Frutti proibiti

Part 10

Chapter 103,802 wordsPublic domain

Appena Riccardo lo seppe, si recò officialmente in casa van Leven per avere novelle dell'ottimo fratel Biagio. Ma, sia che avesse scelto un cattivo momento, o sia che altro si voglia, contro la sua aspettazione e contro la consuetudine, non fu Camilla ad accoglierlo, ma il signor Emanuele Pool in persona.

Riccardo non era uomo da impensierirsi per questo; col più cordiale sorriso che abbia rallegrato mai la faccia d'un mortale, mosse incontro all'_ottimo signore_, e gli domandò notizie della sua preziosa salute.

Il degno Pool aveva la faccia più brusca del consueto, e nel rispondere che «stava benissimo» fece una certa smorfia bizzarra, specie di geroglifico che Riccardo non si diede la briga di decifrare.

— Ha fatto buon viaggio?

— Bonissimo. —

Il dialogo era giunto fin qui, e Riccardo si avvide che non avrebbe potuto andare molto più lontano; onde si fece premura di chiedere della signora van Leven.

— È di là, — rispose l'altro colla sua incurabile concisione.

«Sicuro che è di là! pensò Riccardo, — ma bisognerebbe sapere perchè non è di qua.»

— Avrò io l'onore di salutarla? — domandò a voce alta.

— Credo di no.

— È incomodata?

— Fa le sue scuse per bocca mia, aggiunse il signor Pool senza rispondere direttamente.

V'era nell'accento, nei modi, nella fisionomia di quest'uomo singolare qualche cosa di così duramente tetro, che Riccardo ne fu colpito, ed incominciò a farneticare.

Che diamine poteva essere avvenuto?

Il primo pensiero — terribile pensiero! — fu che il suo amore fosse scoperto. E spingendosi oltre, immaginò che la novella fosse già in viaggio per l'Olanda. Se pure non vi era già arrivata prima d'ora... Il signor Pool, questo signor Pool così imbronciato, doveva essere capace di tutto. Allora gli tornò in mente una gravissima circostanza, quasi dimenticata: la vigilia della partenza del signor Emanuele, il suo arrivo importuno, in un'ora... Ah! non poteva essere altrimenti; tutto ciò si collegava diabolicamente...

Bisogna dire che lo sguardo che egli lanciò al socio di Biagio van Leven non fosse niente affatto benigno, perchè l'altro parve avvedersene, e lasciò venire a fior di labbro un sorriso ironico.

Riccardo fu lì lì per uscire dai gangheri, ma, diciamolo a sua lode, si contenne a meraviglia; anzi rammentando lo scopo apparente della visita, domandò in termini cortesi e con aria disinvolta notizie del caro signor Biagio.

A questo nome Emanuele Pool girò gli occhi intorno, ma non disse verbo.

Riccardo, fuori di sè per l'affanno, insisteva collo sguardo.

— Sta forse male? — balbettò con un turbamento che avrebbe fatto l'elogio della sua tenerezza e della sua amicizia.

— No, — rispose l'altro con voce spenta.

— Ed è ancora in Olanda? — soggiunse Riccardo.

— No.

— Ne è partito?

— Sì.

— Ci raggiungerà presto?

— Non credo.

— E dove è andato?

— Un viaggio.. lungo...

— Lungo? E verso qual terra?

Al signor Pool non era più possibile contenersi! quel nugolo di mestizia, che vagava sulla sua fronte, scoppiò a un tratto; gli occhi gli si empirono di lagrime e un rantolo doloroso uscì dal suo petto.

— Al cielo! — balbettò egli con accento straziante.

Fissando paurosamente gli occhi al suolo, Riccardo ripetè come un'eco: al cielo!...

LXVI.

Soliloquio.

Tutto quel giorno Riccardo fu in preda ad una angoscia indicibile. Un'immagine insistente, tormentosa, gli fu sempre nel pensiero: la morte di fratel Biagio.

Questo avvenimento inatteso, imprevedibile, pigliava in quell'occasione un aspetto sciagurato. Riccardo ne era come atterrito; ne rifuggiva, ma invano; la sua mente vi era trattenuta come da un fascino.

Le sue colpe, di cui non sapeva più celare a sè stesso la gravezza, s'ingrandivano spaventosamente sotto il martello del rimorso.

Quali erano stati gl'intendimenti segreti della sorte nel volere che la morte di quell'uomo onesto avvenisse appunto allora che una mano profanatrice gli aveva rapito i suoi affetti? Riccardo non poteva dubitarne: salvare il marito da una vergogna, condannare gli adulteri ad un perpetuo rimorso.

Poteva anche darsi che la Provvidenza — ve n'ha una anche per gli amori — avesse voluto venire in aiuto dei due amanti togliendo di mezzo un ostacolo che sbigottiva i loro cuori scrupolosi. In avvenire nulla più doveva trattenerli dal bevere avidamente all'immensa coppa del piacere. In fatti, morto fratel Biagio, il loro amore diventava legittimo; e il cielo è amico degli amori legittimi.

Ma da qualche tempo un altro pensiero, rompendo la turba dei suoi compagni, gli si presentava insistente, ritornando ad ogni tratto come un importuno.

All'ultimo Riccardo, vedendo che quel pensiero era inesorabile come un esattore e domandava ad ogni costo la sua porzione di raziocinio, se ne volle sbrigare e avventurò la sua povera testa nel labirinto. Tremendo labirinto quello del _matrimonio_!

«Amore legittimo! pensò Riccardo, quale strano abuso di parole! Forse che l'impunità e la sicurezza rendono virtuosa la colpa?... O non la fanno invece più bassa e più vile? _Legittimare!_ la tresca non si legittima mai, non si legittima l'adulterio, se non...»

Non poteva dare indietro: «se non... col matrimonio! Il matrimonio!.. E se fosse questo?...» Sicuro; e come non vi aveva pensato prima? Era questo per l'appunto: ecco le fila del destino si raccoglievano, si indovinava la tela.

«Sposare Camilla!» Un tempo aveva pure avuto la follia di credere che ciò lo avrebbe fatto felice... ma ora! Sposare Camilla! Avvelenare una tazza colma di dolcezze; rinunziare all'amore, alle speranze, alle memorie; fare il cammino della noia con lo stesso compagno con cui aveva fatto il cammino della frenesia e dei tripudio; mettere il codice al posto del cuore, la sazietà invece del desiderio!...

Il matrimonio! bastava la parola ad apprendere a Riccardo tutti gli orrori dell'idea; alla guisa di quelle voragini che impauriscono meno perchè non se ne scorge il fondo, ma di cui un sassolino gettato come scandaglio rivela la spaventosa profondità.

«Triste baratto, in fede mia!» conchiuse Riccardo fra sè e sè.

«Uno scompiglio, una rovina, un suicidio!» soggiunse il suo demonio.

Allora gli passarono in mente, come pagine sfogliate da mano ignota, tutti i sogni della sua infanzia, i disegni audaci, le lusinghe carezzevoli, le febbri di vent'anni, tutte le seduzioni della sua bella vita di scapolo. Infine egli non aveva se non venticinque anni, e il mondo era popolato di belle donne!

A venticinque anni invilupparsi eternamente nei nodi indissolubili delle nozze legittime; rinunziare a tutti quanti gli amori, guardarsi in uno specchio e dire a sè stesso che tutto è finito, che egli non formerà più lo spasimo di alcuna donna, che i suoi compagni se lo additeranno l'un l'altro come un oggetto curioso, che gli toccherà farsi grave e curare le faccende di casa, e misurare l'entrata coll'uscita, e pensare al risparmio ed alla figliolanza...

Ma non amava egli Camilla?

Se l'amava! perchè l'amava troppo non la poteva sposare! Doveva egli uccidere l'amante per farne una moglie?...

Riccardo ebbe la febbre e dormì sonni agitati. L'alba gli suggerì nuove argomentazioni.

«Vediamo, disse riordinando le idee, è impossibile che la sorte abbia giuocato questo brutto tiro a fratel Biagio solo per avere il pretesto di mandarlo all'altro mondo; ma è pure impossibile che l'abbia mandato al mondo di là solo per togliere di mezzo un impedimento alle giuste nozze. La sorte, io penso, non deve frugare molto nei codici. E poi nel caso nostro il matrimonio sarebbe un'irriverenza, un insulto, uno sfregio codardo alla santa memoria dell'onesto van Leven. Possiamo noi edificare il nostro tetto nuziale sopra la tomba dell'uomo che fu offeso dal nostro amore? profanare oggi la sua memoria dopo aver profanata la sua casa?

«Si ripara la colpa! Menzogna! Non si ripara nulla! È egoismo, niente più, è volersi sottrarre al peso del rimorso, è voler rimanere impenitenti, non voler pagare neppure questo tributo a quel povero signor Biagio.»

Riccardo non aveva ancora esaurito la limpida vena dei suoi ragionamenti, quando udì picchiare all'uscio d'ingresso.

Balzò di letto, si avviluppò in furia nella veste da camera, e venne ad aprire.

Il portinaio recava _una lettera pel signor Riccardo_.

Siccome le mattine incominciavano a farsi fredde, l'innamorato non s'arrestò sul limitare, ma, presa la lettera senza quasi badarvi, corse a ricacciarsi in letto.

Com'ebbe tirate le coltri fin sotto il mento, fece atto di lacerare il suggello della lettera, ma s'arrestò e volse prima l'occhio alla soprascritta.

«Questi caratteri mi pare di conoscerli!» balbettò, e corse coll'occhio al bollo postale, e lesse a voce alta: «Amsterdam.»

«Amsterdam! Amsterdam, ripeteva tra i denti; intanto colle mani tremanti ruppe il suggello e cercò la sottoscrizione...

«Giusti cieli! esclamò facendosi più pallido del suo lenzuolo: _Biagio van Leven!_

Da quando in qua i morti scrivono? E se fratel Biagio non fosse morto? Ben è vero che poteva aver scritto prima di morire... Ma in tal caso perchè questa lettera gli veniva per posta? Non era più naturale affidarla al signor Pool?... Che cosa mai poteva scrivergli? E perchè una lettera? Non bastava un messaggio a voce?

Per uscire da questo ginepraio il miglior partito era leggere la lettera.

LXVII.

Biagio a Riccardo.

«Mi trovo a letto, e sono conciato assai male, a causa d'una caduta che mi ha spezzato il femore destro. Il medico ha segnalato la cancrena, ed ha annunziato il delirio per domani. Come vedete, non ho tempo da perdere.

«Ho determinato di scrivervi come vi parlerei — francamente. I rapporti che mi stringono a voi me ne danno il diritto e il dovere.

«Vicino a morire, ho richiamato ad una ad una al pensiero tutte le dolcezze della vita per vedere se vi fosse qualche ragione di addolorarmi di perderla, ed ho conchiuso dentro di me che lascerò il mondo senza amarezza.

«Ho un solo rimorso nel petto, e in quest'ora si fa gigante per contristarmi; ed è di aver legato alla mia povera esistenza un'altra esistenza; d'aver trascinato dietro al mio cuore pigro un cuore battagliero, d'aver voluto stabilire l'accordo della gioventù, della bellezza e dell'entusiasmo con la prosa d'una età sfrondata.

«Sarei, oltre che irragionevole, ingrato verso Camilla se le facessi colpa d'avere acconsentito a divenire mia moglie. Fu pietà la sua, fu debolezza; la mia, sì, fu imprudenza, e l'imprudenza colpa.

«Il tardo pentimento mi giova, ed è rara fortuna, a rallegrarmi della morte. Se vi è cosa di cui mi compiaccia è questa, di vedermi vicino a liberare dal peso della mia esistenza le persone che amo e che m'hanno amato.

«_Che m'hanno amato_... Sì, lo dico con un sentimento di gratitudine e di compiacenza: Camilla mi ha amato. Potrei aggiungere: «Camilla mi ama, ed onorerà la mia memoria come ha onorato il mio nome.» «Sa Dio se io l'ho benedetta per la felicità che mi aveva dato; e pure, oggi che egli mi ha involato un bene che non mi apparteneva, che non avrebbe dovuto appartenermi mai, non mi so lamentare. Pari alle mie, se non più gravi e più lagrimevoli, sono le torture che ho costato a quel povero cuore di donna — e al vostro.

«È inutile dissimularlo; so tutto: il vostro amore, le vostre segrete smanie, i vincoli che vi legavano nel passato a Camilla, e le nuove lotte, e il nuovo ridestarsi d'una fiamma sopita — tutto.

«Ho taciuto, ed ho pianto in segreto — più dei vostri mali che dei miei. Ho rivolto l'occhio al cielo ed ho implorato soccorso, senza saper bene che cosa domandassi. Ora il cielo mi esaudisce; nessun'altra via era aperta alla mia pace, alla vostra pace. La mia morte assicura l'opera del destino, e compie i voti del vostro cuore. Possiate essere felici per tutta la vita, quanto io fui per un brevissimo istante, che fu tutta la mia vita. Lieto di questa sicurezza attenderò la morte col volto sereno.

«Una preghiera. Camilla non sappia mai che io ho letto nel cuore; ciò le risveglierebbe in petto rimorsi ingiusti ed inutili, pentimenti affannosi di colpe immaginarie. Ella deve credere e che io sia morto ignaro; fatelo per voi stesso; così essa apparterrà meno al passato, e sarà più vostra.

«Abbiate voi ciò che vi apparteneva; abbia Camilla i palpiti che la natura acconsente ai giovani cuori.

«E il cielo benedica il vostro amore, come io lo benedico!»

LXVIII.

Riccardo si bisticcia con Riccardo.

Riccardo rimase come fulminato, si cacciò una mano nei capelli, balzò dal letto e misurò a gran passi la camera.

Non era un sogno, no, non era un sogno. Erano proprio i caratteri di fratel Biagio, era proprio la sua sottoscrizione, e sul bollo della posta era proprio scritto: _Amsterdam!_

Così dunque quell'uomo generoso aveva indovinato la propria sciagura, ed era morto lontano dalla sua casa, senza conforto di lagrime e di affetti... Atroce premura della sorte!

Non sapeva darsene pace; un sentimento d'angoscia mista di pietà lo spingeva a compassionare il povero van Leven e ad incolpare in certo modo sè stesso della morte.

Ed ora?... Giusti cieli! ed ora?... Sposare Camilla! Questo era il desiderio del morto! Che ne pensavano i vivi?

Sposar Camilla! Eccoci da capo alle torture, alle lotte, alle titubanze, allo sgomento. Pure Riccardo non poteva dissimulare a sè stesso la grave responsabilità che pesava sopra di lui. La sua coscienza gli favellava alto nel cuore, minacciandolo di mille ingiurie, se avesse dato indietro un passo. Egli non poteva negare questo conforto all'uomo ingannato, all'uomo tradito; non doveva togliergli nel sepolcro l'unica fede che fratel Biagio avesse portato seco....

Il mal animo non si dava tuttavia per vinto; piegava un istante, ma tornava più invelenito alla battaglia; e poichè gli fallivano le armi del sentimento e della ragione, ricorreva ai dardi avvelenati dell'ironia.

«Dunque, perchè ad un marito cancrenoso viene in mente di addossare la vedova sulle spalle d'un galantuomo che ha la disgrazia di essere amico di casa, non si avrà più a ribattere sillaba? In che mondo viviamo?»

«Bada, ribatteva la ragione, in questo caso generalizzare è mentire; non si tratta d'un marito, d'una moglie e d'un amico di casa, ma precisamente...»

«Del signor van Leven buon'anima, della vedova van Leven, e di me, Riccardo... A meraviglia. È vero, io ho della simpatia per Camilla...»

«Dell'amore...»

«È tutt'uno; ho avuto dell'amore....»

«E non ne hai forse più?»

«Ne ho, ne ho.... non lo nego, ma infine ciò non ha nulla a fare....»

«Ci ha a fare moltissimo.»

«Non ha nulla a fare... dico... chi mi assicura di poter amare Camilla eternamente!»

«Dubiti del tuo amore? non ami.»

«Amo e dubito. Non si vive già al mondo come mummie, e vi si impara qualche cosa... È la storia d'ogni giorno, d'ogni passione. E poi è d'altro che si tratta; si tratta di matrimonio.... Questa è la nave sdrucita! e dove andrà mai a parare? Uno scoglio, una corrente, un basso fondo, un uragano, tutto è finito, i profondi gorghi dell'oceano seppelliranno o tardi o tosto lo sconsigliato equipaggio....»

Ciò era sconfortante, ma Riccardo lo diceva a confortarsene, «Le cose accadono così per tutti — e per me.» Involgere altrui nella nostra miseria è sempre inganno fortunato che ci fa parere danno minore ciò che in realtà è maggior danno. Generalizzare è pure talvolta scemare. «Non siamo noi; è l'umanità — e l'umanità non l'abbiamo fatta noi.»

LXIX.

Ancora un soliloquio.

Riccardo lottava, non più come uomo che si travaglia in un tormentoso dilemma, ma a guisa d'uno sciagurato che si ribelli al giogo che gli si vuole imporre. Da ciò un impeto ed un ardore, che gli provenivano dalla coscienza di voler legittimamente resistere ad una tirannia.

Il tiranno era naturalmente fratel Biagio con le sue pazze idee da moribondo, inspirate senza alcun dubbio dalla cancrena.

— Se pure, — aggiungeva Riccardo, rincarendo la dose, — se pure non era già il delirio, annunziato per il giorno successivo. Oibò, io sto saldo come una piramide; se mi hanno a pigliare nelle reti ci ho a essere anch'io. —

E pure tentennava. Un altro pensiero venne a gettare nuovo scompiglio nella sua testa. Fratel Biagio era morto sereno, benedicendo ad un'unione che gli faceva parer bella la morte, fiducioso nella virtù di Camilla, nella fedeltà dell'amicizia, lontanissimo dal pensare al tradimento... Invece!.... non vi è dubbio che se la sorte lo aveva tenuto in vita qualche giorno di più, ed aveva permesso il delitto, era stato perchè questa considerazione dovesse più tardi pesare sulla bilancia!...

In tale vicenda bizzarra di riluttanze, di dubbî, e di propositi generosi, Riccardo trascorse le prime giornate che seguirono la luttuosa novella, senza recarsi innanzi a Camilla. E come avrebbe osato? come avrebbe potuto dissimulare il proprio affanno al cospetto di quella dolente?

Di quella dolente!... Curioso a dirsi: al pensiero che Camilla avrebbe vestito il bruno, e lagrimato la memoria di suo marito, egli si sentiva mordere il seno da un dispetto, che assomigliava alla gelosia.

LXX.

Camilla a Riccardo.

«Vi scrivo da Laveno, dove mi sono ritirata da due giorni, e dove conto di rimanere alcuni mesi. Nel tempo che rimasi a Milano dopo il ritorno del signor Pool, speravo di vedervi. È certamente inutile che io vi parli del mio dolore. Voi non lo dovete comprendere. Vivete felice.»

LXXI.

Riccardo a Camilla.

«Non mi affannerò a giustificarmi. Se l'anima vostra non ha saputo indovinare i sentimenti che hanno suggerito il mio contegno, non saprebbe neppure apprezzarli.

«L'intenzione che dimostrate di parlarmi dei vostri dolori, è un'altra prova che non sentite per me come io sento per voi.»

LXXII.

Camilla a Riccardo.

«Sei proprio tu che adoperi meco questo linguaggio? Oh se potessi leggere nel mio cuore straziato!

«E sia: ho dei torti verso di te; ho attribuito ad indifferenza ciò che fu opera di pietà e d'amore; ti ho calunniato, ti ho offeso; te ne domando perdono. Vorrai serbarmi rancore per un sospetto che una sola parola è bastata a dissipare?

«Io sono pure la sventurata donna! E dove troverò mai la pace che ho distrutto con le mie mani?

«Te pure, non è vero?... oh! sì, te pure, ne ho la certezza, travaglia questo spietato rimorso...

«Interrogo il cielo, e ricerco col pensiero il filo che ha guidato fino ad oggi la mia povera vita; quale abisso pauroso, quale inesplorato mistero! Io mi vedo gioco d'una fatalità che non ha ancora cessato di tener l'occhio sopra di me; il passato e l'avvenire mi sbigottiscono del pari. Due voragini si aprono al mio pensiero: l'una mi strazia col peso delle memorie, l'altra con le vaghe minaccie dell'ignoto.

«Di chi la colpa?... Mia, non lo dissimulo. Non cerco neppure di attenuarla ai miei occhi; io sono colpevole; colpevole senza scusa, colpevole d'un fallo che non merita pietà.

«No, quell'uomo generoso non doveva essere pagato da me col tradimento; nè da te, Riccardo.

«Se sapessi quali sogni spaventosi scendono alla notte sul mio guanciale, se ti potessi dire quante paure mi assalgono, quanti affannosi presentimenti mi conturbano! Io sono debole, io sono meschina; le tenebre pesano sul mio spirito, e il rimorso pesa sull'anima mia.

«Che mi rimane ora? Se il tuo amore mi venisse a mancare, sarebbe spenta la sola luce che brilli ancora nell'universo per me.

«Pietà, Riccardo, pietà d'una sciagurata che t'ama, che non sa, nè può vivere senza di te.»

LXXIII.

Miserie del cuore.

Riccardo sentì un istante riardere l'entusiasmo dei giorni passati; dimenticò le smanie che lo travagliavano, e ridivenne il caldo e passionato amatore d'una volta.

Col cuore trepidante, come se si recasse ad un primo ritrovo, egli mosse alla volta di Laveno.

Camilla lo attendeva ansiosa; la poveretta sperava dimenticarsi, fuggire al pensiero, alle paure segrete del cuore, riparare come in porto sicuro nelle braccia del suo diletto, domandare all'amore quell'ebbrezza che sola poteva compensarla della pace perduta. La morte dell'uomo di cui aveva diviso la vita aggiungeva una voce lugubre alle cento voci che gridavano nella sua coscienza. L'amore, che ella portava a suo marito, le appariva traverso i vaneggiamenti di un altro amore, ingrandito da un impeto di pietà. Dal mondo dell'ignoto in cui viveva, fratel Biagio pareva avvolgere Camilla con un fascino soprannaturale.

Un solo pensiero la rinfrancava: «non sarebbe stata sola, avrebbe avuto un compagno in quella notte orrenda; Riccardo era lì per sorreggerla, per confortare il suo povero cuore; uniti nell'espiazione e nel pentimento come erano stati nella colpa, essi dovevano dare l'uno all'altro la forza necessaria a resistere; consacrando alla memoria di colui che avevano tradito, un culto di ricordi e di pentimenti, presto sarebbe cancellata la macchia che deturpava il loro amore.»

Camilla attendeva Riccardo per dirgli: «noi fummo colpevoli, noi saremo penitenti; parleremo insieme di _lui_; pregheremo per _lui_, gli ridoneremo ciò che gli abbiamo tolto, la fede; riconquisteremo ciò che abbiamo perduto, la pace.»

Ma Riccardo pensava:

«La rivedrò, chiederò al suo seno una scintilla che mi riscaldi; mi getterò nelle sue braccia come in un mare tempestoso; m'inebbrierò in un'orgia d'amore, dimenticherò d'avere una volontà e una coscienza, e sarà di me, sarà di noi, ciò che la sorte ha decretato.»

Trasognata, ebbra d'amore e di dolore, Camilla si gettò nelle braccia di Riccardo. Quel primo impeto della passione fu muto; Riccardo esaminava con puerile ammirazione il meraviglioso contrasto della veste nera di Camilla e della candidezza del suo volto; Camilla interrogava con occhi pieni di lagrime.... Il cuore d'entrambi batteva celere, le loro mani si stringevano e tremavano.

Tacquero per gran tempo; poi confusero in un altro amplesso il rotto linguaggio dell'affanno e della passione.

Riccardo s'era fatto silenzioso; la parola ardente di Camilla gli era discesa nel cuore a ridestarvi le prime torture. Un convincimento, che altre volte l'avrebbe reso felice, pesava sul suo spirito smarrito — «egli era amato, potentemente, pazzamente amato.»

L'idea dì quest'amore, che irrompeva ora più impetuoso dal petto della sciagurata donna, di quest'amore fatto cieco dal rimorso, di quest'amore lagrimoso e circondato da misteriose paure, gli balenava ora alla mente come una minaccia.

Essa gli aveva detto: «Tu sarai mio, eternamente mio!»

Come trovar la forza di opporsi? avrebbe egli potuto sciogliere il nodo fatale di due cuori, senza spezzare un cuore? uccidere l'amore senza ferire a morte il seno che lo nutriva? E doveva aggiungere un altro rimorso a flagellare la propria esistenza desolata?

Pure non poteva illudersi; ciò che provava per Camilla non era l'amore d'una volta; era un sentimento misto di pietà e di desiderio, un affetto tiepido, che mentre avrebbe saputo resistere al tempo, doveva venir meno all'idea d'un sagrifizio.

Camilla anch'essa taceva; ignara di ciò che passava nella mente di lui, ritornava alle meste fantasie, ai rimorsi, alle paure; guardando Riccardo, rivedeva le immagini temute della colpa.... Un impeto di dolore strappò al suo petto improvvisi singhiozzi, e un'onda di lagrime le oscurò la vista.

A Riccardo parve che ella gli leggesse nel pensiero; arrossì, e la prese per mano. I suoi modi avevano l'apparenza della pietà e dell'affetto, ma erano freddi. Quelle lagrime erano nuovo veleno versato nelle sue piaghe.

— Perchè piangi?

— Ah! Riccardo, Riccardo mio, ci avrà egli perdonato, potrà egli perdonarci mai? —

L'innamorato si scosse bruscamente, passò una mano sulla fronte e non rispose; Camilla continuava a piangere, nascondendo la faccia fra le mani.

«Ci avrà egli perdonato?» Queste parole cadevano sul petto di Riccardo come un martello.

«Lui, sempre lui! Camilla adunque pensava ancora, avrebbe pensato eternamente a quell'uomo! E a che giovava il suo amore, se non la poteva togliere dagli amplessi d'un cadavere!»

Era dispetto? Era gelosia? Forse dispetto mascherato di gelosia.