Part 7
«È ritornata ed è festa nel mio cuore!
«Ancora mi pare impossibile che la sorte abbia voluto concedermi tanta gioia, senza mandarmi per altre vie una sciagura. E sia pure; da qualunque parte mi possa giungere, sono pronto a sopportarla; io la domando la mia parte di dolore; voglio pagare a caro prezzo la mia felicità, perchè nissuno abbia più il potere di rapirmela.
«Ho riveduto le mie camerette, sono passato innanzi alla vostra casa, ho risalutato i fiori del vostro giardino, ma il mio pensiero è sempre lontano, è sempre con voi, è al vostro fianco, vi segue da per tutto come un importuno, per ripetervi questa parola di cielo: — v'amo, v'amo! —
«L'ho pure udita sulla vostra bocca questa parola, ho pur sentito palpitare il vostro cuore sul mio, e le vostre labbra sulla mie labbra, ed i vostri sguardi nei miei... ma non sono sicuro che non sia un sogno!
«La felicità mi rende buono. Guardo agli uomini con misericordia; mi fanno compassione le loro grandezze. Mi sento gigante a petto degli altri, e chino il capo a guardare la folla come un Dio maestoso e benigno.
«E ditemi: quando mai potremo essere ancora insieme... soli... raccolti nell'estasi dei nostro amore?
«Io prego Dio che mi ridoni quelle ebbrezze, quei palpiti, quel bacio... Ah! la memoria di quel bacio mi toglie il senno... Io l'ho qui sulle labbra, lungo, fremente, infocato... Inganno voluttuoso e crudele!...»
. . . . . . .
XLII.
La cognatina.
Camilla s'interruppe e nascose la lettera perchè dall'opposto lato del viale Bice le veniva incontro.
La povera fanciulla era ancora mesta; non ostante la resistenza naturale della sua età facile e spensierata, il dolore cominciava a scolorire quelle sue guancie rosate. Era mesta e sorrideva; il sorriso fa bella anche la mestizia.
Camilla sentì un tremito correrle per le membra alla vista di Bice, che raffigurava per lei il rimorso. Nondimeno le si accompagnò, le porse il braccio, amorosa e disinvolta, si chinò con essa sulle zolle a raccogliere i convolvoli selvatici. — Senti, — le disse, — che odore hanno? — Hanno odore di mandorle amare. — Poi con una vivacità piena d'incanto cianciò allegramente di feste e di mode.
Bice rispondeva a quando a quando con entusiasmo, ed ammutoliva ad un tratto; trascinata un istante dalla foga della cognatina, s'arrestava poi a mezza via. Un pensiero importuno le s'addensava sulla fronte; Camilla se ne avvide, e lottò ancora, cercando di stordirsi; da ultimo, stanca degli inutili sforzi, si diede vinta e si fece silenziosa anch'essa.
Passeggiarono buon tratto senza dir parola. Quel silenzio pareva pesare ad un tempo sulle due donne; se non che diverso era il loro turbamento.
Questa volta Bice fu prima a rompere il silenzio; si strinse al fianco della cognatina, quasi a farsene un riparo, e disse con voce fioca:
— Credi che potrò dimenticarlo?
Camilla non potè frenare un sussulto; quella domanda rispondeva così bene al suo intimo pensiero, che le parve bisbigliata da uno spirito maligno.
— Chi?..
— Lui... Riccardo... il signor Riccardo...
Camilla non rispose. Le ripugnava arrestarsi a un'indagine tormentosa, le ripugnava spingere la simulazione tant'oltre. Si schermì afferrando la mano di Bice e stringendola forte; non volendo dir nulla, ebbe l'aria di dir molte cose.
Bice si fece cuore e proseguì.
— E m'avrà egli dimenticata del tutto?
Camilla lasciò cadere bruscamente la mano della giovinetta, «L'avrà egli dimenticata del tutto?» le veniva ripetendo la voce affannosa del dubbio.
La povera fanciulla aveva trovata la via per dar sfogo al suo dolore; rammemorava i giuramenti, le promesse, le lusinghe del menzognero; ritesseva le speranze, i sogni, le care fantasime svanite per sempre dal suo orizzonte.
Camilla aveva un sogghigno amaro sulle labbra e ascoltava in silenzio.
Crudelmente ingenua la fanciulla toccava cento corde diverse; si tratteneva ad accarezzare le morte sembianze della sua felicità seppellita.
— Basta... basta... — interruppe Camilla a un tratto.
— Basta!... — ripetè ancora una volta con un filo di voce... e stette un istante immobile, sbigottita della propria imprudenza; — ho l'emicrania — disse poi, passando una mano sulla fronte, e fuggì via.
Bice rimase; non sapeva che dire, non sapeva che pensare, aveva una gran voglia di piangere, e non sapeva bene perchè.
XLIII.
Riccardo a Camilla.
«Che cosa devo fare per convincervi del mio amore?
«Non mi parlate di Bice. Voi non sapete qual terribile piaga riaprite nel mio cuore.
«È vero, sì, io sono colpevole verso di lei, ma in altro modo da quello che credete. Non è vero, come voi dite, che io abbia cessato di amarla, non è vero perchè non l'ho amata mai. Ho inseguito la larva del mio amore, ho creduto un istante di potermi dimenticare, fui pazzo. Senza confessarlo a me stesso, non feci che continuare il culto alla memoria dei primo, del solo affetto della mia vita. Vi vedevo in Bice, vi amavo in Bice; voi, voi sola, credetelo, eravate in cima ai miei pensieri.
«Nondimeno grazie, donna adorata, perchè mi avete dato la miglior prova del vostro amore.»
. . . . . . .
XLIV.
Camilla a Riccardo.
«Vi credo, ho bisogno di credervi. Non parliamone più, sono una sconsigliata; ho l'anima piena di dolcezza, e non so più che cosa farneticare per amareggiarmi.
«Mio marito ci ha lasciato ieri, è ritornato costì ai suoi negozî. L'avete veduto? Egli è proprio ristabilito in salute; anche da questo lato i miei timori sono svaniti. Non voglio più pensare a nulla, tranne che ad amarvi.
«Domenica sarà un bel giorno per me. Ci hanno invitate a recarci ad una villa vicina alla nostra; vi si danzerà, vi si farà una di quelle feste autunnali che sono la delizia delle nostre campagne. La zia Angelica ha accettato l'invito per condurvi Bice; io mi sono schermita. Per poco il mio rifiuto non ha mandato a monte ogni cosa. Non si voleva lasciarmi sola. Figuratevi! Sono forse una bambina io? E poi la villa non è che a pochi passi dalla nostra... — Ho detto questo ed altro. E l'ho vinta. Bice e la zia Angelica andranno; io rimarrò.
«Quale piacere! sarò tutta sola, il fittaiuolo e la sua famiglia andranno di buon'ora a Laveno per la messa, si fermeranno probabilmente a santificare la festa alla bettola, e non ritorneranno che sull'imbrunire. Sarò libera tutto il giorno; non rimarrà meco che la figlia maggiore del fittaiuolo, una fanciulletta di quattordici anni, per prepararmi il desinare.
«Non potete credere come questo pensiero mi renda felice; ho già formato il mio disegno; mi leverò all'alba ed andrò a fare un mazzolino; poi beverò una ciotola di latte fresco, poi me ne andrò al padiglione, all'ombra, a rileggere le vostre ultime lettere... e poi...
«Direte che sono la gran pazzerella a intrattenervi di queste inezie. Ditelo pure. A me scrivendovi pare di parlarvi, d'esservi vicina, d'amarvi di più... Questo poi non è vero; amarvi di più, no, perchè non è possibile.»
XLV.
Idillio campestre.
La sospirata domenica è venuta.
Camilla si è levata all'alba, ha fatto la sua passeggiata lungo i viali, ha composto un grosso mazzo di fiori, ha bevuto la sua ciotola di latte prima ancora che Bice e la zia Angelica si siano messe in cammino. Finalmente anch'esse sono partite; ecco Camilla sola. Batte le mani per la allegrezza, s'inerpica sul poggio più elevato e fa sventolare la pezzuola bianca. Bice le risponde con lo stesso linguaggio e dice alla zia Angelica sospirando:
— Come è felice Camilla!
Sì, Camilla è felice, e la sua felicità basta per un quarto d'ora a farle compagnia. Le lettere di Riccardo che ella rilegge tre volte, le servono per altrettanto; aggiungete un'ora di fantasticherie, di castelli in aria, di sogni... Tutto sommato, dopo due ore Camilla incomincia a pensare alla giornata che l'attende, e sospettando che lo spettacolo della natura possa non bastare ad occuparla tutta, discute in cuor suo se debba fare qualche modificazione al programma, e mettere in luogo d'una passeggiata sentimentale una buona dormita dopo pranzo. Di repente, volgendo lo sguardo, vede venirsi incontro un uomo.
«Un uomo!» La sua mente non le ha ancora parlato in tal guisa, che già il cuore le ha detto: «è lui!»
Ansante, col volto arrossato dal piacere, coi capelli sprigionati, Camilla corre incontro a quell'uomo; lo raggiunge, lo chiama a nome, lo guarda un momento negli occhi bramosi, gli sorride e si getta nelle sue braccia.
— Riccardo! Riccardo!
— Camilla! Camilla!
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. . . . . . .
Correte istanti felici dell'amore!
Camilla e Riccardo sono soli; chi vorrà dire la loro gioia, chi vorrà numerare le cento follie della loro mente, i mille tripudî del loro cuore?
Correte istanti felici dell'amore!
La solitudine; la tiepida calma di quella giornata di maggio, il lusso della natura verdeggiante, l'ampia distesa di cielo che apparisce da quel luogo di delizie agli occhi innamorati, ne raddoppiano la dolcezza.
Passeggiano allacciati in un amplesso, parlando del loro amore a voce bassa, o tacendo per dire l'amore con sguardi lunghi, con brevi e rotti sospiri.
L'usignuolo canta a pochi passi, la gazza fa udire la sua nota rauca, mentre fende l'aria inseguita dalla compagna, il picchio s'appende ai nodi delle piante secolari, le prime rondini volteggiano a piccoli drappelli sul loro capo; e più su, dove l'occhio giunge appena, l'allodola si libra come un punto immobile nel cielo...
Correte istanti felici dell'amore!...
È una gara lunga di promesse, di giuramenti, di propositi; e una più lunga schiera di memorie evocate a una a una, e poi un improvviso ritorno al presente, e nuove promesse...
All'improvviso i tocchi della campana di Laveno annunziano il mezzogiorno.
— Di già! dice Riccardo.
— Di già! — ripete Camilla. — Lo credereste? — aggiunge dopo breve silenzio con un sorriso pieno di grazia, — lo credereste? E accostando la bocca all'orecchio del suo innamorato, mormorò con un filo di voce: — ho fame!
— Ho fame! — ripete l'innamorato come una eco. —
Ridono.
— Avremo un desinare meschino, — dice Camilla; — ora che vi penso la mia piccola cuoca non era prevenuta del vostro arrivo. Ma mi ci metterò io...
— Faremo noi.. anzi bisognerebbe allontanare quella villanella... Se mi vedesse!
— Vi penso io; aspettatemi qui, non vi movete, vado e torno. —
Sparve. Un istante dopo la luce del suo sorriso e dell'occhio suo innamorato brillò alla svolta del viale. Riccardo le mosse incontro; e si presero per mano, e così allacciati corsero come due bambini verso la casa.
. . . . . . .
— È tempo di separarci, disse la bella donna allacciando con le braccia il collo del giovane innamorato.
— Separarci! lasciarvi! così presto!... è impossibile.
— È tardi. Tra un'ora potrà essere di ritorno qualcuno. —
Riccardo abbassò il capo sul petto. Cento pensieri, cento sentimenti invasero in folla la sua mente e il suo cuore. Lasciare Camilla, l'amor suo.. per non rivederla forse mai più! Un'idea invano combattuta tornò a tentarlo; quell'idea era paurosa e fascinatrice come un abisso; era l'abisso dell'amore e del piacere, era la massima ardenza della vita, era la dimenticanza intera di chi s'abbandona alla morte, era la seduzione terribile della voluttà e della colpa. E l'avrebbe egli lasciata così, bella, innamorata, sorridente?... L'avrebbe egli lasciata alle carezze d'un altr'uomo?...
Camilla si rizzò in piedi, si divincolò dalla stretta fremente delle braccia di Riccardo, lesse negli occhi suoi quell'espressione selvaggia di desiderio che ne trasformava le sembianze, e si ritrasse paurosa.
Riccardo la segui, la raggiunse, se la strinse al petto, la coprì di baci.. le domandò per pietà ciò che per amore non aveva osato.
Camilla si sciolse un'altra volta dalle sue braccia, corse come ebbra nella sua camera, poi cadde in ginocchio mormorando fra le lagrime una preghiera affannosa...
In quel punto s'udì rumore.
Camilla tese l'orecchio; passi affrettati salivano su per le scale. Lo spavento rendeva mutoli e immobili i due sciagurati amanti; poi Camilla balzò in piedi, ricompose in furia i capelli, asciugò le lagrime, e venne incontro a Riccardo: — Fuggite! — mormorò con voce spenta dalla disperazione.
Riccardo si guardò intorno cercando uno scampo; non era più in tempo; la porta si aprì, e comparve sulla soglia l'aspetto sereno e sorridente di Bice.
Camilla e Riccardo stavano immobili e tremanti come due colpevoli. La giovinetta li vide, comprese, soffocò un grido e nascose la faccia tra le mani.
Camilla corse a lei, le allontanò le mani dal volto e la baciò con frenesia.
— Perdonami, Bice: perdona a una sciagurata!... —
Ma ecco altri passi su per le scale; con una energia inusata, Bice si staccò dall'amplesso di Camilla, corse alla porta d'ingresso e chiuse a chiave.
— È lui, — disse poi affannosamente alla cognata, — rimani qui... non rispondere... —
Poi aprì un altro uscio, prese per mano Riccardo e se lo trasse dietro senza guardarlo.
Camilla si gettò sopra un divano, e congiunse le mani rivolgendo gli occhi al cielo; ma il terrore le troncò sul labbro la preghiera.
Come un fanciullo docile, Riccardo aveva seguito Bice attraverso gran numero di stanze, ed era disceso per una scaletta di legno che metteva nella parte rustica dell'abitazione.
Bice gli indicò senza parlare il sentiero per cui se ne doveva andare, egli le prese la mano e l'accostò alle labbra mormorando a occhi bassi parole di riconoscenza.
Bice non rispose.
La poveretta levò gli occhi al cielo.
Invano Riccardo insistè con lo sguardo: la fanciulla non aveva lagrime, non aveva parole.
. . . . . . .
XLVI.
Camilla a Riccardo.
«Sono ancora commossa dal pericolo che abbiamo corso. Il pensiero di ciò che avrebbe potuto succedere mi ha tolto le forze; la mia mente ne rifugge impaurita, come quando, spinti sull'orlo d'un vertiginoso abisso, si chiudono gli occhi per non vederne la nera profondità. Oh! quali affanni ha la vita! E dire che senza il soccorso di Bice noi eravamo perduti!
«Povera Bice! Dovere a essa l'impunità del nostro amore! E pure, sciagurata me, non trovo dentro al petto tanto rimorso da pagare il nobile sacrificio di quell'anima generosa!
«E può il vostro cuore rimanere insensibile a tanta abnegazione? e non sarete voi spinto irresistibilmente a confrontare la virtù mite, semplice, serena di Bice con la mia arrendevolezza colpevole?
«Quanto mi sento meschina dinanzi a questa creatura di diciott'anni! Ohimè! quanto il mio cuore è codardo!
«Che ne ho fatto della mia pace, dov'è l'altero vanto della mia virtù?
«Ho domandato al cielo la forza di lasciarvi, di dirvi _addio_ in questa lettera per l'ultima volta, di dimenticarvi, di ridonarmi ai miei doveri traditi, all'affetto d'un uomo a cui mi legano vincoli tenaci di riconoscenza e di stima; ma ii cielo mi ha abbandonato, mi ha lasciata sola a combattere questa misera lotta! Me trista! Anche ora la voce della coscienza mi parla invano; più potente, più carezzevole, più cara mi parla la voce dell'amore..
«Perchè io v'amo, Riccardo, a costo della mia felicità, della mia pace, del mio avvenire, a costo di tutto... vi amo!
«Ma dite, dite, dove ci condurrà quest'amore sciagurato?
«Oh! Riccardo mio, pietà di me; pietà d'una misera donna che vede una minaccia nella sua felicità, mille pericoli a ogni passo e non una mano per soccorrerla...»
XLVII.
Riccardo a Camilla.
«Che dite, mia buona amica, che dite mai? Dubitereste della mia lealtà, della mia fede, del mio amore? È vero, io ho dei torti verso di voi; ho potuto forse dimenticarmi un istante al vostro fianco, ma il pensiero dei dolori che il mio amore vi costa, mi ha fatto già pentire amaramente del mio delirio. Perchè fu solo un delirio, Camilla, un sublime, un immenso delirio, quello che mi ha aperto audacemente le porte del cielo...
«Ebbro dell'amor vostro, e insoddisfatto ancora feci sogni di paradiso e d'inferno.
«Vi giuro che questo non avverrà mai più! io non profanerò la santa serenità di questo cielo infinito, dove è sorto il nostro amore.
«Una sola promessa da voi, in cambio del mio giuramento. Amatemi sempre; e tutto il vostro cuore mi appartenga.»
XLVIII.
Fratel Biagio a Riccardo.
«Ciò che vi devo dire vi recherà forse dolore; me ne duole davvero, e vorrei potervelo risparmiare; ma a questo punto non è più possibile. Si tratta di Bice.
«Saranno tre settimane, forse quattro, essa mi venne a contare non so che, dicendomi che tenessi per sciolta ogni cosa con voi, perchè non sì sapeva determinare a questo passo. Aveva gli occhi rossi; io le diedi una risposta che non si aspettava, — un bacio — ed essa mi sfuggi di mano piangendo.
«Avrei forse dovuto parlarvene subito, ma sperando che si trattasse di qualche bisticcio di innamorati, ho taciuto finora, anche perchè pensavo che non era niente affatto necessario di sciogliere qualche cosa, mentre non era stato legato nulla. Se vi ricordate, fra voi e me non si parlò mai di matrimonio.
«Oggi le cose pigliano un altro aspetto. Il signor Emanuel Pool, mio socio, che io stimo e amo come fratello, mi ha palesato la sua fiamma segreta per Bice e l'intenzione di sposarla. Ho risposto, come dovevo rispondere, che ne avrei parlato a mia sorella.
«Appunto testè le ho parlato; e Dio mi danni se vi capisco qualche cosa — accetta!
«Credete, caro signor Celesti, che io sono mortificato di questa imperdonabile leggerezza di mia sorella e tanto più che mi era lusingato d'imparentarmi con voi.
«Spero che non sarà per ciò offesa la cordialità dei nostri rapporti. Altri legami vi stringono oggi alla mia casa e a me, e qualunque sia per essere l'effetto che produrrà questa malaugurata notizia sull'animo vostro, mi vorrete conservare un po' d'amicizia.
«Siccome le mie faccende mi chiamano in Olanda nel mese d'agosto, il matrimonio si farà presto.»
Il primo effetto di questa lettera sull'animo di Riccardo fu, naturalmente, la meraviglia. La riflessione venne dopo: per essa, Riccardo si rallegrò di questo avvenimento e lo tenne in conto d'una gran ventura.
In fatti eccolo a un tratto alleggerito dal peso d'un rimorso e libero di abbandonarsi alla sua passione. Era un sentimento generoso che si faceva scudo all'egoismo. L'egoismo ha spesso di tali maschere.
Ma tutto ciò era così impreveduto e così imprevedibile, che più tardi il nostro eroe tornò da capo alla meraviglia, e almanaccò cento cose a darsene ragione. Allora la sua vanità volle far la permalosa e ritenersi offesa, ed egli proseguì per la via delle indagini e dei confronti, a dire a sè stesso che il signor Pool era assai meno seducente di lui, e che Bice aveva avuto in animo di vendicarsi; in ultimo, ostinandosi a trovare fredda e stiracchiata la lettera di fratel Biagio, concluse che egli doveva avere avuto nella determinazione della fanciulla assai maggior parte che non volesse mostrare.
Infine anche il cuore entrò a dire la sua; tanto per non perdere una bella occasione di fare la parte di vittima, si dichiarò tradito, non da Bice veramente, ma dagli _avvenimenti_. E fece dire sospirando a Riccardo: «e pure, sì, quella fanciulla io l'ho amata molto!»
Quando in questi bisticci di famiglia il cuore è l'ultimo a prendere la parola, si può scommettere che sa d'aver torto.
IL.
Come e qualmente il signor Pool fosse innamorato.
La fiamma segreta del signor Pool metterà di buon umore più d'uno dei miei lettori (supponendo che i miei lettori siano più d'uno), e farà dire che chi scrive non rispetta i limiti dei suo argomento, e che, col pretesto d'un romanzo sentimentale, ha dato un tuffo nel ridicolo.
In fatti da tempo immemorabile un innamorato è una creatura privilegiata, che se la intende con la luna e con le stelle, dà del tu ai zeffiri e alle aurette e non si occupa delle cose della vita se non per indebitarsi col sarto e col profumiere.
Un uomo, che abbia sulle dita tutto l'abbaco, compresa la regola del tre semplice e composta; che non conosca neppure di vista il vocabolario delle _grandi passioni_; che a forza di sentire a parlare ha solo imparato a tacere; un uomo che non distacca mai gli astri dal cielo nemmeno per chiasso e che, invece di consacrare un'ora del giorno all'arte difficile di annodarsi la cravatta, sembra considerare i propri indumenti come cosa separata dall'organismo, un uomo di questa sorta — è chiaro — non può accendere e alimentare dentro di sè una fiamma segreta, senza farsi ridere sul muso da chi abbia in testa un grano di giudizio.
Ma se il ridicolo è un'ottima ricetta per tenere allegra una metà degli uomini a spesa dell'altra metà, non fa quasi mai che un ammalato d'amore guarisca della sua febbre.
La fiamma segreta del signor Emanuele Pool è dunque una vera fiamma, forse un po' meno splendida e un po' meno ardente di molte altre, ma con i caratteri di luce e di calore di tutte le fiamme metaforiche conosciute.
Da quanto tempo egli amasse Bice, quali considerazioni lo avessero trattenuto dal rivelarsi, per che sorta di tempeste fosse passato il suo cuore durante il periodo luminoso dell'amore di Riccardo, e come avesse accettato alla muta la parte del sacrificio, tutto ciò nessuno potrebbe dirlo, perchè il signor Emanuele Pool non lo disse a nessuno. Noi sappiamo solo che un dì fratel Biagio fu visto in lungo colloquio col suo degno socio, poi in lungo colloquio con la sorellina e poi ancora con il signor Pool, e al giorno susseguente da capo con la sorellina e con l'imperturbabile innamorato, il quale lasciò l'uffizio un quarto d'ora prima del consueto a passi affrettati, con un sorriso appeso fra le labbra alla disposizione del primo venuto. Sappiamo pure che dopo breve tratto, egli rifece i propri passi per venire a sfogare l'allegrezza vuotando il borsello nelle mani dei suoi cenciosi amici, sempre esatti al ritrovo, e che dieci o dodici sciancati e paralitici sentirono quel giorno, oltre dei loro consueti malanni, una specie di febbre che, grazie alle veglie scientifiche degli economisti, non avevano provato molte nella vita.
Tutti questi fenomeni volevano dire che il signor Emanuele Pool aveva chiesto la mano di Bice e che Bice aveva detto di sì.
L'accettazione della fanciulla non è la parte meno stravagante del garbuglio, ma non è misteriosa niente affatto. Il merito è tutto di fratel Biagio, il quale in questa occasione dovette far prova della stessa accortezza che gli aveva servito per guadagnare il _sì_ della signorina Camilla, oggi sua legittima sposa. Veramente nel presentarsi a Bice egli aveva avuto in mente di pigliar la cosa da lontano, ma anche dinanzi a Camilla ebbe già la stessa intenzione e vi dovette rinunziare per non essersi saputo decidere a scegliere il suo punto di partenza; si sa: uno che non abbia alcuna predilezione per l'Era Volgare e per il Diluvio, il meglio che possa fare è d'incominciare addirittura in tempo presente. Così aveva fatto fratel Biagio con Camilla, e così s'era determinato a fare con la sorella.
— Come stai questa mattina?
— Bene.
— Tanto meglio, perchè ho una notizia a darti.
— Buona!
— Secondo i oasi. C'è uno che ti vuol bene. —
Bice, senza preamboli, si era messa a piangere.
— Peggio per lui, io non voglio più bene a nessuno... —
Ma fratel Biagio, tirandosi fra le braccia la bella lagrimosa, aveva insistito:
— Ci è uno che ti vuol bene... e che vuole sposarti...
— Peggio per lui, peggio per lui... io non mi lascio sposare da nessuno, voglio vivere e morire zitella.
— Quest'uno... vuoi sapere chi sia?
— Non me ne importa, non lo voglio sapere.
— Indovina.
— Ti dico che non lo voglio sapere.
— È il mio amico, è il nostro amico Pool.
— Lui!
— Proprio lui. Lo vuoi per marito?
— Non lo voglio. —
Nuova pioggia di lagrime sulle mani tremanti e carezzevoli di fratel Biagio.
— Piccina mia, hai torto. Emanuele Pool è un uomo di cuore, non è una fraschetta, è un commerciante accorto, ti vuol bene e ti farà felice...
— Non lo voglio.
— Emanuele è anche un bell'uomo, un po' serio, ma questo non guasta; se gli vorrai tanto bene sarà capace di ridere anche lui; infine ha solo trent'anni...
— Non lo voglio.