Part 9
In quel punto ode sonare le undici e mezza; altri orologi vicini e lontani ripetano a brevi intervalli lo stesso suono... Allora si scuote, si guarda intorno, si assicura che nissuno può vederlo e muove difilato alla porta di ingresso della casa van Leven.
La porta è lievemente socchiusa, e un fruscio di vesti giunge all'orecchio di Riccardo. Tutte le ansie dispettose cedono improvvisamente alle trepidanze dell'amore.
Egli è presso all'uscio, immobile, tremante; la baldanza gli vien meno, il pensiero di trovarsi solo con Camilla, in quell'ora, di sfidare con essa il pericolo di essere scoperti, e d'altra parte il timore di tradirsi, la paura di non saper tanto soffocare i battiti del cuore e gli accenti affannosi della passione che non giungano a rompere il sonno dei servi, tutto ciò lo riempie d'affanno.
È sul limitare della felicità, e non sa determinarsi a passarlo.
Ma si fa forza, con un filo di voce balbetta:
— Camilla!
— Riccardo! — risponde un'altra voce tremante... L'uscio gira lentamente sui cardini; le barriere sono scomparse, i due amanti si uniscono in un amplesso.
Per alcuni istanti s'ode solo il rotto linguaggio dell'amore e il fremito ardente dei baci.
— Camilla! Camilla!
— Riccardo! —
Salgono le scale avviticchiati come due giovani piante cresciute sulla stessa zolla, entrambi muti per la commozione, entrambi smarriti e tremanti.
Riccardo è fuor di sè: la febbre della felicità fa battere i suoi polsi, il desiderio fa fremere le sue fibre. Vorrebbe parlare, ma le parole gli muoiono sulle labbra.
La bella donna tace anch'essa, il suo corpo pesa con abbandono sulle braccia di Riccardo; il suo seno si alza e si abbassa come una nave portata da flutti tempestosi...
Correte istanti felici dell'amore!
Attraversano alcune stanze, rasentano un uscio semichiuso da cui esce la respirazione tranquilla e regolare della zia Angelica. Essa dorme; tutte in quell'ora solenne dormono le creature della terra!
Dormite, dormite... Più seducente dei fantasmi del vostro capezzale, più lusinghiera e più dolce dei vostri sogni è la felicità che attende gl'innamorati.
Proseguono silenziosi, eccoli in una camera appartata; qui sono soli, nessuno li guarda; la oscurità della notte gli avvolge, li circonda, li difende; si amano e possono amarsi; il mondo è lontano, il cielo è in essi, nel loro petto ansante, nelle loro braccia che si stringono, nell'alito che esce dalle loro bocche e si confonde, negli sguardi che si ricercano e s'incontrano attraverso l'oscurità.
Correte istanti felici dell'amore!...
— Voi tremate! — dice Riccardo.
— Voi pure!
— Perchè tremate?
— Ho paura.
Riccardo stringe con passione la mano di Camilla come a domandarle: «di che cosa?» la bella non risponde, ma il suo silenzio è più eloquente della parola.
— Di me?
Camilla a quella insistenza trema più forte, ma continua a tacere.
Stanno alcuni istanti in silenzio. Riccardo volge l'occhio intorno; i suoi sguardi avvezzi a poco a poco all'oscurità riconoscono l'ampia sala in cui egli venne già la prima volta. Su quello stesso divano egli si era assiso col signor van Leven, che l'aveva accolto in casa sua come un amico; colà è il tavolino su cui si era appoggiato e nella parete opposta lo specchio, dinanzi al quale s'era rassettato il panciotto, mentre studiava la miglior maniera di _presentarsi a dovere_.
Quanto tempo è passato da quel giorno, e quanto rapidamente è passato! E negli avvenimenti molteplici che si sono succeduti come tutto l'ordine immaginario era stato mutato nella realtà!... E per qual via l'imprevedibile aveva rotte le trame del preveduto?... In quel tempo egli viveva per Bice... ed ora!...
Quest'ultimo pensiero lo richiamava in sè stesso. Egli è solo con Camilla, sente il bel corpo premere sul suo... nessuno li sorprenderà... nessuno!
Che spera? che pensa? che farnetica colla mente agitata?
Un'onda d'amore gli prorompe dalle labbra; l'oscurità favorisce la sua eloquenza...
Ciò che egli disse, ciò che essa rispose, vibrò lungamente nel loro cuore.
— Mi amate?
— Vi amo.
— Come me?
— Sì, se mi amate molto.
— Camilla mia! Camilla mia!
La disgraziata non risponde più; un nuovo turbamento sembra impadronirsi del suo spirito; si alza, si svincola con dolcezza dalle braccia dell'innamorato, e fa per accostarsi al camino. Riccardo la segue, la raggiunge, la trattiene.
— Che fate?
— Accendo un lume.
— Perchè?
— Per vedervi...
— Non è vero.
— Sì, per vedervi.
— Non è vero; ecco.. voi tremate.
Camilla si arrende e si lascia guidare da Riccardo.
— Di che temete?
— Di che temo! Del nostro amore, di voi... ah! Riccardo, abbiate pietà di me!
— Non ho che amore, Camilla, un amore immenso, indomabile, che mi fa grande per farmi soffrire di più.
— Zitto... ho sentito rumore; la zia Angelica...
Camilla si accosta ad un uscio e si pone ad origliare, mentre Riccardo rimane immobile nel mezzo della camera trattenuto dal terrore. La povera donna approfitta di quell'istante per accendere la lampada.
All'improvvisa luce la camera piglia un aspetto nuovo; svanisce a un tratto quella sicurezza che rendeva l'uno audace e l'altro debole nel resistere.
Ecco, i due amanti si guardano come estranei; la loro intimità è cessata, l'imbarazzo si pinge vivamente sulle loro guancie, l'uno vede nell'altro la propria accusa...
Ciò che poc'anzi sembrava legittimo pare audace. Nuovi modi, nuovo linguaggio e quasi nuove persone; e tuttavia le stesse passioni.
Riccardo è sbigottito; bisogna ricominciare da capo, sfidare la presenza importuna dei mobili, le beffe ed i sarcasmi dei quadri appesi alle pareti. Da uomo avveduto, egli comprende che non conviene domandare tutto all'audacia, ma che bisogna attendere molto dalla febbre della passione.
Correte istanti felici dell'amore!...
LIX.
Un marito che fa conti e una moglie che fa valigie.
Correggere con un po' di affetto semplice la tazza della voluttà, mettere accanto alle dolcezze affannose del tradimento le freddure dell'amore legittimo è un privilegio di narratori melanconici che, dopo aver trovato il modo di rendere noiosa la virtù, si ingegnano quanto sanno a rendere noiosa anche la colpa.
Chi scrive queste pagine non si nasconde il pericolo che corre, togliendo bruscamente l'a_mico lettore_ dallo spettacolo d'un'eroica moglie che ha fatto venire in casa l'innamorato sentimentale per aver il pretesto di mettere a prova la sua virtù. Ma chi sa come tutta l'arte del novelliere si riduca a farsi gioco abilmente della pazienza dei lettori, porrà questo salto repentino a carico della tirannia della narrazione.
Eccovi dunque in cambio gli affetti legali di due sposi ragionevoli.
Il signore e la signora Pool hanno vegliato anch'essi tutta la notte, e vegliano ancora, — l'uno a porre in ordine carte, a scrivere memorie, a dar consigli e suggerimenti al primo commesso della casa van Leven e Compagni, l'altra ad incassare valigie con poca abilità, ma moltissimo sussiego e qualche segreta lagrima ogni tanto.
Il signor Emanuele Pool parte.
La povera Bice è tutta commossa da questo avvenimento inaspettato; il marito le ha spiegato appuntino come qualmente un bisogno imperioso lo chiami all'improvviso a La Haye, e non sia luogo ad indugi, e gli convenga partire subito, e come si tratti di cose molto serie e molto gravi, di cambiali, di fallimenti, di pegni, di merci in viaggio e di cento altre cose tutte serie e gravi ad un modo; delle quali Bice non ha capito altro se non che il suo Emanuele parte, che andrà lontano e starà assente molti giorni, e che essa dovrà rimanere sola in compagnia di Camilla e della zia Angelica, proprio come quando non era ancora la «signora Pool.»
Ce n'è più del bisogno perchè una creatura, la quale, anche diventata la signora Pool, non ha cessato di rassomigliare molto a Bice, si creda in diritto d'avere gli occhi gonfi ed il cuore gonfio. Se poi si aggiunge che essa ha creduto di leggere nel volto del marito un turbamento insolito, converrete di buon grado che il suo contegno è precisamente quello d'una matrona, a cui non è ignoto l'eroismo sereno della _madre di famiglia_.
È possibile anche, che per forza d'abitudine — le fanciulle si abituano presto ad esser mogli — l'ingenua Bice abbia preso ad amare sul serio il marito, il quale, da quel legittimo orsacchiotto che fu sempre, può averle dato il vizio di starle vicino, e concesso il diritto di tirargli i baffi, di fargli il nodo della cravatta e di chiamarlo _zio Emanuele_; tutto ciò per altro non toglie che l'ingenua creatura possa lasciar credere a sè stessa che più di tutto la sbigottisce e la impaura l'aria melanconica colta da lei nel viso del suo Emanuele, perchè l'ingenua creatura è anche furba!
Sarebbe difficile dire se avesse o no ragione d'inquietarsi, è però incontrastabile che prima di venire innanzi alla moglie per darle la brusca notizia del suo improvviso viaggio, il signor Pool aveva letto più volte una lunga lettera proveniente dall'Olanda, ed aveva fatto la sua faccia più scura. Certo, parlando a Bice, egli non fu meno carezzevole del solito; ma Bice, come dicevamo, non era più fanciulla inesperta; e quel po' di amore che, a torto od a ragione, era entrato da castellano nel suo petto, le aveva dato la doppia vista, dinanzi a cui è inutile ogni maschera.
Le due dopo mezzanotte sono battute a tutti gli orologi, il tuono brontola in lontananza nel silenzio profondo. Lo zio Emanuele ha finito di far conti, e Bice ha finito di far valigie: egli ha un sorriso di conforto pronto sulle labbra, essa una gran voglia di buttarglisi al collo e di piangere; ma non riesce che a far la cosa a mezzo perchè, mentre sta per buttarglisi al collo, quel furbone di _zio_ la capisce, si scosta un passo e la rimprovera scherzosamente: — sta a vedere che piangi! — la poveretta ride... ma gli si butta al collo egualmente.
Incomincia una grandine di dimande che si succedono senza aspettare risposte.
«Promettimi questo e quest'altro» — e l'ottimo _zio_ promette tutto.
— E mi scriverai, e verrai presto, e penserai sempre a me?... Ma già, è lo stesso, mi toccherà star sola un pezzo; mi ammalerò di noia e di affanno.
— Stavi ben sola un tempo senza ammalarti.
— Bella ragione! un _tempo_ non è più _oggi_; e non per nulla passa il tuo _tempo_.
— Passerà anche quello della mia assenza.
— Già tu ti accomodi subito, è presto detto: _passerà_, ma aspetta un po' che passi!... Vediamo, in quanti giorni passerà?
— In quindici spero, e forse più presto.
— _Spero_... cioè a dire: _forse più tardi_.
— E forse più presto.
— Ipocrisia per far passare lo _spero_. E poi te lo voglio dire, non ci vedo chiaro in questo tuo viaggio... Che necessità hai tu di andare all'improvviso a La Haye? Se fratel Biagio è in Olanda, ci vada lui. —
L'osservazione della signora Pool sembra sconcertare un poco il signor Emanuele, il quale al nome di fratel Biagio si fa serio in viso.
— Sì, fratel Biagio infatti potrebbe andarci lui, e ci andrà, ma è necessario che ci vada anch'io...
— Vedrai dunque mio fratello?
— Certamente; egli deve essere partito da Amsterdam a quest'ora, e c'incontreremo. —
Di nuovo interrogazioni, e promesse, e singhiozzi improvvisi che rompono le parole, e sorrisi che fanno belle le lagrime, e baci che confondono lagrime e parole.
Suonano le tre, suonano le tre e mezza... Il temporale, che ha lungamente minacciato, si scioglie in torrenti di pioggia; Bice esclama che con quel tempo un galantuomo non può mettersi in viaggio, che bisogna differire la partenza... Ma a poco a poco il cielo si rasserena, comparisce l'alba, il signor Pool si toglie al tenace amplesso delle braccia affettuose, ed esce dalla soglia della propria casa come dal santuario in cui è rimasta tutta la sua felicità.
Se la povera Bice avesse visto come le nuvole si addensarono un'altra volta sulla fronte che essa sola aveva potuto rasserenare, avrebbe pianto più amaramente, e la cominciata solitudine le sarebbe parsa cento volte più amara.
Il signor Pool non sorrideva più, seguiva a piedi il servitore che portava le sue valigie, e ogni tanto, con un accento che stava tra il dubbio e l'invocazione, ripeteva a sè medesimo: «bisogna arrivare a tempo!»
LX.
Seconda interruzione dell'idillio domestico.
. . . . . . .
Correte istanti felici dell'amore!
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Manca un'ora all'alba; il silenzio della notte è profondo, e il suo alito fresco, penetrando dalle imposte socchiuse delle finestre, scherza colla fiamma rossiccia della lampada. I guizzi di quella fiamma riflettono strani bagliori sul volto dei due amanti; il lucignolo carbonizzato lancia ad intervalli piccole scintille che muoiono appena nate... Il desiderio scintilla anch'esso negli occhi di Riccardo.
La veglia protratta, l'ansietà, la passione, hanno scolpito le loro traccie sulle guancia di Camilla. Essa è pallida, ha i capelli disciolti, e abbandona le membra stanche con una mollezza piena di seduzione.
Riccardo non stacca gli occhi dalla donna adorata, entrambi tacciono; tutto ciò che l'amore può dire fu ripetuto cento volte.
Un improvviso buffo di vento spegne la lampada; un altro buffo impetuoso spalanca le imposte della finestra.
Gl'innamorati si stringono istintivamente, e i loro aliti si mescono e le loro labbra si toccano. Appoggiata al cuore che batte agitato, Camilla freme di paura e d'amore.
Un lampo illumina un istante la camera, e quella luce fantastica sembra animare tutti gli oggetti; il rumore sordo del tuono risponde da lontano.
Camilla balza in piedi e corre alla finestra, Riccardo la segue.
Densi nugoli neri passano turbinando nell'aria; il lampo si fa più frequente; il muggito del tuono più terribile; il vento fischia cupamente alle svolte delle vie.
Camilla ha paura; cerca le mani di Riccardo, chiude gli occhi e nasconde la faccia nel suo seno agitato.
Una pioggia impetuosa sì rovescia ad un tratto e la finestra ne è investita; Riccardo fa scudo colle mani alla testa di Camilla e riceve sul volto con avidità gli spruzzi della pioggia.
— Le senti, egli dice, le senti le parole della natura?.. Camilla mia! questa è l'ora dell'amore! —
La pioggia continua ad imperversare, e tutte le forze degli elementi si scatenano... Ai palpiti della terra rispondono i palpiti dei due cuori innamorati.
— Tremi... hai freddo? — domanda Riccardo cercando la pupilla innamorata.
— Ho paura..
— Di che temi?
— Della natura, di te.. di me medesima!
— Di te! di te! Tu pure dunque, tu pure! —
Cogli occhi sfavillanti per voluttà, colla respirazione affannosa, cinge d'un braccio il corpo di Camilla e lo attira a sè; da quell'inno sfrenato di due cuori burrascosi escono queste parole:
— Io soffro, Camilla! —
Gli occhi della sciagurata donna si riempiono di lagrime e le sue labbra si aprono ad implorare pietà, ma il cuore è vinto. Ella resiste, si agita, si contorce per divincolarsi da quell'amplesso di fuoco; invano. Riccardo non vede, non ode più nulla, solleva Camilla fra le braccia e la porta per la camera pronunciando con voce soffocata parole d'amore e di desiderio.
Intanto al di fuori il temporale continua a ruggire; la pioggia imperversa ed invade, flagellando i vetri, la camera; lampi frequenti illuminano lividamente questa scena di selvaggia voluttà.
Più terribile, più impetuoso della tempesta della natura è l'uragano che rugge nei petti scaldati dall'amore.
Camilla resiste ancora; l'affanno di Riccardo la commuove, ma non la vince; la sciagurata piange e prega... Qual Dio?
A poco a poco il temporale tace, le nubi fitte si squarciano qua e là, cessa la pioggia, e il pallido raggio dell'alba viene a salutare la desolata natura.
E la tempesta dei cuori innamorati dura ancora.
Riccardo è caduto ai piedi di Camilla ed ha afferrato le sue ginocchia; la luce del mattino batte sulla sua fronte madida di sudore... Egli è bello e prega, e piange...
In quel punto si ode picchiare alla porta di strada.
I due amanti si scostano come per istinto, si guardano l'un l'altro, ma il terrore paralizza le loro forze; immobili, muti, coi volti smarriti si domandano a vicenda un ingannevole conforto.
Chi può essere a quell'ora? La mente di Camilla è corsa lontano sul sentiero delle ipotesi, ma un'idea più insistente delle altre si affaccia... E chi altri mai può essere a quell'ora e in quell'occasione?
— Lui! lui forse! — esclama oppressa da un'angoscia mortale.
— Chi? — domanda Riccardo con voce soffocata dall'affanno.
— Mio marito! —
Lo spavento illividisce le guancie di Riccardo. Il pensiero di ciò che sta per succedere gli toglie il senno; si caccia le mani nei capelli, e guarda la povera donna con espressione di pietà e di raccapriccio.
Ma una speranza brilla ancora in mezzo allo scompiglio delle loro idee: forse non è che un errore, un ebbro tardivo che ha sbagliato l'uscio, uno scherzo di qualche scioperato...
Si picchia un'altra volta; s'ode rumore di catenacci e stridere di cardini e parlare sommesso... il portinaio ha aperto la porta.
Riccardo non indugia più oltre; corre d'un balzo alla finestra, e fa per lanciarsi... Camilla lo vede, indovina la sua intenzione, e ratta come il baleno, gli è dietro, lo afferra, lo trattiene...
— Lasciami, lasciami...
— No, per pietà, rimani...
Camilla piange come una bambina; il pensiero del pericolo, a cui il suo Riccardo voleva esporsi per salvarla, l'ha vinta; il suo cuore non combatte più; traboccante di riconoscenza e d'amore, ha formato un voto che nissuna forza saprà infrangere.
— Rimani, rimani... sarò tua! —
Riccardo non ode altro, l'ebbrezza sconfinata della promessa rapita al labbro della donna amata gli ha quasi tolto la coscienza di sè...
Ma s'odono passi lungo il corridoio; Camilla ha appena il tempo di aprire un uscio e di spingervi Riccardo senza dir parola, poi muove incontro al temuto visitatore, sforzandosi invano di ricomporre le sembianze paurose.
LXI.
L'ultima pagina dell'idillio.
Rimasto solo Riccardo si guarda intorno stupidamente. È egli ben desto? tutto il lungo delirio di quella breve notte, il pericolo che corre, la lusinga che gli parla nel cuore, più alto delle voci della coscienza, non sono ingannevoli parvenze d'un sogno?
Ad una ad una queste domande passano e ritornano in frotta alla sua mente senza trovarvi risposta, la veglia, lo spasimo del delirio, il timore, l'affanno gli hanno tolto il senno.
A poco a poco però si rinfranca, si sente più forte, e ai pallidi raggi dell'alba interroga gli oggetti che lo circondano. Una parete coperta di tavole di botanica, ed i lineamenti fotografici di fratel Biagio nella parete opposta, un grosso erbario olandese sopra un tavolino, una scrivania coperta di polvere e una libreria a vetri, sopra i palchetti della quale si schierano pomposamente le opere latine di Linneo; tutto ciò gli dice che si trova nello studiolo del padrone di casa.
Quell'esame lo rasserena un poco; egli pensa che se anche l'importuno visitatore è il marito, per quanto rabbioso botanico egli sia, non avrà subito bisogno di consultare il suo Linneo, e di rivedere con le lagrime agli occhi il suo erbario olandese.
Fatto questo ragionamento, trova il coraggio di appoggiare la testa all'uscio che si è chiuso dietro di lui e di porger l'orecchio.
Da principio non ode nulla, fuorchè un bisbiglio indistinto, ma dopo pochi istanti gli sembra d'intendere il nome di fratel Biagio pronunciato da Camilla... trema, raddoppia l'attenzione, coglie un frammento di dialogo.
— Quando partirete?
— Ho le mie valigie da basso... fra mezz'ora Bice verrà a stare con voi... —
Riccardo potrebbe forse udirne di più, ma gli basta.
Ha riconosciuto la voce del signor Pool... del signor Pool che parte, che ha le valigie da basso..
Tutto il suo coraggio gli ritorna, la sua febbre riarde, il suo cuore batte agitato, ed il pensiero delirante vagheggia un'audace speranza...
Si guarda ancora intorno, e gli oggetti che lo circondano gli appariscono con nuove sembianze. Le tavole botaniche hanno una fisionomia ilare, come a dire che non furono mai spettatrici di una festa simile; i volumi latini in quarto, che ripetono dalla libreria il nome di Linneo, sembrano dirgli che tutta la scienza dell'universo non potrebbe comprare l'ora d'amore che lo attende; e l'immenso erbario olandese ha l'espressione discreta dì un che accetti la complicità; perfino il fotografico fratel Biagio sembra incoraggiarlo ostinandosi a non guardare le tavole del regno vegetale che...
. . . . . . .
Intanto il signor Pool si accomiata e s'allontana a passi rapidi, ripetendo affannosamente a sè stesso: «chi sa se potrò arrivare in tempo?»
Non anco è chiuso dietro di lui il portone di strada, e già Camilla, ebbra d'amore, ha aperto con le proprie mani il carcere di Riccardo e si è gettata con abbandono nelle sue braccia...
La luce dell'alba inonda la camera, i passeri cinguettano allegramente sulle gronde.
— Tu hai sofferto, non è vero?
— E tu pure?
— Oh! sì, noi abbiamo sofferto... Noi abbiamo troppo sofferto! —
LXII.
Riccardo a Camilla.
«Sono pazzo, sono pazzo! Se tu mi vedessi, se potessi leggere nel mio cuore!
«Non fu illusione la mia? non fu sogno? Oh! lascia che col pensiero mi rinnovi le dolcezze d'un'ora gelosamente involatami dal tempo; lascia che ripeta a me stesso che nella voragine sterminata che noi scaviamo coi nostri passi e che chiamiamo il passato, v'ha un punto, un istante... Affannoso e dolce pensiero!
. . . . . . .
LXIII.
Camilla a Riccardo.
«Perchè mi parli così? perchè non risparmi l'umiliazione ad un'anima straziata dal rimorso? Non v'ha dunque più dubbio! Per te pure sono una donna colpevole!
«Lo so; non è in mio potere di mutare le conseguenze d'un fallo; ma questo linguaggio che vorrebbe dirmi l'amore e non mi dice invece che la vergogna, tu, no, non dovevi aggiungerlo alle mie torture.
«Penso al mio passato, all'enormità del mio fallo, e mi domando che mi rimane nella vita.
«Che sarà di me? Dove troverò io la forza di sollevare lo sguardo sulla fronte limpida ed aperta di mio marito? E potrò nascondergli la mia colpa?
«Ho un presentimento triste; mi pare che una voce segreta mi parli dal fondo del cuore, e che una grande sventura sia sospesa sul mio capo. Cerco un conforto nel cielo; ma il cielo distoglie gli occhi dalle creature che mi assomigliano...
«I miei occhi non hanno più lagrime; tutti i miei affetti sono inariditi; tutti i nodi che mi legavano alla famiglia sono spezzati. Perfino Bice, la mia piccola Bice, candida e buona, mi ìmpaurisce come un'accusa vivente.
«Il tuo amore che mi ha fatto intorno questa solitudine orrenda, ora mi è necessario per popolarla.
«Interroga il tuo cuore, Riccardo; e dimmi, dimmi, mi amerai tu tanto da pagare le mie sciagure?»
LXIV.
Chi vorrà dire la gioia degli amanti, i tripudi segreti, i sogni a occhi aperti, le pazze dimenticanze?
Talora una nuvola di mestizia appare sulla guancia di Camilla, ma i baci di Riccardo la cancellano; e se l'affanno della colpa dissimulato invano, viene a turbare il loro petto, essi si gettano nelle braccia l'uno dell'altro, mormorando a bassa voce: «quanto t'amo! quanto t'amo!»
Ahi! Riccardo ha toccato il culmine della umana felicità! Come suole avvenire di certi favoriti del piccolo Dio bendato, la continua festa l'ha reso schizzinoso, a poco a poco egli non se ne appaga più, e un bel giorno s'accorge, e lo dice a sè stesso con un sospiro, che il suo cuore, il suo gran cuore, è insoddisfatto. E non sono passati dieci giorni dall'ultima lettera di Camilla, che egli si caccia le mani nei capelli, giurando che la sorte gli è ancora debitrice. E dite un po' chi ne ha colpa?... fratel Biagio, lui, proprio lui, che si è andato a cacciare in mezzo a due cuori fatti l'uno per l'altro!
LXV.
Un tiro della Provvidenza degli innamorati.
Il signor Emanuele Pool fu di ritorno verso la metà d'ottobre.