Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Part 11

Chapter 113,423 wordsPublic domain

Fortunatamente però i Portoghesi, allarmati dalle forze soverchianti spedite loro incontro, si decidono a ripassare l’Uruguay senza battaglia, e l’Artigas consente di riunire le sue bande rivoluzionarie all’esercito argentino e a riprendere con esso l’assedio della tante volte contrastata fortezza. Ma qui tutto non finisce, nè tutto si chiarisce ancora, per la semplice ragione che nè i voltafaccia, nè i puntigli, nè le pretensioni dell’Artigas finivano mai, nè quel qualsiasi concetto che lo guidava era pur anco riuscito a farsi strada per mezzo alle tenebre del suo grosso cervello ed a prendere forma concreta ed intelligibile così ai suoi seguaci come a’ suoi avversari. Era cortezza di mente, volubilità di carattere o dissimulazione profonda d’arcani disegni? Era soltanto, come fu detto, la meschina invidia dei generali a lui superiori che guidava la sua condotta balzana; o non era anche un presentimento istintivo, un sospetto oscuro, ma patriottico, che aiutando egli il Governo di Buenos-Ayres a liberare la patria sua dagli Spagnuoli, contribuiva a metterla nelle mani degli Argentini? Noi abbiamo indarno chiesto agli storici della Plata la soluzione di questo doppio problema: forse essi medesimi lo cercarono invano; forse nessuno potrà trovarla mai; forse nemmen l’Artigas avrebbe saputo darla. Certo è questo solo (certo e strano ad un tempo), che l’Artigas diserta una seconda volta dal campo degli assedianti, e va a continuare per conto suo la guerra nelle native campagne; poi, a un tratto, quando ode che il generale Alvear è finalmente riuscito ad impadronirsi di Montevideo e a dare così l’ultimo colpo alla signoria spagnuola sulla Plata, ricompare sulla scena, si presenta arditamente al generale argentino, e in nome dell’indipendenza dell’Uruguay gli intima di sgomberarne la capitale, che a lui solo, Uruguayano, spetta di occupare.

Naturalmente il Governo di Buenos-Ayres non poteva accomodarsi ad una pretesa sì temeraria, e s’apprestò a rintuzzare coll’armi l’audace guerrillero. Ma questi non era più solo o accompagnato da poche masnade di gauchos e di contrabbandieri: lo scortava ormai un seguito di oltre dodicimila combattenti; lo spalleggiava tutto l’Uruguay. Oltre di che, ogni oscurità era ormai dileguata dal suo pensiero; quello ch’egli volesse era finalmente manifesto: la piena ed assoluta indipendenza della Banda Orientale da qualsiasi dominazione americana od europea, spagnuola, portoghese od argentina che fosse. E questa idea poteva essere, considerato il tempo e le circostanze, uno sproposito, ma era l’aspirazione più antica, il sogno più costante degli Uruguayani; il solo concetto che rispondesse alle tradizioni ed alle necessità della patria loro, e sarebbe vano discuterlo.

L’antico contrabbandiere pertanto gridato liberatore fa valanga; il suo luogotenente Fruttuoso Ribera sconfigge a Guajabò l’esercito argentino; lo stesso Artigas entrato in Montevideo proclama l’indipendenza della Banda Orientale e vi stabilisce il suo governo; indi, presa a sua volta l’offensiva, invade per il Nord l’Argentina, penetra fin nella provincia di Buenos-Ayres e col concorso del partito federalista argentino, riuscito ad insediarsi al potere, si fa riconoscere capo o _Protector_ di una Confederazione, nella quale, secondo il suo disegno, dovevano entrare non solo la Banda Orientale, ma tutte le provincie e i popoli dei due margini del Parana, compresi Santa-Fè e Cordova.[62]

Ma simile in questo ad un altro eroe di nostra conoscenza, il _guerrillero_ uruguayano era tanto atto a combattere, quanto inetto a governare. Mentre le sedizioni militari e le fazioni civili funestavano le provincie dell’Argentina, l’Uruguay cade in preda all’anarchia. Il bestiale Ortoguez, governatore di Montevideo, disonora con feroci supplizi e selvaggie rappresaglie la nascente libertà orientale, e soltanto il suo successore Ribera riesce a porre un confine a tanta immanità; le provincie in balía alle fazioni provano tutti gli strazi della guerra civile, e la Confederazione dell’Artigas si sfascia appena composta. E allora i Brasiliani (1816) non mai dimentichi dell’antica loro terra promessa, approfittano di quell’anarchia, se ne formano anzi un diritto, e col tradizionale pretesto di ristabilire l’ordine e la pace, invadono quella Banda Orientale che era _el blanco á que hacen su tiro desde principios del siclo XVI_.[63]

Così l’anno stesso in cui tutti gli Stati componenti le antiche colonie spagnuole suggellavano nel Congresso di Tucuman il patto della loro comune indipendenza, solo l’Uruguay era minacciato di perderla per sempre. Accorre alle difese l’Artigas; guidati dal suo esempio, il Ribera, l’Oribe, il Lavalleja (importa ricordare questi nomi) oppongono su tutti i punti del territorio una disperata resistenza, ma indarno; i Portoghesi sono già sotto le mura di Montevideo. L’Artigas allora chiede il soccorso del Governo di Buenos-Ayres, il quale tornato in mano degli unitari lo concedè a condizione che sia riconosciuta la sua autorità e supremazia. Ma il _Protettore_ della Banda Orientale rifiuta il patto, chi vuole per ispirazione di genio, chi crede per grettezza di spirito e vacuità d’intelletto. Per gli unitari infatti e per gli schietti nemici d’ogni signoria straniera, la risoluzione dell’Artigas fu peggio che un errore, una colpa; per i federali e per quelli che al predominio degli abborriti _Porteños_ (così son chiamati a Montevideo quei di Buenos-Ayres) anteponevano qualsivoglia dominazione, un miracolo d’antiveggenza politica, l’idea madre della futura indipendenza orientale.

Noi staremmo cogli unitari, quantunque sappiamo che è assai facile l’errare applicando agli avvenimenti d’un paese e d’un tempo interamente diversi le idee del proprio. Ne avvenne però questo, che i Brasiliani prima che finisse il 1819 erano padroni di quasi tutto lo Stato orientale; che l’Artigas dopo una eroica campagna di quattro anni, osteggiato da’ suoi luogotenenti, era costretto a cercare un asilo nel Paraguay; che finalmente nel 1821 l’Uruguay era incorporato definitivamente al Brasile col nome di _Stato Cisplatino_, sì che dopo tanti anni di lotta esso non aveva ottenuto che di mutare la sua catena.

IV.

Tuttavia la dominazione brasiliana sulla Plata, quantunque riconosciuta in sulle prime dai _cabildi_ (consigli) delle varie città, e dagli stessi antichi luogotenenti dell’Artigas, non durò lungamente tranquilla. La trasformazione del Brasile da regno in impero indipendente (1822) anzichè accrescere la sua autorità e la sua forza, parve turbarle e sminuirle. Obbligato a difendersi dalle congiure interne e persino dalle sedizioni de’ suoi stessi governatori, ed a schermirsi insieme dalle intimazioni di Buenos-Ayres, che afforzato dal voto degli stessi Orientali reclamava la loro riunione allo Stato avito, il Brasile non godette certamente le beatitudini della possidenza. Regnò nonostante qualche tempo ancora, se non amato, temuto; quando nel 1824 un importante avvenimento precipitò la rovina della sua breve conquista. Il 9 dicembre 1824 i riuniti eserciti repubblicani della Colombia e del Perù sotto il comando del generale Suchrè disfanno nei piani di Agacuchos l’ultimo esercito spagnuolo e annientano per sempre la signoria iberica nell’America del Sud. Ora la solenne vittoria fu non solamente decisiva per la Spagna e le sue colonie, ma esercitò altresì sulle sorti della Banda Orientale e de’ suoi recenti dominatori un’influenza capitale. La battaglia d’Agacuchos partorì, per tacere dei maggiori, questi tre effetti: collo spezzare gli ultimi frammenti del giogo che opprimeva l’America spagnuola fece sentire all’Uruguay più acuto il dolore, più ardente la vergogna di quello che il Brasile gli aveva imposto; assicurando la indipendenza allo Stato Argentino gli offrì nel tempo stesso l’occasione, gli agevolò il modo di provvedere all’emancipazione dell’altra riva della Plata; isolando finalmente il Brasile in una cerchia di Stati autonomi e bellicosi, lo pose ben presto nella necessità di scegliere fra una guerra implacabile e rovinosa, e la rinuncia d’una preda che gli costava tanto.

E gli eventi lo chiarirono ben tosto. Nella primavera del 1825 trentatrè animosi Orientali, soldati quasi tutti dell’Artigas e capitanati da Juan Antonio Lavalleja,[64] giurata solennemente la liberazione della patria loro, irrompono nella Banda Orientale; che infiammata dal loro generoso ardimento si solleva tutta quanta sui loro passi, e incomincia contro il nuovo straniero una di quelle tremende campagne di _guerrillas_ onde quei paesi vanno famosi. Il Brasile rinfaccia al Governo di Buenos-Ayres d’aver promossa ed aiutata la ribellione; ma questo, lungi dallo scusarsi, abbraccia manifestamente la causa orientale e si prepara a sostenerla coll’armi. La guerra allora non è più soltanto fra l’Impero e gl’insorti d’una sua provincia, ma tra esso e tutti i popoli della Plata, ridesti novellamente all’antico sentimento della loro fratellanza, riuniti ancora sotto il vessillo dei loro giorni gloriosi: _O Libertad o Muerte_. Ormai la lotta è impegnata per terra e per mare. Alla forte armata dell’Impero, l’Argentina non può opporre che una piccola squadra di tre legni; ma la comanda uno dei più intrepidi marini dell’Inghilterra, l’ammiraglio Brown. Contro il numeroso e agguerrito esercito brasiliano, i Confederati della Plata non possono mettere in campo che milizie improvvisate e bande indisciplinate; ma le guidano il Rondeau, l’Alvear, il Ribera, l’Oribe, il Lavalleja: tutti i prodi della prima guerra d’indipendenza, e il valore bilancia il numero e la forza.

Però dopo una varia vicenda di combattimenti terrestri e navali, di fortune e di rovesci, di prodezze e di carnificine, il Brown sconfigge la flotta brasiliana e si impadronisce dell’isola di Martin Garcia, la più forte stazione navale della Plata; l’Alvear distrugge l’esercito spagnuolo sui campi d’Ituzaingo (20 febbraio 1827); onde il Brasile ê costretto a chiedere la pace, e dopo un intrico di lunghi e insidiosi negoziati a sottoscrivere il trattato di Rio Janeiro, del 25 agosto 1828, mercè il quale la Repubblica argentina e l’Impero del Brasile riconoscevano mutuamente, sotto la garanzia della Francia e dell’Inghilterra, la indipendenza della Banda Orientale, obbligandosi entrambe a difenderla in caso di necessità.

Ecco dunque la Banda Orientale liberata un’altra volta, e vorremmo poter dire per sempre. Ratificato e riconosciuto dalle Potenze il trattato di Rio Janeiro; votata la Costituzione del 24 maggio 1830, per la quale _el Estado oriental de l’Uruguay adopta para su gobierno la forma rapresentativa republicana_ e due Camere con un presidente rieleggibile ogni quattro anni, venne eletto primo presidente, non senza contrasti, quel Fruttuoso Ribera, che abbiamo veduto primeggiare sulla scena dell’Uruguay fino dal 1811, il cui nome rivedremo mescolato di nuovo ad altre lotte non lontane. Per intenderle però ci conviene ripassare per alcuni istanti sull’altra riva della Plata.

V.

Anche l’organizzazione dello Stato Argentino era stata difficile e laboriosa, nè era compita ancora. Quei due partiti, _Unitario_ e _Federalista_, che vedemmo apparire fin dai giorni dell’Artigas, non avevano posato mai, e, sotto un certo rispetto, può dirsi che vivano tuttora. E ciò perchè non il caso li aveva formati o il capriccio degli uomini, ma le condizioni stesse del paese. Gli Unitari volevano l’unità e l’indivisibilità di tutti gli Stati della Plata, sotto un governo forte ed accentrato, ma liberale e civile insieme. I Federalisti volevano bensì l’unione, ma fondata sull’autonomia dei singoli Stati, rispettosa delle costumanze antiche e delle consuetudini locali; vincolata soltanto più di nome che di fatto all’autorità centrale della metropoli. Era in sostanza la lotta delle campagne contro le città, dei _gauchos_ contro i _ciudadanos_, e disse bene un Argentino: «della civiltà contro la barbarie.[65]»

Certamente questi due partiti fra alcune cose giuste ne volevano entrambi una impossibile. L’unità assoluta d’uno Stato per tante guise disforme, congiunta ad un governo largamente liberale e civile in un paese in gran parte barbarico, era un’utopia; dal canto opposto l’unione senza la forza e il potere unificatore, il fascio senza il legame, era un assurdo. Ma impossibilità, utopíe, assurdità portavano tutte in sè stesse una fatale giustificazione; erano il frutto delle viscere stesse del paese. Nè i cittadini di Buenos-Ayres o di Santa-Fè potevano rassegnarsi ad un regime politico idoneo ai _gauchos_ del Gran-Chaco, ed agli _estancieros_ del Corrientes, più che questi potessero adattarsi alle costumanze ed alle leggi di quelli. Però gli uomini politici che si fecero interpreti e rappresentanti di queste due opposte tendenze, le esagerarono forse e le sfruttarono anche a profitto de’ loro personali interessi; ma in fondo subirono l’influsso dell’ambiente in cui essi medesimi respiravano, e obbedivano a necessità storiche e geografiche che non era in loro arbitrio modificare d’un colpo.

Seguire pertanto i due partiti in tutti gli accidenti della loro acerrima lotta sarebbe lungo e increscioso insieme. In generale può dirsi che, eccettuato il breve periodo dell’invasione dell’Artigas nell’Argentina, la prevalenza restò alla parte unitaria.

Era forse la meno pratica, ma certamente la più nobile, la più colta e civile. Fin dal 1820 n’aveva prese le redini il Rivadavia, uomo di larga mente e di puri costumi e che, educato in Europa al culto delle idee liberali e delle istituzioni civili, sperava poterne inoculare nella sua patria i principii. E fu questo, dicono, il suo errore, ma un nobile errore che fruttò all’Argentina la libertà di stampa, la libertà individuale, le prime scuole, le prime banche, le prime franchigie agli emigranti e coloni; infine quella Costituzione del 24 dicembre 1826, unitaria nell’origine e nello spirito, all’ombra della quale la Repubblica Argentina vive ancora. Ma il partito unitario aveva governato fin troppo. Nel 1827 le campagne mosse dai loro principali _caudillos_, capitanate dal Quiroga, il più famoso _gaucho malo_ dell’Aroja, insorgono, in nome della perfetta libertà ed eguaglianza di tutte le provincie, contro l’autorità del Rivadavia e lo costringono ad abdicare.

Gli succede naturalmente un governo federale, e a presidente della Repubblica viene eletto il colonnello Dorrego, in voce di federalista moderato. S’intende però che nemmeno siffatto governo ebbe lunga vita. Il colonnello argentino Lavalle si mette (nel 1829) a capo d’un pronunciamento militare, sconfigge il Dorrego, e coltolo prigione lo fa, con atrocità inutile, fucilare; ma il sangue frutta sangue, il cadavere del Dorrego si rizza oramai come una barriera insormontabile fra i due partiti, e nemmeno il Lavalle può godere a lungo del suo trionfo. Infatti prima che quel medesimo anno finisca, Don Juan Manuel Rosas, rimaso fino allora in fondo della scena, radunate le milizie delle campagne ond’era capo, ritorna contro il Lavalle, lo mette in rotta al Puente-Marquez, entra in Buenos-Ayres, assume con mano di ferro la somma del potere, si fa eleggere presidente della Repubblica (1830) e diviene in poco d’ora padrone dello Stato.

VI.

Chi era codesto Rosas? Quale giudizio può fare la storia di quest’uomo, stimato dagli uni un grande statista, dagli altri un tirannello brutale; paragonato a volta a volta a Nerone ed a Washington, a Cromwell ed a Cesare Borgia; rimasto dittatore per venti anni della patria sua, amico per qualche tempo della Francia e dell’Inghilterra, riconosciuto e rispettato da tutte le Potenze d’Europa; imbrattato di sangue dal capo alle piante, accompagnato per tutta la vita dalle maledizioni di migliaia di vittime, eppure morto tranquillamente sul suo letto in un rispettato esiglio? Se dovessimo dare una risposta pronta, lo diremmo l’incarnazione suprema dell’americanismo spagnuolo.

Accanto al tipo più tradizionale e comune del _gaucho_ inseparabile dal suo cavallo, dal suo pugnale e dal suo _lasso_, nomade, selvaggio, ma onesto a suo modo, la Pampa produce tre altre varietà d’uomini singolari.

E primo in riga, il _gaucho malo_, fratello corrotto del primo, che avendo un bel giorno assestata una coltellata a qualche suo rivale, e presa in seguito l’abitudine di campar la vita con quel suo strumento, va, come un _outlow_, errando per le profondità inaccesse del suo deserto, ottenendo talvolta l’asilo delle _estancias_ e l’ospitalità delle _pulperias_,[66] ed aspettando una rivoluzione in cui trovare un impiego. Poi accosto, e quasi sulle orme del _gaucho malo_, viene il _rastreador_, una specie di can bracco umano che fa professione di scoprire alla pesta così un animale smarrito, come un bandito nascosto; un che di mezzo tra il bracconiere e la guardia campestre, il vero _policeman_ della Pampa. Infine vi è il _capataz_, conduttore o capo delle carovane, investito dell’autorità di mantenere la quiete tra le mandre e la disciplina tra i mandriani, e che al primo atto di capriccio o di recalcitranza degli uni o delle altre, armato come un negriero d’una grossa frusta, la mena senza pietà sulla schiena così degli uomini come delle bestie, e ottiene quasi sempre, mercè questo semplicissimo regime, il ristabilimento dell’ordine.

Ora mettete insieme gl’istinti sanguinari del _gaucho malo_, la furbería sbirresca del _rastreador_ e le abitudini di governo del _capataz_; unite queste doti alla ricchezza ed alla potenza d’un _estanciero_, padrone di vasti possedimenti e capo a sua volta di molti _gauchos_, di molti _rastreadores_ e di molti _capataz_, e stendete sopra un siffatto impasto la polvere d’un galateo signorile e la vernice di una educazione cittadina, e avrete il Rosas.

Nato a Buenos-Ayres, di buona famiglia, ma scacciato a vent’anni dalla casa paterna per turpe condotta, si rifugia nelle campagne dell’Argentina e si fa in brev’ora il compagnone e l’amico dei _gauchos_, di cui apprende le costumanze; accettato per carità d’amici amministratore di due vaste _estancie_, arricchisce dei loro migliori frutti; fa dell’_estancia_ sua l’asilo di tutti i _gaucho-malos_ e di tutti i vagabondi dei dintorni, e ne diventa insieme il protetto e il protettore. Venuta la rivoluzione, muta l’_estancia_ in caserma, organizza i suoi _peones_, i suoi servi, i suoi banditi in uno squadrone che chiama _colorados del Monte_, e si mette in campagna alla cerca della fortuna. Indifferente ad ogni opinione, nè unitario nè federalista, e pronto in sulle prime a servire tutti i partiti, esordisce difatti armeggiando nelle file unitarie del Rivadavia; però più mercante che soldato, comincia con un’impresa da fornitore, nella quale guadagna al Governo 200,000 _duros_. Succeduta però la rivoluzione federalista del 1827 e la presidenza del Dorrego, s’avvede che il partito federalista è il più forte, e che governo federale non altro significa che governo di quelle campagne, predominio di quell’elemento donde egli stesso emana; e uscendo finalmente da quella accorta penombra in cui stava fino allora nascosto, riunisce le milizie della campagna, di cui si era fatto eleggere comandante, a quelle del Dorrego, e spiega apertamente la bandiera federalista.

A questo punto la via dell’astuto Argentino è chiaramente segnata; la stessa vittoria del Lavalle, la stessa morte del Dorrego fanno la sua fortuna. L’Argentina è in preda all’anarchia. Tutti si volgono ansiosi d’attorno a cercare una mano poderosa che la soffochi; una volontà senza scrupoli che imponga a qualsiasi patto la pace, ed ecco Manuele Rosas assumere in sè le parti di vendicatore del Dorrego, di restauratore dell’ordine, di pacificatore della patria, e riuscire egli solo a fondare il governo più durevole, che dal giorno della sua indipendenza la Plata abbia veduto.

Ma quale fosse quel governo, a quale prezzo pagassero gli Argentini la sua durata, è orribile a dirsi.

Il Rosas non promise a’ suoi elettori che «di governare secondo sua scienza e coscienza,» e mantenne la parola; solamente la sua coscienza era quella di una belva, la sua scienza quella d’un manigoldo. Appena salito al potere, pubblica un manifesto di stile così rodomontesco che tutti ne ridono; egli prende una dozzina di unitari, li fa fucilare e il riso cessa immantinente. Sopprime immediatamente ogni libertà di stampa e di parola, proibisce ogni giornale che non canti le sue lodi, e burlone, come lo sono spesso i feroci, obbliga la _Gaçeta Mercantil_, diario ufficiale, a ristampare per mesi il medesimo articolo che fa il suo panegirico. Avoca nelle sue mani il potere giudiziario e giudica a beneplacito; abolisce istituti d’insegnamento; destituisce in massa magistrati ed ufficiali; brucia e spezza tele e statue credute colpevoli d’allegorie ribelli; impone a tutti l’obbligo della milizia, anche agli stranieri; decreta persino che uomini e donne, quegli all’occhiello, queste al capo, portino un nodo rosso che distingua i federalisti dagli unitari; «che marchi, dice un Argentino, il suo armento.[67]»

Ma tutto ciò è nulla al paragone della persecuzione cominciata fin dal primo giorno contro gli unitari, e proseguíta per oltre vent’anni col medesimo accanimento. _Mueran los selvages unitarios_, fu il grido del Rosas, e il grido ripetuto dalle campagne alle città, dalle mille bocche d’un popolo inferocito, si tramuta in leggi di sangue all’istante ubbidite. Le esecuzioni capitali con apparenza di un giudizio sembrano, al confronto degli assassinii proditori e dei massacri in massa, atti di mite e regolare legalità. Per suggerimento e sotto la protezione dello stesso Rosas, viene costituita una società sanguinaria detta _Mas-Horca_,[68] che riceve dal dittatore stesso l’autorità di segnare a dito gli unitari, o quanti siano sospetti d’esserlo, e di sterminarli. I governatori delle provincie, degni seidi del tiranno, pubblicano decreti di questo tenore: «Tutti gli Argentini sono autorizzati a togliere la vita agli unitari in qualunque luogo della Repubblica;[69]» e i bandi feroci sono eseguiti. Non è una guerra, è una caccia all’uomo, ferina e selvaggia. Gli unitari cadono a migliaia pugnalati per le vie e per le taverne, di notte e di giorno, nelle città e nelle campagne; e fortunati ancora i pochi che salvano la vita colla perdita degli averi e coll’esiglio. Nè il dittatore pensa solo a disfarsi dei nemici, ma di quanti amici abbia ragione di sospettare rivali o di temere potenti. Così il Lopez, il Cullen muoiono avvelenati o coltellati d’ordine suo, e persino il Quiroga, il primo sostegno della sua fortuna, il più fedele alleato delle sue imprese, la _tigre della Pampa_, emulo degno della sua rinomanza feroce, scompare di una morte misteriosa, di cui il Rosas è accusato; ma che il Rosas audacemente festeggia.