Part 25
Aggiungasi che le popolazioni sobillate da chierici venivano manifestandosi sempre più ostili; sicchè grande la difficoltà di procacciarsi viveri, ricoveri, guide, notizie, quanto ad una truppa in guerra, specie a quella, sarebbe stato indispensabile; impossibile poi ottenere checchessia da frati e monache, che sbarravano in faccia ai Garibaldini le porte de’ loro conventi, li accoglievano talvolta a schioppettate, sguinzagliavano contro di loro, come in quel di Todi, persino i mastini di guardia; rendevano necessari castighi e rappresaglie, che di contraccolpo inasprivano i conflitti e assiepavano di nuovi triboli e maggiori perigli la via già tanto tribolata e perigliosa. Infine, cosa più grave, due dei quattro inseguenti s’avvicinavano a gran passi, e il terreno sul quale Garibaldi poteva manovrare andava sempre più restringendosi. Concordi notizie infatti recavano che da un lato i Francesi del Morris erano già mossi da Viterbo in marcia per Orvieto, e che dall’altra gli Austriaci concentrati a Foligno, come annunziava in un suo bando il generale Stadion, si preparavano a marciare su Todi, «per ridurre al dovere le masnade che infestano le terre occupate dalle vittoriose armi dell’Impero.» Ora, chi pensi che Todi è quasi al centro del trivio Orvieto-Perugia-Foligno, intenderà quanto fosse arduo il problema che a Garibaldi veniva imposto. Se marciava per la via di Foligno o di Perugia, dava di cozzo negli Austriaci; se per l’altra d’Orvieto, andava ad urtar nei Francesi; se fermava il campo a Todi, rischiava d’averli sulle spalle entrambi. Tutto considerato, non gli restava sui nemici che un vantaggio di poche miglia e di poche ore; e avendo indovinato che in quelle poche ore e in quelle poche miglia stava la salvezza, se la conquistò da par suo. Manda a scorazzare la strada di Foligno per far credere che egli mira di là; spedisce il Müller con i suoi cavalli scortato da una compagnia della Legione a perlustrare i dintorni d’Orvieto, coll’ordine di spingere esploratori fin sulla strada Montefiascone-Viterbo; seppellisce i due cannoni del Forbes e non serba che il cannoncino di montagna; e quando è assicurato dai suoi scorridori che i due nemici sono tuttora tanto lontani da potervi scivolare in mezzo, lascia Todi la sera del 12, passa il Tevere a Ponte Acuto, e s’incammina per Orvieto non tuttavia per la maestra, ma per la viottola più montuosa ed obbliqua di Brodo, dove nella giornata del 13 pianta il campo. E Brodo, basta un’occhiata alla carta per accertarsene, offriva ancora un altro grandissimo vantaggio: lo allontanava d’una tappa così dai Francesi come dagli Austriaci, senza scostarlo per questo dalla Toscana, sua mèta; verso la quale era sempre libero di camminare, sia per la grande strada Orvieto-Siena, sia per Val di Chiana, per mezzo della quale poteva sbucar sotto Arezzo.
Ma il 13 sera, essendosi per altre perlustrazioni accertato che il generale Morris era ancora lontano, si decide a staccare la marcia per Orvieto, presso la quale città giunge sul mattino del 14. Quivi però, saputo che i Francesi avevano ordinato quattromila razioni di pane, segno della loro vicinanza, e visto l’animo ostile degli Orvietani che per prima accoglienza gli serrarono le porte in viso, decide saviamente di tornare all’aperto, prendendo, per ogni evento, una buona posizione a cavaliere della strada di Ficulle, verso cui s’incamminava. A sera però gli Orvietani, ridesti da una scintilla di patriottico pudore, apersero le porte, cedettero a Garibaldi il pane destinato ai Francesi, e vollero essi pure festeggiare il famoso uomo che consentì a salire in città. Ma non per questo egli s’indugia, e nel pomeriggio del 15, mezz’ora prima che i Francesi entrassero in Orvieto, aveva già levato il campo e marciava di buon passo verso Ficulle. Vi arriva a sera; e a ciel sereno, in un bel prato, una fresca fontana poco lunge, la moglie accanto, le stelle sul capo, i nemici d’ogni intorno, ma sempre la speranza nel cuore, si accampa e riposa. Non perde però tempo: i Francesi lo serrano alle calcagna da Orvieto; gli Austriaci gli muovono novamente incontro da Perugia, e bisogna studiare il passo.
Parte la mattina del 16; fatte poche miglia, abbandona la strada maestra e si butta a Sole, dove rifiata poche ore; la notte del 16, per alpi disabitate e sentieri impervii, sotto una pioggia dirottissima e in mezzo a tenebre fitte guadagna tuttavia il confine toscano e giunge al mattino del 17 a Cetona; dove la popolazione, cosa rara, gli muove incontro festosa, onde, nota l’Hoffstetter, «fu quella la prima volta che la brigata, dacchè era uscita da Roma, dormì acquartierata.» Ma _uno avulso non deficit alter_: liberatosi da uno dei persecutori, perchè i Francesi non possono sconfinare in Toscana, gliene restano sempre di fronte altri due: gli Austriaci che scendono da Perugia a sbarrargli il passo; e i Toscani che tenevano presidii tra Sarteano e Chiusi e potevano, se non arrestarlo, impacciare i suoi movimenti e molestarlo.
Pure non se ne sgomenta. Fortificatosi a Cetona, circondati i suoi fianchi d’imboscate, coperte le sue spalle di pattuglie, manda celeremente una grossa squadriglia a battere la strada Sarteano e Chiusi, e quando gli riportano d’averne snidati e messi in fuga pochi Toscani[152] ivi appiattati, ripiglia la marcia; dorme il 17 a Sarteano; entra il 18 a Montepulciano, dove uomini, donne, frati, fanno a chi più lo colma di cortesie, di carezze, di banchetti; e dove, esaltato probabilmente da quelle accoglienze strepitose, pubblica un ardente manifesto ai Toscani, col quale li invita ad insorgere contro la tirannide domestica e straniera. Fu però l’illusione d’un istante: l’appello si perdette nella profonda indifferenza delle popolazioni, come un tizzone in un’acqua morta; e Garibaldi, presago oramai di quello che l’attendeva in Toscana, ma parato ad ogni fortuna, continua il suo fatale cammino.
Giunto però sull’albeggiare del 20 a Torrita, prende una grande risoluzione! Visto l’effetto del manifesto di Montepulciano, e forzato da troppi indizi a convenire, che se mai v’era cosa, in quei giorni, impossibile era un’insurrezione toscana, delibera istantaneamente di mutar obbiettivo e schacchiere, di abbandonare al più presto il Granducato e il centro d’Italia e di prendere per nuova mèta l’Adriatico e Venezia! A che pro infatti sforzarsi a galvanizzare de’ popoli morti, se Venezia viveva ancora? Perchè ostinarsi a suscitare da ceneri estinte l’incendio? Là sulla Laguna ardeva sempre quel grande focolare, in cui si concentrava ancora quanto di fuoco esisteva in Italia! Venezia era tutto per Garibaldi! A Venezia l’Italia; a Venezia la libertà; a Venezia l’onore; a Venezia la guerra; a Venezia infine due campi: la terra per il soldato del 30 aprile, il mare per l’ammiraglio di _Las Cruces_; due campi a lui famigliari come all’anfibio i meandri del suo fiume e i recessi delle sue rive, e nei quali egli poteva ancora, favorendo la fortuna, rinnovare i prodigi di Montevideo, e colla duplice natura donatagli da Dio servire due volte la patria.
Però fin da quel giorno Garibaldi ha già fermato il suo piano: salire fin presso Arezzo; passare, riguadagnando qualche marcia sui Tedeschi, dal Subapennino al grande Apennino; scendere tra Pesaro e Ravenna all’Adriatico; imbarcarsi nel punto più opportuno e veleggiare per Venezia.
III.
E con tale proposito parte per Foiano, dove sosta alcune ore; alle 5 di sera del 21 luglio traversa la Chiana e arriva a Castiglion Fiorentino; ivi, acchiappato un cacciatore tirolese travestito alla contadina, gli scopre indosso un biglietto che il Comandante di Perugia scriveva al Comandante d’Arezzo, per dirgli che in quella notte gli arriverebbero in Arezzo altre quattro compagnie; non fucila perciò il messo, ma fa tesoro dell’avviso e stende le sue reti per cogliere di sorpresa l’annunciato nemico. Disgraziatamente il rinforzo austriaco si arresta a Cortona; e Garibaldi, giudicando imprudenza aspettare di più, muove con tutta la sua gente per Arezzo, in faccia alla quale arriva sul mattino del 21 ed a cui manda a chiedere transito, viveri e quartiere per un giorno. Ma gli Aretini, soffiati dal bernesco Guadagnoli che dipinge i Garibaldini come un’orda di scampaforche e di saccomanni, sbattono loro le porte sul viso; i contadini, ancora ossessi dallo spirito reazionario d’Aprile, corrono alle armi per respingere i diabolici invasori; la poca truppa austriaca di guardia, forse un cento di uomini, sta di rinfianco; e Garibaldi, cui non conviene indugiarsi a combattere, è costretto ad appagarsi de’ viveri e a serenar sotto le mura. Pure non è ancora quello il pericolo maggiore; il pericolo sta nelle colonne austriache che lo premono da ogni parte, e possono in poche ore aver chiuso il loro anello di ferro e tolto ogni scampo. Infatti da occidente avanza per la strada di Siena-Arezzo l’avanguardia del Stadion; da mezzogiorno salgono quelle quattro compagnie che vedemmo a Cortona; a settentrione occupa Anghiari con una seconda colonna veniente essa pure da Toscana l’arciduca Ernesto; da oriente infine altre colonne, spiccate da Rimini e da Pesaro, convergono tutte verso il medesimo punto, e compiono il cerchio. Ma Garibaldi vegliava, e affidatosi ancora al suo infallibile talismano del moto perpetuo, abbaglia, stanca, confonde con innumerevoli andirivieni a destra, a manca, alla fronte, alle spalle, il suo quadruplice nemico;[153] e colto il tempo e la mossa, come uno schermidore, spianta le tende da Arezzo, lascia che la sua retroguardia baratti alcune schioppettate colle punte d’avanguardia del Stadion arrivata per l’appunto, volta rapido per Monterchi, a metà cammino tra Arezzo e Città di Castello; vi riposa tutto il 23; e la notte fa un celere fianco sinistro e va, per i più aspri sentieri della montagna, a piantare il campo sulle alture di Citerna.
Il luogo alpestre munito dalla natura, la sua postura al centro del quadrivio pel quale s’avanzava il nemico, lo rendono adatto così ad esplorare gran tratto di paese ed a difendersi da forze superiori, come a dare alle colonne, decimate e affrante, un po’ di quel riposo, di cui avevano tanto bisogno: e Garibaldi se ne fa un campo trincerato e vi dimora parte del 24 e tutto il 25. Ma in sulla sera del dì stesso, avvertito da’ suoi esploratori che l’arciduca Ernesto era già coll’avanguardia a Borgo San Sepolcro e che le altre due colonne gli si serravano addosso da Arezzo e da Città di Castello, non s’indugia più oltre e risolve estemporaneamente il passo decisivo. Lancia sulla strada di Città di Castello forti pattuglie per trarre i nemici nell’inganno che egli volesse aprirsi il varco per quella via; ne spinge altre verso Borgo San Sepolcro col medesimo intento; e lasciando gli Austriaci scaramucciare colla sua retroguardia, che essi scambiano per la sua avanguardia, ripassa, notte tempo, il Tevere presso Borgo San Sepolcro, scende a San Giustino e vi riposa la notte del 26; poi allo spuntar del giorno intraprende la salita del monte Luna, in cima dell’Apennino centrale, il sommo dell’arco che egli descriveva. «La strada (dice il Carrano, traducendo l’Hoffstetter[154]) la strada corre su pel monte per molte giravolte. Per queste andava l’assottigliata schiera, quasi segnando grandi spire fino alla sommità. Cavalcava innanzi il Garibaldi colla sua moglie e collo Stato Maggiore in mantelli bianchi: seguivano i pochi Lancieri dell’estinto Masina; poi l’altra cavalleria a due a due, i cui piccoli cavalli montavano nitrendo e sbuffando; poi i saccardi[155] che si cacciavano innanzi non meno di quaranta muli carichi di salmerie, gridando, bestemmiando, scudisciando; veniva appresso una mandra di buoi bianchi dalle grandi corna e ricurve; seguiva poco discosta la prima legione, condotta dal Sacchi, che si distingueva per i cappelli puntuti alla calabrese; poi veniva il piccolo cannone tirato da quattro cavalli; poi la seconda legione, guidata dall’inglese Forbes, in camiciotti di tela; in ultimo, uniti a pochi finanzieri, i superstiti Bersaglieri del Manara. In tutto non erano più di duemila uomini, disposti a far fronte in dietro a ogni momento per respingere i sempre aspettati assalti del nemico; e serenarono sulla vetta del monte.»
IV.
All’alba del dì seguente la colonna comincia la discesa del versante opposto e seguendo, giù sempre per profondi e selvosi burroni, il corso del Metauro, andò a sostare, verso le dieci del mattino, nel villaggio di Mercatello. Sennonchè alcuni scorridori inviati di colà, costume solito, a perlustrare la strada, riportano che una colonna austriaca proveniente da Pesaro è presso a Sant’Angelo in Vado; mentre altri messaggi, da altre bande, recano che altre colonne occupano già Borgo San Sepolcro, Pieve Santo Stefano e Sestino, vale a dire tutti i passi di Toscana e di Romagna. Nuova stretta, nuova strategica per uscirne; la prima idea di Garibaldi fu di assalire la colonna di Sant’Angelo in Vado e di aprirsi la strada all’Adriatico colla baionetta; ma poco stante, meglio esplorate le posizioni e la forza del nemico, mutò divisamento. Dappoichè suo scopo non era tanto combattere quanto arrivare, apposta un forte distaccamento a guardare Sant’Angelo in Vado; un altro ne lascia a Mercatello a tener a bada il nemico che s’avanza da Sestino; indi per un sentiero di montagna, poco prima scoperto, spunta col grosso della colonna la posizione di Sant’Angelo in Vado, trapassa dalla Valle del Metauro in quella del Foglia, traversa questo torrentello, continua per Macerata Feltria, dove la sera del 29 s’accampa. Era scampato da un altro frangente; aveva girato a destra un’altra volta il nemico, in quella ultima con qualche perdita materiale e con maggior danno morale.
Infatti il distaccamento Dragoni lasciato a guardia di Sant’Angelo, sorpreso, per negligenza sua, da uno squadrone d’Ussari, va in rotta così precipitosa, che Anita stessa, la quale cavalcava alla retroguardia, frustava i fuggenti collo scudiscio e li apostrofava col nome di codardi. E il fatto sarebbe stato per sè solo insignificante, se l’effetto del brutto esempio non si fosse ripercosso in tutta la colonna, e non avesse dato a quelle milizie già scorate, sfinite e decimate ad ogni ora dalle diserzioni e dalle malattie, un colpo mortale.
Oltre di che gli Austriaci ebbero il modo di scoprire più prontamente la direzione della colonna principale e di ritornare novamente sulle sue orme. E, come dicemmo, la colonna principale fin dalla sera del 29 era già a Macerata Feltria accampata in buona posizione colla fronte a Sant’Angelo; i fianchi ben guardati; numerosi fuochi al bivacco ostentati ad arte e tenuti vivi tutta notte, affinchè il nemico s’addormentasse nella sicurezza che anche il campo garibaldino dormisse. Ma i fuochi ardevano tuttavia, e Diana non era ancora apparsa sull’orizzonte, che Garibaldi, fatti sfilare innanzi gli impedimenti, spianta, in men che non si dica, l’accampamento; sempre pei calli più dirupati e nascosti guadagna verso il mezzodì del 30 le alture di Carpegna, ne riparte sul vespro, traversa la Valle del Conca, rifiata alcune ore in un bosco, e al tocco dopo mezzanotte ripiglia la marcia alla volta di San Marino.
A San Marino. E perchè? Qual fine lo guidava? Quali speranze aveva egli fondate, Garibaldi, sopra la famosa Repubblichetta rimasta dai giorni dell’Alberoni inviolata? Mirava egli soltanto a guadagnar tempo ed a transitare per il suo territorio, o ne sperava qualcosa di più? Ma non sapeva dunque che San Marino era Stato neutrale e che le leggi della neutralità vietano il passo a gente armata, in guerra con Stati amici? O si lusingava forse che, trattandosi di soldati perseguitati e infelici d’una Repubblica sorella, il Governo di San Marino avrebbe fatto uno strappo anche alla sua Costituzione, e non che aperto le porte della sua capitale, aiutati, se occorreva, i fratelli che vi si rifugiavano?
Forse sì! Chi conobbe Garibaldi sa che nessuna idea durò mai maggior fatica a entrare nel suo cervello, dell’idea di legge. Egli è morto, certamente, senza intendere, soprattutto senza essere persuaso, che la legge è vincolo inviolabile, universale, uguale per tutti, e perenne, finchè un’altra legge, allo stesso modo deliberata da un legislatore altrettanto legittimo, non l’abbia abrogata e mutata. Per lui non vi furono mai altre leggi che quella della sua coscienza; e tutte le volte che egli trovò sul suo cammino la legge civile, se n’ebbe la forza la infranse, se no ne subì il giogo; ma giudicandola in cuor suo una violenza e una tirannía. Epperò la legge della neutralità di San Marino che cos’era ella mai in faccia a quell’altra gran legge superiore, che impone a tutti di soccorrere la virtù sventurata e di proteggere i deboli perseguitati; od al cospetto di quell’altro dovere d’un ordine meno alto, ma non meno imperioso, che prescrive a tutti gl’Italiani, e i Sanmarinesi lo erano bene, di difendere i loro fratelli di patria contro lo straniero? Per questo, senza affermarla recisamente, ripetiamo l’opinione nostra che la prima idea, onde Garibaldi fu mosso verso San Marino, fu quella di chiedere alla Repubblica, se non propriamente un’alleanza pubblica, una complicità segreta; e che soltanto più tardi, forzato dagli eventi, mutò i suoi propositi e moderò le sue pretese.
V.
Ma che non gli restasse più oramai altro rifugio fuorchè il Titano, lo dimostra da sè solo il fatto che se un altro ne fosse esistito, egli l’avrebbe scoperto. Oramai la sua non era più una ritirata: era una fuga; fuga di leone ferito che si rivolta di tratto in tratto, e mostra le zanne al branco dei cacciatori che lo persegue, ma fuga irreparabile. La colonna austriaca girata a Sant’Angelo in Vado, appena scoperta la sua direzione, gli si era posta tostamente alle calcagna; la colonna dell’arciduca Ernesto continuava ad inseguirlo dal lato opposto; un’altra colonna era già in moto da Rimini; San Marino era, può dirsi, circondato, e non lasciava più altro spazio di mezzo, se non quello per l’appunto che occorreva alla colonna Garibaldi per continuare a fuggire. Ed anche il fuggire diveniva d’ora in ora più difficile. Le retroguardie garibaldine toccavano quasi l’avanguardia degli Austriaci; e uno scontro era imminente. Garibaldi però studiava il passo; e la sera del 30 luglio, giunto a poche miglia dal Titano, spediva innanzi il Padre Ugo Bassi per chiedere al Governo della Repubblica il passaggio della colonna sul territorio sanmarinese, e i viveri occorrenti. Il Primo Capitano Reggente Belzoppi accolse benignamente l’oratore; ma rispose che i doveri della neutralità gli vietavano assolutamente di assentire alla prima sua domanda: «Quanto ai viveri era questione d’umanità, e se le truppe di Garibaldi avevano fame, la Repubblica le avrebbe fornite del necessario; all’indomani, però, ed al confine, che non dovevano in qualsivoglia caso oltrepassare.»
Il Bassi accettò per conto suo i patti; ma ripartito per riferirli al suo Generale, lo trovò già in cammino. Gli Austriaci infatti, raggiunta la retroguardia garibaldina, l’avevano attaccata, e poichè ormai lo sconforto e la demoralizzazione avevano spento ogni valore, messala facilmente in rotta, mietendone feriti e prigionieri e togliendo loro l’unico cannoncino, che scaraventano, grande trofeo e grande vendetta, in un vallone. Allora il Condottiero si persuase che tutto era finito, e senza aspettare nemmeno la risposta del Bassi, si decise a varcare il confine della Repubblica; e alle 7 antimeridiane del 31 luglio giunse sotto le mura di San Marino. Grande al suo apparire fu l’allarme de’ Sanmarinesi; ed altro non potendo, inviarono a Garibaldi per intimargli non oltrepassasse la porta della città. E di ciò furono paghi incontanente, chè Garibaldi stesso si pose in faccia alla porta per impedire alle sue truppe sopravvegnenti che passassero oltre, ordinando loro s’arrestassero nel Borgo e nel Piazzale esterno, chiamato lo Stradone. Ma circa alle 9 del mattino stesso avendo il Reggente mutato consiglio e invitato Garibaldi a salire in città, questi non se lo fece ripetere; e cavalcato più che frettoloso al palazzo della Reggenza, vi trovò il Belzoppi disposto a qualsiasi transazione potesse conciliare la dignità e la incolumità della Repubblica coi doveri dell’asilo e dell’umanità. Però neppure il Condottiero fu esigente. «Solo una forza maggiore della mia volontà, disse, mi costrinse a violare il territorio della Repubblica; non chiedo per me e la mia gente che il vitto quotidiano e un temporaneo rifugio. Quanto alle armi siamo pronti a deporle, se il Governo di San Marino s’impegna a farsi nostro mediatore presso i Comandanti austriaci, e ottenerci salve la vita e la libertà.»
E il Reggente assentì a tutti i patti; accettò il mandato della mediazione, assicurò de’ viveri, e null’altro scambio richiese che una rigorosa disciplina ai soldati e la sicurezza delle persone e delle sostanze. «Ed io vi ringrazio (replicò Garibaldi), e vi prometto che nella breve mia sosta, _se i Tedeschi non mi attaccano, io non li attaccherò_.» Così accommiatatosi, andò a prender stanza nel convento dei Padri Cappuccini, posto fuori della città in un luogo alto, pittoresco e strategico insieme, d’onde poteva dominare tutti gli accessi della città. Ivi Garibaldi, fatto sgombrare il convento dai soldati che vi si erano arbitrariamente acquartierati, e raccomandato loro con severe parole la disciplina, il rispetto alle persone e alle cose, comminando la fucilazione a chiunque vendesse oggetti d’equipaggio e d’armamento; si ritrasse a scrivere l’ordine del giorno ormai noto, col quale scioglieva la sua colonna e lasciava libero ognuno di tornar alla vita privata:
«San Marino, 31 luglio 1849.
Soldati (egli diceva), noi siamo giunti sulla terra di rifugio, e dobbiamo il miglior contegno ai nostri ospiti. In tal modo noi avremo meritato la considerazione che merita la disgrazia perseguitata. Da questo punto io svincolo da qualunque obbligo i miei compagni, lasciandoli liberi di ritornare alla vita privata, ma rammento loro che l’Italia non deve rimanere nell’obbrobrio, e che meglio è morire che vivere schiavi dello straniero.»
VI.
Intanto il Governo di San Marino faceva il primo passo per ottenere dall’Autorità austriaca i patti da Garibaldi richiesti. E poichè noi troviamo di que’ negoziati ampio ragguaglio nello scritto d’un Aretino, reazionario nell’anima, ma che, per la sua qualità di consultore militare della Repubblica di San Marino, potè attingere le prove de’ particolari narrati a fonti sicure, e come suol dirsi, ufficiali; così cediamo a lui per breve tratto la cura del racconto.[156]
«Frattanto, la Reggenza aveva spedito al general maggiore De Hahne, a Rimini, il segretario generale di Stato consigliere Giovanni Battista Bonelli, e il tenente Giovanni Battista Braschi al generale maggiore arciduca Ernesto, che inoltravasi nella direzione di Fiorentino, con incarico di partecipare l’accaduto agli austriaci duci, di scandagliarne le intenzioni e d’intercedere una capitolazione a favore di Garibaldi. Il tenente Braschi, che per la fretta aveva lasciato d’indossare l’uniforme, videsi arrestato dai Bersaglieri imperiali della prima linea, e a stento, mostrando il dispaccio e declinando la qualità di parlamentario, potè giungere sino al Vascone di Fiorentino, ove incontrò l’Arciduca con duemilacinquecento uomini trafelati dal caldo, esasperati dalle inutili marce, e impazienti di combattere e terminare con una decisiva fazione la disagiosa campagna.