Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Part 24

Chapter 243,707 wordsPublic domain

La mattina del 13 però i Francesi smascherano tutte le loro batterie e con trenta bocche da fuoco battono per sette giorni e sette notti i bastioni sesto e settimo, e la sera del 21 vi spianano in tre punti la breccia. Ora non restava più ai Francesi che di salirla; ai Romani di difenderla; e forse con maggior vigilanza lo potevano. Ma la notte tra il 21 e il 22 i Francesi, taciturni, rapidi, ordinati, tentano l’assalto; il battaglione del reggimento _Unione_, che vi stava di guardia, si lascia prima sorprendere, poi intimidire, poi voltare in fuga; e gli assalitori, solleciti a trar profitto del pánico, checchè n’abbia novellato l’Oudinot,[141] son padroni quasi senza combattimento delle mura di Roma.

XVIII.

A questo punto però il nostro eroe è chiamato a rispondere dell’opera sua.

Presa la breccia, il Rosselli, divenuto audace a un tratto, propone che ne sia tentata la ripresa, la notte stessa, immediatamente; il Mazzini, che aveva in grande stima il dottrineggiare del Generalissimo, creatura sua, lo seconda; l’Avezzana si mostra dello stesso parere, e tutti insieme vanno da Garibaldi, il quale, smantellata e resa inabitabile Villa Savorelli, s’era trapiantato pel momento al palazzo Corsini, e gli propongono, quasi direbbesi lo pregano di mettersi a capo dell’immaginata conquista, profferendogli, se acconsentisse, quante forze gli fossero per occorrere. Garibaldi, cosa maravigliosa in lui, dapprima si rifiuta alla prova, affermando stanche e scoraggiate le truppe; poi, sollecitato di nuovo, promette di mala voglia di cimentarsi per le cinque della sera; però, venuta anche quell’ora, si disdice per la terza volta e dichiara ineseguibile l’impresa.

Il Mazzini se ne sdegna, vede nella risoluzione di Garibaldi la caduta di Roma e ne scrive irritatissimo al Manara, quasi sperasse farsene un alleato od un proselite. Pure Garibaldi, letta la lettera del Triumviro, mormorò poche acerbe parole, ma non mutò divisamento. Egli persisteva a credere che l’assalto alla breccia, specialmente notturno, con truppe stanche, sfiduciate, insospettite dalle voci di tradimento, orbate, pei ripetuti combattimenti, dei migliori loro ufficiali, sarebbe inevitabilmente fallito; e che oramai la sola risoluzione provvida e urgente da prendersi fosse quella di riparare dietro una nuova linea, ch’egli aveva già ideato, e di ripigliare più ampiamente dietro di essa la difesa.

Avesse torto o ragione, ci mancano i criterii per sentenziarne. Certo chi consideri l’indole di Garibaldi e rammenti che tanto più un’impresa lo allettava, quanto più gli appariva arrischiata, penserà come noi, che se egli si arretrava dinanzi a quella, piena di tanta gloria, doveva avere le sue buone e forti ragioni: nè si lascierà persuadere sì di leggieri ch’egli volesse usare violenza alla propria natura, e rischiare in un punto solo la sua popolarità e la sua fama per un vano capriccio od un fanciullesco puntiglio. Ma la questione non è qui: la questione è se Garibaldi disubbidì, siccome molti pretesero, a ordini espressi, o rigettò puramente un consiglio, e contraddisse una proposta. E posto in siffatti termini il quesito, la risposta non è dubbia. Tutti gli storici parlano di _proposte_, di consigli, di preghiere; nessuno di comandi precisi e categorici.[142] Il Rosselli propone l’attacco e offre le truppe; l’Avezzana e il Mazzini appoggiano la proposta; Garibaldi acconsente, poi dissente: ecco tutto quello che ne dicono gli storici, anche i più avversi al Nizzardo. Ora non è così che si procede in guerra; non è così che parlano i capitani d’esercito e i governanti degli Stati. Il Rosselli, se era convinto del fatto suo, doveva comandare, il Governo sancire coll’autorità sua il comando del Generale in capo e il Generale subalterno ubbidire od essere deposto, e l’impresa condotta a termine ugualmente. Ma per parlare e operare così conveniva non avere nel cuore di Roma la piaga di due generali: l’uno di nome, l’altro di fatto; conveniva che il Generale in capo comparisse un po’ più di sovente sul campo di battaglia, e il Triumviro si immischiasse un po’ meno di cose di guerra; conveniva sopra ogni cosa che ognuno fosse al suo posto, che tutte le forze lavorassero sotto l’impulso d’un solo motore; che una mente, una volontà sola governassero e difendessero Roma, al fine di glorificarne la morte, se più non era possibile salvarne la vita.

Ed eran questi i motivi che apparentemente scusavano, se non eran quelli che in segreto animavano la mente di Pietro Sterbini la mattina del 22. Dicendo «esser venuto il momento di concentrare nelle mani d’un solo la somma delle cose,» e inetto il Rosselli e fiacco il Triumvirato; va prima da Garibaldi a proporgli la dittatura; questi disdegnosamente la ricusa; non per questo lo Sterbini si smarrisce, e disceso presso Ponte Sisto arringa i soldati, acclamando dittatore il generale Garibaldi; prosegue ripetendo il grido per Piazza Colonna, applaudito dalle turbe e spalleggiato fin là dai facinorosi; quando un ardito giovane fattosi incontro all’agitatore l’apostrofa acerbamente: «Ai magistrati portasse le accuse e non sulle piazze, cessasse per Dio dall’agitare la face della discordia anche in quelle ore supreme; e perchè non cessava, gli appunta al petto un archibuso e lo pone in fuga.» Ciò non ostante due o trecento sollevatori recaronsi alle stanze dei Triumviri, ma il Mazzini ammonì severamente gli oratori loro; e quando l’Assemblea ebbe a deliberare sulla proposta introdotta in un’adunanza segreta per dare a Garibaldi la dittatura, ossia «il Governo supremo della difesa» come lo Sterbini diceva, fu vinto il partito contrario, «e fu meno male che Roma non saggiasse anche lo Sterbiniano imperio.[143]»

XIX.

Abbiamo voluto narrare l’episodio quasi colle parole stesse di Luigi Carlo Farini, affinchè si vegga che nemmeno il caldo avversario di Garibaldi potè accagionarlo d’aver mestato nell’insano complotto. Fu tutto pensiero ed opera dello Sterbini, che il Garibaldi ripudiò. La dittatura era forse la sola forma di Governo ch’egli intendesse, e l’aveva perciò proposta all’Assemblea romana fin dai primordii della Repubblica; ma nel giorno in cui lo Sterbini, che pur l’aveva la prima volta combattuta, veniva a proporgliela in quel modo, egli l’aveva giudicata, peggio che inutile, ruinosa e come tale rigettata.

Perduta la breccia e la speranza di riconquistarla, ai Romani non resta fuori di Roma che il Vascello; solo, ma formidabile sempre; e dentro Roma che il tratto dei bastioni di Porta San Pancrazio e Porta Angelica, e come seconda difesa la linea tracciata meglio che formata dai logori avanzi del Muro Aureliano. Questa linea era sostenuta al centro dalle batterie così dette del Pino; ad occidente dal bastione ottavo, e dalla Villa Spada; ad oriente dai conventi di San Callisto e di San Cosmate sulle falde dell’Aventino.

Gli è perciò intorno a queste posizioni che sta per rinnovarsi la lotta. I Francesi, gagliardemente trincerati nella breccia conquistata, avviano una terza parallela e bersagliano le posizioni nemiche, scatenando notte e giorno sulla città una pioggia di bombe, che vanno spesso a danneggiare i monumenti e i capi d’arte più famosi: i Romani afforzano Villa Spada, affidano al valore d’una compagnia di Legionari del Medici la ripresa della casa Barberini (colà ebbe fracassato un braccio il capitano Gorini, e il corpo lacerato da diciassette ferite Gerolamo Induno, e la spalla forata di baionetta il giovinetto Cadolini), e non lasciano al nemico che un monte di rovine; armano di nuovi pezzi le batterie del Pino, afforzano Villa Spada, tempestano di colpi bene assestati le batterie francesi, sopportano con invitta costanza i disagi dei lavori notturni, i guasti del bombardamento, i vuoti della morte.

Tutti ingrandisce la coscienza d’un alto dovere. Il Medici, fatta del Vascello una fortezza, con un manipolo di prodi, d’approccio in approccio, di piano in piano, di pietra in pietra, lo difende. Bersagliato notte e giorno dalle artiglierie di Villa Corsini, tormentato senza posa dalle carabine dei famosi Cacciatori d’Affrica, sfabbricato in gran parte l’edificio che gli serviva insieme di asilo e di rôcca, nulla basta a scrollar la sua fredda, impassibile fermezza. Squarciato il secondo piano, scende al primo; crollato anche il primo, passa al pian terreno; diroccato questo pure, ripara nella cantina; minata anch’essa, s’accampa all’aperto; ma non cede un sasso della sua ruina e la rende immortale.

Nè meno maravigliosi i difensori delle batterie; e innanzi a tutti i cannonieri. Disuguali d’armi, mal coperti da terrapieni improvvisati, costretti a combattere con pezzi di campagna contro pezzi d’assedio, più d’una volta fan tacere le batterie nemiche, ne conquassano o ne demoliscono le opere, strappano, per la giustezza dei tiri e l’intrepidezza della difesa, grida d’ammirazione agli stessi nemici.[144]

Pure v’era un uomo che compendiava in sè tutti gli eroismi, e pareva abbellire colla calma la morte e render credibile coll’invulnerabilità il miracolo: ancora Garibaldi. Lasciata pure Villa Spada, s’era fatto costruire un capanno di stuoie presso la batteria del Pino, la sua prediletta; e là, fra il rombo assordante delle bombe francesi, passava i giorni e le notti speculando attento le mosse del nemico, dirigendo il fuoco della batteria, spacciando i suoi ordini a ogni parte del campo, e trovando ancora il tempo di accordare qualche udienza, persino al bel sesso, e modo di dormire tranquillamente come in casa sua.[145]

XX.

L’ora pertanto s’appressava. Dal 27 al 29 sette batterie francesi, munite di trentuna grosse bocche da fuoco, avevano tirato con brevi intervalli sopra tutte le posizioni romane, e malgrado la virtù de’ difensori fatto di esse mucchi di rottami e di sepolcri. Al mattino del 29, il Casino Savorelli era distrutto, la Porta San Pancrazio sfiancata, il bastione nono e la Villa Spada gravemente danneggiati, la batteria del Pino conquassata, infine il bastione ottavo, punto di mira dell’assediante, ridotto una maceria e la quarta breccia aperta ne’ suoi fianchi. Quei tre giorni costarono ai difensori di Roma centottantacinque uomini tra colpiti da morte e feriti; ma non per questo smarrirono l’animo: la breccia era aperta; bisognava difenderla: questo fu il giuramento, e fu tenuto.

La mattina del 30 due colonne francesi, sostenute da riserve, muovono di fronte e da sinistra all’assalto della breccia; i Romani li respingono disperati; assaliti e assalitori si trovano ben presto corpo a corpo: un fiero combattimento _a ferro freddo_ s’impegna sul terrapieno. Emilio Morosini, diciottenne eroe, gentil sangue ticinese, fa colle sole armi sue eccidio di nemici, e sebben ferito due volte, non resta dalla pugna: chè trasportato da’ suoi alle ambulanze, ma abbandonato in cammino e sopraggiunto dai Francesi non s’arrende ancora, e mena di sciabola finchè gli basta la lena; finchè una seconda palla nel ventre gli trapassa il bel corpo e ne invola l’anima eroica.

Pure la breccia è salita, ma non vinta ancora; le batterie della Montagnuola fanno strage degli assalitori: i Francesi pagano ogni palmo di terreno col sangue de’ loro capitani; gli artiglieri si fanno tagliare a pezzi sui loro cannoni, ma non s’arrendono;[146] esauste le polveri, spezzate le baionette, fracassati anche i calci de’ fucili, restano ancora a far barriera i petti dei superstiti e i cumuli dei morti; fino a che, ahi gloriosa, ma vana ecatombe!, il numero ha ragione un’altra volta; i Francesi irrompono da ogni lato; l’unica via di ritirata è minacciata, e non resta ai sopravviventi altro riparo che Villa Spada. E quivi Garibaldi, richiamata al Casino Savorelli la Legione Medici, ormai dopo la perdita della seconda linea inutile al Vascello, asserragliata Villa Spada, appoggiate le spalle a San Pietro in Montorio, la sinistra a San Callisto, l’estrema destra al bastione nono, tuttora in piedi, tenta improvvisare una terza linea di difesa. La notte però sospende il combattimento; il dì vegnente sarà l’ultimo di Roma repubblicana.

Preceduti e spalleggiati dal fuoco incrociato di tutte le batterie, i Francesi montano da ogni parte all’assalto; ma il loro obbiettivo è sempre Villa Spada. Colà si decide l’estrema sorte di Roma; colà Garibaldi, il Manara, il Sacchi, i Legionari, i Bersaglieri, quanti uomini son vivi e atti a impugnare un’arma, si preparano all’estrema disfida. Il tetto, le mura, le porte della casa, bombardati come un bastione, crollano da ogni lato sui difensori; e spesso le rovine uccidono quelli che le palle risparmiano, ma nessuno parla di resa. Il Manara infiammato d’ardore eroico, aspirando la strage e quasi desiderando la morte, corre da un capo all’altro della casa, incoraggia i combattenti, conforta i caduti, provvede dovunque alla difesa, governa la lotta; ma nel punto in cui s’affaccia ad una finestra per osservare le mosse d’un cannone nemico, una palla gli entra nelle viscere, e lo stramazza agonizzante fra le braccia di Emilio Dandolo, a cui poco dianzi aveva detto, come Ney a Waterloo: «Non ci sarà dunque nessuna palla per me?»

XXI.

Un altro come lui aveva cercato, in quel baratro infocato di Villa Spada, la morte; ma come se questa non osasse troncare a mezzo il grande destino a cui era serbato, non volle ascoltarlo. Il Manara in quel giorno fu grande; Garibaldi parve terribile. «Egli rivelava (scrive, coll’autorevolezza di chi ha veduto, Augusto Vecchi) egli rivelava in quel giorno qual’uomo si fosse. Ruotava d’ogni lato la spada; faceva mordere la polvere ai mal venturosi che gli si spingevano dinanzi. Pareva Leonida antico alle Termopili. Pareva Ferruccio nel castello della Gavinana. Io tremava ch’egli avesse a cadere da un istante all’altro; ma egli saldo ristette siccome il destino.»

A mezzogiorno tutto era finito: Villa Spada era perduta; Garibaldi si ritirava coi laceri avanzi de’ suoi corpi per la Lungara, sperando ancora di arrestare il nemico a Ponte Sant’Angelo; quando un rappresentante del Popolo venne ad annunziargli che l’Assemblea aveva bisogno d’interrogarlo sullo stato delle cose, e l’attendeva in Campidoglio.

— Credete voi che in un’ora saremo di ritorno a Villa Corsini? — chiese egli al Vecchi, che lo scortava.

— Lo credo....

— Allora partiamo, — e al galoppo, sordido di polvere, intriso di sangue, fiammeggiante il volto per l’ardore della pugna recente, salì il Campidoglio. Al suo apparire l’Assemblea ruppe in una salva d’applausi. Informato che il Mazzini aveva proclamato: «Tre sole vie rimaner aperte: capitolare; difendere la città a palmo a palmo; uscire da Roma, Governo, Assemblea, Esercito, e portare la guerra altrove;» e invitato a salire la tribuna onde esporre il parer suo, rispose:

«La difesa oltre Tevere impossibile: possibile ancora al di qua del fiume la guerra di barricate; ma a patto che tutta la popolazione si ritiri e s’interni nella città; e che tutto ciò sia effettuato entro due ore. Dover suo soggiungere che anco siffatta difesa non avrebbe potuto durare che pochi giorni. Solo la dittatura d’un uomo energico (e tutti sentivano a chi egli alludeva) poteva salvar Roma. Egli la propose fin dal 9 febbraio: non fu ascoltato; oramai era tardi. Quanto a lui, null’altro restavagli che uscir di Roma col resto de’ suoi prodi, e tener alta la bandiera della patria fino all’estremo.[147]»

Ciò detto laconicamente, tornò al suo campo; e l’Assemblea, respinta ogni idea di resistenza, votò il Decreto ormai celebre:

«In nome di Dio e del Popolo

»L’Assemblea Costituente Romana cessa una difesa divenuta impossibile e sta al suo posto.»

E poichè per effetto di questo Decreto il Triumvirato aveva rassegnato l’ufficio, al Municipio romano, rimasta unica autorità legittima, spettò negoziare col vincitore i patti della resa. Se non che avendo il Generale francese rifiutate le più oneste condizioni, tra le altre quella del rispetto delle persone e delle cose, Roma sdegnosamente ruppe ogni negoziato, preferendo subire l’estremo arbitrio del vincitore al disonore di sottoscrivere con lui una resa, che avrebbe dato alla conquista brutale l’aspetto d’una vittoria civile; e tolto a lei, vittima, di levare un’estrema protesta contro quella bugiarda sorella, che dopo averla assalita con perfidia, combattuta talvolta col tradimento, vinta colla sola virtù del numero, veniva a negarle in faccia quel supremo diritto della incolumità delle vite e degli averi, che persino l’austriaco Gorgowscky aveva riconosciuti a Bologna.

CAPITOLO SESTO.

DA ROMA AL SECONDO ESIGLIO. [1849-1854.]

I.

A mezzogiorno del 2 luglio, non per anco entrati i Francesi in Roma, Garibaldi radunava sulla Piazza del Vaticano le milizie della sua divisione, e fatto formare il quadrato le arringava press’a poco così:[148]

«Soldati, io esco da Roma. Chi vuole continuare la guerra contro lo straniero venga con me. Non posso offrirgli nè onori nè stipendi; gli offro fame, sete, marcie forzate, battaglie e morte. Chi ama la patria mi segua.»

Strepitose acclamazioni a Garibaldi e all’Italia risposero al laconico appello; a seguirlo però non, si profferirono che al più tremila uomini;[149] i resti cioè della Legione italiana, buona parte della polacca e del battaglione Medici, grossi manipoli di finanzieri, di studenti e d’emigrati, i superstiti Lancieri di Masina, circa quattrocento Dragoni; ma dei Bersaglieri lombardi pochissimi.

Ma a lui, avvezzo alle _guerillas_ dell’Uruguay, paiono anche troppi. La sera del giorno stesso esce furtivo da Porta San Giovanni; e lasciando tutti incerti della sua mèta, s’incammina per la Tiburtina. Gli cavalca al fianco, in vesti virili, già incinta del quarto figlio, pronta a tutti i cimenti la sua Anita; gli fa da guida Ciceruacchio, fuggente esso pure co’ figli l’abbominio della vista straniera; l’accompagna Ugo Bassi, avido di martirio; ne seguono le sorti Sacchi, Marocchetti, Montanari, Hoffstetter, Cenni, Livraghi, Isnardi, Sisco, Ceccaldi, Chiassi, Stagnetti, Bueno, Müller, l’eletta de’ suoi ufficiali superstiti. Giunto in sull’alba del 3 a Tivoli, divide la sua truppa in due legioni, ripartita ciascuna in tre coorti, e affida il comando della prima legione al Sacchi; pone la cavalleria agli ordini del Bueno; dà l’unico cannone al Müller; compone il suo Stato Maggiore di: Marocchetti capo, Hoffstetter ufficial di dettaglio, Cenni aiutante di campo, Montanari, Torricelli, Stagnetti, e altri, ufficiali di ordinanza; nomina Gianuzzi e Fumagalli commissari alle proviande; fa sparger voce che mira al Napoletano. Al tramonto infatti, levato il campo, marcia buon tratto verso mezzogiorno; indi volge improvviso a settentrione, pernotta a Monticelli, e la mattina del 4 s’accampa a Monterotondo.[150]

Qual era pertanto il suo disegno? dove andava? a che mirava? Degli storici che abbiamo sott’occhi, l’uno gli attribuisce il pensiero di chiudersi a Spoleto, munitissima altura, e di continuare colà la resistenza; altri gli affibbia il proposito di sollevare le Marche e l’Umbria; altri di gettarsi in Toscana, e assalirvi gli Austriaci; questi di avviarsi a Venezia, quegli di rimeditare l’impresa del Regno; e in verità se egli volgeva in mente tutte queste ed altrettali cose, e se a tutte pareva ugualmente disposto, secondo le opportunità e gli eventi, una sola ne voleva chiaramente e saldamente: cadere ultimo; tener viva la fiamma finchè le bastasse soffio di vita; morire, se era d’uopo, avvolto tra i laceri brani della sua bandiera; ma non patteggiare collo straniero.[151]

Frattanto, facile a prevedersi, la persecuzione era già cominciata. L’Oudinot gli sguinzaglia contro due colonne, l’una delle quali guidata dal generale Molière gli dava la caccia fin sotto Albano; l’altra comandata dal Morris l’andava a cercare sulla via di Civita Castellana; il borbonico Statella gli moveva alle spalle dal Tronto; gli Spagnuoli di Don Consalvo appostati a Rieti gli sbarravano la destra; e gli Austriaci del D’Aspre, accampati nell’Umbria, l’aspettavano di fronte a Foligno e gli chiudevano le due vie di Perugia e d’Ancona. Come si vede, eran quattro eserciti che lo serravano da ogni parte entro una maglia di ferro, e guai se l’inseguíto sbagliava una mossa: era perso inevitabilmente. Ma l’inseguíto si chiamava Garibaldi; quella guerra l’aveva fatta dieci anni in America; si può quasi dire che l’aveva inventata lui; ed era bravo davvero chi lo coglieva. Levare il campo quasi sempre di notte, e mai ad ora fissa; marciare con pochi impedimenti; accampare nei luoghi nascosti; frugar senza posa il terreno d’ogni intorno; spinger scorribande in tutti i sensi; accennare ad una mèta e camminare improvviso per l’altra; partire ostensibilmente per la via maestra e fuori di vista scappar per le traverse; calcolare il tempo e studiare il passo come in un ballo; mangiar poco e in fretta, ma incettar viveri oltre il bisogno per parer più numerosi; aver per fede che con pochi valorosi si fa assai più che in molti timidi e fiacchi: ecco l’arte colla quale egli sperava di uscire anco quella volta dalla grande pania che gli era tesa; e forse lasciare ai quattro nemici che lo braccavano come belva un ricordo imperituro della sua arte. E questa arte egli non usò mai con tanta perfezione di disegno e di opera come in quella ritirata, capolavoro del guerrillero.

II.

Nel pomeriggio del 3 stacca la marcia da Monterotondo; il 6 è a Confine; il 7 a Poggio Mirteto; l’8 a Terni, dove s’incontra col colonnello Forbes, che viene a portargli una colonna di ottocento uomini, resti di molti corpi sbandati nella campagna, e due altri pezzi di cannone.

Ma Terni è centro di cinque vie; per essa si può tanto salire a Foligno, quanto ridiscendere a Rieti; come voltare per Narni e Viterbo, come salire a Todi e Perugia; quale sarà la buona? Garibaldi non cerca a lungo. Lancia in ogni passo scorribande per ingannare gl’inseguenti; spinge un’avanguardia di cavalli fino a San Gemini sulla strada di Todi e il dì appresso (9 giugno) vi si conduce egli stesso col grosso del corpo. Colà però l’orizzonte comincia a intorbidarsi.

Troppo facile batter le mani da Piazza Vaticana, al programma «fame, sete, battaglie;» ma eseguirlo giorno per giorno, punto per punto, qui la difficoltà, hoc opus, hic labor, e s’intende che nemmeno a tutti coloro cui bastava l’animo bastasser parimente le forze. Tanto più che, sarebbe vano nasconderlo, della gente che Garibaldi traeva seco non tutti certamente erano quel fiore d’eroi, e quella quintessenza di galantuomini che il Capitano nella credula mente aveva sognato. Molti aveva spinto sotto le sue insegne indomito amor di patria, o innocente vaghezza di avventure, ma non pochi altresì la vita famelica e disperata, la gola di bottino, la speranza di pescare nel torbido, o perdersi nel fosco; se pur, a dir tutto, non v’era taluno cui non era discaro di coprire col camiciotto del volontario qualche vecchia e incomoda magagna di polizia.

Però nulla di più naturale che sintomi di scoramento, di stanchezza e d’indisciplina fossero apparsi nelle file sin dai primi giorni; che le diserzioni prima a frotte, poi in massa, fossero già cominciate e andassero crescendo; che i reati di violenza, di ladroneccio, d’insubordinazione sempre più spesseggiassero, e malgrado la espressa volontà del capo di reprimerli energicamente, non fossero sempre scoperti e puniti; che infine, per tutte quelle cagioni che erano inseparabili da siffatta impresa, la colonna ne restasse ogni giorno più assottigliata, indebolita e scompigliata.