Part 22
In quel punto arrivava sul luogo dell’azione il generale Rosselli. Era già sera. Garibaldi, dopo aver ragguagliato il Comandante in capo di tutti gli eventi della giornata, lo condusse nella casa Blasi,[130] che aveva servito di specula a lui stesso durante il combattimento, e accennatogli col dito il crescente addensarsi del nemico sulla strada di Terracina gli improvvisò, come suol dirsi, sul tamburo, questo piano: «Egli, Garibaldi, si getterebbe ai fianchi del nemico fuggente; il Rosselli coll’artiglieria, la linea e i Carabinieri della riserva, resterebbe a difender la posizione espugnata e appoggerebbe l’attacco di Velletri.» Ma non era al dotto Rosselli che il manesco Garibaldi poteva darla ad intendere. Per la sua sapienza quei nemici che sfilavano in confuso sulla strada di Terracina erano reggimenti e brigate in moto a predisporre un nuovo assalto per l’indomani; per la sua metafisica militare, la ritirata dell’esercito borbonico era una manovra.
«Ma che manovra! (ribatte seccamente Garibaldi); non vedete che quello è un esercito che fugge?» — e lasciando al Generale in capo passar tranquillamente la notte nei soffici letti della casa Blasi, se n’andò a dormire digiuno sotto una siepe.
Al nuovo mattino non c’era più in Velletri un solo Borbonico.
XI.
Questa veracemente la giornata di Velletri; questo il fatto d’arme, nel quale Garibaldi fu accusato d’aver colla sua temerarietà e indisciplinatezza guastato i disegni del suo Generale e resa impossibile la totale disfatta del nemico.
Però qual conto meritino siffatte accuse, chiunque ha seguíto a passo a passo la battaglia lo può attestare. E prima di tutto si disse che Garibaldi mancò al suo dovere due volte: abbandonando arbitrariamente il grosso dell’esercito; impegnandosi nel combattimento contro gli ordini del suo Generale in capo. Certo in un esercito bene ordinato, dove tutti stanno al loro posto, sanno il loro mestiere e fanno il loro dovere, questo non sarebbe avvenuto. In quell’esercito si sarebbe bensì osservata la regola, che chi comanda un corpo in marcia ne comanda necessariamente tutte le sezioni; ma non sarebbe stata violata l’altra norma non meno importante, che il Comandante in capo marcia alla testa della colonna tra il grosso e l’avanguardia, ond’essere in caso di governarne da un punto centrale tutte le parti. Ora dov’era il Rosselli la mattina del 19? Noi lo vedemmo alla coda della riserva! In tutt’altro luogo dunque che al suo posto; in luogo tale, dove, checchè accadesse, non poteva dirigere nè il grosso nè l’avanguardia, nè vedere quel che accadeva davanti o intorno a lui, nè formarsi un concetto qualsiasi delle intenzioni del nemico e delle condizioni sue. Ciò essendo, che doveva fare Garibaldi quando sentì che l’avanguardia stava per essere attaccata, e che perciò tutto l’esercito poteva da un istante all’altro essere forzato a combattere? Quello che ogni buono e vero Generale avrebbe fatto nel caso suo: montare a cavallo, spedire un avviso del fatto al Generale in capo, e correre all’avanguardia a giudicare cogli occhi suoi dello stato delle cose.
Se non che al suo arrivare vede che il nemico è in procinto d’attacco, e giudicando pericolosa, oltrechè disonorevole, la ritirata, prende una posizione difensiva e sta ad attendere. Che vi è in tutto ciò di scorretto, d’irregolare, di contrario alle norme dell’arte e della disciplina militare? Forsechè il generale Garibaldi doveva lasciar assalire e magari massacrare l’avanguardia senza nemmeno darsene per inteso; forse che egli poteva informare il generale Rosselli di quello che accadeva avanti, se non lo vedeva e non lo giudicava da sè stesso?
Ma si replica: egli non doveva attaccare; e il generale Rosselli glielo mandò a vietare espressamente. Abbiamo tante volte ridetto che il generale Garibaldi _fu attaccato, non attaccò_; che il ripeterlo sarebbe sazievole. Circa però all’ordine del generale Rosselli, anzitutto il general Garibaldi affermò sull’onore di non averlo ricevuto che tardi, quando oramai la lotta era impegnata ed è probabilissimo; in secondo luogo l’ordine, per confessione esplicita dello stesso general Rosselli, non era già di evitare ad ogni costo lo scontro e quasi fuggire davanti il fuoco, ma soltanto «di andar cauti, di fermarsi a quattro o cinque miglia da Velletri,» e di non impegnarsi prima ch’egli fosse giunto in tempo da spalleggiarlo.
E capisce ognuno che le quattro o cinque miglia non erano oltrepassate; che le cautele dell’arte non erano state violate; che venne meno soltanto la condizione di non impegnarsi prima che il Generale in capo fosse giunto, per la ragione semplicissima che il Rosselli non giunse mai.
Pure non è questo il più grosso fallo di Garibaldi. Il vero peccato mortale, la imperdonabile colpa sua è d’aver sciupato, come dicono, lo stupendo piano di guerra del suo Generalissimo, e per usar l’espressione d’Alberto Mario, «perduto il Regno, rendendo impossibile il precogitato movimento di circuizione del nemico.» Davvero trasecoliamo! Il solo disegno buono, ma per nulla stupendo, che il Rosselli abbia manifestato, fu quello di assalire i Napoletani sui colli Latini, girandoli per la destra; e noi abbiamo già veduto che la sera del 17 quel disegno, per la ritirata precipitosa dei Napoletani, era già sventato. Altro disegno, nè buono nè cattivo, il Rosselli non partecipò ad alcuno; l’avrà covato, ma nol partorì. Durante tutto il giorno 19 se ne stette dove l’abbiamo veduto, e da dove certamente nessun piano di guerra, per napoleonico che fosse, nè potevasi porre in atto, nè governare. Finalmente alla sera del 19 il Rosselli viene, vede e non capisce ancora: scambia i preparativi di ritirata del nemico per manovre di assalto; risponde a Garibaldi, che gli propone di rinnovar la battaglia, piombando sulle spalle dei nemici fuggenti: a domani; e l’indomani non c’è su tutto l’orizzonte un solo Borbonico; e l’indomani, di tutti i piani rosselliani non resta più che l’eco della battaglia sotto Velletri, combattuta per sei ore dal solo Garibaldi e vinta solo da lui; eppure ci sono ancora degli amici di Garibaldi, de’ bravi soldati, delle menti elette, come il Vecchi, il Mario, il Guerrazzi, che scrivono e ripetono: la vittoria di Velletri essere stata sciupata da Garibaldi; egli aver lasciato scappar i Borbonici, che il Rosselli avrebbe presi; egli perduto il Regno, che il Rosselli col «precogitato movimento di circuizione» avrebbe conquistato!
E di più non aggiungiamo: il buon senso giudichi. Se Garibaldi sia stato o no un grande capitano, non è quesito cui vogliamo rispondere ora; la fine della sua vita e di questo libro lo chiariranno. Quello che per ora ci importa assodare è questo solo: che nessun argomento potrebbe essere meno idoneo a dimostrare la sua inettitudine alla grossa guerra, della giornata di Velletri. Che se quella giornata poteva essere una grande vittoria e restò una incompiuta fortuna, a tutti poteva esserne attribuita la colpa, fuorchè a Garibaldi. E non basta nemmeno, a parer nostro, cercarne le cagioni nell’inerzia del Rosselli che non combattè, o nella vigliacchería del Re borbonico che fuggì. Per avere in mano tutto il segreto della fallita impresa conviene risalire ancora a quella causa vera e prima, che accennammo dapprima: l’antagonismo dei due capitani che comandavano nel medesimo campo.
Non si mandano alla stessa impresa due generali pari di grado, disuguali di valore, diversi di origine, antipatici di carattere, senza che o prima o poi il disaccordo della loro eterogenea natura scoppi violentemente e danneggi l’opera stessa per cui sono associati. V’era tra il Rosselli e Garibaldi una incompatibilità irreconciliabile: l’uno pretendeva alla superiorità della scienza, l’altro alla superiorità della esperienza; l’uno ostentava i suoi studii, l’altro citava le sue campagne; l’uno parlava di guerra come un Vegezio o un Jomini; l’altro non sapeva, come i grandi pittori, dare compiuta ragione di quello che faceva, ma ogni pennellata era una vittoria. Create ora, se vi riesce, da quel disaccordo l’armonia; fate nascere, se potete, da quella antinomia l’unità, e suscitate da quella antipatia l’amore. Il Governo romano non capì prima il suo grande errore; non lo capì a Velletri, non lo volle capire dopo; Roma continuava ad avere due generali in capo, l’uno di nome e l’altro di fatto; e i Francesi, aiutati da quel dualismo, saliranno la breccia un mese prima del tempo.
XII.
La mattina del 20 il Rosselli mandò sulla strada di Terracina qualche squadra volante di fanti e di cavalli a perseguitare la coda de’ fuggenti; e il tentativo non dispiacque a Garibaldi; ma non gli bastò. L’idea sua era di buttarsi nel Regno e accendervi le faville d’una rivoluzione novella. Ne scrisse perciò il giorno stesso al Rosselli in questa lettera, la quale per quel po’ di famigliarità che abbiamo contratta coi modi e lo stile del nostro eroe, la diremmo tutta di suo pugno:
«Velletri, 20 maggio 1849.
»Generale!
»Io profitto della vostra compiacenza ad ascoltarmi e vi espongo il mio pensiero. Voi avete mandato ad inseguire l’esercito napoletano da una forza nostra; ed è molto bene. Domani mattina dobbiamo col corpo d’esercito tutto prendere la strada di Frosinone e non fermarci fino a giungere sul territorio napoletano, le popolazioni del quale bisogna insurrezionare. La divisione che seguita la strada di Frosinone deve impegnarsi con forze superiori e ripiegarsi sopra noi in caso d’urgenza; ciò che potrò farò anche traverso le montagne, non impedito dal peso dell’artiglieria.
»G. GARIBALDI.»
Il Rosselli trasmise, com’era debito suo, la proposta al Ministro della guerra, contentandosi a esporre le difficoltà dell’impresa e a dichiarare che, pur ubbidendo, ne rinunziava la responsabilità. E questa volta aveva ragione lui e torto Garibaldi. E più ragione forse nel rispetto politico che nel militare. Poichè era più probabile che Garibaldi riescisse a battere l’esercito borbonico, numeroso sì, ma inabile, ed a racchiuderlo nelle sue fortezze, che a far insorgere popolazioni sbalordite ancora dai rovesci e dai disinganni dell’ultima lotta, parte atterrite dalle persecuzioni, parte infralite dalla corruzione, attorniate dallo spettacolo della reazione stravincente in tutta Europa, e prive d’ogni speranza di aiuto e d’ogni lusinga di vittoria. Oltre di che non era colle forze destinate a difender Roma che doveva tentarsi una simile impresa. Oramai le cose erano giunte a tale in Italia, che il partito più saggio era concentrar la difesa in pochi punti dov’era ancora possibile e là cadere gloriosamente. Pensare ad altra riscossa era sogno; divider le poche forze per seminarle a ravvivare la favilla d’una rivoluzione era stoltezza. Il Governo romano poteva di leggieri intender tutto ciò e dir chiaro a Garibaldi: tornate in Roma. Posto invece tra i due generali creati da lui, prese il partito solito di accontentarli entrambi: richiamò il Rosselli a Roma col grosso delle forze; lasciò a Garibaldi una brigata coll’incarico apparente di spazzar i confini dalle masnade dello Zucchi, col reale, di tentare l’impresa del Regno. E Garibaldi partì.
Il 23, sera, era coll’avanguardia a Frosinone, da dove il vecchio Zucchi era già partito; il 25 a Ripa; il 26 sconfinava a Ceprano, e saputo che Rocca D’Arce, munitissimo luogo, era occupato dai Napoletani, inviò tosto i Bersaglieri lombardi ad assalirlo. E i Bersaglieri, scambiati pochi colpi cogli avamposti, si slanciano arditi su per l’erta scoscesa, aspettandosi ad ogni passo d’essere salutati dalle mitraglie nemiche e arrivando invece, senza dare nè ricevere un colpo, fino al sommo del paese, dove con grande loro meraviglia, non trovano anima viva.
«I soldati (scrive Emilio Dandolo testimonio) erano sdegnati di questa diffidenza; ma mercè le calde ammonizioni di Garibaldi, arrivato allora colla sua Legione, e particolarmente del Padre Ugo Bassi (che conobbi allora quanto fosse fervente di carità e di patriottismo), non fu tocca una busca in quel paese deserto, non abbattuta un’imposta. Sedemmo per terra sulla piazza. Ma gli spauriti abitanti, quando dalle cime vicine videro quest’ordine ammirabile, calarono in tutta fretta, corsero ad abbracciarci, aprirono le case e le botteghe, e in pochi istanti il paese tornò alla consueta attività. Ci raccontarono allora quante superstiziose credenze avessero i soldati napoletani sparse fra loro. A sentirli, noi eravamo tanti folletti inviati dal demonio a divorare i bambini ed abbruciare le case. Il vestire bizzarro di Garibaldi e de’ suoi accresceva singolarmente la paurosa ignoranza di quei paesani.[131]»
Garibaldi frattanto aveva ordinato di riprendere la marcia per il mattino vegnente; risoluto, se la voce che un corpo di Svizzeri l’aspettasse a San Germano s’avverava, a misurarsi con loro e a farla finita al più presto. Nessuno gli aveva levato di mente che vincere una battaglia contro quell’esercito fosse facile, e che una vittoria bastasse ad aprirgli le porte del Regno: «Qui (diceva a’ suoi ufficiali raccolti sulla piazza d’Arce) qui si decidono i destini d’Italia. Una battaglia vinta sotto Capua ci dà nelle mani l’Italia.[132]»
Altri però erano in quel momento i pensieri del Governo romano. L’invasione austriaca s’innoltrava minacciosa; un esercito del Wimpfen aveva già cominciato l’investimento d’Ancona; un altro agli ordini del Lichtenstein marciava su Perugia; Roma poteva essere in pochi giorni serrata tra branche di ferro, anche più tenaci di quelle francesi: far argine a tanto pericolo era prudenza. E il Triumvirato si era lusingato per un istante di poterlo, essendogli parso che durante l’armistizio, e prossimi i negoziati Lesseps, giusta la pia sua credenza, a conchiusione felice, nessuno, nemmeno l’Oudinot, avrebbe potuto vietargli di mandare la parte disponibile dell’esercito a combattere quelli Austriaci, che ingenuamente pensava aborriti, prima che da altri, dagli stessi Francesi. Perciò, col capo dentro in questa fitta d’illusioni, ordinava che una spedizione per le Marche s’allestisse in Roma, e che frattanto Garibaldi fosse richiamato a marcia forzata dal Regno. E Garibaldi, saputo il motivo del richiamo, ubbidì, può dirsi, con gioia; e con somma diligenza ripassava il confine il 28; rientrava in Frosinone il 29; era ad Anagni il 30; il 1º giugno a Roma.
Da Frosinone peraltro aveva scritto al Masina questa singolarissima lettera, dalla quale traspaiono due cose poco sapute fino ad ora: ch’egli affidava a quell’intrepido il comando in capo della Legione italiana; e che gli rideva in cuore la speranza di poterla adoperare ben presto contro il secolare nemico, di cui tutti sanno il nome.
Ed ecco la lettera: più degna certamente d’un _caicco_ di turbe indiane, che d’un eroe civile; ma nella sua selvaggia inspirazione, viva, pittoresca, terribile:
«_Comando della 1ª Divisione._
»_Repubblica Romana._
»Frosinone, 29 maggio 1849.
»Colonnello Masina,
»Io vi incarico sempre delle più ardue e disagiate imprese colla coscienza del vostro coraggio e della vostra capacità a disimpegnarle. Voi siete uno di quei compagni che la fortuna mi ha fatto felicemente incontrare per l’adempimento dei destini dello sciagurato nostro Paese, e per cui ogni impresa mi diventa facile. Io vi amo e vi stimo dunque doppiamente, come amico dell’anima, poichè lo meritate personalmente — come campione della santa nostra causa, per cui tanto avete fatto e tantissimo farete ancora. Io vi raccomando la Legione. Credetemi. Voi solo dovete comandare quei valorosi giovani, quel nucleo delle speranze della Patria. Voi non dovete limitarvi a condurla sul campo di battaglia, ma bensì, ciò che ben sapete fare, tenerla qual famiglia vostra, vegliarla, custodirla, staccarvi da quella meno che sia possibile. Voi avete sperimentato certamente come la fanteria è il vero nucleo della battaglia; e la Legione italiana, vedete, vittoriosa tre volte, sarà vittoriosa sempre.
»Voi avete bisogno pure del vostro Corpo de’ Lancieri e ne avete veduta la necessità. Essi con Voi saranno inseparabili dalla Legione e non saranno meno utili. Ma la fanteria abbisogna veramente di tutta la vostra cura. State con essa, Colonnello, io ve la raccomando intenerito. La vita della prima Legione italiana appartiene caramente e indispensabilmente all’Italia. I Legionari, noi stessi non possiamo valutarne l’importanza. L’onore italiano — e sapete se importa l’onore ad una nazione caduta — l’onore italiano per la maggior parte è stato salvo dai nostri bravi Legionari. Ed un popolo disonorato sarebbe meglio che sparisse dalla superficie della terra. Voi avete combattuto sempre alla fronte della Legione e la Legione vi conosce, vi stima. Il valore, credetemi, è la prima qualità; almeno la più fascinante; quella che serve al capo ad affezionarsi il subalterno; e Voi foste brillante di valore. Dunque Voi reggerete e guiderete bene la Legione, e bramo ve ne occupiate indefessamente. In Roma potremo supplire ai bisogni dei nostri militari e non abbiamo tempo da perdere. Il più terribile, il più abbominato de’ nostri nemici ci aspetta sulle vie delle Romagne ed io.... mi suona un grido di vittoria nell’anima. Da questo momento Voi preparerete la Legione ad uno scontro co’ Tedeschi. Dite ai Legionari che si famigliarizzino con quell’idea, che ne facciano il pensiero d’ogni minuto della giornata, il palpito d’ogni sonno della notte. Che si famigliarizzino ad una carica a _ferro freddo_, e conficcare una pungente baionetta (le affileremo a Roma) nel fianco di un cannibale. Carica a ferro freddo senza degnarsi di scaricare il fucile. Date un ordine del giorno alla Legione che obblighi i Legionari alla seguente preghiera: — Dio, concedetemi la grazia di poter introdurre tutto il ferro della mia baionetta nel petto di un Tedesco senza essermi degnato di scaricare il mio fucile, la cui palla serva a trucidare altro Tedesco non più lontano di dieci passi. — Dunque all’opera, mio caro Colonnello, state sulla Legione come l’avaro sul suo tesoro. Preparate i Legionari ad un giorno di trionfo. Forse dovremo combattere più compatti. Si assuefacciano dunque a miglior disciplina, a marciare uniti; a comparire il più decorosamente che sia possibile. Vinceremo allora e profitteremo della vittoria.
»GIUSEPPE GARIBALDI.»
XIII.
Quando la colonna di Garibaldi rientrava in Roma, le trattative Lesseps erano già fallite. Nè poteva essere altrimenti. La missione di pace dell’Inviato straordinario era apparente, gli ordini di guerra del Generale in capo reali; il Governo romano agiva con lealtà più che cavalleresca, il Governo francese con doppiezza peggio che volpina; a Parigi come a Londra, a Gaeta come a Vienna, a Madrid come a Napoli, si voleva la morte della libertà romana e la risurrezione del Papato: impossibile che, esaurito l’ultimo sforzo delle armi, ciò non avvenisse. Il 1º giugno l’Oudinot alla lettera ingenua del Rosselli, il quale chiedevagli nientemeno che di prolungar l’armistizio fino a che l’esercito romano avesse, con suo comodo, battuto gli Austriaci, rispondeva: gli ordini del suo Governo prescrivergli di entrare in Roma al più presto; aver già denunziato l’armistizio alle Autorità romane; per solo riguardo ai Francesi residenti in Roma consentire a differire l’attacco fino a lunedì mattina. Ciò voleva dire in tutte le lingue del mondo fino al 4 giugno: nel calendario, non sappiamo se dire gesuitico, del Generale francese, significò sino alla mattina del 3. E di questa perfidia inaudita negli annali militari, la coscienza della storia ha già gridato vendetta; e a noi parrebbe quasi femminile piagnisteo ridirne di più. Sull’assisa dell’Oudinot, duca di Reggio, il figlio del _Bajard de l’armée_, è stampato un marchio che nessuna acqua lustrale di gloria potrà lavare; quanto al fosco riflesso che ne rimase sulla bandiera francese, amiamo pensare anche noi che il sangue di Magenta e di Solferino l’abbia deterso.
È noto adunque che all’alba del 3 giugno i Francesi, sorpreso quasi nel sonno il sottile battaglione Melara, occupavano con due brigate la Villa Pamfili, e ben presto, avviluppati da ogni parte i loro bravi, ma pochi difensori, anche le posizioni adiacenti del convento di San Pancrazio, e di Villa Corsini, chiamata pure Casino de’ Quattro-Venti, e formanti colla Pamfili un solo altipiano, cadevano in loro potere. Nessuno attendeva l’inopinato assalto; però il fragore della pugna scosse la città intera come colpo di fulmine. Garibaldi stesso, così vigile, dormiva nel suo modesto letto in Via delle Carrozze, e non lo svegliò che il cannone. Ma non era sveglia sgradita. In un baleno è in piedi, in pochi istanti è in sella; trae seco la coorte della Legione italiana, acquartierata poco lontano; ordina alle rimanenti di seguitarlo, parte al galoppo, arriva alla Porta San Pancrazio; misura con un’occhiata tutta l’estensione del pericolo; distribuisce le truppe man mano che gli giungono tra i bastioni, la Porta e il Vascello, e slancia primi i Legionari alla riconquista di Villa Corsini. E la Legione, comandata dal Sacchi, preceduta dal Masina, accompagnata dal Bixio, va, traversa sotto una grandine di palle lo scoperto terreno seminandolo de’ suoi migliori, e arriva sino al vestibolo della casa; ma colà, fulminati di fronte e dai lati, dalle finestre, dalle siepi, dalle muraglie, da migliaia di nemici appostati al coperto, e quasi invisibili, son costretti a voltar le spalle ed a rifugiarsi nel Vascello, che da quel momento diviene l’antemurale estremo e più tenace dei difensori di Roma.
Le veci allora sono mutate. Gli assalitori di dianzi diventano assaliti: i Francesi sboccano dai ripari, irrompono da ogni parte; ma i Legionari, protetti dal massiccio edificio convertito in fortezza, folgoravano da cento feritoie la morte: il Vascello è avvolto da una bufera di fuoco, ma resiste impavidamente.
Ed ecco in quel punto, scoccavan le otto, giocondi, entusiasti, impazienti di pugna, arrivare i Bersaglieri Manara. Era tempo: Garibaldi appena li vede apparire ne prende la prima compagnia, e la spinge ad arrestare l’avanguardia nemica. Ed anche i Bersaglieri, capitano Ferrari, luogotenente Mangiagalli, preceduti dal loro stesso Colonnello, si precipitano capofitti come i Legionari, rigano del loro sangue il cammino mortale; onde i Francesi balenano, indietreggiano, sono risospinti fino alla spianata della Villa. Ancora uno sforzo ed il contrastato baluardo è nostro. Garibaldi lo vede (fu detto non abbastanza in tempo), e manda la seconda compagnia di Enrico Dandolo a spalleggiare i vittoriosi, mentre stacca parte del secondo battaglione ad assalire, per il convento di San Pancrazio, l’estrema destra del nemico. Ma era tardi. Il Dandolo tradito dalla voce, dal gesto amichevole del capitano francese cade in un agguato, e trafitto in mezzo al petto da piombo traditore soccombe; il giovinetto Morosini lo assiste, lo difende, combatte disperato; ma sopraffatto dal numero, anche la sua compagnia dà volta, mentre ai Quattro-Venti non restano già più a fronteggiare i Francesi che il Manara, il Ferrari, il Mangiagalli, capitani senza soldati.