Part 10
Quando Garibaldi entrò a Montevideo, la guerra tra l’Uruguay e la Repubblica Argentina, o per dir più esattamente, tra il partito del presidente Ribera, rappresentante dell’indipendenza orientale, e il partito del generale Oribe, emissario del dispotismo del Rosas, ardeva da circa tre anni. Ora per intendere e le cagioni di siffatta guerra, e i moventi delle fazioni che la combattevano, e la parte che il nostro protagonista vi prese, importa risalire un po’ lontano e ripercorrere rapidamente la storia dei due paesi.
La quale, appena la si consideri idealmente, può dirsi la storia del fiume materno, che li divide e li unisce ad un tempo, d’onde tolsero insieme al Paraguay il nome generico di Stati della Plata, e col quale sono da oltre tre secoli conosciuti nel mondo. Vasti frammenti di quell’India occidentale, nelle cui profondità si perde forse una delle culle del genere umano, l’epopea della loro scoperta e della loro conquista è forse meno leggendaria e meno portentosa di quella di tante altre contrade d’America, ma non meno interessante ed istruttiva. Svelati all’Europa nel 1515 dallo spagnuolo Juan Diaz de Solis, il primo che scoprisse l’estuario della Plata e vi penetrasse; riesplorati quattro anni dopo da Fernando Magellano, quel desso che, udito esclamare da uno de’ suoi marinai in vedetta, _Monte-vid’-eu_, diede il nome di _Montevideo_ al promontorio su cui sorgerà un giorno la capitale dell’Uruguay; visitati di nuovo nel 1526, per mandato della Spagna, da Sebastiano Caboto, che rimontando la Plata fino al Paraguay vi pianterà la prima pietra del forte di San Salvador; occupati più tardi, in nome di Carlo V, dal primo governatore Don Pedro de Mendoza, che vi getterà nel 1535 le fondamenta di _Santa Maria di Buenos-Ayres_; strappati infine via via ed a prezzo del sangue più generoso alle cento tribù indiane che ne contrastano con fiera costanza il possesso, gli Stati della Plata vanno ad accrescere il patrimonio di quei possedimenti spagnuoli in America che la monarchia di Carlo V dovette, assai più che a sè stessa, all’ardimento della più eroica generazione di navigatori che il mondo abbia prodotta e in capo alla quale grandeggia il fatidico spirito del nostro Colombo!
Narrare le vicende della dominazione spagnuola negli Stati della Plata, non è del nostro assunto; essa fu come al Perù, come al Messico, come dovunque tanto benefica nei risultati (poichè ogni passo in avanti del colono europeo era pur sempre una vittoria della civiltà sulla barbarie), quanto improvvida, insensata spesso brutale nei mezzi. Accesa febbrilmente dalla sete dell’oro e dell’argento, la Spagna non vidde nella sua nuova colonia americana che un immenso campo da sfruttare, e, per usare la frase d’uno Spagnuolo, «simile al re Mida verrà un giorno, nel quale il metallo prezioso, di cui era stato tanto ingordo, le si muterà in arida pietra fra le mani.» Che se questa sentenza non s’attaglia a tutto rigore alle colonie della Plata, dove altri prodotti, oltre a quelli dell’oro e dell’argento, potevano allettare l’avidità dei conquistatori, tuttavia il regime da essi adottato, specialmente rispetto all’agricoltura, al commercio ed alla navigazione, sortì anche colà il medesimo effetto: spolpare, dissanguare il suolo a solo profitto del presente senza cura alcuna dell’avvenire. Irritando la natía selvatichezza delle popolazioni indiane con inutili crudeltà e stolte rappresaglie; abbandonando in balía di governatori rapaci e di capitani brutali così i frutti della terra come la libertà e la vita de’ suoi abitanti; chiudendo i porti ad ogni navigazione forestiera, vietando l’esportazione d’ogni prodotto fuorchè per la Spagna, ed applicando ad ogni sorgente della vita economica le più esose e viete proibizioni; dividendo per insana arte di regno le molteplici razze del territorio, ed alimentando così un perpetuo focolare d’odii privati e di guerre civili; finalmente, supremo errore, abbandonando alla Compagnia di Gesù non solo l’apostolato morale e religioso delle popolazioni, ma la proprietà di vaste ricchezze, quindi l’uso e l’abuso d’uno sterminato potere; la Spagna preparò a sè stessa l’immancabile giorno, in cui sarebbe stato incerto se le colonie sentissero più il peso della madre patria o questa l’impedimento, la minaccia e il danno di quelle.
Ma già lo dicemmo: prima che finisca il secolo XVII, la Spagna doveva incontrare anche sulle rive orientali della Plata quell’intraprendente vicino e ardito rivale che da oltre cent’anni scontrava su tutti i mari del mondo, e dividere con esso la gran preda dell’America meridionale: il Portogallo.
Il maggior difetto del Brasile fu sempre la incertezza dei confini. Naturale però che i Portoghesi, già padroni di Rio Grande e delle sorgenti dell’Uruguay, tentassero di spingersi fino alle sponde di quell’immenso fiume, il quale, oltre all’essere il più certo e stabile confine ch’essi potessero desiderare alla loro sterminata colonia, metteva nelle loro mani una delle più grandi vie fluviali del Nuovo Mondo. Ma naturale altresì che gli Spagnuoli contrastassero con ogni lor possa un tanto acquisto, e che i due fratelli latini si trovassero di fronte colle armi in pugno sulla penisola americana, come pochi anni prima s’erano trovati sulla iberica. E fu lotta quasi centenne, cominciata il 1680 dai Portoghesi colla fondazione, sul margine stesso della Plata, della Colonia del Sacramento; finita soltanto nel 1777 per il trattato di Sant’Idelfonso.
Ogni guerra, ogni avvenimento europeo, in cui per l’uno o per l’altro motivo, a lato o di fronte, fossero involti la Spagna e il Portogallo, aveva il suo contraccolpo sulle sponde della Plata. Ripresa Colonia del Sacramento dagli Spagnuoli, il Portogallo s’accampa, nella guerra di successione di Spagna, contro di essa, ed il trattato di Utrecht gli restituisce Colonia; Ferdinando VI sposa una infante di Portogallo, e questi guadagna, per il trattato del 1750, tutte le missioni gesuitiche poste lungo il margine orientale dell’Uruguay; scoppia nel 1762 la guerra tra la Spagna e l’Inghilterra, e il Portogallo fa causa comune con questa, ed ecco il Ceballos, governatore di Buenos-Ayres, trarre partito dalle rotte ostilità, riprendere Colonia, invadere Rio Grande e minacciare a sua volta il Brasile. Non si danno vinti per questo i Portoghesi, e veggono ancora per terra e per mare due giorni di vittoria; ma il Ceballos li va ad assalire sull’Oceano fin nel cuore della provincia di Santa Caterina, e impone loro il trattato di Sant’Idelfonso che obbliga il Portogallo a rinunciare a Colonia, e chiude la guerra.
Ma che la chiudesse è inesatto; il vero è che la sospese appena. Se non osiamo dire con un Francese, «che il possesso della riva sinistra della Plata è per il Brasile una questione di vita o di morte,[53]» è manifesto però ch’esso ha sempre rappresentato a’ suoi occhi uno dei bisogni più vitali, e delle conquiste più preziose.
Chiuso nella cerchia ardente della zona torrida, diseredato del beneficio d’un clima temperato e omogeneo alle razze bianche, padrone delle origini e del corso superiore dei tre fiumi che compongono la Plata, ma escluso dalla signoria del grande estuario per cui sboccano in mare, manchevole di terre idonee alla coltura delle piante alimentari, privo infine a mezzogiorno d’una frontiera precisa, sicura e accessibile insieme, che lo distingua, lo tuteli e lo espanda ad un tempo, è ben naturale che il Brasile abbia fatto dell’acquisto della Banda Orientale platense una delle mète fisse della sua politica, e per dirlo colle parole d’un vicerè di Buenos-Ayres, «il suo punto di mira fin dal secolo XVI;» e le guerre che lo vedremo combattere ancora per questo scopo lo dimostreranno.
Il conflitto però per la Banda Orientale non partorì soltanto frutti di sangue e retaggio di rancori, ma fu anche cagione di due fatti importanti per la storia, sebbene diversamente benefici per le colonie platensi: la fondazione di Montevideo per opera del governatore Maurizio Zabala nel 1724,[54] e la istituzione del vicereame di Buenos-Ayres nel 1776. Con Montevideo la Banda Orientale acquistava non solo un porto sicuro, una fortezza munita, la capitale d’un governo distinto; ma l’anima della sua patria nascente, il cuore ed il braccio della sua indipendenza futura.
Separando gli Stati della Bolivia, del Paraguay, dell’Argentina e dell’Uruguay, dall’antico vicereame del Perù, e svincolandoli così da un potere lontano, ignaro e noncurante, incorporando quattro territori in un unico Stato quasi autonomo, la Spagna non solo rendeva più facile l’amministrazione, più vigile il governo, più rapido lo sviluppo di quelle sue colonie; ma senza volerlo, senza saperlo, ridestava in esse la coscienza dell’origine e della storia comune, agevolava col più stretto accordo dei loro interessi il più intimo scambio delle loro idee, faceva sentir loro le prime seduzioni d’una vita indipendente e affrettava ella stessa il giorno della loro emancipazione.
Ma prima che quel giorno spunti, la Spagna dovrà ancora sostenere un’altra guerra con una delle sue più antiche e formidabili rivali d’Europa, e mettere a prova un’ultima volta la fedeltà e il valore de’ suoi figli d’oltre mare.
Sdegnata d’averla vista passare fra gli alleati di Napoleone, nè paga ancora della sanguinosa vendetta di Trafalgar, l’Inghilterra va nel 1806 ad assalire la Spagna nelle sue colonie della Plata. E riesce infatti all’ammiraglio inglese Popham di cogliere per sorpresa Buenos-Ayres; ma l’intrepida Montevideo chiama all’armi tutta la Banda Orientale; improvvisa un corpo di milizie, e affidatone il comando al capitano Liniers (un Francese al servizio della Spagna), lo invia alla riconquista della capitale. La contrasta, con tenacia inglese, il generale Berresford, ma Liniers riesce con furioso assalto ad impadronirsene, e Berresford è costretto a sgombrare. Però ristorati di nuove forze, il naviglio e l’esercito britannico riprendono l’offensiva; pongono l’assedio a Montevideo, e, malgrado la sua eroica resistenza, riescono a penetrarvi; indi si volgono a Buenos-Ayres. Comanda le armi di S. M. britannica l’ammiraglio Whitelocke; difende la città il prode Liniers con 7000 uomini di milizie improvvisate, ma dietro ad essi i cittadini, gli schiavi, le donne, il popolo intero. L’assalto fu tremendo, ma la difesa invincibile. _Cada casa_ era una _fortaleza, cada calle un atrinchieramiento_. Gl’Inglesi ricevuti: _Mitralia en las esquinas de todas las casas, fusileria, granados de mano, ladrillos y piedras tiradas desde los tejados_,[55] lasciano mille cadaveri per la via, e il Whitelocke pesto, decimato, è costretto a sottoscrivere una capitolazione, colla quale si obbligava a sgombrare tutto il territorio ispano-americano, e a reintegrare la piazza di Montevideo nello stato medesimo in cui si trovava nel giorno della sua resa.[56]
Ed anco questa guerra non fu senza influenza sugli avvenimenti futuri; riunì le popolazioni della Plata in una lotta a oltranza contro lo straniero, e ne esperimentò il valore e la forza; accrebbe l’importanza di Montevideo, che si meritò il glorioso titolo di _Reconquistadora_; manifestò i primi sintomi della debolezza della Spagna, la quale dovette la salvezza del territorio coloniale più al braccio de’ suoi abitatori che alle proprie armi, e per la prima volta si trovò dirimpetto ad essi piuttosto nella condizione di protetta che di protettrice.
II.
L’ora pertanto della indipendenza ispano-americana stava per suonare. L’avevano preparata gli errori e gli stessi beneficii della Spagna; la precipitavano le idee del secolo e il turbine medesimo degli avvenimenti che sconvolgevano l’Europa; la rendeva inevitabile e fatale la stessa legge che governa i destini delle colonie, le quali dopo essersi nutrite del latte della madre patria, quando son fatte adulte e gagliarde mordono il seno alla nutrice e le volgono le spalle.
Sul finire del 1808, una dietro l’altra giungevano in America queste notizie: che Ferdinando VII, prigioniero in Francia, aveva venduta per una pensione l’avita corona a Napoleone; che questi aveva insediato sul trono di Spagna suo fratello Giuseppe; che una Giunta centrale s’era costituita a Cadice per rivendicare i diritti del legittimo Re; che le Asturie avevano cominciato contro l’invasore una guerra di coltello; che tutta la Spagna era in fiamme ed in iscompiglio. Ora questi avvenimenti gittavano anche le colonie in una specie d’anarchia, ed era ben naturale che, poste tra un sovrano legittimo, ma imbelle e disgraziato, e un principe straniero intruso ed abborrito, e due o tre Giunte rivoluzionarie che si disputavano il governo senza avere nè autorità nè forza per mantenerlo, esse vedessero spuntare da quel caos i primi albóri d’un’èra novella, e coltivassero seriamente da quell’istante il pensiero della loro indipendenza. La commozione pertanto suscitata anche sulla Plata da quelle novelle fu, quale doveva essere, grandissima; tanto più che i due Re contendenti avevano inviato a Buenos-Ayres legati per indurre quei coloni a riconoscere le loro rispettive sovranità; e che il vicerè Liniers, lo stesso che aveva riconquistato Buenos-Ayres, inclinava, memore della stirpe, a favorire le parti francesi, le più abborrite di tutte.
Ma quando nei primi giorni del 1810 passò l’Oceano l’annunzio che l’ultimo esercito di Ferdinando VII era stato disfatto sui campi d’Ocaña, e che oramai la Spagna andava ingoiata nella monarchia universale del Cesare francese, trascinando nella medesima voragine le sue colonie, queste non si contennero più e pensarono a provvedere senza indugio alle loro sorti.
Da principio il movimento ebbe piuttosto un carattere riformatore che rivoluzionario.[57] La pluralità degli Ispano-Americani sembrò accontentarsi d’una semi-indipendenza, e le Giunte sortite dall’elezione popolare si limitarono a deporre o scacciare i vicerè ed i governatori, ed a costituire governi locali sotto l’alta sovranità di Ferdinando VII. Così Caracas (19 aprile 1810) la prima ad iniziare il moto; così Buenos-Ayres (25 maggio 1810); così, a distanza di poche settimane, la Venezuela, la Nuova Granata, il Chilì e l’Alto Perù. Ma da un lato la resistenza ben legittima delle autorità spagnuole, e dall’altro la legge naturale delle rivoluzioni, fanno sorgere ben presto e prevalere un partito più radicale, il quale proclama l’assoluta indipendenza da ogni dominio europeo e rompe in aperta rivolta.
A questo punto però la storia degli Stati della Plata, una fino agli ultimi giorni, si sdoppia, anzi si tripartisce, e in molti punti diverge siffattamente, che seguirla sopra una linea sola non è più possibile.
Mentre Buenos-Ayres, postasi risolutamente a capo della rivoluzione, rompe l’ultimo anello che l’avvinceva alla madre patria, e inviando spedizioni armate a dar mano agl’insorti della Bolivia e del Perù, si sforza a trascinare nella medesima via gli Stati della Plata ed a raccogliere nelle sue mani tutte le fila del movimento; nel Paraguay e nella Banda Orientale continua a prevalere il partito medio della semi-indipendenza, e l’uno e l’altra assai più diffidenti della supremazia argentina, che paurosi della lontana sovranità spagnuola, rifiutano di riconoscere la Giunta rivoluzionaria di Buenos-Ayres, e ne respingono entrambi le proposte e le armi. Non ci occupiamo più del Paraguay, che nel 1811 si decide esso pure a liberarsi dalla signoria spagnuola, ma che poscia, ispirato dal genio tetro e quasi misantropico del dottor Francia, si chiude fra le rive de’ suoi due fiumi, e non ambisce più che di essere la China dell’America spagnuola.
Circa poi all’Uruguay ed a Montevideo, il fatto della resistenza all’egemonia argentina era spiegato e giustificato da parecchie ragioni antiche e recenti. Anzitutto v’erano tra i due paesi differenze di suolo, di clima, d’abitanti, di costumi, di interessi, che il tempo e la civiltà avevano piuttosto accresciute che scemate. Mentre il territorio sulla destra della Plata, poche leghe al di là delle sue rive non era che una sterminata steppa, battuta dalle vampe assidue d’un clima tropicale, corsa da torme di cavalli selvatici e da bande di feroci _gauchos_, divisa tra pochi _estancieros_, veri feudatari della Pampa; quello sulla riva sinistra offriva, da alcune parti in fuori, tutte le varietà d’un clima e d’un suolo europeo e tutte le condizioni a’ suoi abitatori d’una vita civile. Il clima, temperato lungo il littorale dalle brezze marine, vi è de’ più dolci; ed anche nell’interno non sale mai nel più grande estate oltre il 35mo grado, nè discende nei più crudi inverni al 3º sotto zero; onde non si conoscono in quelle latitudini che due stagioni: la calda da ottobre a giugno, e la fresca da giugno a settembre.[58] Il suolo vi è tanto pittoresco, quanto salubre e ferace; parecchie catene di montagne, dalle forme trincianti delle lor punte dette _cuchillas_, lo solcano da nord a sud; maggiore fra esse la _Cuchilla Grande_ (che non s’innalza però oltre i 2000 piedi), dalla quale si diramano numerosi piani digradanti di colline, di terrazze, di poggi, o come li dicono là di _cerri_ e di _cerriti_, che vanno a morire fino intorno a Montevideo e ad anfiteatro lo chiudono. Innumerevoli acque defluenti ed affluenti dei due massimi fiumi, il Rio Grande e l’Uruguay, lo scorrono per ogni parte, lo abbelliscono e lo fecondano. Le pianure stesse di Colonia, di Canelones, di Salto, sono praterie verdeggianti che perdono il nome di Pampas e acquistano quello di campagne. La popolazione vi è, al paragone dell’Argentina, più densa; il _gaucho_ più raro, e dalla natura stessa del suolo agricolo e suddiviso reso innocuo. Se nel folto delle selve secolari balza il leopardo, urla il coguar e strisciano il crotalo ed il corallo,[59] innumerevoli mandre di buoi, di merinos, di cavalli moltiplicano sui vasti pascoli e nelle frequenti estancias, e fruttano al paese la triplice ricchezza delle carni, dei cuoi, delle lane. Ricche miniere d’oro, d’argento, di rame, di piombo, d’ogni varietà di minerali serpeggiano nelle viscere dei monti; nel fondo delle valli, sui margini dei fiumi, nel cavo delle roccie, fiorisce tutta la variopinta famiglia delle erbe medicinali e delle piante coloranti.
Finalmente poco lungi dalla palma e dal cedro allignano il pesco e l’arancio; accanto a vaste foreste, dove si spiega tutto il lusso della vegetazione tropicale, maturano il frumento, il mais, quasi tutte le frutta e gli erbaggi del nostro continente, il quale, ben a ragione, invia il soverchio de’ suoi figli a cercare nella terra felice il pane e la fortuna, e trova nella ridente baia di Montevideo uno de’ porti più ospitali e sicuri del Nuovo Mondo.
Ora in siffatto paese era naturale che i coloni europei s’espandessero più prontamente, serbassero con maggiore tenacia i loro costumi nativi, predominassero senza grande sforzo su tutta quella popolazione mista d’Indiani puri, di negri, di meticci e di creoli, ancor presso alla barbarie, e sulla quale si sentivano chiamati a dominare per la superiorità del sangue, dell’intelletto e del valore.
Oltre di che, c’era quel gran fiume, cagione antica e perpetua di prosperità a’ suoi ripuari, ma altresì di rivalità e di discordia, e i coloni della Banda Orientale non avrebbero mai potuto sopportare tranquillamente ch’esso divenisse l’esclusivo dominio dei popoli dell’altra Banda.
Infine l’esercito spagnuolo, forzato ad abbandonare l’Argentina, aveva fatto di Montevideo l’estrema sua cittadella, e cooperava colla sua presenza ad afforzare l’opposizione che gli Orientali facevano ai disegni rivoluzionari della riva opposta. Conseguenza di tutto ciò fu che gli Argentini si videro costretti a porre l’assedio alla capitale dell’Uruguay, ed è allora che compare per la prima volta sulla scena un uomo singolare, chiamato ad esercitare un potente influsso sui destini della patria sua: Artigas.
III.
Gaucho di nascita, contrabbandiere di professione, cumulata, colle frodi e colle rapine proprie alla sua arte ed alla sua stirpe, un’immensa fortuna, divenne per il triplice prestigio dell’astuzia, del valore e della ricchezza, così popolare e potente, che il Governo spagnuolo, a somiglianza di tutte le tirannie deboli, scese a patti con lui e gli accordò immunità e privilegi, a condizione che l’aiutasse a combattere e diradare la numerosa famiglia di contrabbandieri, che era la figliuolanza naturale del sapiente sistema proibitivo adottato dalla Spagna.
Ma la prima volta che un magistrato tentò opporsi a non so quale sua pretesa, ecco il prepotente contrabbandiere dar le spalle al Governo che aveva fin allora protetto, e giurargli un odio mortale.
Era appunto il 1811; la guerra per l’indipendenza delle colonie durava da circa un anno, e nessuna occasione più propizia all’Artigas per compiere la sua vendetta. Sparisce per qualche tempo nel profondo delle campagne orientali, vi propaga l’odio della signoria spagnuola, chiama a raccolta i suoi gauchos, i suoi contrabbandieri, quanti han fede nel suo nome; copre di _guerrillas_ l’Uruguay e lo trascina nella lotta dell’indipendenza comune.
Era per la rivoluzione un soccorso tanto insperato, quanto poderoso. Buenos-Ayres manda in rinforzo dell’inatteso alleato le truppe reduci dall’infelice spedizione del Paraguay; l’Artigas così rafforzato traversa quasi in trionfo tutta la Banda Orientale, e dopo aver battuto insieme al generale Rondeau[60] gli Spagnuoli a Las Piedras, si unisce all’esercito argentino che assediava Montevideo.
A questo punto però la storia così dell’Uruguay come dell’Argentina immiserisce in tanti conflitti di fazioni e litigi di persone e puntigli d’ambizioni, da confondere e stancare gli stessi storici dei due paesi.
Nella «Giunta governativa» argentina un partito Moreno demagogico s’accapiglia col partito Saavedra autoritario o monarchico che sia,[61] e le loro dissensioni penetrano nell’esercito che campeggia nell’alto Perù e ne cagionano la rotta; intanto quattromila Portoghesi, clandestinamente assoldati dalla principessa Carlotta di Borbone, invadono l’Uruguay e marciano su Montevideo in soccorso degli assediati. L’Artigas, offeso che il comando in capo dell’esercito d’operazione sia stato affidato al Rondeau, abbandona con tutti i suoi l’assedio e si rivolge a combattere per conto suo i Portoghesi. A Buenos-Ayres il Saavedra è deposto e i partiti si succedono ai partiti, i governi ai governi; tuttavia il Rondeau rinforzato da nuove truppe continua vigorosamente a battere Montevideo, sinchè il vicerè di Spagna, Elios, perduta la speranza del soccorso portoghese, si rassegna a cedere la piazza, sottoscrivendo una capitolazione (novembre 1811) per la quale gli Spagnuoli dovevano sgombrare l’Uruguay, che veniva in tal modo a restar libero e padrone dei propri destini. Nessuno però mantiene i patti; nè i Portoghesi si ritirano dall’Uruguay, nè l’Artigas cessa dallo scaramucciar contro di loro, e per legittima conseguenza nemmeno il vicerè spagnuolo Vigodet, succeduto ad Elios, consente ad abbandonare Montevideo. Invano il Governo di Buenos-Ayres intima all’Artigas di sospendere le ostilità; ai Portoghesi ed agli Spagnuoli di sgombrare; le armi soltanto potranno decidere ancora la lite. Ecco perciò Buenos-Ayres infaticabile nel proseguire il suo disegno d’unificazione, levare e spedire nuove milizie, le une per combattere i Portoghesi e contenere insieme il ribelle _caudillo_ uruguayano, le altre per ricominciare l’investimento di Montevideo.