Frutti proibiti

Part 11

Chapter 113,820 wordsPublic domain

Egli si tolse dal fianco della dolente e passeggiò a gran passi cacciandosi le mani nei capelli; Camilla rialzò il capo sbigottita, e lo seguì con occhi paurosi.

— Tu l'ami, non è vero? — domandò Riccardo arrestandosi a un tratto innanzi a Camilla, e siccome la poveretta impallidiva per terrore e non rispondeva, soggiunse temperando la durezza dell'accento: — tu l'ami, dillo, tu l'ami? —

Camilla rimase alcuni istanti estatica, quasi non comprendesse la dimanda, poi aprì le labbra per parlare, ma gliene mancarono le forze.

— Taci, taci, non mi parlare di lui...

— Di lui...

— Taci.

LXXIV.

Camilla a Riccardo.

«Non insistere, perchè le tue parole mi fanno troppo male. Che posso io risponderti? Egli è morto! Non mi condannare ad una confessione irriverente e penosa; cessa questa amara ironia.

«Lo sai bene ch'io t'amo; che altro pretendi da me?

«Se t'ho amato? Chiedilo al tuo cuore; ti risponda esso per me; richiama tu stesso la memoria della mia colpa, e dillo tu se t'ho amato.

«Ma in nome del cielo, abbi pietà del mio dolore, rispetta il mio rimorso.»

LXXV.

Camilla a Riccardo.

«Ho fatto appello al tuo cuore che io credeva generoso. Poichè fu inutile, poichè ti ostini in una domanda, non so se più crudele o ridicola, te lo ripeterò francamente: «io l'ho amato.»

«Non posso nè voglio ripudiare con una menzogna un affetto di cui mi onoro. Prima d'esser donna colpevole fui sua con tutto il cuore. Tutte le forze della terra e tutte le forze del cielo non possono fare che quell'amore non sia stato. _Più o meno di te_ non so, nè importa; ma l'ho amato.

«Lasciami però dire ancora una volta che questa tua esigenza per cui ho dovuto parlarti così, non è solo crudele, è ridicola.»

LXXVI.

Estremi mali.

Era davvero gelosia quella di Riccardo? Non era, ma voleva essere e parere. Quando la gelosia non è frutto d'amore, tien luogo d'amore; e i tramonti degli affetti sono sempre segnalati da questa ringhiosa avarizia del cuore.

Il più delle volte, quando l'innamorato teme da per tutto un'insidia per rapirgli il suo affetto, si può giurare che quell'affetto sta per staccarsi dal suo cuore come un frutto avvizzito.

Riccardo vedeva la rovina che il tempo faceva nel suo seno; vedeva frantumarsi ogni giorno l'altare che egli vi aveva eretto all'amore. Torturato dal rimorso, impaurito dalla idea di una fatalità che pesava sopra di lui, cercò smaniando un rimedio, e trovò la gelosia. Per essa s'illudeva di tenere in vita i propri affetti, si stordiva, poteva per essa mettersi in pace con la coscienza. I suoi modi freddi, talvolta aspri, dispettosi, erano così giustificati per lui; la sua miseria gli appariva sotto altro aspetto — più nobile, quasi generosa. —

Evidentemente ciò non poteva durare a lungo. Non v'ha forza che valga a trattenere l'amore fuggitivo, e Riccardo consumava invano le ultime faville della propria energia, combattendo fiaccamente come chi non abbia speranza di vittoria.

Diverso era lo strazio di Camilla. Contristata nei malinconico culto che voleva consacrare alla memoria di fratel Biagio, raccoglieva in sè stessa le sue paure ed i travagli del pentimento.

Quest'artifizio di dissimulazione l'allontanava a poco a poco da Riccardo; non cessò essa di amarlo, ma l'amò senza abbandono, senza quella confidenza che fa mettere radici agli affetti. Era ancora l'amore, ma non quello d'un tempo; una parte del suo cuore ella doveva adoperarsi a nasconderlo!

Un ostacolo era sorto; il tempo lo ingrandirebbe. Già ieri dell'amante, tutta; oggi in parte dal marito defunto.

Così la falsa gelosia di Riccardo, ritorcendosi contro sè stessa, creava ragioni di gelosia vera.

Riccardo scendeva la china dell'indifferenza, e ancora Camilla non se n'era accorta. Ora il vero amore è avveduto, e la cecità è quasi sempre pessimo indizio in amore.

E non di meno Camilla continuava ad amare Riccardo, ed a costui pareva di fare altrettanto.

LXXVII.

Estremi rimedi.

Erano passati così alcuni mesi, e ancora non si era parlato di matrimonio.

Riccardo però vi pensava, e se ne rodeva; ma la sua determinazione era presa; egli non doveva sagrificare il suo avvenire, il suo dorato ed ampio avvenire, alle stolte querimonie d'una coscienza codarda.

Questa determinazione gli valse un po' di franchezza; a poco a poco la sua freddezza non seppe mascherarsi tanto che Camilla non la riconoscesse; e quando Camilla l'ebbe riconosciuta, non si mascherò più.

Non andò molto che Riccardo volle venirne ad una; sciogliere un vincolo diventato penoso. Era il miglior partito, e non bisognava indugiare; una mattina trovò un'audacia che faceva curioso contrasto con le primitive titubanze, ed eccolo diretto a Laveno.

Camilla non era in casa; vi erano invece la zia Angelica e la signora Pool.

La sorte si prendeva giuoco di Riccardo. Non era un'ironia sanguinosa trovarsi innanzi a Bice, dopo tanto tempo che non l'aveva veduta ed in quell'occasione?

Bice vestiva il bruno anch'essa; era mesta anch'essa, e bella, adorabilmente mesta e bella...

E perchè mai egli si sentiva stringere il cuore alla presenza di quella buona creatura? E perchè il linguaggio della coscienza è così tardo e tanto inesorabile?

Un'onda di pensieri tenebrosi invase la mente di Riccardo; rivide egli il suo passato, rifece colla grave croce delle memorie il cammino percorso; ahi! quanto dissimile l'oggi da quel tempo di lusinghe e di sogni!

Tutte le forze dell'animo tumultuavano irose. Pensò a Camilla, ai giuramenti infranti e deposti ai suoi piedi, alle promesse nuove, alle stolte speranze, alla colpa meditata e preparata, al tradimento... Orribile schiera di fantasmi!... Ed ora?..

Bice era lì, dinanzi a lui, mesta, pallida, sofferente.

Tutte le forze lo abbandonarono ad un tratto; balzò in piedi, salutò le due donne, si sottrasse con un pretesto all'insistenza cortese della zia Angelica, ed uscì.

Cento nuovi propositi e pentimenti nuovi ondeggiavano nel suo cuore.

All'improvviso una donna si arrestò innanzi a lui — Camilla. —

Egli la vide, impallidì, rammentando lo scopo della sua venuta, e chinò gli occhi al suolo.

Quel colloquio fu freddo.

Quando si separarono, Riccardo corse pazzamente per la campagna. La disperazione lo seguiva alle spalle.

La determinazione di Riccardo era crudele, ma franca e leale; se non che, come ebbe piegato una volta, retrocesse man mano fino alla codardia ed alla bassezza. Nelle cose del cuore è raro che l'indugio adoperi altrimenti.

Pensò che egli non avrebbe osato mai farsi innanzi a Camilla e dirle chiaro l'animo suo; e che d'altra parte ciò, oltre d'essere durezza sconveniente, avrebbe provocato lagrime e rimbrotti, cose non buone ad altro che ad arruffare con vane commozioni quella tela intricata.

Bisognava scrivere; ciò è sempre più spiccio e più energico e permette nei casi difficili di mitigare con frasi acconcie l'asprezza dell'abbandono.

A questo punto Riccardo s'arrestò per almanaccare gravemente sul giro delle frasi e sulla scelta dei vocaboli; e pensi chi ebbe almeno una volta cuore d'innamorato, se egli poteva trovare il fatto suo.

Intanto la coscienza veniva a patti colla codardia e cercava una scappatoia per mettersi in salvo...

E fu allora che Riccardo ebbe un'idea, e la credette luminosa.

LXXVIII.

Riccardo a Camilla.

«Lascio Milano. Non ti spaventare, ti scriverò subito e sarò presto di ritorno.»

LXXIX.

Emanuele Pool a Riccardo.

«Per vostra norma, il mio antico socio Biagio van Leven, non è morto per frattura del femore e cancrena, ma per rottura dei grandi vasi del cuore, prodotta da una palla di pistola. Il signor Biagio van Leven, vostro buon amico, era stanco della vita, e la finì di propria mano.

«Si voleva serbare il segreto di questo avvenimento. Vi si raccomanda la segretezza finchè vi sarà possibile.»

LXXX.

La feccia del calice.

Si dica a lode di Riccardo: a bella prima questa notizia non tanto lo meravigliò quanto lo commosse: una commozione straordinaria, una febbre strana, un martellare affrettato delle arterie e dei polsi, uno sgomento, un affanno, qualche cosa che era pietà e rimorso e disperazione tutt'insieme.

La meraviglia venne dopo, e durò poco, e si manifestò a domande e risposte rapide, brevi, frequenti, inesorabili.

Peggio. Qui, dove forse le battaglie del dubbio potevano mascherare la profondità dell'abisso, qui non era più dubbio alcuno; la verità appariva chiara, limpida, angosciosa. La risposta seguiva la domanda con spietata prontezza; tutte le fila del garbuglio si scioglievano innanzi alla mente con evidenza spaventosa.

Fratel Biagio aveva letto nel cuore di Camilla, e disperato per aver perduto il più grande affetto della sua vita, aveva voluto prevenire il tradimento, ridonando la libertà alla donna amata. Dunque il suo viaggio in Olanda era un pretesto per nascondere le sue intenzioni, e forse la partenza di messer Pool uno stratagemma per assicurare la riuscita...

E perchè aveva voluto celare le vere cause ed il modo della sua morte? Come mai quell'uomo tanto sincero aveva ricorso alla simulazione ed all'inganno?... Era chiaro anche questo: per non opprimere sotto il peso del rimorso la felicità degli amanti.

Allora si presentarono alla mente di Riccardo cento nonnulla che acquistavano uno straordinario valore; rammentò il contegno di fratel Biagio durante le vicende dell'amore colpevole; quel suo sonno, creduto opera della provvidenza, nel padiglione; poi il matrimonio di Bice col socio Pool, ed i particolari della partenza per l'Olanda... Ed ahi! come tutto ciò flagellava l'anima sua codarda!

Che fare? Persistere nella determinazione presa... Questo pensiero lo tentò ancora una volta, «Poichè hai frapposto venti miglia fra il tuo cuore e quello di Camilla, mettine altre venti, poi altre venti, va così lontano che nissuno possa raggiungerti.» Ma abbandonar Camilla non era lasciarsi dietro le spalle il rimorso; e poi se gli era giunta una lettera a venti miglia, ben potrebbero pervenirgliene cento altre in capo al mondo. Il signor Pool, qualora avesse in animo di spiare i suoi passi, troverebbe mezzo di farlo dovunque.

Tutte queste voci parlarono sotto voce e non ascoltate. Nello stato d'animo di Riccardo poteva l'egoismo dir la sua, per non darsi vinto ma senza speranza d'ottenere gran cosa.

Qui non era luogo a mezzucci, a piccole bassezze; conveniva affrontare gli avvenimenti e decidere apertamente: o l'abbandono schietto od il matrimonio.

Il tormentoso dilemma durava ancora, quando venne la notte.

Raro è che le anime deboli, come quella del nostro eroe, non subiscano il pauroso dominio delle tenebre. Quella notte, divisa tra i vaneggiamenti dell'insonnia e le larve di sogni agitati, fu lunga, e parve eterna.

Balzando giù dal letto prima dell'alba, Riccardo aveva preso il suo partito; all'alba, abbandonato l'albergo, galoppava in un calesse verso Milano.

LXXXI.

Riccardo a Camilla.

«È la terza volta che vengo a Laveno e che non sei in casa. Così almeno mi si dice, ma non l'ho creduto, come puoi immaginare. La mia insistenza ti dica che devo parlarti di cose gravi; non volere che io ritorni la quarta volta inutilmente.»

LXXXII.

Riccardo a Camilla.

«Il vostro contegno è inesplicabile, e mi offende. Sarò nondimeno più schietto di voi, e vi dirò l'animo mio. Una fatalità pesa sul nostro amore. È inutile indugiare: noi dobbiamo uscire da questo labirinto, e non vi sono che due vie: l'abbandono od il matrimonio.

«Scegliete.»

LXXXIII.

Verso il matrimonio.

Riccardo, toltosi questo enorme peso dalla coscienza, respirava più libero. Il gran passo l'aveva fatto, era gettato il dado della sua sorte. Ahi! Qual misera sorte!... Egli ne distoglieva lo sguardo come da un abisso vertiginoso per rinfrancarsi in quel primo e nuovo vigore che nasce da ogni proposito onesto. Ed era, se non lieto de' fatti suoi, rappattumato seco medesimo, e chi si è trovato a battagliare con la coscienza, dica se questa è lieve ventura.

Si preparava con rassegnazione cinica alla sua parte, come fa un attore da commedia dietro le quinte; meditava il domani e il doman l'altro e l'altro ancora; contava i magri benefizi della nuova vita e ne guardava con uno sbigottimento gli orrori.

Dopo due giorni d'un'aspettazione che incominciava a farsi tormentosa, ricevette una lettera di Camilla, la quale rispondeva alla sua proposta con due sole parole:

«Scelgo l'abbandono.»

Era proprio scritto così, nè una sillaba più, nè una sillaba meno: «scelgo l'abbandono.»

Questa risposta metteva un po' di scompiglio nuovo nel vecchio tormento di Riccardo. Anche Camilla dunque aveva cessato d'amare? O si era essa avveduta della freddezza e voleva vendicarsi fingendo l'indifferenza?

«Questa è manna caduta dal cielo!» gli veniva a quando a quando sulle labbra, ma non lo diceva.

Com'era naturale, una rivoluzione curiosa avvenne nello spirito sentimentale del disgraziato amatore. L'impreveduto ed imprevedibile contrasto parve ridestare la sua fantasia che sonnecchiava in un canto; certe corde mute da gran tempo vibrarono ancora, certi carboni sepolti nella cenere mandarono bagliori pallidi, e involontariamente, e forse per opera del dispetto, il nostro malinconico eroe si sentì un lievissimo morso di gelosia.

Immaginando d'essere abbandonato e dimenticato, — per poco non aggiunse _tradito_ — il suo proposito acquistò saldezza, e ciò che prima era docilità espiatoria, parve ancora una volta impeto di desiderio e d'affetto. Parve, e non era; ma Riccardo, non potendo dare indietro nella via su cui lo aveva spinto il rimorso, si compiacque che queste nuove forze militassero a farlo persistere nella sua determinazione.

Senza frapporre indugio scrisse un'altra lettera a Camilla; le parlò di amore, si discolpò alla meglio, fece cento promesse una più metaforica dell'altra...

Non ebbe risposta.

Ritentò la prova con altre armi; una sua lettera accusò, imprecò, dipinse lui come una vittima, e conchiuse con un torrente di tenerezze e giuramenti...

E ancora nessuna risposta.

Per un istante pensò che, essendo andato fallito ogni tentativo, la sua responsabilità fosse tolta di mezzo, ed egli non avesse più che a rallegrarsi in cuore della buona ventura. Ma la forza che lo aveva trascinato a questo passo non era contenta e gli parlava sordamente come una minaccia; l'infelice Riccardo tentennò il capo sfiduciato; perchè ahi! in fondo a tutta questa vicenda di paure, di menzogne, di ripulse e di desiderî, egli vedeva sempre la larva temuta, — il matrimonio. Nessuna via per fuggirla; anzi, per maggior strazio, gli bisognava accostarsele come un mendico e scongiurarla perchè non dileguasse come un'ombra vana.

LXXXIV.

Riccardo a Camilla.

«Ho detto male. Una sola via onesta è aperta al nostro amore — il matrimonio.

«Se vi è cara la vostra pace, la mia, la pace d'un uomo che avete amato più di me, non potete e non dovete ritrarvene.

«Sappiatelo voi pure questo orribile segreto che divora la mia esistenza: vostro marito si è ucciso colle proprie mani.»

LXXXV.

Preliminari di seconde nozze.

Il matrimonio fu convenuto.

Una grave trasformazione avvenne nell'indole di Camilla. Quella donna leggiadra ad un tempo e forte, si fece inerte e paurosa come una bambina. Taciturna e pensosa, non del presente, con gli occhi smarriti nel cielo, assomigliava ad un angelo sbigottito ancora dalla caduta.

Le sue notti — lunghe, interminabili notti, — erano popolate di strani fantasmi; una superstiziosa credenza animava quelle visioni, dando loro un linguaggio tremendo.

Anche Riccardo si dibatteva in queste smanie; da esse, più che dalla parola data, egli riceveva la forza di perdurare nel suo proposito e d'affrettare un legame odioso che solo poteva ridonargli la pace.

Pur non dissimulava la gravità del sagrifizio. Vi pensava, lo ingrandiva, ed ora ne gemeva in segreto, ora se ne arrabbiava apertamente, e sfogava il dispetto in querele vane e rimbrotti.

I suoi rapporti con Camilla passarono di tal guisa dall'indifferenza al rancore. Si vedevano di rado; egli col sarcasmo sulle labbra, insofferente di ogni cosa; lei silenziosa, rassegnata, sprezzante.

Ma non venne loro in mente di sottrarsi al vincolo che gli univa; nissuno dei due avrebbe osato opporsi alla fatalità che legava i loro destini.

La memoria di fratel Biagio teneva in catene la volontà d'entrambi.

Questo supplizio durò alcune settimane. Venne finalmente il giorno temuto; venne l'ora fatale — Camilla e Riccardo diventarono marito e moglie.

Così la corona degli inganni e delle illusioni cadde ai loro piedi sfrondata.

LXXXVI.

La prima fase d'una luna di miele.

Era stata davvero una triste cerimonia. Non mai festa di nozze aveva contato tanti volti pallidi e tanti sorrisi di gelo.

Dopo il _sì_ fatale, i due nuovi sposi erano partiti, come si usa, involandosi alle noiose e fredde congratulazioni degli amici di casa.

I viaggi di nozze amano il silenzio. Non chiedete agli sposi novelli che si abbandonino spensierati al cicaleccio; essi hanno di solito una gran folla d'idee da svolgere, cento sogni da vagheggiare, e interrogazioni da muovere alla coscienza, e patti da stringere col cuore, e propositi da ribadire e fors'anche vaghe paure da serenare. Ma io dico che non fu mai viaggio di nozze così profondamente taciturno come quello di Camilla e Riccardo.

Era la notte quando essi arrivarono a Venezia.

Camilla da qualche tempo aveva una gran voglia di rompere in lagrime; ed appena fu all'albergo, si ritirò nella sua camera per piangere.

Riccardo rimase a divorarsi nel dispetto.

Tutte le forze che lo avevano trascinato riluttante a quell'estremo passo, lo abbandonavano a un tratto; la coscienza, già battagliera e tormentatrice, taceva; tutte le vipere dell'egoismo drizzavano ora il capo a mordere il cuore codardo.

Non vi era più scampo; l'indissolubile patto era stretto per sempre.

Per sempre! In questo pensiero Riccardo smarriva la ragione; si rivolgeva ciecamente alla Divinità, a Camilla, e fratel Biagio, e tutti accusava della sua sorte. Ciò che prima non era se non penosissimo dovere, ecco pigliava aspetto di sagrifizio eroico, a petto del quale impallidiva ogni cosa, la memoria delle sue colpe, lo abbandono di Bice, la seduzione, il tradimento, il rimorso, tutto. La morte di fratel Biagio cessava di esercitare sulla sua mente quel fascino temuto. Nessun fantasma sorgeva più a minacciare; egli era solo, solo nella voragine che gli uomini, gli avvenimenti ed un destino sciocco e crudele avevano scavato ai suoi piedi.

Passeggiò gran tempo per la camera. Verso la mezzanotte uscì; vagò a caso per i viottoli tortuosi della città.

Venezia non dorme mai; si vedevano intorno le finestre illuminate, e si udiva da lontano il canto dei gondolieri unito al lamento monotono ed eguale dell'onda che si rompeva contro gli scogli.

Più tardi, costeggiando la riva oramai deserta degli _Schiavoni_, Riccardo incontrò una coppia d'amanti che passeggiava guardinga; quella vista crebbe l'amarezza del suo cuore; affrettò i passi e giunse alla piazza di San Marco. Colà era ancora adunata molta gente; si parlava a voce alta, si rideva.

«Tutta gente felice!» ripetè fra i denti il novello sposo, «tutta gente che ama, gode di questa sera magnifica ed affretta col desiderio l'alba di domani.... Ed io?... io ho seppellito la mia giovinezza. Io ho avuto la mia parte, non mi spetta più nulla, nè speranze nè gioie. È inaridita per me la sorgente del piacere.»

Riccardo continuò un pezzo a girellare di qua e di là, accostandosi sbadatamente alla porta dell'albergo e scostandosene irresoluto.

Quando rientrò nelle sue camere, l'alba vi penetrava anch'essa. Il suo partito era preso. Mosse deliberato verso lo stanzino di Camilla, ma si arrestò sul limitare; appoggiò il capo all'uscio e stette in ascolto. Non si udiva alcun rumore; forse la sua donna legittima dormiva. Come svegliarla per dirle?...

Volle fuggire, ma s'indispettì della propria debolezza; si riaccostò all'uscio, e vi picchiò colla nocca del dito.

Nessuno rispose.

Quel silenzio lo incoraggiò e battè più forte.

Nulla.

«Dorme,» pensò, e istintivamente si fece indietro sulla punta dei piedi.

Un'ora dopo tornò all'uscio, battè di nuovo, nulla! Allora fe' girare lentamente la maniglia, aprì l'uscio e stette un istante immobile sul limitare. La stanza era deserta; il letto intatto; sopra una scrivania, accanto ad un lume spento, si vedeva una lettera al suo ricapito.

Senza dar tempo alla riflessione, Riccardo prese la lettera, ne ruppe i suggelli, e lesse alcune pagine scritte con mano agitata...

LXXXVII.

Camilla a Riccardo.

«Non vi faccia meraviglia il modo repentino con cui vi lascio; la determinazione che io prendo non è avventata come può parere, ma è invece frutto di molti affanni e di gravi lotte lungamente combattute.

«Dell'opportunità di questa determinazione, se la vostra coscienza sa essere superiore al dispetto, giudicate voi stesso, giudicatene pure severamente.

«Da qualche tempo noi brancoliamo nelle tenebre, fingendo affetti che non sono in noi, fingendoli per noi stessi, paurosi di perdere l'ultima illusione. Abbiamo voluto ingannare la nostra coscienza, e ci siamo ingannati a vicenda. Non so, nè voglio dire, se ciò sia grave torto nostro, ed a quale di noi convenga attribuirne la maggior parte; so che questo stato di cose non potrebbe durare molto, e perciò è bene che finisca subito.

«È venuta l'ora di guardarci a viso scoperto e di cessare una mascherata dolorosa.

«Da qualche tempo non vi amo più; da un pezzo voi non mi amate. È inutile temperare la durezza di questa verità od adoperarci a proseguire l'inganno. Potrei aggiungere che la vostra freddezza ha generato la mia; ma sarebbe una discolpa vana, un rimprovero ingeneroso.

«Io non accuso voi dei miei dolori, nè di ciò che soffro ancor oggi; accuso me stessa, le mie debolezze, la mia colpa, il mio destino. Voi non siete stato che uno strumento cieco nelle mani della sorte; avete aperto le mie ferite come fa il pugnale nelle mani dell'omicida.

«Non voglio avermi pietà; se interrogo il mio passato, comprendo di non esserne degna; vorrei poter inasprire i miei dolori, ed inviperire il mio rimorso, se così potessi mitigare l'enormità del mio fallo e placare le voci irose che gridano contro di me.

«Già mi sorrise il pensiero del vostro affetto; pensai stoltamente a riparare in esso, a dimenticarmi. Era certamente irriverenza ed egoismo — era un'altra colpa; la vostra indifferenza, uccidendo la mia fede, ha dato vita ad un culto più nobile e più santo; sono rimasta sola a piangere e ad espiare; sarò sola sempre.

«Perciocchè mia è la colpa, tutta mia. Ho potuto credere un istante che la sorte avesse vincolato con nodi indissolubili i nostri cuori; colpevole con voi, volli con voi essere penitente, fu un sogno pazzo. Mia è la colpa. Voi non avete fatto nulla più di ciò che ogni uomo giovane si crede in diritto di fare; voi non trattenuto da giuramento di fedeltà, nè da scambievole rapporto di stima, avete adoperato le armi vostre, le armi dei pari vostri; il volgo degli uomini dopo i vent'anni vi assomiglia, e sa fare, e fa altrettanto. Nell'infinita serenità del vostro cielo non doveva apparire alcuna nube a contristarvi. Le titubanze che hanno tormentato il vostro spirito, i legami odiosi che avete contratto, vi puniscono gravemente, se pure avete una parte nella mia colpa.

«Io sola doveva patire la condanna del destino; io grande e vera colpevole; io che ho tradito una fede giurata, io che ho calpestato la dignità ed il nome di un uomo generoso, che ho sprezzato il suo affetto santo, per infamarmi in un delirio basso e volgare.

«Dall'infinito in cui si è lanciato, quell'uomo che il mio labbro non osa più nominare, mi apparisce ora in tutta la sua grandezza, mi apparisce qual'era: nobile, virtuoso, superiore troppo a chi lo ha ingannato. Nella tenebra della mia vita, questa immagine si agita, e vive, e riluce splendidamente, e rianima le morte mie fibre ad un orgoglio santo che non è della terra.

«La sua pietà mi sorride nelle mie miserie.