Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Part 9

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Ella si chiamava Anita Riberas ed era nativa di Merinos, villaggio di quel medesimo distretto di Laguna. L’uomo che Garibaldi incontrò sulla soglia era suo padre, e chi lo disse suo marito errò. Anita era bensì fidanzata per volere del padre ad un uomo che non amava; ma non era, come fu creduto, maritata. Cedendo al fato d’amore, lacerò il cuore del padre, non ruppe fede ad alcun altro uomo. «Se vi fu colpa (esclama Garibaldi) fu tutta mia. Se l’anima d’un innocente ha patito, io solo devo risponderne, e ne ho risposto. Ella è morta e suo padre è vendicato. Là presso le bocche dell’Eridano, il giorno in cui sperando disputarla alla morte, serrai convulsamente i suoi polsi per contarne gli ultimi battiti; raccoglieva sulle mie labbra il suo respiro fuggitivo; stringeva un cadavere. In quel giorno conobbi tutta la grandezza del mio fallo.[46]»

XIV.

Quando Garibaldi rientrò a Laguna, le cose dei Repubblicani cominciavano a volgere alla peggio. I Riograndesi non avevano saputo cattivarsi l’affetto della provincia sorella. Il regime violento e dispotico del generale Canavarro; il contegno duro ed oltraggioso de’ suoi luogotenenti; i maltrattamenti, le vessazioni, le rapine delle sue soldatesche, avevano seminato in poco tempo nell’animo dei Sancaterinesi cagioni di malcontento da mutare il primo loro entusiasmo per la causa repubblicana in aperta avversione; anzi la piccola città d’Imeruy, posta sul lago dello stesso nome, aveva dato per la prima il segnale della rivolta, e, scagliatasi in armi contro il piccolo presidio, risollevate le insegne dell’Impero.

E ciò mentre l’esercito imperiale, rinforzato di nuove truppe, marciava in più colonne, grosso e agguerrito, contro la capitale della provincia, e secondato dalla squadra sempre signora della costa, quindi degli sbocchi del lago, investiva di fronte e di fianco il debole esercito repubblicano, e minacciava di troncargli ogni scampo.

In tali frangenti il generale Canavarro, pensando di soffocar prima nel sangue la nascente ribellione, ordinava a Garibaldi di riprendere a viva forza Imeruy e di abbandonarla al saccheggio. Nulla poteva riuscire più repugnante all’indole ed all’animo di lui che quest’ordine selvaggio; ma l’ordine era perentorio; egli era soldato e doveva obbedire. Lo eseguì però con tutta la mitezza e, staremmo per dire, la pietà di cui era capace. Impadronitosi, con una rapida manovra, della città, spese tutto sè stesso per rendere meno terribile il flagello che la minacciava. Permise il sacco delle cose, vietò rigorosamente l’offesa alle persone; e quantunque simili divieti sia più facile darli che farli eseguire, e frenare una soldatesca sguinzagliata, ebbra di rapine e di vino, tocchi quasi il miracolo, pure Garibaldi vi riuscì. Correndo di gruppo in gruppo e quasi di casa in casa, usando cogli uni le minaccie, cogli altri le preghiere, con alcuni anche le percosse, immaginando persino lo stratagemma di un ritorno improvviso del nemico, dopo sforzi incredibili di energia e di pazienza ottenne ancora non solo di far rispettare, quanto alle persone, il suo ordine, ma di rendere assai men grave anche la devastazione delle cose e di ricondurre quel branco di belve umane, sozze, è vero, di vino e di furto, ma tuttavia monde di sangue innocente, a Laguna. Però di quel giorno e di quel fatto serbò la ricordanza amara finchè visse. E benchè egli abbia combattuto in luoghi e in tempi in cui il saccheggio era ancora arma lecita di guerra, nè egli nè i suoi soldati si bruttarono più di simile macchia.

Ma a Laguna trovò ciò che il suo cuore da tempo gli presagiva: gl’Imperiali incalzanti, i Repubblicani che facevano i primi apparecchi della ritirata. E la ritirata cominciò ben presto lenta, contrastata, minacciosa, gloriosa anche, ma senza tregua e senza speranza di ritorno. Non posizione o passo militare che i Repubblicani non difendessero con ardimento, o stratagemma che lasciassero intentato; non palmo di terra che valorosamente e spesso disperatamente non contrastassero. Ma incalzati per acqua e per terra da forze soverchianti; attorniati da popolazioni indifferenti od ostili; guidati da capitani più valorosi che esperti e sotto il comando di quel Bento Gonçales che Garibaldi stesso continua a chiamar sfortunato, forse per non dirlo incapace, i Repubblicani non videro più un sol giorno di completa vittoria.

Perduta Laguna, protrassero ancora nei distretti alpestri e selvosi di Lages e Vaccaria la resistenza; ma scacciati anche da quelle alture, tentata invano la presa di San Josè del Norte, cittadella sulla riva settentrionale del Los Patos in mano degl’Imperiali, e che doveva dar loro la base d’operazione, circuiti, traccheggiati, decimati dalle morti e dalle diserzioni, andavano dispersi su nelle serre di Missiones e di Cruz-Alta, dove restò sepolto coll’ultimo avanzo del loro esercito il breve sogno della loro repubblica.

Quanta parte avesse Garibaldi in quella campagna, è facile indovinarlo. Primo, se non al comando, al pericolo; ultimo solo nelle ritirate; accettando o scegliendo in ogni combattimento la parte più rischiosa; passando nel giorno stesso dall’acqua alla terra, dal governo di una flottiglia al comando di uno squadrone o di un battaglione; ricco di coraggio e fecondo di stratagemmi; a tempo arditissimo, a tempo prudente, egli fu l’anima di quella ritirata d’oltre dieci mesi; e a quanto appare dalle sue _Memorie_, meglio che il braccio ed il cuore, l’unica mente che intuisse e ragionasse.

Fin dal primo giorno della ritirata, incaricato di fronteggiare sulla laguna stessa di Santa Caterina la flottiglia nemica e di proteggere il passaggio dell’esercito repubblicano sulla sponda meridionale, resiste un giorno intero con tre bastimenti contro una squadra di ventidue vele fiancheggiata di truppe di terra. Anita stessa ritta al suo fianco colla miccia al cannone, impavida sotto la mitraglia, dà a tutti l’esempio del valore che non conta i nemici; e quando tutti i suoi pezzi sono smontati e i suoi legni fracassati e le coperte seminate di morenti e di morti, fra i quali orrendamente mutilato il prode John Griggs, manda a terra, sotto il comando d’Anita stessa, le armi, le munizioni e gli uomini superstiti; appicca il fuoco egli medesimo ai suoi bastimenti e si salva sopra un canotto alla riva.

Un’altra volta a Coritibani sulle rive del Pelotas, sorpresa e sgominata la colonna colla quale egli marciava, difende con settantatrè uomini contro cinquecento eccellenti cavalieri la ritirata, e sfilato il grosso della colonna si ritira egli stesso traverso le fitte foreste del Lages, combattendo due giorni e due notti, incolume, invitto.

Al combattimento di Santa Vittoria decide della giornata; alla fazione del Taquary guida il nerbo dell’infanteria; nota da provetto capitano i falli «dell’eroico, ma sfortunato Gonçales» e tenta invano di ripararli; in fine all’assedio di San Josè del Norte monta tra i primi all’assalto, s’impadronisce, in men che non si dica, di tutti i forti, e ne sarebbe anche rimasto padrone, se l’indisciplinatezza dei soldati sbandatisi a sbevazzare e a bottinare, lo scoppio d’una polveriera e il sopravvenire della squadra nemica che dal lago infilava e spazzava le vie, non l’avessero costretto a battere in ritirata.

Fu quello però l’ultimo importante combattimento di quella campagna a cui Garibaldi partecipò. Dopo l’infelice esito di San Josè, Garibaldi, nominato di nuovo capitano della marina repubblicana, si fermò presso una fattoria detta San Simon, coll’intento di costruirvi alcune di quelle barche fatte d’un sol fusto d’albero, e che colà chiamano _canoe_, colle quali tentare di poter riprendere il lago, su cui aveva fatto le sue prime prove, e molestarvi i nemici. Se non che la costruzione di codeste _canoe_ essendogli andata fallita, e i pascoli di San Simon essendo ricchi di poledri, pensò bene farne una distribuzione, a dir vero un po’ socialista, ai suoi compagni, e dove non aveva potuto comporre una flottiglia di barche, organizzare almeno uno squadrone di cavalli.

Ma in mezzo a questi avvenimenti e a queste cure, un avvenimento e una cura più importante vennero ad occuparlo e ad assorbirlo. Anita incinta, forse dal giorno del combattimento di Santa Vittoria, dopo aver portata a cavallo la sua creatura per nove mesi, traverso tutti i pericoli, le privazioni, gli stenti, le fughe di quella campagna disastrosa, il 16 settembre 1840 partorì a Mustarda presso San Simon il suo primogenito.

Era un maschio fiorente e gagliardo, a cui il padre, sostituendo (io credo per il primo) ai consueti santi della Chiesa, un martire della patria, impose il nome di Menotti; e sulla cui fronte una piccola cicatrice, riportata per una caduta da cavallo della madre, sigillava lo stigma della sua origine tempestosa.

Ma Garibaldi aveva appena cominciato ad assaporare le gioie di padre, che uno dei tanti accidenti onde componevasi la sua vicenda quotidiana, venne a mettere a serio pericolo tanto la sua, quanto la vita di sua moglie e di suo figlio, minacciando distruggere in un colpo solo il nido della sua felicità.

Essendosi egli recato a Settembrina, villaggio distante da San Simon alcune giornate di cammino, per provvedersi di biancheria e di vesti per sua moglie e suo figlio ridotti quasi ignudi, e avendo occupato nel viaggio, attraverso un paese maremmano e paludoso, maggior tempo di quello che aveva pensato, al suo ritorno alla fattoria non trovò più nè Anita, nè Menotti, nè alcuno. Quali si fossero la sorpresa, l’affanno, qui potremmo dire anche lo spavento di Garibaldi, l’immaginerà chi ha cuore. Non tardò, è vero, a scoprire tosto la cagione della scomparsa de’ suoi cari e l’asilo in cui si erano rifugiati; ma finchè non li ebbe riveduti ed abbracciati non ebbe pace.

Ecco pertanto come il caso era succeduto. Quello stesso colonnello Moringue che l’aveva sorpreso al Galpon di Chargucada, riportando, perenne ricordo del guerrigliero italiano, un braccio fracassato, campeggiava sempre nei dintorni di Los Patos, e appunto in quei giorni era piombato addosso, con astuzia più felice, ad un posto di cavalleggieri repubblicani comandati da un certo Massimo, e facilmente massacrati i soldati e il capitano, s’era spinto con una forte colonna di cavalli nei dintorni di San Simon, spargendo il terrore in tutta la contrada.

Ora i quaranta uomini lasciati da Garibaldi a presidio della fattoria, erano troppo scarsi di numero per resistere ad un nemico tanto più forte, e lontano il solo capo che poteva guidarli alla disperata difesa, stimarono non restasse loro altro scampo che fuggire e inselvarsi nelle foreste vicine fino al dileguarsi del nembo. E naturalmente anco Anita dovette fuggire con loro.

Ecco dunque la novella madre, puerpera appena da dodici giorni, costretta a balzar in groppa al cavallo e in una notte tempestosa, coperta della semplice camicia, col suo figliuolo traverso la sella, gettarsi alla ventura per macchie e burroni, esposta ad ogni guisa di stenti e di pericoli, noncurante di sè, ma trepida della vita del caro suo portato, tremante anche per la sorte di suo marito che forse correva rischio peggiore. Fortuna volle invece che Garibaldi la scoprisse, con tutta la sua scorta, al margine di un bosco, e che tutta la famiglia di San Simon, un istante dispersa, potesse ricongiungersi incolume nell’asilo da poco abbandonato. Non vi potè per altro dimorare a lungo; chè Garibaldi, non sapremmo dire se per ordine della Repubblica o di volontà sua, attirato sempre dall’idea di armar in guerra le sue canoe, che gli rappresentavano in embrione un simulacro di flotta, s’era trapiantato sulla riva del Capivari, quel fiume, emissario del Los Patos, sul quale aveva eseguito il famoso trasbordo dei lancioni; e colà si era dato, forse in attesa di meglio, a trasportar gente e corrispondenze dalla riva orientale del lago all’occidentale; operazione che, fatta sotto il tiro delle squadre imperiali, sempre signoreggianti le acque della laguna, non doveva essere priva nemmeno essa di emozioni e di pericoli.

XV.

Intanto però le cose della Repubblica precipitavano a rovina. Fallito l’assalto di San Josè e costretti a levarne l’assedio; divelti perciò da ogni base d’operazione; stremati, più ancora che dalle sconfitte, dalle defezioni, dalle discordie, dalle malattie; stretti sempre più nella cerchia di ferro dagli eserciti imperiali, dei quali per colmo d’improvvida alterezza avevano rifiutati i non disonorevoli patti, ai Repubblicani non restava più ormai altro scampo che ritirarsi senza frammettere indugio nei distretti montuosi e silvestri del centro e del settentrione, in mezzo ai quali, se non ristaurar le sorti e riafferrare la vittoria, era almeno possibile prolungare l’agonia e differire la catastrofe.

Concentrati tutti i piccoli distaccamenti sparsi nei dintorni, la ritirata cominciò. Era l’inverno del 1841. Il generale Canavarro, al quale era andato a riunirsi anche Garibaldi, doveva formar la testa della colonna e aprire la marcia, forzando innanzi a sè i passi delle Serre che il generale dell’impero Labattue (francese d’origine) minacciava sbarrargli; il generale Bento Gonçales doveva chiudere la colonna guardandone, quanto era possibile, i fianchi e le spalle.

Fin però dalle prime mosse l’esercito rivoluzionario e più ancora il cuore di Garibaldi erano stati funestati da dolorosissimo lutto. Il Rossetti, che marciava colla guarnigione di Settembrina all’estrema retroguardia, sorpreso dall’infaticabile Moringue, ferito e caduto da cavallo, avendo preferito alla resa la morte, era stato brutalmente trucidato.

La perdita era per la causa repubblicana gravissima, ma per Garibaldi irreparabile; con il Rossetti spirava il fratello del suo cuore, colui che nella gerarchia de’ suoi amici teneva il primo posto. Però il suo dolore fu pari al suo amore e il compianto di Patroclo degno d’Achille. Pure una cosa è tuttavia notabile, come nella passionata elegia che egli consacrò alla memoria dell’estinto amico l’immagine che più campeggia sia ancora l’Italia. Più che il prediletto de’ suoi amici, diresti ch’egli pianga il forte cittadino, e ch’egli non senta la propria sventura se non nella grandezza della sventura toccata all’Italia: tanto vero che in codesti uomini fatali gli affetti individuali, per quanto grandi, vengon sempre secondi, e che essi non amano davvero se non l’indipendenza per cui vivono e combattono.

La ritirata intanto intrapresa nel più rigido inverno, sotto pioggie continue, traverso laberinti senza sole e senza orme di sterminate foreste, fu una delle più disastrose che Garibaldi abbia mai veduto. E poichè egli ne fu insieme testimonio e narratore, e la pittura ch’egli ne fa, malgrado la rozzezza del pennello e il disordine della composizione, o forse appunto per questo, ci appare piena di verità e di vita, così la lasceremo narrare a lui stesso:

«Noi conducevamo per tutta provvista alcune vacche al laccio, non trovandosi animali negli ardui sentieri che dovevamo percorrere. Per le pioggie quasi perenni in quelle montagne, gonfi oltremodo erano i fiumi, e molti bagagli si perdevano, trasportati dalla corrente nel passaggio. Marciavasi con pioggia e senza alimenti; accampavasi senza alimenti e con pioggia. Tra un fiume e l’altro coloro che rimasti erano colle vacche ebbero carne, gli altri nulla. La fanteria specialmente pativa, mancandole pure il miserando pasto della carne di cavallo. Furonvi scene da inorridire. Molte donne, secondo l’uso del paese, seguivano la truppa, e con esse i bambini. Pochi bambini uscirono dalla foresta. Alcuni erano stati raccolti da’ cavalieri, che pochi tra i fortunati avevano potuto salvare il cavallo e con esso una creatura abbandonata dalla madre, morta o morente di fame, di fatica, di freddo. Anita abbrividiva all’idea di perdere il nostro Menotti, che salvammo per un miracolo. Nel più arduo della strada e nel passo de’ fiumi io portava il mio povero figlio di tre mesi in un fazzoletto a tracolla, procurando di riscaldarlo coll’alito. D’una dozzina d’animali tra cavalli e muli, che servivano per cavalcatura e pel mio equipaggio, e che con noi erano entrati nella selva, con due soli cavalli ero rimasto e due muli; il resto era caduto per stanchezza. Le guide per colmo di sciagura avevano sbagliato la strada, e questo fu uno dei motivi per cui più difficilmente varcammo quella terribile foresta delle Antas.[47] Siccome si procedeva avanti senza trovar mai il fine di quella maledetta piccada,[48] io rimasi nella selva coi due muli pure stanchi, coll’intenzione di salvarli facendoli avanzare a poco a poco ed alimentandoli con foglie di taquara.[49] Mandai Anita con un domestico e col bambino, perchè cercassero l’uscita del bosco ed alimento per ambi. I due cavalli che ci rimanevano, cavalcati alternativamente dalla coraggiosa, salvaronmi il tutto. Essa giunse fuori della _piccada_, e per fortuna trovò alcuni de’ miei soldati con un fuoco acceso, cosa non facile per la pioggia continua e per la povera condizione a cui eravamo ridotti.

»I miei compagni, a cui era riuscito asciugare alcuni de’ cenciosi loro panni, presero il bambino, l’involsero, lo riscaldarono e lo tornarono in vita, quando la povera madre già poco ne sperava. Con amorevole sollecitudine si diedero que’ buoni militi a cercare pure dell’alimento, con cui ambedue si riconfortarono. Io faticai invano per salvare i due animali, e terminai per abbandonarli spossati, e già molto deteriorato io stesso, varcai il resto della selva a piedi. Al nono giorno della nostra entrata nella _piccada_ appena trovavasi fuori la coda della nostra divisione, e pochissimi cavalli d’ufficiali eransi potuti salvare. Il nemico, che ci aveva preceduti fuggendo, aveva lasciato nella stessa foresta delle Antas alcuni pezzi d’artiglieria, di cui non ci occupammo per mancanza di mezzi di trasporto, e rimasero perciò sepolti in quelle spelonche chi sa per quanto tempo. I temporali sembravano stanziati in quella selva, poichè usciti ne’ campi dell’altopiano, Cima di Serra o Vaccaria, vi trovammo il buon tempo. Il tempo buono ed alcuni animali bovini, trovati in que’ dintorni, ci fecero alquanto dimenticare le fatiche passate. Nel dipartimento di Vaccaria permanemmo alcuni giorni per aspettare la divisione di Bento Gonçales, che vi giungeva frazionata ed assai malconcia. L’infaticabile Moringue, informato della ritirata nostra, erasi messo ad inseguire la retroguardia di quella divisione, incomodandola in ogni modo, coadiuvato dai montanari, sempre accanitamente ostili ai Repubblicani. Tutto ciò diede a Labattue il tempo sufficiente per ritirarsi e congiungersi all’esercito imperiale. Giunsevi però quasi senza gente per gli stessi inconvenienti incontrati da noi. Ebbe di più il nemico uno di quelli straordinari accidenti, che racconto per la strana sua natura. Dovendo Labattue attraversare sul suo cammino i due boschi, conosciuti col nome di Mattos[50] Portoghese e Castillano, trovavansi in quelli alcune delle tribù indigene, delle più selvagge che si conoscano nel Brasile. Esse, sapendo del passaggio degl’Imperiali, li assalirono in varie imboscate, e li danneggiarono non poco.

»Ci fecero queste sapere in seguito che erano amiche ai Repubblicani, e veramente non c’incomodarono affatto al passaggio nostro. Vedemmo passando i _foges_[51] ma nessuno coperto. In quei medesimi giorni comparì fuori della foresta una donna, rubata nella sua giovinezza dai selvaggi, e che in quell’occasione approfittò della vicinanza nostra per salvarsi: era questa poverina nel più deplorabile stato. Intanto, non avendo più nemici da fuggire, nè da perseguire in quelle alte regioni, procedemmo nella nostra marcia con lentezza, mancanti quasi totalmente di cavalli, ed obbligati a domar puledri cammin facendo. Il corpo de’ lancieri liberti, rimasto smontato per intiero, fu obbligato di rifarsi con puledri. Era bel vedere allora, quasi ogni giorno, una moltitudine di quei giovani e robusti negri, domatori tutti esperti, arrampicarsi sul dorso di selvaggi corsieri e tempestare per la campagna, e il bruto fare ogni sforzo per isvincolarsi e gettar lontano il carco di un tiranno, e l’uomo, ammirabile di destrezza, di forza, di coraggio, ingambarsi siccome tanaglia, battere, spingere, e stancare alfine il superbo figlio del deserto. In quella parte dell’America il puledro, giunto appena dal campo, s’inlaccia, s’insella, s’imbriglia, e lo cavalca il domatore. In pochi giorni è capace di ricevere il morso. I più renitenti riescono buoni cavalli come qualunque altro in poco tempo, salvo poche eccezioni. Ma difficilmente riescono ben domati dai soldati, massime nelle marce, ove non si può avere comodo nè cura per ben domarli.

»Passati i Mattos Portoghese e Castillano, scendemmo nella provincia di Missione, dirigendoci sopra Cruz-Alta, capoluogo di quella piccola città su d’un altopiano, ben costrutta ed in bella posizione, siccome bella è tutta quella parte dello Stato di Rio Grande. Da Cruz-Alita marciammo a San Gabriel, ove si stabilì il quartier generale, e si costrussero baracconi per accampare l’esercito.

»Sei anni d’una vita di disagi[52] e di avventure non mi avevano sgomentato quando ero solo; ma l’avere una famigliuola, l’essere così lontano da tutte le mie relazioni antiche e da’ parenti, di cui non sapevo nulla da anni, mi fecero nascere il desiderio di avvicinarmi ad un punto onde sapere alcuna cosa, massime de’ genitori, il cui affetto avevo potuto dimenticare un momento, ma che vivamente pur sempre esisteva nell’anima mia. Poi nulla sapevo dell’Italia! Poi abbisognava migliorare la condizione della mia cara e del bambino. Mi decisi adunque di passare a Montevideo, almeno temporariamente, e ne chiesi il permesso al Presidente, come pure di fare una piccola truppa di buoi per le spese.»

Ed eccolo così _truppiere_ o conduttore di buoi. Ottenuto facilmente dal Ministro della guerra di fare una razzía di quanto bestiame selvatico gli cadesse nelle mani (poichè siamo in paese, dove la proprietà dell’animale errante è di chi lo toglie), gli vien fatto di radunarne all’_estancia_ del Coral de Pedras novecento capi, e con questa enorme mandria s’incammina, scendendo il corso dell’Uruguay, per Montevideo. Ma nel traversare il Rio Negro comincia a perdere una gran quantità di buoi; poi un’altra buona parte gliela frodano i _Capataz_, sicchè fatta la rassegna s’avvede che non gliene restano più di cinquecento; onde minacciato dalla probabilità di perdere anche il rimanente, si decide a macellarli per venderne le cuoia: magro negozio pur quello, poichè non arrivò ad intascare che un centinaio di scudi, appena bastevoli alle necessità del lungo viaggio.

A San Gabriele però ha una felice ventura; incontrato Francesco Anzani, di cui più volte gli era suonato all’orecchio il nome, come d’uno dei più valorosi Italiani che abitassero l’America, si esalta al racconto delle sue avventure; ammira la nobiltà del suo animo, si innamora del suo carattere, e gli fa nel suo cuore il posto che il Rossetti aveva occupato. L’Anzani dal canto suo si compiace di quel giovane bello, prode, entusiasta, e ne presentisce l’alto destino; i due eroi poco prima estranei, sono in un’ora amici: continuano il viaggio assieme; assieme dividono il pane, il letto, le vesti: l’Anzani ha una camicia sola, ma due paia di pantaloni; Garibaldi invece un sol pantalone in cenci e due camicie, e barattano a vicenda la camicia ed il pantalone superflui. Al Salto dell’Uruguay però sono costretti a dividersi, ma per riunirsi fra breve. Garibaldi continua il viaggio e al cominciare del 1842 rientra con Anita in Montevideo, dove il mutato governo gli sta garante d’un asilo sicuro, e in breve gli si aprirà un campo più vasto di nuovi cimenti e di nuove glorie.

CAPITOLO TERZO.

DA MONTEVIDEO AL RITORNO IN ITALIA. [1842-1848.]

I.