Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Part 8

Chapter 83,655 wordsPublic domain

Lungo la sponda occidentale del Los Patos correvano larghi e continui banchi di sabbia, che erano diga insuperabile alle grosse navi imperiali, e via di scampo e di rifugio ai due piccoli legni repubblicani. Però, quando Garibaldi si vedeva minacciato dalla squadra nemica o aveva bisogno di vettovagliarsi o di restaurare i suoi lancioni, non aveva, com’egli diceva, _che a far l’anitra_; spingere, cioè, i lancioni sui banchi, e saltando coi suoi nell’acqua, tirarli a terra a forza di braccia.

Una volta adunque che i nostri Garibaldini, nulla vieta di chiamarli fin d’allora così, avevano «fatto l’anitra» e preso terra sui possessi medesimi del Presidente, precisamente nei dintorni d’un _saladero_ (specie di capannone per salarvi le carni) detto il _Galpon de Chargucada_, e proprio nel momento in cui, rassicurati dai rapporti degli esploratori, se ne stavano abbandonatamente, quali terminando il loro rancio, quali a tagliar legne o a raccomodar vele e sartie, odono risuonare sul loro capo un terribile squillo di carica e di _deguillo_, o, come tradurremmo noi, di sgozzamento. Erano gl’Imperiali: era un grosso corpo di cavalieri, capitanati da un certo colonnello Moringue, famoso, assicurano, per furberia e coraggio, che sbucando a un tratto dal fitto sipario di nebbia che li aveva sino allora nascosti, si precipitavano sull’accampamento repubblicano e minacciavano sterminarlo. La sorpresa dell’inaspettato assalto fu tanta, la furia degli assalitori era tale, che Garibaldi, il quale se ne stava tranquillamente centellando il suo _mate_,[42] e il cuoco, che gli era seduto dappresso, ebbero appena il tempo di balzare in piedi e di rifugiarsi nel Galpon; anzi uno dei cavalieri nemici giunse sì presso a Garibaldi stesso, che, mentre questi entrava nella porta del Galpon, riesciva a forargli il _poncio_ con un colpo di lancia. Tuttavia i due Italiani furono ancora in tempo a sbarrare la porta del capannone, e poichè fortuna volle che tutte le armi degli accampati fossero cariche e schierate in ordine intorno alla porta stessa, poterono anche aprire istantaneamente contro il nemico un fuoco micidiale. Garibaldi sparava e il cuoco riporgeva le armi e le ricaricava, e ogni colpo feriva giusto e atterrava un nemico. Intanto alcuni Garibaldini sparsi nei dintorni, chiamati dalle trombe e dalle fucilate, accorrevano in soccorso dei loro compagni, e rasenti le muraglie, strisciando tra le macchie, sfidando il fuoco degl’Imperiali, riuscivano a penetrare nel Galpon. Via via arrivarono Carniglia, Ignazio Bilbao biscaglino, Edoardo Mutru nizzardo, Raffaello e Procopio, l’uno mulatto l’altro nero, Francesco Sylva spagnuolo ed altri cinque, di cui Garibaldi stesso lamenta di non ricordare il nome. Così i difensori del Galpon diventarono tredici, e apparivano cento. La disperazione somministrava le armi e il furore; ma una disperazione fredda, calcolatrice, impavida, che pareva rendere più acuto l’occhio, più fermo il polso dei difensori, e faceva nello stormo degli assalitori irreparabili vuoti. Il Galpon era stato in pochi istanti coperto di feritoie, e da ogni feritoia partiva la morte. A un certo punto gli assalitori, stanchi di vedersi decimati senza potere offendere, immaginarono d’incendiare il Galpon. Salirono perciò sul tetto, lo scoperchiarono e si diedero a gettare sull’improvvisata cittadella fasci di legne accese. Fu quello pei difensori il momento più terribile; molti di loro, colpiti da quella breccia aperta nell’alto, caddero mortalmente feriti. Pure non smarrirono un istante l’animo invitto: guidati da Garibaldi, mentre gli uni attendevano a spegnere il nascente incendio, gli altri puntavano, freddi e calmi, contro ogni nemico che s’affacciasse dal tetto e lo fulminavano. La difesa si protrasse così ancora per qualche tempo, ma venne un punto in cui gli assaliti si contarono, e non erano più che tre. Cinque erano morti, cinque gravemente feriti. Gli Imperiali, quantunque decimati, superavano ancora il centinaio, e la rabbia dell’inattesa resistenza li rendeva ancora più feroci. Oramai non restava più ai difensori che l’ultima ragione della baionetta e una morte gloriosa. In quel punto Garibaldi, trovando nel sublime delirio dell’imminente agonia un impensato stratagemma, intuona in faccia ai nemici esterrefatti l’inno di Riego:

Soldados, la patria Nos llama a la lid: Coriemos, coriemos La patria a salvar.

E i due compagni tengon bordone, e i feriti cui resta un filo di voce ancora accompagnano, e tanto è l’effetto di quelle patriottiche note elevate da quel coro d’eroici morenti, che gl’imperiali, tra stupiti e commossi, ristanno alcun poco interdetti e sospendono per alcuni istanti l’assalto. Fu la salvezza degli assediati: che in quel medesimo punto il negro Procopio essendo riuscito a fracassare con una ben aggiustata palla il braccio del colonnello Moringue, i suoi cavalieri si turbano e si scompigliano, il colonnello stesso ordina la ritirata, e in poco d’ora il Galpon è libero e tutto il piano circostante sgombro di nemici. Era quello il primo combattimento di terra che Garibaldi sosteneva. Per cinque ore tredici uomini ressero all’assalto di centocinquanta agguerriti cavalieri, comandati da uno dei più valorosi e astuti capitani del Brasile.

Due anni dopo il capitano Lelièvre con centoventitrè uomini difendeva la Torre di Mazagran contro dodicimila beduini; ma Mazagran era una fortezza e il Galpon di Chargucada una bicocca.

Le «anitre» erano tornate all’acqua. Il governo di Piratinin, visto come l’assedio posto a Porto Allegre si trascinasse troppo per le lunghe e non promettesse alcun prospero fine, deliberò di dar la mano ai rivoluzionari della finitima provincia di Santa Caterina, ove si erano già manifestati molti segni di ribellione all’Impero, e poteva, una volta soccorsa, mettere l’esercito di Don Pedros tra due fuochi e seriamente minacciarlo. Ordinò quindi una doppia spedizione _auxiliadora_. Il general Canavarro dovea agire per terra ed il capitan-tenente Garibaldi per mare. Ma agire per mare era una parola. La Repubblica aveva bensì aggiunti al Rio Pardo ed al Republicano che tenevano la laguna altri due più grossi lancioni, uno dei quali (dell’altro non si trova scritto il nome) era chiamato il Seival; ma sull’Oceano essa non possedeva nè porti, nè flotta, e la laguna del Los Patos era separata dall’Atlantico da oltre venticinque leghe di terra e le sue foci erano tutte in mano degl’Imperiali. Come fare adunque? Caricare due lancioni sopra carri e trasportarli dalla laguna in mare: fu questo il suggerimento di Garibaldi e fu senza indugio accettato. Presi pertanto il vecchio Rio Pardo ed il nuovo Seival, e commesso ad un abile carradore dei dintorni la costruzione di due lunghi carri sostenuti da quattro altissime ruote, si mise all’opera. Da un’insenata a greco della laguna sgorga entro un burrone un torrentello detto il Capivari, il quale dopo un corso di oltre venti leghe andava a finire colle sue povere acque in un altro lago chiamato Taramanday, che a sua volta sboccava per mezzo a vorticosi frangenti nell’Atlantico. Ora Garibaldi scelse per il trasporto dei suoi lancioni queste due vie. Fatti entrare i carri nel Capivari fin presso al suo sbocco dalla laguna, vi fece scorrer sopra, senza grandi sforzi, i due lancioni: attaccò a ciascun carro venticinque paia di buoi: discese, non dice in quanti giorni, tutto il letto del fiume: giunse, con meraviglia degli abitanti accorrenti a quell’insolito spettacolo, fino alle sponde del Taramanday, ivi scaricò i due legni, li gettò in acqua, li armò e li allestì d’ogni occorrente e drizzò la prua verso l’Oceano. Il più pareva fatto, ed era il meno.[43]

Il fondo di foce del Taramanday è bassissimo e soltanto nelle ore d’alta marea praticabile; oltre a ciò, la costa dell’Atlantico in quel punto scopertissima e per le correnti alluvionali che la solcano e gli spessi marosi che la flagellano, oltremodo ardua e perigliosa. A Garibaldi quindi e a’ suoi arditi compagni si convenne attendere fin quasi a sera il ritorno dell’alto flusso; ma quando questo arrivò e si prepararono a tentarne il passaggio, s’avvidero che l’acqua non bastava ancora. Era dunque giocoforza ricominciare da capo; faticare e sudare ancora, manovrare di destrezza e di coraggio, balzare di nuovo in acqua, spingere e trascinare di nuovo i bastimenti a forza di remi e di braccia, scivolare nel buio della notte tra le secche e i frangenti; dare una battaglia all’Oceano anche prima di potervi entrare.

E la battaglia prima delle tre ore del mattino era vinta, e Garibaldi poteva dire che eran quelli i primi bastimenti che superassero quelle sirti fin allora intentate; ma l’Oceano se ne vendicherà. Non appena infatti i lancioni ebbero salpata l’áncora, un fortunale di mezzogiorno si scatenò con tanto furore, che il capitano, posto tra il pericolo imminente e quasi certo di veder i suoi legni andar sommersi al primo colpo di vento e l’altro ancor lontano ed incerto di cader prigioniero nelle mani degl’Imperiali, scelse tuttavia questo e comandò di accostar terra il più presto, comunque, dovunque. Ma anche per questa manovra era tardi. Il _Seival_, comandato dal Griggs, come il più forte e il più snello potè ancora reggere all’urto e afferrare, sebben sconquassato, la costa. Il _Rio Pardo_, più piccolo e più carico, dopo avere lungamente e valorosamente lottato, battuto di fianco da un’ondata più furibonda delle altre andò capovolto sotto i flutti e non si risollevò mai più.

Allora apparve uno spettacolo terribile. Garibaldi, buttato come tutti gli altri in preda alle onde, non ebbe nell’istante del disastro che un solo pensiero: provvedere alla salvezza de’ suoi compagni. Gagliardissimo nuotatore, andava da un naufrago all’altro, a questi porgendo la mano, a quelli stendendo un boccaporto o un remo, a tutti recando un aiuto ed un consiglio; ma invano.

Luigi Carniglia fu il primo a perire sotto i suoi occhi. Il destino volle che nel momento del naufragio egli portasse indosso un pesante giacchettone di _calmuck_, che serrandogli fortemente le membra gli impediva di nuotare. Si tenne egli aggrappato ai sartiami dello sbattuto bastimento finchè gli bastò la forza; ma venutagli meno si mise a gridare al soccorso. L’intese Garibaldi e accorse in due lanci; e mentre si reggeva egli pure con una mano al bastimento, coll’altra tratto di tasca un coltello si diede a tagliare, febbricitante, il collo ed il dosso della tenace giacchetta; e già questa cadeva a lembi, già il bravo timoniere ricuperava il fiato ed il moto, quando una furiosa ondata percuote e divide d’un colpo i due amici, manda in brani il bastimento e sommerge tutti. Ritornò a galla stordito, ma lottante ancora Garibaldi; il suo fido Carniglia, colui che gli aveva salvata la vita sulla Plata, non vi tornò mai più.

Allora oppresso da ambascia mortale, più come automa spinto da un involontario impulso che come uomo guidato dall’amore della vita, Garibaldi s’avvia lento e triste verso la spiaggia. Quando toccatala appena vede boccheggiare sull’onde, agitando le braccia con gesti disperati, l’altro suo amico Edoardo Mutru. Il Nizzardo era a terra, al sicuro, affranto da una lotta disperata di più ore; pure il pensiero della salvezza de’ suoi lo domina sempre, torna a slanciarsi in mare, arriva in pochi passi presso l’amico agonizzante, gli porge un boccaporto; ma nel punto in cui il povero Mutru tenta allungare le braccia ed afferrarlo, l’ultima lena gli vien meno e l’onda lo arrotola, lo capovolge e lo ingoia per sempre. Era l’ultimo sforzo, di cui anche Garibaldi poteva essere capace. Raggiunta di nuovo la riva, fatta la triste rassegna de’ naufraghi, sedici erano periti: quattordici soli erano salvi, e tra di essi, mortale certezza al cuore del nostro patriotta, nemmeno uno italiano. «Carniglia, Mutru, Staderini, Navone, Giovanni, un altro di cui non rammento il nome (scrive dolorosamente Garibaldi), erano tutti morti. Forti e buoni nuotatori perirono. Alcuni giovanotti americani che non sapevano nuotare erano salvi. Pare incredibile, ma è vero. Io vaneggiava: mi pareva il mondo un deserto.[44]»

E tuttavia anche la vita de’ superstiti pendeva ad un filo. Balestrati su una spiaggia deserta, fradici fino alla midolla, assiderati dalla lunga immersione, privi da molte ore d’alcun ristoro, spossati dalla lotta disperata contro la tempesta, se un pronto soccorso non sopravveniva sarebbero morti certamente di freddo e d’inedia sul palmo di costa in cui l’onda li aveva gettati. Per fortuna il soccorso venne; e fu un consiglio. «Corriamo,» suggerì una voce, «corriamo:» assentirono tutti. E quei quattordici naufraghi, ignudi e tremanti, raccolto l’estremo delle loro forze si diedero a correre macchinalmente sulla sabbia della riva fin che ebbero lena. Fu la loro salvezza. Al tornar del calore tornava la vita, almeno quel tanto di vita che era loro necessario per potersi trascinare alla prima casa abitata, dove pervennero infatti e trovarono ogni maniera d’ospitali conforti.

XII.

Ma ben altre prove lo aspettavano. Quel generale Canavarro che doveva operare per terra, accolto come liberatore dagli abitanti della città di Laguna, ed ivi piantato il governo repubblicano, di cui fu eletto segretario il Rossetti, s’apparecchiò a marciare avanti ed a riprendere anche sul mare le ostilità. Di queste affidò la piena balía a Garibaldi, ammiraglio nato di quelle guerre, il quale, raccolta nelle acque della laguna[45] un’altra flottiglia, ossia due golette, una col nome storico di _Rio Pardo_ da lui comandata, l’altra con quello di _Cassapara_ comandata dal Griggs, e il vecchio _Seival_ sotto il governo dell’italiano Lorenzo, si slanciò una notte, malgrado la crociera imperiale, nell’Oceano.

Da principio le sorti della piccola flottiglia repubblicana corsero prospere: all’altezza dell’isola di Santos sfuggì alla caccia d’una corvetta imperiale, presso all’isola di Abrigo catturò due _sumaques_ brasiliane cariche di riso ed un’altra più tardi. Ma alcuni giorni dopo, perduta in una oscura notte di tempesta la _Cassapara_, ridotta la squadriglia ai soli _Rio Pardo_ e _Seival_ e affrontata all’altezza di Santa Caterina da un grosso _patacco_ brasiliano, sostenne bensì per alcun tempo il combattimento, ma una cannonata nemica avendo smontato un pezzo del _Seival_ e forata la sua chiglia, per giunta le _sumaques_ impaurite avendo ammainata la bandiera, Garibaldi fu costretto a cercar rifugio nel porto di Imbituba.

Colà un vento avverso di mezzoggiorno lo teneva quasi prigioniero, e allora la squadra brasiliana, forte di tre grossi bastimenti, prese ella l’offensiva. Inutile dire che il nostro capitano s’apparecchiò a riceverla da par suo. Collocò il cannone smontato dal _Seival_ dietro una batteria gabbionata, sopra il promontorio che proteggeva la baia dalla parte di levante; imbossò il _Rio Pardo_ traverso il porto e attese l’attacco. Le bordate degl’Imperiali erano spesse e terribili, i cannonieri dei Repubblicani si studiavano a compensare la poca forza dei loro pezzi colla giustezza dei tiri e coll’intrepidezza; ma, come accade sempre nei combattimenti disuguali, ogni perdita che facevano gli assaliti era rovinosa e decisiva; le perdite degli assalitori, per quanto grandi, quasi insensibili. Oramai il _Rio Pardo_ era stremato; la sua coperta era ingombra di cadaveri; i suoi fianchi, la sua alberatura, laceri e mutilati. Solo il pezzo della batteria di terra continuava la difesa e teneva in rispetto il nemico. Da un istante all’altro Garibaldi s’attendeva l’arrembaggio ed in cuor suo quasi lo pregustava. Ma a un certo punto, che è, che non è, i colpi dal mare diradano, il fuoco va via via cessando, la squadra nemica si ritira. Fu detto che la cagione dell’improvvida ritirata fosse la morte del comandante di uno dei legni brasiliani, ma nessuno l’accertò. Garibaldi restò una volta ancora con forze disuguali, e per il solo ostinato coraggio suo e de’ suoi, padrone del campo; e girato sul far della sera il vento, potè la notte medesima, tardi scoperto e invano inseguito, rientrare sicuro e vittorioso nella laguna di Santa Caterina.

XIII.

I vincitori di Imbituba non furono soltanto uomini. Fin dal cominciare della zuffa si sarebbe potuto vedere sulla tolda del _Rio Pardo_ una donna, la quale impavida al fuoco, sprezzante la morte, ora soccorrendo i feriti, ora incorando i combattenti, ora sparando ella medesima il suo bravo colpo di carabina, porgeva a tutti un singolare spettacolo d’intrepidezza e di gagliardía virile. Era Anita. Si trattasse d’uno di quegli amori di ventura e di capriccio tanto frequenti al nostro eroe, e dir si potrebbe a tutti gli eroi, o vi scivoleremmo sopra o ne taceremmo affatto. Ma di questa donna che fu la più durevole e fors’anco l’unica passione vera di Garibaldi, la di cui istoria è tanto immedesimata in quella dell’uomo del suo cuore, che molti gesti e trionfi di lui rimarrebbero incompiuti e inesplicabili senza la presenza e partecipazione di lei, e la cui vita fu tutta un romanzo d’amore, di fede e di eroismo, e la morte una tragica catastrofe d’eroico poema; di questa donna, dico, strana forse di costumi, ma ingenua di cuore, volgare di sangue, ma nobilissima d’animo, la storia non potrebbe tacere senza smezzare Garibaldi stesso. Quanto egli fosse sensibile al fáscino potente dell’eterno femminile, lo vedemmo nella capanna del _Capataz_ innanzi alla donna poetessa. E non sarebbe stato eroe altrimenti. Come non si potrebbe concepire Achille senza Briseide, Rolando senza la bella Alda, il Cid senza Chimene e Ruggiero senza Bradamante; così non si concepirebbe Garibaldi senza la donna. Le avventure delle armi traggono seco quelle dell’amore; e il sangue ricco, la salute fiorente, il gusto della vita sciolta e perigliosa che fanno il soldato, fanno l’amante paladino.

Bello, giovane, ardente, gagliardo, facilmente amava ed era facilmente amato. Romantico in azione, figlio armato di Byron e di Walter Scott, amare occultamente una vergine violentata da padre crudele, una sposa vittima di marito brutale, consacrarle un eterno amore e portarne seco l’immagine

Tra il furor delle tempeste, Fra le stragi del Pirata,

strapparla a’ suoi oppressori e rapirla in una notte burrascosa sulla groppa del suo cavallo, farne l’amazzone del suo campo e la sultana della propria nave, era il suo sogno, la sua poesia, la forma ideale con cui egli concepiva l’amore. Così si spiega il romanzo d’Anita; ma si spiega anche come questo romanzo dovesse avere parecchie prefazioni.

Poco dopo il suo arrivo sul Camacua, accolto ospitalmente in casa da una delle sorelle del Presidente, v’incontra una Manuella, bellissima vergine, dice lui, ma destinata sposa ad un figlio del Presidente: perciò appunto se ne infiamma fulmineamente; diventa il suo cavaliere, il suo navalestro, il suo tacito amante; gli consacra mentalmente le sue fatiche, le sue prodezze, la sua vita; sogna, sospira, si adorna, si pavoneggia per lei; e quando torna vittorioso dal combattimento del Galpon, e saputo che la fanciulla aveva chiesto tutto il giorno sue nuove, e tremato e impallidito più volte per la sua vita, esclama «che quest’annunzio gli era stato anche più dolce della vittoria;» e ancora dodici anni dopo, associando nella sua mente i ricordi di Manuella e di Anita, esclamava: «Bellissima figlia del continente, tu destinata donna ad un altro!... A me riserbava la sorte altra brasiliana.... ch’io piango oggi e piangerò tutta la vita.... Dolce madre de’ miei figli, mi conobbe nella sventura, naufrago!... Più che il mio merito, la vincolarono a me le mie sciagure, e me la sacrarono per la vita!»

Scampato dal naufragio dell’Atlantico, Garibaldi raggiunse a Laguna il generale Canavarro, a cui gli abitanti stessi rovesciato, al suo avvicinarsi, il governo imperiale, avevano aperte le porte. Anche Garibaldi, quindi, trovata una città amica là dove aveva temuto trovarne una ostile, vi fu ricevuto con ogni maniera di festose accoglienze e onorato immediatamente del comando della goletta _Itaparika_, forte di sette cannoni. Era però mesto e abbattuto. La perdita di tanti cari compagni, specialmente del Carniglia e del Mutru, l’aveva piombato in una profonda tristezza. Si sentiva solo sulla terra: un vuoto immenso pesava sul suo cuore: la vita gli pareva insopportabile. Fu allora che gli balenò alla mente per la prima volta l’idea del matrimonio. Fino a quel giorno la vita coniugale gli era parsa tanto disadatta e contraria all’esistenza nomade e avventuriera toccatagli in sorte, che l’aveva riguardata sempre come un evento impossibile; ma dopo il naufragio dei lancioni la corrente de’ suoi pensieri mutò: sentiva il bisogno di surrogare in qualche modo gli amici perduti, di trovare un’anima fedele ed amante che dividesse con lui le battaglie del destino e gli rendesse men dura la solitudine dell’esiglio. Aveva il Rossetti, è vero, amato da lui come un fratello; ma il Rossetti per i doveri del suo ufficio era costretto a stargli lontano e tornavano rarissime le occasioni in cui potesse vederlo. Oltre a ciò, l’amicizia d’un uomo, per quanto forte, non gli bastava più; era il cuore d’una donna che gli abbisognava, d’una donna tutta, soltanto, indissolubilmente sua: e quando la trovò, se la prese.

Una sera se ne stava con questi pensieri contemplando dal suo bordo la riva, quando notò sul molo vicino un gruppo di donne e di fanciulle. In sulle prime le loro figure passavano e ripassavano in confuso innanzi a’ suoi occhi; poi a poco a poco il suo sguardo, forse il suo cuore, ne fissò una e s’arrestò a contemplarla. Era una giovane nella pienezza dell’età e della forza, dotata di una irregolare, ma virile bellezza: l’ideale femminile che Garibaldi cercava. Però prima d’averle parlato e d’averla udita parlare, per il solo effetto di quella invisibile e magica scintilla donde è sempre nato l’amore, il Nizzardo l’amò. Ed ella pure doveva aver notata la bionda e leonina testa del marinaio straniero che da giorni la spiava: ella pure aveva sentito il fáscino di quello sguardo e il tocco di quella scintilla, e dato nel suo segreto il cuore a colui che gli offriva il suo. Però un’altra sera Garibaldi non si contenne più; formò il suo disegno, scese a terra e s’avviò difilato verso la casa della giovane. Il suo cuore batteva violentemente, ma chiudeva una risoluzione incrollabile. Sulla soglia incontrò un uomo, il quale forse per la conoscenza che aveva fatto del prode Italiano, forse obbedendo alle costumanze di quel paese, lo invitò ad entrare ed a prendere con lui una tazza di caffè. Garibaldi, dice egli stesso, «sarebbe entrato anche senz’essere invitato.» L’invito gli agevolò la parte che s’era proposta. Appena in casa, colto il momento propizio, s’avvicinò alla giovane e le susurrò, calmo e formidabile insieme: «Fanciulla, tu sarai mia.» Ella non rispose che un cenno, ma conteneva un patto d’amore infrangibile.

Egli tornò, non visto, alcune sere dopo, la prese, più che non la rapì, sotto il suo braccio, la fece salire, come a talamo inviolabile, il bordo del suo Rio Pardo, la pose sotto la tutela formidabile de’ suoi cannoni e de’ suoi marinai, e in faccia al cielo e al mare la giurò sua sposa.