciccone, il Crispi, tutti, meno quest’ultimo, Cavourriani infocati e dell’annessione zelatori impazienti ed intolleranti. V’era di contro a quello, rivale nata, antagonista necessaria, la Segreteria della Dittatura, gabinetto aulico del Bertani, grande macchina celerifera di leggi e decreti, fucina di tutte le discordie e di tutti i guai del Governo dittatoriale, la quale nella questione del plebiscito, dopo essersi sforzata d’indugiarlo fino all’estremo, ora professava apertamente di volerlo circuito di tutte le condizioni e garanzie di un vero contratto. Infine v’era quella che potrebbe dirsi la Sezione politica del Quartier generale, rappresentata principalmente da Alberto Mario, del prolungamento della Dittatura e del plebiscito condizionale partigiano ardentissimo, e per la prodezza dell’animo, la illibatezza del carattere, la gentilezza della parola e dell’aspetto, caro al Generale e da tutti rispettato. All’infuori poi del contorno abituale e del consorzio ufficiale del Dittatore, ma più vicini a lui di quanto non paresse, v’erano Giuseppe Mazzini e Carlo Cattaneo; l’Apostolo degli Unitari, e il Filosofo dei Federalisti: il primo, venuto a Napoli di volontà sua nella fiducia di giovare, nella lusinga di potere, il quale, sebbene non avesse veduto che una sol volta e clandestinamente il Dittatore, non tralasciava di insufflargli di continuo, mediante quegl’innumerevoli biglietti ond’era prodigiosamente fecondo, il suo antico verbo del _se no, no_, cioè a dire di non cedere alla Monarchia di Savoia un solo palmo delle provincie liberate, se non a patto che essa s’impegnasse a gridar subito l’Italia una dal Campidoglio; l’altro, venuto per espresso invito del Generale, il quale molinava di farne ora un ambasciatore a Londra, ora un suo prodittatore, e che pur con diverso intento arrivava alle stesse conclusioni del Mazzini, volendo che le condizioni del plebiscito fossero prima discusse e sancite da un’Assemblea, specie di Costituente, per impedire, diceva, che la Monarchia violasse la integrità dell’Italia, e mercanteggiasse le nuove provincie annesse, come aveva già mercanteggiato Nizza e Savoia.

Ora, quando si aggiunga a tutto ciò il quotidiano supplizio degl’indirizzi e delle orazioni, il vociar della stampa, il tumultuar della piazza, si vedrà fra quante correnti diverse fosse abballottata la mente del Dittatore, e come, non avendo l’animo temprato a siffatte bufere, rischiasse più d’una volta d’andarne travolto. E di questo ondeggiare faticoso della sua volontà si risentono dal mezzo settembre in poi tutti i suoi atti. Il 25 settembre accetta la rinuncia de’ suoi Ministri, querelantisi per l’annessione; ma tre giorni dopo incarica di nuovo il Conforti della composizione d’un altro Gabinetto, che riesce poco dissimile al primo. Al fin di settembre, noiato dalle perpetue querele della Segreteria, congeda in cortese forma il Bertani, ma gli sostituisce pochi giorni dopo il Crispi, non meno inviso di lui. Lascia che Pallavicino, suo prodittatore preconizzato, scriva al Mazzini, «con buono intendimento e povero consiglio,[146]» una lettera in cui, fattogli intendere che la sua persona creava inciampi al Governo e pericoli alla nazione, sì che _anche non volendolo divideva_, lo invitava a bandirsi da quelle provincie, quanto dire d’Italia;[147] e si tiene accanto Carlo Cattaneo, repubblicano e federalista insieme, che frugandogli continuo nella ferita di Nizza, empiendogli l’animo di sospetti contro il Piemonte, il suo Re e il suo Ministro, _divideva davvero volendolo_, ed era il più pericoloso di quanti Consiglieri l’attorniavano allora.

Il 5 ottobre, infine, insedia nella Prodittatura il Pallavicino stesso, dell’annessione schietta ed immediata fautore aperto e deliberato, e permette che, a Palermo, l’altro suo prodittatore Mordini, bandisca nel giorno stesso i Comizi per l’elezione dell’Assemblea siciliana, che dovrà stabilire il tempo e le condizioni del plebiscito.[148]

Non fu quello il miglior periodo del governo di Garibaldi, nè manco il più lieto della sua vita. Egli non anelava che al bene della patria sua; ma l’occhio debole ed inesperto non ne travedeva che un barlume nel cielo procelloso di quei giorni, e spesso scambiava il fosco balenar delle nubi per la luce da lui desiderata. Una così fatta condizione di cose non poteva, senza manifesto pericolo della patria, più a lungo durare, e il Pallavicino tolse su di sè la responsabilità e l’onore di farla cessare. L’8 ottobre, posto in mora per l’ultima volta Garibaldi a decretare il plebiscito, e udito, o creduto di udire da lui una risposta favorevole,[149] propone e fa approvare al Consiglio de’ Ministri il decreto che convoca pel 22 il popolo delle provincie meridionali ad accettare o respingere il seguente plebiscito: «Il popolo vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e suoi legittimi discendenti,» e si prepara a promulgarlo.

Grande, naturalmente, la meraviglia in Garibaldi, che non aveva mai creduto di autorizzare siffatto decreto; grandissimo lo sdegno in tutti gli antiannessionisti, i quali, stimandosi giuocati dal novello Prodittatore, si prepararono a prendere la rivincita. Indotto il Dittatore a convocare presso di sè, a Caserta, per l’11 ottobre i principali d’ambe le parti, e intervenuti per l’una col Pallavicino il Caranti suo segretario ed il ministro Conforti, per l’altra col Cattaneo il Crispi, il Mario, il Parisi, ministro dell’interno per la Sicilia, la discussione si fece tosto ardente e pugnace. «Garibaldi (scrive lo stesso signor Caranti[150]), Crispi, Cattaneo, il Ministro dell’interno della Sicilia, e, se non erro, Mario e qualche altro peroravano per l’assemblea, Pallavicino solo la combatteva. L’ora erasi fatta tarda assai; Pallavicino, convulso dallo sdegno e dal dolore, dichiarò che egli non voleva avere alcuna partecipazione a questo tradimento dell’unità nazionale, che era ben dolente di dover vedere che colui che con una mano aveva tanto operato in suo pro, coll’altra la atterrasse, che egli all’istante rassegnava i suoi poteri, e che il domani avrebbe abbandonato Napoli.»

Ma non appena le notizie della deplorevole scena corsero per la Capitale, ecco la città intera commoversi: le vie, quantunque alta la notte, affollarsi come per incanto d’un popolo imperioso; i pubblici ritrovi risuonar di dispute infiammate; un analizzare, un chiosare, un giudicare in varie guise le novelle del Consiglio di Caserta; ma altresì un concordare di tutti, della grandissima maggioranza almeno, in questa unica sentenza: la nuova risoluzione del Dittatore poter esprimere forse la volontà d’un partito, non certamente quella del popolo napoletano; questi invocar sempre l’annessione pronta e incondizionata; importare quindi alla dignità del popolo stesso, alla salute d’Italia intera che questo voto fosse al più presto, ma in modo perentorio e solenne manifestato.

«Infatti (aggiunge il citato scrittore[151]) il domani mattina pareva che per un incanto in Napoli fossevi stata una grande nevicata di Sì. Essi stavano affissi su tutte le porte, le finestre, le mura delle case, sulle vetture, sui cappelli degli uomini, sui loro abiti, sui vestiti delle donne, nelle vetrine dei negozi, nei poetici tempietti degli acquaiuoli. Ovunque vi foste rivolto, dappertutto avreste trovato un Sì, con cui quella nobile popolazione sanzionava il dogma dell’unità nazionale.»

Nè a questo si fermavano le dimostrazioni. La Guardia Nazionale, rimasta in quei frangenti l’unica tutrice dell’ordine, si accordava nello scrivere un indirizzo al Dittatore, in cui con figliale, ma schietta parola lo supplicava a non cimentare la sua gloria, disdicendo quel plebiscito che già era dal suo Prodittatore bandito: consimile indirizzo andava correndo fra i varii ordini de’ cittadini e coprendosi di migliaia di firme; turbe di popolo infine percorrevano la città, accampavano sulle piazze, assediavano il palazzo del Governo, alternando agli evviva per Vittorio Emanuele, Garibaldi e Pallavicino, grida di morte al Mazzini, al Cattaneo, a tutti gli antiannessionisti; profondamente turbando la pubblica quiete, minacciando gli eccessi a cui le folle scatenate sogliono giungere.

Nè possiamo in tutto aderire a quanto scrittori di parte antiannessionista vanno tuttora asserendo, che quelle manifestazioni non altro siano state che spettacoli allestiti dai loro medesimi avversari. Vi avranno, forse, messa una mano; ma non si suscita una città di mezzo milione per solo artificio di sètte o di cricche. Era quella palesemente la volontà di Napoli e del Reame intero, volontà determinata, nol negheremo, da molti e opposti motivi, ispirata così dell’amor puro d’Italia e dal desiderio onesto d’uscir dal provvisorio, come dall’impazienza servile di adorare il novello astro; così dallo schietto affetto alla Casa di Savoia, come dall’interessata speranza di una più lauta mèsse di stipendi e d’impieghi; ma volontà pur sempre chiara, ferma ed universale.

XVI.

E però la situazione era gravissima. Garibaldi, chiamato in tutta fretta dal Türr, di recente eletto Comandante della provincia e città di Napoli, accorse alla Capitale e potè da sè medesimo accertarsene. Infatti, accompagnato egli pure da grande moltitudine, che applaudiva a lui ed al Pallavicino, ma gli intronava le orecchie degli _abbasso_ e dei _morte_ ai fautori dell’Assemblea, ed empiva a lui stesso la carrozza di _Sì_, fu costretto a farsi al balcone della Foresteria ad arringare il popolo tumultuante,[152] il quale però abbonacciato ben presto dal caro aspetto, dall’affascinante parola, e più forse dall’annunzio del non lontano arrivo del Re, non tardò a quietarsi e disperdersi.

Ma l’impressione prodotta in Garibaldi da quella solenne manifestazione fu profonda. Decise perciò di riconvocare pel giorno medesimo (13 ottobre) i suoi Ministri e Consiglieri, e si recò egli stesso alla Foresteria per invitare il Pallavicino ad esser parte dell’adunanza. Questa doveva aver luogo al Palazzo d’Angri, dove il Dittatore soleva prendere stanza. Erano presenti, oltre a lui, il Prodittatore, i ministri Conforti e Crispi, Aurelio Saliceti, Carlo Cattaneo, Francesco De Luca. Il Generale cominciò, chiedendo che tra i due opposti partiti dell’Assemblea e del Plebiscito si cercasse un mezzo di conciliazione. Il Pallavicino e il Conforti risposero che non sapevano vederne alcuno, e propugnavano novamente con caldo accento la necessità del plebiscito schietto ed immediato. Il Cattaneo, a sua volta, ribattè combattendo per la sua teoria dell’assemblea. Il Conforti replicò di nuovo; il Saliceti introdusse una sua proposta, per la quale Garibaldi doveva proclamare per decreto la sovranità nazionale di Vittorio Emanuele, salvo a farla sancire da un plebiscito e regolare da un Parlamento: altri diceva altre cose; talchè la discussione facendosi sempre più aspra e confusa, il Pallavicino stanco di quel lungo ed affannoso dibattere erasi già alzato dicendo: «Vedo che io sono inutile qui, permettetemi che io mi ritiri,» quando il generale Türr, che era stato incaricato di presentare al Dittatore i voti della Guardia Nazionale e della cittadinanza, testè citati, e che era giunto poco dianzi alla riunione, si rivolse al Dittatore e gli disse: «Prima che prendiate una decisione, dalla quale può dipendere la sorte d’Italia, vi prego di esaminare il desiderio della popolazione di Napoli;» e gli sciorinò sotto gli occhi gli indirizzi che aveva portati seco.

Il Dittatore li lesse, vide le numerosissime firme onde erano segnati, stette un istante profondamente concentrato, poi, ripresa quella serenità che gli era consueta nei momenti delle solenni risoluzioni: «Non voglio assemblea, esclamò, si faccia l’Italia.... E voi, caro Giorgio (riprese, volgendosi al Pallavicino), voi non siete inutile qui; e vi prego di rimanere al vostro posto e cercate di meritarvi anche d’ora innanzi la stima della popolazione di Napoli.[153]»

L’annessione era deliberata. Non diremo col signor Caranti «che il Leone avesse trionfato delle Volpi,» poichè a nessuno di quanti in que’ giorni lo consigliavano s’addice la volgare similitudine; ma il Leone aveva trionfato certamente di sè stesso, de’ suoi ricordi di Nizza, de’ suoi rancori contro il Cavour, delle sfide del Farini, delle impertinenze del Fanti, della sua medesima ignoranza, illuminando colla fiamma del cuore le tenebre involontarie della mente, e dal solo amore alla patria traendo le ispirazioni al più sapiente atto politico della sua vita.

E, cosa singolare in quest’uomo singolarissimo, nel giorno stesso[154] ch’egli deponeva la Dittatura d’un regno, e i Napoletani tentavano una grossa sortita da Capua che poteva mettere un’altra volta in serio cimento le sue linee, e s’impegnava sotto i suoi occhi una battaglia, egli, il Capitano di ventura, il filibustiere, l’uomo del sangue, dalle alture di Sant’Angelo, al rombo del cannone, al fragore della mischia, dettava un Manifesto, o _Memorandum_ che vogliasi dire, in cui predicava, colla fede d’un Apostolo e l’accento d’un Vate, la Confederazione europea, la fratellanza dei popoli, la fine della guerra, il disarmo universale delle nazioni, conchiudendo con queste parole degne dello spirito di Gentile e dell’eloquenza di Canning:

«_Memorandum alle Potenze d’Europa._

»È alla portata di tutte le intelligenze, che l’Europa è ben lungi di trovarsi in uno stato normale e convenevole alle sue popolazioni.

»La Francia, che occupa senza contrasto il primo posto fra le Potenze europee, mantiene sotto le armi seicentomila soldati, una delle prime flotte del mondo, ed una quantità immensa d’impiegati per la sua sicurezza interna.

»L’Inghilterra non ha il medesimo numero di soldati; ma una flotta superiore e forse un numero maggiore d’impiegati per la sicurezza de’ suoi possedimenti lontani.

»La Russia e la Prussia, per mantenersi in equilibrio, hanno bisogno pure di assoldare eserciti immensi.

»Gli Stati secondari, non foss’altro che per ispirito di imitazione, e per far atto di presenza, sono obbligati di tenersi proporzionalmente sullo stesso piede.

»Non parlerò dell’Austria e dell’Impero ottomano, dannati per il bene degli sventurati popoli che opprimono a crollare.

»Uno può alfine chiedersi: perchè questo stato agitato e dell’Europa? Tutti parlano di civiltà e di progresso?... a me sembra invece che, eccettuandone il lusso, non differiam molto dai tempi primitivi, quando gli uomini si sbranavano fra loro per strapparsi una preda. Noi passiamo la nostra vita a minacciarci continuamente e reciprocamente, mentre che in Europa la grande maggioranza non solo dell’intelligenza, ma degli uomini di buon senso, comprende perfettamente che potremmo pur passare la povera nostra vita senza questo perpetuo stato di minaccia e di ostilità degli uni contro gli altri, e senza questa necessità che sembra fatalmente imposta ai popoli da qualche nemico segreto ed invisibile dell’umanità, di ucciderci con tanta scienza e raffinatezza.

»Per esempio, supponiamo una cosa:

»Supponiamo che l’Europa formasse un solo Stato.

»Chi mai penserebbe a disturbarla in casa sua, chi mal si avviserebbe, io ve lo domando, turbare il riposo di questa sovrana del mondo?

»Ed in tale supposizione, non più eserciti, non più flotte, e gl’immensi capitali strappati quasi sempre ai bisogni ed alla miseria dei popoli per essere prodigati in servizio di sterminio, sarebbero convertiti invece a vantaggio del popolo in uno sviluppo colossale dell’industria, del miglioramento delle strade, nella costruzione dei ponti, nello scavamento dei canali, nella fondazione di stabilimenti pubblici, e nell’erezione delle scuole che tornerebbero alla miseria ed alla ignoranza tante povere creature che in tutti i paesi del mondo, qualunque sia il loro grado di civiltà, sono condannate dall’egoismo del calcolo e dalla cattiva amministrazione delle classi privilegiate e potenti all’abbrutimento, alla prostituzione dell’anima o della materia.

»Ebbene! l’attuazione delle riforme sociali che accenno, appena dipende soltanto da una potente e generosa iniziativa. Quando mai presentò l’Europa più grandi probabilità di riuscita per questi benefizi umanitari?

»Esaminiamo la situazione: Alessandro II in Russia proclama l’emancipazione dei servi;

»Vittorio Emanuele in Italia getta il suo scettro sul campo di battaglia, ed espone la sua persona per la rigenerazione di una nobile razza e di una grande nazione;

»In Inghilterra una Regina virtuosa ed una nazione generosa e savia che si associa con entusiasmo alla causa delle nazionalità oppresse;

»La Francia finalmente, per la massa della sua popolazione concentrata, per il valore dei suoi soldati e per il prestigio recente del più brillante periodo della sua storia militare, chiamato ad arbitra dell’Europa.

»A chi l’iniziativa di questa grand’opera?

»Al paese che marcia in avanguardia della rivoluzione! L’idea di una Confederazione europea che fosse posta innanzi dal capo dell’Impero francese, e che spargerebbe la sicurezza e la felicità del mondo, non vale essa meglio di tutte le combinazioni politiche che rendono febbrile e tormentano ogni giorno questo povero popolo?

»Al pensiero dell’atroce distruzione che un solo combattimento, tra le grandi flotte delle Potenze occidentali, porterebbe seco, colui che si avvisasse di darne l’ordine dorrebbe rabbrividire di terrore, e probabilmente non vi sarà mai un uomo così vilmente ardito per assumere la spaventevole responsabilità.

»La rivalità che ha sussistito tra la Francia e l’Inghilterra dal XIV secolo fino ai nostri dì esiste ancora; ma oggi, noi lo contrastiamo a gloria del progresso umano, essa è infinitamente meno intensa, di modo che una transazione tra le due più grandi nazioni dell’Europa, transazione che avrebbe per iscopo il bene dell’umanità, non può più essere posta tra i sogni e le utopíe degli uomini di cuore.

»Dunque la base di una Confederazione europea è naturalmente tracciata dalla Francia e dall’Inghilterra. Che la Francia e l’Inghilterra si stendano francamente, lealmente la mano, e l’Italia, la Spagna, il Portogallo, l’Ungheria, il Belgio, la Svizzera, la Grecia, la Romelia verranno esse pure, e per così dire, istintivamente, ad aggrupparsi intorno a loro.

»Insomma tutte le nazionalità divise ed oppresse, le razze slave, celtiche, germaniche, scandinave, la gigantesca Russia compresa, non vorranno restar fuori di questa rigenerazione politica, alla quale le chiama il genio dei secolo.

»Io so bene che una obbiezione si affaccia naturalmente in opposizione al progetto che precede.

»Che cosa fare di questa innumerevole massa d’uomini impiegati ora nelle armate e nella marina militare?

»La risposta è facile:

»Nel medesimo tempo che sarebbero licenziate queste masse, saremmo sbarazzati delle istituzioni gravose e nocive, e lo spirito dei sovrani non più preoccupato dall’ambizione, dalle conquiste, dalla guerra, dalla distruzione, sarebbe rivolto invece alla creazione di istituzioni utili, e discenderebbe dallo studio delle generalità a quello delle famiglie ed anche degl’individui.

»D’altronde coll’accrescimento dell’industria, con la sicurezza del commercio, la marina mercantile reclamerà dalla marina militare sul momento tutta la parte attiva di essa; e la quantità incalcolabile di lavori creati dalla pace, dall’associazione, dalla sicurezza, ingoierebbe tutta questa popolazione armata, fosse anche il doppio di quello che è oggi.

»La guerra non essendo quasi più possibile, gli eserciti diverrebbero inutili. Ma quello che non sarebbe inutile è di mantenere il popolo nelle sue abitudini guerriere e generose, per mezzo di milizie nazionali, le quali sarebbero pronte a reprimere i disordini e qualunque ambizione tentasse infrangere il patto europeo.

»Desidero ardentemente che le mie parole pervengano a conoscenza di coloro, a cui Dio confidò la santa missione di fare il bene, ed essi lo faranno certamente, preferendo ad una grandezza falsa ed effimera la vera grandezza, quella che ha la sua base nell’amore e nella riconoscenza dei popoli.»

XVII.