Frutti proibiti

Part 8

Chapter 83,890 wordsPublic domain

— È la tua ultima risposta?

— La prima e l'ultima... Cioè, se tu vuoi proprio, io lo sposo, ma solo per farti piacere.

— Il cielo me ne guardi. Che cosa devo dire al signor Pool?

— Non lo so.

— Devo dirgli che ti è antipatico?

— Questo no, perchè non è vero.

— Devo dirgli che tu vuoi un marito più giovane e più bello?

— Nemmeno; nè lui, nè altri... perchè tanto vorrei bene a lui come a un altro. Digli questo. —

Fratel Biagio aveva baciato sulla fronte la sorella e se n'era andato fregandosi le mani a dare la risposta al signor Pool.

Due ore dopo era tornato sorridente.

— Ho fatto la risposta. —

Bice aveva voluto mostrarsi indifferente, ma non v'era riuscita.

— Me ne dispiace per lui, ma io non ne ho colpa... Sarà rimasto mortificato...

— No... anzi mi ha detto di ringraziarti...

— Di ringraziarmi!...

— Di ringraziarti, perchè non lo trovi nè antipatico, nè odioso, e perchè il suo amore non ti offende... spera col tempo...

— Il tuo signor Emanuele è un impertinente... non dovrebbe sperar nulla, o almeno non lo dorrebbe dire...

— L'impertinente sono io, bambina mia, io che ho letto tutte queste cose nel suo volto, e che te le dico per farti andar in collera.

— Dunque il signor Pool non ti ha detto nulla?

— Nulla.

— E tu hai letto?

— Ho letto.

— Non sai leggere o hai letto male.

— So leggere benissimo e ho letto benissimo: Emanuele ti ama molto, era scritto così.

— Proprio?

— Proprio. Ti ama da un pezzo, senza che tu te ne sia mai accorta.

— Questo poi è vero.

— Che ti ama da un pezzo?

— No... che non me ne sono mai accorta.

Per quel giorno non se n'era parlato più; al mattino successivo fratel Biagio non si era lasciato vedere, e il signor Pool, incontratosi per caso con Bice, l'aveva salutata cortese; Bice avea risposto al saluto, ed era fuggita via.

Dopo la colazione la bella addolorata si trovò sola col fratello, il quale imprudentemente si lasciò cadere di bocca il nome del socio. A questa allusione Bice sentì venire agli occhi due lagrime e disse singhiozzando:

— Ho capito, ti preme di darmi marito; non mi vuoi più con te. —

Fratel Biagio tutto commosso, strinse al cuore la giovinetta, ma non disse di no.

— Mi lasceresti sola senza dolore, tu, ma io no, non voglio lasciarti solo. —

Queste parole dicevano forse troppo, ma fratel Biagio pareva soltanto inquieto dell'avvenire della sorellina, e accennò melanconicamente all'inevitabile giorno in cui egli avrebbe dovuto abbandonarla nel mondo.

— Tu sei una fanciulla, io sono un uomo. —

Erano soli, nessuno li vedeva; si abbracciarono stretti e confusero le loro lagrime.

Anche quest'atto poteva parere più melanconico del necessario, ma chi può dire quali immagini fossero state evocate da quelle parole?

Prima di separarsi, Bice pose le mani in quelle del fratello e gli disse con voce ferma:

— Mi vedi, sono serena, sono sicura di me medesima; se tu lo credi necessario, sposerò il signor Pool, lui o un altro, o cento altri, non importa; sposerò tutti quelli che vorrai; e se non occorre alla felicità altro che un po' di rassegnazione e d'affetto, credo che sarò felice per farti contento. Già è tutt'uno; fanciulla o moglie sarò la stessa, purchè abbia sempre il mio buon fratello... —

... E il buon fratello le aveva dato un bacio lungo, dopo di che era corso col cuore più leggiero a dare la felicità al signor Emanuele Pool.

L.

Il signor Pool fa la sua dichiarazione.

Bice dopo d'aver pensato molto al suo primo incontro col signor Pool, aveva fatto il disegno poco caritatevole di mettere tutto l'imbarazzo della posizione a carico dell'eloquenza del suo futuro sposo. Ma, contro il prevedibile, il taciturno fidanzato non si lasciò sgominare dalle difficoltà della sua parte e, invece di attendere il colloquio formidabile con la rassegnazione di chi è disposto a fare una triste figura, vi andò incontro animoso, e nel giorno successivo a quello della domanda di matrimonio fece dire da fratel Biagio a Bice: «che volendo parlarle, le chiedeva un quarto d'ora del suo tempo.»

«Bisognerà che parli per tutto il quarto d'ora,» disse Bice a sè stessa, meravigliata meno dell'audacia del signor Pool, che del non sentirsi ferma come prima le pareva d'essere; volendo riguadagnare la disinvoltura che aveva perduto, un po' innanzi dell'ora stabilita si pose al pianoforte per ripassare fervorosamente tutta la sua musica da ballo.

Si era essa avveduta che il signor Pool le stava dietro le spalle da un minuto? Poi che disse di no, voltandosi all'improvviso, bisognerà mostrare di crederle, come fece appunto l'innamorato.

— Perdoni se giungo in mal punto a disturbarla.

— Non mi disturba... si accomodi... —

Bice aveva cercato di darsi un'aria fredda e indifferente, capace d'agghiacciare le parole in bocca a un innamorato timido; ma cedendo a un moto di curiosità, levò gli occhi in faccia al signor Emanuele, e vi lesse un'espressione così serena e così dolce, che sentì rimorso dei propri disegni, e la sua frase le venne fuori in frantumi accompagnata da un incantevole rossore.

Il signor Pool si trovò adunque avere il sopravvento fin dalle prime parole, ma, invece di abusarne, non parve neppure porvi mente, e corse difilato a ciò che gli stava a cuore, come dietro una traccia prefissa.

— Sono venuto a dirle a voce la gratitudine che le devo; suo fratello mi ha assicurato che lei acconsente a divenire mia moglie.

Bice taceva.

— Vuol degnarsi di confermare dinanzi a me ciò che mi fa felice?

— Quanto le ha detto mio fratello è vero.

— Perdoni, vorrei che mi dicesse candidamente le ragioni che l'hanno indotta a darmi il suo consenso. Le pare che io sia troppo indiscreto? —

La fanciulla non rispose a parole, ma il suo silenzio e il rossore che le accese il volto dissero chiaro che il suo fidanzato le sembrava molto stravagante e un poco impertinente.

— Le assicuro — proseguì il signor Pool con dolcezza, — che la mia audacia non è senza ragione.

— Ma io...

— Comprendo. Si rassicuri, non voglio già che mi dica d'amarmi; non voglio questo, perchè prima di tutto voglio la schiettezza. Spero che mi amerà un giorno, e allora avrà tempo a dirmelo; intanto per acconsentire a sposarmi, avrà un motivo, almeno uno. Sia sincera; me lo dica. —

Se l'eroismo non esistesse sulla terra, bisognerebbe dare questo nome allo sforzo che fece Bice per rispondere.

— Prima di tutto io la sposo perchè... ha detto che questo le fa piacere... —

Il signor Pool aggiunse alla propria faccia serena un sorriso dolce e incoraggiante.

— E poi perchè ciò fa piacere a fratel Biagio... e perchè lei è un... giovine (avrebbe voluto dire un _uomo_) di cuore... e perchè è sempre stato buono per me, e perchè volendomi bene, come dice, mi farà felice...

— È ciò che io voleva da lei, signorina; or bene, se crede che tutto ciò basti a fare la felicità, le prometto che sarò sempre lo stesso, per farla felice e per farle dimenticare il dolore. —

Egli si era lasciato cadere di bocca queste ultime parole con studiata indifferenza. Ma Bice ne colse alla prima il significato e sentì qualche cosa che stava tra la vergogna e il dispetto. Il suo innamorato si affrettò a soggiungere:

— Sono schietto con lei fino alla ruvidezza, perchè possa imparare presto a conoscermi come la conosco. —

Bice si sentì indovinata fin nei moti più segreti del cuore, e levò gli occhi sbigottiti a guardare in faccia ai signor Pool.

— Le ricordo il passato, — proseguì egli, — perchè se non ne parlassi, avrebbe ragione di domandarsi conto segretamente del mio silenzio. Non posso ignorare io solo quanto è noto a tutti, e lei sa che se osai sognare la felicità di farla mia, non obbedii a un sentimento improvviso o ingannevole. Le rimane a sapere come io non abbia già ceduto all'egoismo del mio affetto, ma mi lusinghi di ridonarle tutto ciò che occupava un posto nel suo cuore. È la mia ambizione; l'ambizione d'un uomo che l'ama alla buona. Non mi faccia una colpa di questo linguaggio. Invece di dirle che io sarei morto d'amore per lei, mi lasci dire che avrei avuto la forza di vederla felice e di benedire la sua felicità nelle braccia d'un altro. Ciò è forse meno bello, ma è vero. —

E siccome Bice era passata dal rossore alla commozione e non trovava la forza di rispondere, il signor Pool, con una galanteria cavalleresca che anche gli innamorati non sentimentali ritrovano qualche volta nelle grandi occasioni, prese la mano della vaga fanciulla e la appressò alle labbra, poi fece atto di allontanarsi.

— Signor Emanuele, — disse Bice, e uscendo improvvisamente dalla inerzia, mosse un passo verso il suo fidanzato, il quale si arrestò, e si volse con un lampo di felicità nello sguardo. Ma l'eloquenza della fanciulla veniva dal cuore e non trovò parole o ne trovò troppe in una volta; invece di parlare, essa offri ancora la mano al signor Pool, che la strinse con melanconico entusiasmo.

— Credo che l'amerò, — disse finalmente Bice, — perchè mi sento orgogliosa d'essere amata da lei.

LI.

Camilla a Riccardo.

«La cerimonia si è compiuta ieri mattina all'alba; Bice è diventata la _signora Pool_.

«La signora Pool! non vi pare che suoni male questo nome? Io credo che non saprei darmi pace se mi chiamassero la _signora Pool_.

«Per altro Bice era allegra, e sono sicura che sarà felice. Suo marito è un bell'uomo; molto serio, troppo serio, ma pieno di cuore, e le _vuole assai bene_. Biagio dice che ne è pazzamente _innamorato_, ma io stento a crederlo. L'idea del signor Emanuele Pool innamorato non mi vuol entrare.

«Gran giornata quella d'oggi! Non si è fatto molto chiasso, ma si è stati allegri; hanno voluto una festicciola di famiglia, senza pompe e senza sussiego.

«Io avrei preferito che si fosse fatta nella nostra casa di Milano, ma Biagio si è ostinato a far intervenire la campagna nella cerimonia di nozze, dicendo che è cosa di buon augurio.

«Perchè non siete venuto? Ieri non vi aspettavamo, ma oggi sì. Io per esempio ero certa che non avreste temuto di trovarvi dinanzi a Bice in questa giornata. Non siete venuto e non ve ne faccio una colpa; non vi sembra però che l'_indifferenza_ si sarebbe comportata altrimenti? Fatemi il piacere di dirmi di no................

. . . . . . .

LII.

Riccardo a Camilla.

«Non vi dico nè sì, nè no. Mi fate un'accusa da cui non voglio scolparmi; il sentimento che mi ha consigliato la mia condotta mi consiglia pure questo silenzio. Mi è doloroso avvedermi che non abbiate ancora imparato a conoscermi.»

LIII.

Buon viaggio!

Il signore e la signora Pool, Camilla, fratel Biagio e Riccardo sono riuniti nell'atrio della stazione ferroviaria.

Camilla e Riccardo hanno aspetto stravolto, Bice è mesta, Emanuele Pool imperturbabilmente taciturno.

Anche fratel Biagio, con la valigetta ad armacollo e col cappello di feltro a larghe tese, sembra in preda a una melanconia profonda.

Riccardo guarda sott'occhi Bice che il matrimonio ha trasformato in modo strano. Chi può dire quali pensieri passino per il suo capo, quale arruffato viluppo di confronti egli si affanni a sciogliere col cervello?

Un sentimento misto di pentimenti vani e di fiacche aspirazioni tenta, come un adulatore, il suo spirito. Guarda al passato, guarda all'oggi; vede Bice, già sospirata ardentemente, nelle braccia d'un altro uomo; pensa alla bizzarria fatale che ha collegato con le stesse vicende i due affetti della sua vita, e cercando d'ingannare sè stesso fa carico alla sorte delle sue colpe.

Egli è solo! Questo pensiero, questa condanna, campeggia dinanzi alla sua mente. Potranno le frenesie di nuove colpe pagare la felicità serena che gli era stata offerta due volte?

Ma egli pensa anche che Camilla è bella, che lo ama, che un'onda fascinatrice di voluttà spira dal suo corpo leggiadro; pensa che fratel Biagio parte, che il nuovo stato di Bice la terrà lontana dal turbare la felicità degli amanti... La colpa non ebbe mai tante lusinghe.

L'ora della partenza si avvicina; fratel Biagio passa la mano sulla fronte, come a diradare le nuvole di mestizie che l'oscurano.

Camilla gli si fa vicina, gli stringe la mano, lo chiama _amico mio_. Povera donna! è mesta; pensando a suo marito, al suo ottimo Biagio, che andrà lontano e farà una lunga assenza, ella ha il cuore gonfio non sa bene se di tenerezza o d'affanno.

L'ottimo marito dal canto suo giura che non ha mai intrapreso un viaggio così a malincuore, e che se un negozio d'oro non richiedesse la sua presenza in Olanda...

Curioso impeto di tenerezza quello che gli vieta di proseguire, e lo costringe a volgere il capo e soffiarsi il naso per nascondere la commozione.. Camilla crede d'aver visto una lagrima, e piglia la mano del marito; Riccardo guarda la punta dei suoi stivali.

— Rimani, — dice Camilla in un impeto d'affetto e di pentimento, — non partire.-

Fratel Biagio stringe la mano della sua compagna, poi si se scuote bruscamente.

— Siamo tanto fanciulli — dice col suo accento gioviale di tutti i giorni. — Ho fatto cinquanta viaggi, e non mi è mai avvenuto di sentirmi così poltrone. È pur troppo vero che s'invecchia... ma non sarà mai detto che io mi sia lasciato sfuggire un negozio d'oro come questo. —

Bice con uno sguardo sembra domandare al suo sposo di che negozio si tratti, e costui risponde:

— Di stagno.

— E poi... — soggiunge fratel Biagio accompagnando le parole con un sorriso di mistero, — ho un disegno... che se mi riesce l'Olanda rammenterà il mio nome...

— Di' su, di' su... — interrompe Bice.

— È un segreto. —

Ma Camilla, che è sulla via dei pentimenti, non si dà per vinta e insiste con la parola e con lo sguardo perchè Biagio rimanga..

Il buon marito pare assai commosso da questa testimonianza d'affetto, e se ne schermisce alla meglio.

— Ritornerai presto?

— Presto.

— E sarà l'ultimo viaggio, non è vero?

— L'ultimo.

— Ne sei sicuro? —

Biagio leva gli occhi al cielo, e risponde con voce che si sforza invano di rendere ferma:

— Ne sono sicuro. —

Intanto Riccardo si bisticcia col suo demonio, e continua a guardare la punta dei propri stivali.

Si rinnovano i saluti, gli augurii, gli amplessi affettuosi, i baci replicati e sonori. Nell'appoggiare le labbra alla fronte di Bice, che è rimasta ultima, fratel Biagio trova modo di bisbigliarle sottovoce una domanda, a cui la fanciulla risponde con un sorriso e con un bacio. Ma il fratello insiste.

— Credi proprio d'aver incominciato a volergli bene?

— È la seconda volta che mi fai questa domanda: ti ho già detto di sì.

— Partirò più lieto se me lo dici ancora.

— Ebbene, sì, ho proprio incominciato.

— Ne sei sicura?

— Ne sono sicura.

— Il cielo ti benedica! —

Si ode la campana, il signor van Leven si toglie con un moto risoluto ai suoi cari, ed entra nella sala d'aspetto.

Camilla e Bice si sciolgono in lagrime; Riccardo fa alcuni passi, cercando di darsi aria disinvolta, ma ha l'aspetto d'un tagliaborse colto in fallo; Emanuele Pool continua a tacere.

— Benedetti interessi! — s'arrischia a dire il signor Celesti.

Camilla e Bice non rispondono.

— Un negozio d'oro! — dice messer Pool.

— D'oro?

— Di stagno, che torna lo stesso.

— E il suo disegno secreto?

— Che ne so io!.. la sua Flora, la sua benedetta Flora!... vuol fare attecchire le viole mammole in Olanda!... tempo perduto!... —

Bice ha preso il braccio dello sposo e Riccardo offre il suo a Camilla. Già stanno per allontanarsi, quando odono alle spalle alcuni passi affrettati e una voce nota... si volgono: è ancora fratel Biagio.

— Ho voluto abbracciarvi un'ultima volta — dice egli affannosamente, — mancano due minuti alla partenza; state sani, ricordatevi di me.. addio!

— Buon viaggio!... Buon viaggio!.. —

Ma s'ode un fischio; fratel Biagio si slancia e qualcuno gli dice: — È troppo tardi! il convoglio parte!

— Che piacere! — esclama Camilla.

— Che piacere! — ripete Bice.

E Riccardo Celesti è costretto a dire anche lui:

— Sì, davvero, che piacere!

— Se è partito... — balbetta fratel Biagio come trasognato — se è partito, io posso restare, forse è meglio così.. — partirò un altro giorno. —

E si piglia sotto il braccio la moglie, la quale ride e piange allo stesso tempo, e non ha più occhi per Riccardo.

Costui, nel rifar la via verso casa, è più che mai occupato dei proprî stivali.

LIV.

Fratel Biagio fa un bel sogno.

Tutto quel giorno Camilla non seppe stare in sè; credeva in buona fede di non essere stata mai tanto felice; fratel Biagio vedendosela intorno carezzevole, le sorrideva e le restituiva le sue carezze. Più tardi a quell'allegria nervosa succedette una specie di torpore; senza sapere perchè, la disgraziata moglie ebbe bisogno di ritirarsi nelle proprie stanze, di stare un momento sola con la sua coscienza; ma fratel Biagio la raggiunse, e la trovò in lagrime.

E fu allora come se la luminaria della festa del cuore si spegnesse a un tratto; non poteva veder piangere nessuno il povero uomo, tanto meno sua moglie; caduto dall'alto della propria allegria, rimaneva lì senza parole.

Poi si fece innanzi, prese per mano la bella, che invano cercava di dissimulare, la trasse a sedere al suo fianco, e con voce mesta e profonda:

— Che hai? — le disse.

— Non lo so neppur io... la gioia.. ho riso troppo e ora piango senza volere... forse perchè sono tanto felice.

— Camilla, — proseguì il marito, — tu mi nascondi qualche dolore; non è oggi soltanto che me ne sarei dovuto accorgere, la colpa è mia; noi altri uomini d'affari crediamo che rimanga sempre tempo all'amore, e il tempo se ne va, quando non se ne va l'amore. Accusami pure, me lo merito; ti ho trascurato troppo, avrei dovuto pensare che tu hai bisogno di distrazioni, che fai una vita troppo monotona.... dillo, è questo?

— No... cioè sì, che ne so io? sarà questo... — rispose Camilla tremando... — partiamo, conducimi teco, in Olanda... non ti darò noia.. Vuoi? —

E dette queste parole, che le erano venute irresistibilmente sul labbro, ella stette a guardare attonita suo marito.

— Perchè no? — esclamò egli con una specie di entusiasmo giocondo. — Facevo a malincuore il viaggio, lo faremo insieme e sarà una festa. Siamo intesi, ti conduco meco; ma voglio vederti allegra.. voglio che tu rida sempre, come poco fa... Ridi...

— Sì — disse Camilla — starò allegra, staremo allegri... rido... —

Ma un singhiozzo le ruppe le parole. Fratel Biagio rispettò quel nuovo impeto di melanconia, poi disse:

— Povera Camilla!... hai bisogno di piangere, piangi qui nel mio petto... piangi, ti farà bene.

— Non piango più... — disse Camilla, rizzandosi in piedi, — sono i nervi... ora è passato... Vedi... —

E mostrava il bel volto, sa cui rimaneva ancora appesa una lagrima. Fratel Biagio le asciugò gravemente la guancia con la pezzuola, poi la baciò sulla fronte. La disgraziata Camilla aveva una strana luce negli occhi, ma non piangeva.

Più tardi, verso il tramonto, era sola in giardino sopra una panca; aveva raccolto un ramo d'acacia e ne staccava le foglie a una a una, quando il marito venne a sedersele vicino.

— È giunta una lettera, — disse egli con voce tremante.

— Che lettera?

— Dall'Olanda; la mia presenza laggiù è proprio necessaria; partirò domani...

— Domani? — mormorò Camilla; non disse altro.

Dopo un silenzio lungo, fratel Biagio ripigliò a dire titubante:

— Ho pensato.. che tu non avrai tempo di far i preparativi... dovendo partire, avresti tante cosuccie da fare...

— È vero, — balbettò Camilla...

— Per altro, non occorrono tante valigie; l'assenza non sarà lunga... —

La meschina guardava le foglie dell'acacia cadute ai suoi piedi, e non rispondeva.

— Si partirebbe... all'alba... — proseguiva fratel Biagio con voce commossa — tu non hai veduto mai l'Olanda... è un paese curioso... A che pensi?...

— Penso, — mormorò Camilla senza rialzare il capo, — penso a quello che dici tu stesso... che non mi rimane tempo a nulla... che partire così, all'improvviso... senza nemmeno salutare... Bice...

— Bice... verrà stasera col marito... gli ho mandati ad avvertire... Ma vedo bene che è impossibile...

— Lo vedi anche tu...

— O per lo meno... difficile... molto difficile.. corresse il marito; — ma Camilla ripetè senza badargli:

— Lo vedi anche tu che è impossibile!

— È vero, — disse Biagio con un sospiro profondo, — ho fatto un bel sogno! —

Si alzò di repente, e mosse verso la casa; Camilla lo accompagnò con uno sguardo attonito, poi nascose la faccia fra le mani.

Il domani, all'alba, fratel Biagio partì per l'Olanda — solo.

LV.

Camilla a Riccardo.

«Balzo da letto per iscrivervi. Qual notte! quali terrori! Che fate voi, in quest'ora? Dormite? Sognate forse di me? Vi scrivo per stordirmi, per ingannare queste ore terribili di tenebre, di solitudine e d'insonnia.

«Come è pigro il tempo! quanto tarda a spuntare l'alba!

«Credete voi ai presentimenti? Ditemi di no; ve ne scongiuro. Anch'io non vi credo; di giorno anzi ne rido; ma di notte si diventa fanciulli e ogni ombra piglia sembianza di fantasma.

«In questo momento mi faccio forza, ma poc'anzi... lo credereste? ho avuto paura dell'attaccapanni. Anche ora non sono proprio un'eroina, e mi guardo ogni tratto intorno, perchè gli spettri non mi piglino alla sprovveduta; ma se non altro la mia mente è con voi, il mio cuore è con voi... non sono più sola.

«Mi viene In mente che per cacciar la paura dei fantasmi, non è il miglior mezzo parlarne.. Parliamo d'altro.

«Ancora non mi sono fatta un'idea del come passerò il mio tempo. Sono proprio spaventata dalla solitudine che mi attende.

«La zia Angelica è un'eccellente creatura, ma non si sa che fare, nè che dire con lei. Bice ha altro da pensare... fortunatamente: perchè come potrei io guardarla in faccia?

«Ah! Riccardo! quanti affanni e quante dolcezze mi cagiona il vostro amore!

«Anche il vedervi, il trattenermi con voi mi è negato. Sì, mi è negato; non cercate di persuadermi del contrario; se vi è cara la mia pace, se vi è caro il mio onore dite a voi stesso che io non posso vedervi, che le vostre visite frequenti svelerebbero a tutti il nostro segreto. E pensate se si sapesse, se mio marito....»

. . . . . . .

LVI.

Riccardo a Camilla.

«Vi ho obbedito; ho soffocato l'ardente desiderio del cuore; sono quindici giorni che vostro marito è lontano e non fui che due volte in casa vostra, e mi vi trattenni pochi minuti come un indifferente. Ora non mi è più possibile; voi non sapete ciò che io soffro senza vedervi, non sapete che lo spasimo misura le mie giornate, che cento larve irose popolano la solitudine delle mie notti.

«Tutto nel mio cuore è mutato, io mi domando atterrito dov'è la forza che mi ha sorretto finora, e mi meraviglio d'averla avuta, e interrogo il destino che me la diede un istante per ritormela ad un tratto.

«Mi è cara la vostra pace; stimo prezioso più del mio il vostro onore, ma è follia, credetelo, sfuggire oggi le occasioni che ricercheremo più tardi.

«Noi possiamo vederci — noi lo dobbiamo.

«Se il vostro cuore sente come il mio, ne converrete voi pure.

«È un diritto ed un benefizio quello che vi domando. Io soffro; senza vedervi, senza abbracciarvi, senza udire dal vostro labbro l'affermazione del vostro amore, senza sentirmi avvolto nel fascino dei vostri occhi, io soffro pene maggiori di quelle dell'inferno, perchè mi avete dato il paradiso.»

LVII.

Camilla a Riccardo.

«La zia Angelica non esce mai di casa. Non è possibile vederci che di notte. Poichè lo volete, poichè il mio cuore impotente non sa resistervi, venite domani, alle undici; a quell'ora il portinaio dorme, io stessa verrò ad aprire.»

LVIII.

Idillio domestico.

Riccardo ha misurato più volte a passi lenti la facciata della casa del signor van Leven, senza che alcun segnale sia giunto al suo orecchio ed al suo cuore. Per altro egli è ben certo di aver udito battere undici tocchi agli orologi della città, e che quella appunto è l'ora stabilita dalla lettera di Camilla.

Un affanno pauroso si mesce all'impazienza che affatica il suo spirito; egli si domanda sbigottito che mai possa essere sopravvenuto a Camilla perchè manchi così alla parola.