Part 23
Il secondo assalto era fallito: ripresa lena, bisognava ritentare il terzo, il quarto, fino alla vittoria, fino alla morte. Le artiglierie del Calandrelli non avevano mai cessato di battere le posizioni nemiche, nè partiva colpo che non facesse breccia, e già San Pancrazio, Villa Corsini, Villa Valentini erano foracchiate in più parti, quando una granata cascò in mezzo alle stanze della Corsini e vi appiccò le fiamme. Era quello il momento del terzo assalto, o nessun altro, e non sfuggì a Garibaldi. Legionari, Bersaglieri, Studenti, fanti romani, quanti erano venuti raccogliendosi via via tra Porta San Pancrazio e il Vascello, fanno massa, si precipitano a rifascio, s’avventano furiosi contro la Villa infernale, da tempio di delizie mutata in fucina di morte, e ne ritentano la ripresa. E i Francesi per la terza volta l’abbandonano, e per la terza volta tornano grossi e inferociti, e per la terza volta la Villa è perduta. L’avreste detta l’ultima. Spento il fiore dei prodi, decimate le file, stremate le forze, quasi consunte le munizioni, i Francesi gagliardamente trincerati nelle riconquistate posture, la giornata poteva dirsi perduta. Garibaldi solo non lo volle credere, e verso sera fu udito ancora dire, come un sonnambulo, a Emilio Dandolo: «Andate con una ventina de’ vostri più bravi a riprendere Villa Corsini.» Il bravo ufficiale guardò trasognato l’uomo che gli dava ordine sì strano; ma Garibaldi replicò: «Pochi colpi e subito alla baionetta,» e il Dandolo prontamente: «Stia tranquillo, Generale, m’han forse ucciso il fratello e farò bene.» E come gli fu ingiunto, partì, e in men d’un ora, tornò con soli sei uomini, ferito egli e il sottotenente Sartorio, ultimi combattenti di quella giornata.
XIV.
S’era fatto notte. Il destino aveva detto per quel giorno l’ultima sua parola. Garibaldi non aveva più un uomo valido intorno a sè. I Francesi, occupato a tradimento il campo, l’avevano difeso coll’usato valore, pagando di largo sangue la non dovuta conquista; ora la ragione invincibile del numero l’assicurava a loro. Quattro furono gli assalti ordinati da Garibaldi; ma quelli tentati da manipoli isolati, ad arbitrio, a capriccio, per sfoggio di bravura, o a sfogo di rabbia, innumerati, innumerevoli. Non conosciamo, nella storia delle guerre, giornata, in cui il valore individuale abbia fatto tanta copia di sè come nel 3 giugno. Non fu una battaglia; fu un grande duello, una giostra della prodezza col numero, una sfida dei petti ignudi alle muraglie armate, un palio d’eroi alla mèta della morte; per questo sublime, pur non lodevole sempre. Taluno più che a combattente devoto alla patria s’atteggiò a gladiatore nell’arena, tal’altro parve più ambizioso della morte che della vittoria; laonde tra l’ammirazione e la pietà s’insinua, non so quale senso di amarezza, quasi rampogna a quei valorosi d’aver sfoggiato in vana mostra il non dubbio valore, e sprecato il nobile sangue sacro all’Italia.
Di quella pagina d’eroico poema, Francesco Domenico Guerrazzi tentò un abbozzo; ma nemmeno a lui, signore della prosa terribile, riuscì ritrarne la immortale bellezza. Omero solo, forse, non tremerebbe all’assunto. Noi, pedestri cronisti, possiamo per debito di reverenza e d’amore ricordare; un grande poeta soltanto potrebbe glorificare. Il Masina, ferito al primo assalto, fasciata in fretta la piaga, si lancia a cavallo su pei gradini di Villa Corsini, e avvolto di nemici, rotando il ferro terribile, squarciato il petto da una palla, procombe ruinoso, formidabile. Il Mangiagalli a Villa Valentini mena strage di Francesi; spezzata la spada, combatte col troncone e tiene la Villa con pochissimi fino a tarda sera. Lo Scarcele, gentile vicentino, lega morendo tutto il suo alla patria. Il Monfrini, sergente dei Bersaglieri, quantunque gravemente ferito, vuol riprendere il suo posto nelle file; e al Manara che gli dice: «Vattene, qui non servi a nulla;» — «Lasciatemi stare, Colonnello, almeno faccio numero,» e alla prima carica il valoroso è morto. Il Rozà, ferito due volte, torna due volte alla pugna, e alla terza soccombe. Angelo Bassini s’avventa, quasi solo, contro Villa Corsini e ne torna pesto, insanguinato, sereno. Il milanese Dalla Longa raccoglie sulle spalle il caporale Fiorani, mortogli allato, e mentre va ritraendosi lentamente col caro peso, una palla lo trapassa, e cade in un fascio col carico suo. Emilio Dandolo erra ferito per tutto il campo in cerca della spoglia del lagrimato fratello. Narciso Bronzetti va, notturno, traverso le scolte francesi per rapire ai nemici il corpo del suo servo fedele. I Legionari del Medici, avvistisi che una delle case da essi difesa tutto quel giorno è preda alle fiamme, d’onde il nome di Casa Bruciata,[133] si rammentano dei cadaveri dei compagni, e affrontano di nuovo la grandine dei _Vincennes_ per sottrarli al rogo inglorioso e dar loro onorata sepoltura.
Memoranda e gloriosa giornata, scrisse l’Oudinot; ma poteva soggiungere: meno per sè che per noi. I Francesi, che avevano combattuto quasi sempre dai ripari, contarono dugentoquarantadue feriti e quattordici morti; noi diciannove ufficiali uccisi, trentadue feriti, e circa cinquecento soldati tra feriti e morti; e ci sdegna il pensiero che in tanta foga d’erudizione spigolistra, in tanta smania di scavar dagli archivi le più rancide e tarlate pergamene, i nomi dei caduti di Roma non sieno ancora tutti scoperti, scritti e incisi ne’ marmi.
Però, lieti di aggiungere ai nomi già noti alcuno fino ad oggi coperto dall’oblío, tutti ad uno ad uno religiosamente li raccomandiamo. Morirono, oltre i nominati: il vecchio colonnello Pollini d’Ancona, veterano di molte battaglie; l’aiutante maggiore Peralta, il capitano Ramorino, Emanuele Cavallero, Canepa, Sivori, Pedevilla, Anceo, Caroni, Minuto, Gnecco, Pegorini, Gruppi, Costa, Rodi, Coglioli, De Maestri, tutti ufficiali della Legione di Montevideo, poscia della italiana; i tenenti Cavalieri, Bonnet e Grossi; i sott’ufficiali Savoia e Bonduri, della Legione italiana; il capitano Meloni di Imola, del reggimento _Unione_; i tenenti conte Loreta di Ravenna e Gazzaniga di Roma, del terzo Reggimento, e i tenenti Bacci d’Ancona e Marzari di Macerata, del sesto; il tenente Covizzi, dell’artiglieria; il carabiniere Battelloni e il dragone Rambaldi di Lugo, morto d’un colpo di cannone col grido sulle labbra: «Viva la Repubblica!» Furono più o meno lacerati da ferite: Nino Bixio all’inguinaia, Goffredo Mameli al ginocchio, il capitano Strambio alla gamba, poi Alessandro Duzelisiaux francese, Binda di Cremona, Bini di Nepi, Marocchetti, Bassini, Frattini, Graffigna, Sartorio, Boldrini, Bignami, Mambrini, Zanetti, Magni, Zanucchi, Tassoni, Grioli, Zuccala, Vigoni, Sanpieri, Righi e Tressoldi, tutti della Legione italiana; Silva, Colombo, Mancini, Signoroni e Scarani, dei Bersaglieri lombardi; Marcucci, della Legione Medici; gli ufficiali d’artiglieria Pierani, Tiburzi e Viviani; Visanetti di Cesena, capitano; Luzzi, Mazza, Castaldini, tenenti dei Bersaglieri romani; il colonnello De Pasqualis e il capitano Del Pozzo, del primo Reggimento; Lucci, del sesto; il sergente Giorgieri di Massa, ch’ebbe sfracellata la mano dal moschetto d’un Francese, mentre in lotta a corpo a corpo tentava strapparglielo; e se v’ha chi possa aggiungerne ancora, venga e scriva a onore dei morti, a conforto dei viventi, ad esempio dei venturi.[134]
E nulla diciamo di Garibaldi, che già non s’immagini. In balía al pericolo, forato il _poncho_ da cento palle, impassibile, invulnerabile in mezzo alla strage, come il Dio della Guerra, comparendo quasi onnipresente in tutti i punti del campo, ora slanciandosi egli stesso alla testa degli assalitori, ora ponendo il suo cavallo attraverso l’onda dei fuggenti e gridando loro la classica rampogna: «Voi sbagliate strada, il nemico non è qui;[135]» infiamma ed alimenta se non guida la pugna, ne è davvero l’anima, se non vuol dirsene la mente. Fu più soldato in quel giorno che capitano!; noi pure lo riconosciamo, nè sapremmo dargliene intera lode; ma il suo esempio tenne luogo d’arte, il suo bianco mantello svolazzante nel più folto della mischia, di guida e di bandiera.
XV.
E noi crederemmo averne detto abbastanza, se anche in quel giorno, il solo accusato, il solo responsabile della fallita vittoria non fosse stato ancora Garibaldi. Egli sprecò in spicciolati assalti il sangue più generoso; egli assalì di fronte posizioni trincerate con forze disuguali, anzichè batterle di fianco e circuirle; egli non seppe tentar un solo assalto con ampiezza di disegno e accordo di movimenti; egli non usò altra arte che l’impeto e l’ardire; egli «si mostrò in quel giorno tanto inetto generale di Divisione, quant’era apparso contro i Napoletani esperto guerrillero.[136]» E tutto non contestiamo. C’è in questa accusa molto di vero; e a rigor di scienza, posto il problema a tavolino e a tavolino risolto, Garibaldi generale poteva e doveva far meglio.
Ma si pongano, i ripetitori di quest’accusa, una mano sulla coscienza! non resta alcuna scusa a questi errori; non v’è nessuna circostanza attenuante per quel colpevole? E anzi tutto dov’erano quelle grandi forze, colle quali Garibaldi poteva manovrare di fronte e di fianco, assaltare i nemici, e via dicendo? Sul teatro dell’azione fino a metà della giornata non vedemmo comparire che la Legione e i Bersaglieri, e soltanto nel pomeriggio arrivano, sempre però uno dietro l’altro, spicciolati e divisi, gli altri Corpi. Ora a chi se ne debba attribuire la colpa, se a Garibaldi che non richiese in tempo debito tutti i necessari soccorsi, o ai Comandanti supremi che non seppero inviarli prontamente, nessuno l’ha finora chiarito; ma è più ragionevole supporre che Garibaldi li abbia chiesti, e che da Roma, per il timore d’altri assalti, non siano stati mandati, che sospettare il contrario. In ogni caso Garibaldi nemmeno verso sera riuscì ad avere sotto mano più di quattromila uomini; e con questi doveva guardare le porte e i bastioni, munire il Vascello e le adiacenze, custodire i propri fianchi e combattere di fronte, per lo meno due divisioni francesi, che non stavan soltanto sulla difesa, ma da ogni lato sovrastavano e irrompevano.
Ora ognuno vede che la situazione non era sì semplice, come a’ censori sembrò. Se egli impegnava tutte le sue forze, si privava di ogni riserva e si esponeva al primo rovescio ad essere aggirato a sua volta e forse disfatto; se invece pensava soltanto a guardarsi i fianchi e le spalle, non poteva spingere all’assalto che poche forze disuguali al cimento; e in ambo i casi egli si trovava serrato da un dilemma, da cui soltanto l’impetuosità dell’assalto, l’ardimento de’ colpi e l’eroismo de’ combattenti potevano scamparlo. E v’ha di più: l’altipiano Pamfili, cinto da alte muraglie, fiancheggiato da quattro massicci edificii, come da quattro maschii di fortezza, protetto da siepi, da frane, da scoscendimenti, da macchie, è una posizione, a forze uguali, quasi imprendibile. Avviluppare, girare, son belle parole; ma chi conosce quella posizione sa che senza truppe numerose, cui resti il tempo di fare un lungo giro e di manovrare caute e coperte, sa, dico, che non si gira, nè si avviluppa. Bisognava non perderla Villa Pamfili: una volta perduta, il riconquisto ne diveniva, per chicchessia, qualunque ne fosse l’arte o la forza, sanguinosissimo.
Infine, e per tagliar corto, dov’erano i Generali, i Ministri, i Consiglieri, gli accusatori, gli strateghi in quel giorno? Per quanti libri abbiam consultato, dove al 3 giugno fosse il generale Rosselli non ci venne fatto scoprirlo. Perchè non comparve mai a Porta San Pancrazio, o comparsovi non corresse gli errori del suo divisionario e colla sua sapienza non li riparò? Perchè non gli mandò almeno le truppe disponibili in soccorso? Non era egli evidente che le sorti di Roma si decidevano in quel giorno fuori di Porta San Pancrazio? E perchè non concentrò egli pure colà tutte le sue forze? I Francesi, è vero, minacciavano da più parti; è vecchio strattagemma di guerra; ma non è ella arte altrettanto vecchia di non lasciarsi cogliere alle finte, di scernere tra i tanti punti minacciati il punto decisivo e di convergere su quello tutti gli sforzi? Il generale Rosselli contava in Roma circa tredicimila uomini: n’avesse anche lasciati la metà a guardare Porta del Popolo, Porta San Giovanni, Ponte Molle e Monte Mario; gli restava ancora tutta l’altra metà, colla quale spalleggiare Garibaldi a Porta San Pancrazio, e forse guadagnar la giornata.
E ci basti. Garibaldi poteva e doveva far meglio; poteva e doveva ad ogni assalto, anche fatto da pochi (tuttavia i Prussiani nell’ultima loro guerra usarono questa tattica), tener pronte più grosse colonne che accorressero a rincalzare gli assalitori e ad occupare le posizioni espugnate; poteva e doveva essere più economo del sangue de’ suoi e far costar più sanguinoso il trionfo ai nemici. Ma egli solo infine, di tutti i generali di Roma, il 3 giugno, combattè; egli solo pagò di persona, ispirò gli ardimenti, sorresse la costanza, capitanò per dieci ore un combattimento contro un nemico tre volte superiore formidabilmente trincierato; e non hanno diritto d’accusarlo e condannarlo coloro che non seppero nè secondarlo, nè illuminarlo, nè correggerlo.
Tanto più che converrebbe condannare con lui il prode de’ prodi di quella giornata, il primo eroe, dopo Garibaldi, del 3 giugno; come lui più gregario che capitano; come lui sprezzante della vita propria e de’ soldati; come lui credente più nel «ferro freddo» della baionetta, che nell’arti e negli accorgimenti della tattica, Luciano Manara. E ne valga a documento questa lettera, inedita sin qui, scritta al Triumvirato nel tumulto della pugna, e nella quale, tramezzo alle ansietà, alle speranze, alle ebbrezze di quell’ora, traluce in tutta la sua chiarezza la fiera anima lombarda del campione delle Cinque Giornate, che non ha idoli di nomi e di sistemi; che combatte come che sia, dovunque, per la patria e la libertà; che monarchico di core e aristocratico di costumi, grida: «Viva la Repubblica,» se in quell’istante la Repubblica è l’Italia.
«_Repubblica Romana._
»_Triumvirato._
»Roma, 3 giugno 1840.
»Cittadini,
»_Riceviamo in questo momento dal colonnello Manara le notizie che qui trascriviamo._
»ALL’ASSEMBLEA.
»Dei nostri furono sensibili le perdite, perchè immenso lo slancio con cui si sono gettati sul nemico.
»Più di dieci volte il nemico venne caricato alla baionetta. Del mio solo Reggimento duecento fuori di combattimento, fra cui dodici ufficiali, ma tutti morti da grandi, tutti spiranti col santo nome di Patria, di Libertà in bocca. I celebri tiragliatori d’Orléans dovettero fuggire più volte davanti a noi. I Francesi non entreranno in Roma, per Dio! Oggi devono essersi persuasi che hanno dinanzi a sè dei bravi che loro fanno pagar caro l’infame loro progetto.
»Viva la Repubblica!
»SAN PANCRAZIO.
»Firmato MANARA.[137]»
XVI.
Non sta a noi rifare il diario dell’assedio di Roma: basta al nostro assunto disegnare i sommi contorni del quadro, soffermandoci soltanto a lumeggiare qua e colà quei punti ne’ quali il nostro eroe campeggia.
Padroni di Villa Pamfili, i Francesi intraprendono, quasi fosse una piazza forte di prim’ordine, l’assedio di Roma. Nella notte dal 4 al 5, milleduecento uomini di fanteria inquadrati fra centoventi zappatori, tracciano, a trecento metri, una prima parallela destinata a scrollar con due batterie i bastioni sesto e settimo; dal canto loro, scoperta al mattino vegnente l’opera nemica, le batterie romane del Testaccio, di Sant’Alessio, del bastione sesto, aprono un fuoco vivissimo, controbattono con tiri aggiustatissimi le batterie degli assedianti, le conquassano e le sfiancano.
E da quell’istante incomincia la penosa, triste e monotona vicenda dell’assedio. Di fuori i Francesi forti di numero, di disciplina, di valore, guidati da uno de’ più valenti ingegneri militari del secolo (poichè il vero vincitore di Roma fu il generale Vaillant), potenti di artiglierie e di munizioni, ricchi di qualsivoglia stromento di offesa e di difesa, riforniti di continuo dalla gran via del mare, s’avanzano lenti e metodici, tracciano ogni giorno una nuova parallela, s’accostano senza posa alla piazza, scavano ad ogni ora un palmo di breccia; di dentro gl’Italiani, i quali, sebben costretti a difendere da un vero e regolare assedio una città che non fu mai una fortezza,[138] e condotti da un genio militare, ardito, infaticabile, ingegnoso, ma scarso di cannoni, di braccia, di materiali d’ogni sorta, contrappongono intrepidi offesa ad offesa, trincea a trincea, scavano vie coperte, alzano cortine, restaurano senza sosta le cannoniere smontate, tentano, a dir vero, con poca arte e minor fortuna le loro sortite, molestano, come ponno e come sanno, il nemico vigile ed agguerrito; suppliscono infine colla fortezza de’ petti alla debolezza delle muraglie, e prolungano colla sola virtù la loro gloriosa agonia.
Qual parte toccò a Garibaldi in quel secondo periodo? La principale ancora. Scelto per quartier generale il Casino Savorelli, che da una costa del Gianicolo presso San Pancrazio dominava tutta la stesa dell’assedio, e presa tutta per sè la torretta che sovrasta al Casino, Garibaldi se ne fa insieme la sua specula e la sua stanza prediletta, e tutte le poche ore di quiete che il nemico gli concede le passa a frugar coll’occhio tutti i più ascosi avvolgimenti del campo assediante. I Francesi, naturalmente, appena seppero che lassù era il nido del famoso guerrillero, se lo presero per uno dei punti di mira più favoriti; ed era una gara tra i cacciatori di Vincennes e i cannonieri di Villa Corsini a chi meglio imberciava nel segno.
Non per questo egli aveva mutato una sola delle sue abitudini: come al solito tornava ogni giorno ad osservare dalla sua specula le mosse nemiche, come al solito andava nei brevi riposi a fumare il suo sigaro a cavalcioni della terrazza che contornava la bersagliata torretta. Pareva anzi che così per lui, come per i suoi ufficiali, quel saltellío di bombe, quel ronzío di palle, quel rovinar di pietre e di travi fossero una festa.
Perciò aneddoti a josa tragici e comici. Un giorno una palla piombando nella stanza terrena dove Garibaldi teneva l’ufficio, mutila mostruosamente la gamba del Dragone di guardia, e poco manca che il Generale stesso non ne resti stroncato. Un altro il Manara, dopo la morte del bravo Daverio assunto all’ufficio di capo di Stato Maggiore ed abitante perciò presso il Generale, si porta seco al Casino Savorelli certo Bergamasco, burattinaio famoso, non sappiamo se per mestiere o per spasso, e lo conduce a dare una rappresentazione a Garibaldi nella sala frescata da Salvator Rosa; e s’immagini con che risate di tutta la brigata. Se non che a un certo punto quando occhi e orecchi son tutti intenti alla rappresentazione, una bomba casca con gran rombo nel Casino, una gragnuola di palle entra per le finestre, e tutti sono a un punto d’averne rotte le ossa; ma tutti altresì, vero miracolo, sani e salvi.
Tuttavia nemmeno le delizie del Casino Savorelli eran tali da distrarre Garibaldi dalle maggiori e più urgenti cure del suo ufficio. Non passava giorno che egli non visitasse il campo, intento a ispezionare trinciere, a dirigere lavori, a ordire colpi di mano, a capitanare sortite, tra le quali va ricordata quella del 9, contro le trincee della fronte, dove fu ucciso, sfidando la morte, il prode capitano Rozat; e quella del 10, guidata da Garibaldi in persona, e distinta col nome d’incamiciata. Se essa fosse parte di quella grande sortita escogitata dal generale Rosselli, di dodicimila uomini, o cinque brigate, che dovevano «formarsi in battaglia e con movimenti a scaloni, per la diritta,» piombare sui fianchi e alle spalle degli assedianti, o una sortita parziale e indipendente da quella, non ci fu dato, nè dai libri stampati, nè dalle memorie manoscritte, rischiarare.[139] Certo è che Garibaldi, riuniti la sera del 10 in Piazza San Pietro circa seimila uomini e ordinato che ciascuno, per riconoscersi nelle tenebre, tirasse sopra le assise la camicia, esce colla Legione polacca all’avanguardia; l’italiana, i Bersaglieri lombardi, il reggimento Pasi al centro; il reggimento Masi alla retroguardia, da Porta Cavalleggieri e s’avvia per le viottole del Monte Creta, alle spalle di Villa Pamfili, mèta della spedizione.
Se non che, fatta breve strada, cominciano i guai. Sorta la luna, batte in pieno sugl’_incamiciati_ e riga di bianchi fantasmi tutta la campagna, onde il Generale è obbligato a comandare che siano nascoste le camicie, divenute non più segno di riconoscimento agli amici, ma pericolosa insegna denunziatrice ai nemici. Poco dopo la testa della Legione italiana, che doveva girare per una via, s’abbatte nella coda dell’avanguardia che le converge incontro per l’altra, onde a vicenda si scambiano per nemici e a vicenda s’allarmano; mentre che in altro punto una scala a piuoli adoperata da alcuni Legionari a perquisire una casa sospetta, si scavezza, cadendo con grande fracasso coi soldati che porta, e accresce, col misterioso rovinío, lo spavento e la confusione, nei già spaventati e confusi, i quali certi oramai d’avere addosso tutta l’oste francese, vanno sossopra, s’accavallano, si moschettano l’un l’altro nel buio, rigurgitano fino al centro della colonna. Indarno il Sacchi, il Manara, l’Hoffstetter, il Ferrari, tutti i più valorosi, si sforzano colle preghiere, colle minacce, colle percosse di sfatare quel pánico e di far argine al rigurgito; indarno il generale Garibaldi menava, bestemmiando, il suo scudiscio sopra i fuggiaschi, apostrofandoli di «canaglia;» fu necessario che i Bersaglieri facessero barriera e incrociassero le baionette per farli risensare e contenerli.
Pertanto il colpo era fallito ed era prevedibile. Garibaldi passando la notte stessa vicino al Manara gli disse: «Abbiamo avuto torto di non destinare i bravi vostri Bersaglieri all’avanguardia;» ed erano fiducia e lode meritate; ma se con quelle parole volle dire che la colpa dell’abortita impresa dovesse cadere tutta, e soltanto sul capo dei soldati, sicchè bastasse mutarli per mutare l’evento, errava, a parer mio, di molto, o per lo meno diceva cosa da una grande pluralità di casi contraddetta e smentita. Siffatte spedizioni notturne, _incamiciate_ o no, rarissime volte riescono con truppe veterane ed agguerrite; con giovani ed inesperte quasi mai; e basta sempre il più lieve accidente: lo scalpitar d’un cavallo, lo scoppio involontario d’una fucilata, un grido, un’ombra a trarle in rovina.
All’indomani i Legionari, saputo quant’era grande contro di loro la collera del Generale, inviarono deputati a supplicarlo perchè volesse perdonarli della svergognata fuga della notte precedente, chiedendo, per riscatto, d’essere d’allora innanzi mandati pei primi a qualsivoglia più arrischiato cimento. E il Generale, come padre irritato contro gli scapati figliuoli, li accolse accigliato e nulla volle promettere per allora; ma si capiva bene che il perdono era già nel suo cuore, e che al primo tonar del cannone la grazia sarebbe stata concessa.[140]
XVII.
Intanto la cinta d’assedio era venuta d’ora in ora serrandosi, e il duello tra le mura e il cannone, se così fosse lecito chiamarlo, si andava facendo sempre più accanito. Gli assedianti in meno d’otto giorni avevano rizzato sei batterie, compiuta la prima e aggiunta una seconda parallela, e collegate tutte le trincee a’ loro _Depositi_: gli assediati, a lor volta, afforzate le batterie sesta e settima, bersaglio fisso del nemico; poi condotte due vie coperte, una al Vascello, l’altra rasente i bastioni; indi restaurate cannoniere; risposto, colpo per colpo, al nemico; difesa più d’una volta la propria, assalita talora la trincea avversaria; pagato ogni giorno nuovo e largo tributo di sangue generoso; operato tutto ciò che l’arte, l’ardire, il santo sdegno dell’ingiusta aggressione suggerivano.