Part 6
— Vi andremo noi... e la zia Angelica.
— Tu! esclamò Biagio con meraviglia; e stette un istante a meditare. — Non ti duole d'andarvi?
— Dolermi! Ti pare? Se potessi venire tu pure! Ma già, le tue faccende!... —
Questa volta gli sguardi dei coniugi van Leven si ricercarono e s'incontrarono francamente.
Fratel Biagio porse la mano alla moglie e le disse con dolcezza:
— Perdonami, ho dubitato del tuo cuore; temevo che l'andare in campagna in questa stagione, per dividere con una creatura addolorata le melanconie della solitudine e le noie dell'inverno, potesse sembrarti un sagrificio troppo grave... perdonami! —
XXXI.
Camilla a Riccardo.
«Non crediate che io mi sia lasciata vincere dalla insistenza delle vostre domande. Se non fosse un bisogno imperioso, non avrei violato il voto di non scrivervi. Questa volta sarà l'ultima.
«Sono ancora atterrita dal pericolo che ho corso. Ve ne pongo a parte perchè vedendo a quali dolori mi esponete, vogliate risparmiarmeli in avvenire.
«Venendo in campagna avevo portato meco le vostre lettere, perchè il segreto che mi costringete a dividere non venisse scoperto da mio marito. Or bene, ieri appunto io radunai quelle lettere, con l'animo di rimandarvele per liberarmi dall'affanno che pesa sulla mia coscienza come una colpa.
«Stamattina sono uscita di buon'ora con Bice. Ritornando a casa due ore dopo ho incontrato mio marito che usciva dalla mia camera. Mi sono venute in mente le lettere che avevo lasciate in un cassetto aperto; pensate il mio spasimo! Non so come abbia risposto a Biagio, nè se sia riuscita a celargli il mio turbamento. Egli però era tranquillo, e ciò mi ha dato conforto. Sono corsa subito nella mia camera... le lettere vi erano; non erano state toccate; forse non erano state viste. Ah! ma il cuore mi batteva forte!
«Tutt'oggi non ho fatto che spiare sul volto di mio marito le tracce del malumore temuto. Questo esame ha diradato le mie paure; non deve aver visto nulla.
«Dopo tale soccorso della provvidenza, io non voglio aspettarne un altro; e siccome la pace mi è cara, vi rimando questi serpentelli che minacciano d'avvelenarmela.
«Non abbiatevene a male, la vostra delicatezza vi farà apprezzare la mia determinazione, e saprà suggerirvi la norma della condotta futura.
«Non insisto sopra un argomento spinoso, che minaccia d'essere inesauribile.
«Su questi colli la natura ci regala i primi sorrisi della primavera. Ho già raccolto delle pratelline, dei mughetti, e non siamo che ai primi di marzo. In compenso abbiamo passato un inverno rigido e triste.
«Finisco con una notizia che farà arrabbiare il vostro amor proprio. Bice si è rimessa in salute; non morrà d'amore.
«Non è proprio indispensabile che mi scriviate.»
XXXII.
Riccardo a Camilla.
«È proprio indispensabile — ecco perchè vi scrivo.
«Le lettere che mi avete inviate le ho qui; le ho rilette con quell'acre compiacenza con cui si ritentano le piaghe del cuore, e se non m'inganno, delle prime che vi scrissi ne manca una. Siccome non mi avete risposto sempre, posso immaginare che non vi sia pervenuta, e sarebbe meno male. — Ma se vi è pervenuta, bisogna l'abbiate smarrita. Comprenderete quanto questo pensiero mi opprima dopo ciò che mi avete detto.
«Il cielo allontani da voi un dolore, da me il rimorso d'esserne stato la cagione!
«Toglietemi da quest'ansia crudele comunicandomi il risultato delle vostre ricerche.
«Era ad ogni modo inutile che mi rendeste le mie lettere; se vi pesava troppo il custodirle, e non poteva essere altrimenti poichè sdegnate il sentimento che me le dettava, vi rimaneva un mezzo più semplice e più prudente di liberarvene: abbruciarle.
«Fate così di questa, e dell'altra se potrete rinvenirla.
«Non aggiungo parole a cui tanto non vorreste dar fede; il vostro cinismo, la vostra indifferenza mi hanno fatto male.»
XXXIII.
Camilla a Riccardo.
«Anche questa volta una buona stella mi ha salvato; la lettera l'ho subito rinvenuta nel cassetto. Come vi si trovasse ancora non so, poichè mi pareva d'averle raccolte tutte, ma ad ogni modo l'ho trovata.
«Potete immaginare i timori e le ansie che mi cagionò la terribile notizia. La mia mente corse subito a mio marito; immaginando che egli solo potesse aver sottratto la lettera, ne ricordai gli sguardi, i gesti, le parole, e quasi quasi mi stupii di non aver prima badato al suo contegno iroso. Tanto può l'immaginazione. Ora rido di me stessa.
«Anche ieri mio marito venne a trovarci. Da qualche tempo egli è più mesto del solito; non ve ne dico la ragione, ma voi l'indovinate. Egli ama la sorellina più di sè stesso!...
«Hanno passeggiato insieme un pezzo.... Che cosa dicevano? Avrei ben voluto cacciarmi in mezzo a loro, e non mi avrebbe trattenuto, no, il timore di riescire importuna, ma mi trattennero invece la vergogna e il rimorso.
«Io non posso più guardare in faccia a Bice senza che una voce inesorabile si levi nel mio petto ad accusarmi d'aver sfrondato la corona d'illusioni di quella testa innocente; non so più levare lo sguardo sopra mio marito, senza pensare al segreto che mi tortura. Sento che vi è qualche cosa che mi allontana da queste creature affettuose e nobili, qualche cosa che la mia ragione non riesce a debellare, che mi accusa, che mi rimpicciolisce. Oh! un tempo io non era così! E un tempo anche la nostra casa era più lieta!
«Non voglio farvi rimprovero; non ne ho il diritto, non lo vorrei avere. Forse io stessa ho una parte di colpa, forse sarà, come dite voi, destino. E sia. Al tempo lo scioglimento del nodo; dove si prepara la giustizia, si prepara forse il pentimento, il vano e tardo pentimento. — »
«_PS._ Ho seguito il vostro consiglio; ho abbruciato le lettere.»
XXXIV.
Due parole all'orecchio del lettori: «Camilla non ha bruciato le lettere.»
XXXV.
Dove si vede, al solito, una moglie desta ed un marito addormentato.
— Che cos'hai piccina?
— Nulla; un gran bisogno d'essere sola... con te.
— Con me?!... —
E fratel Biagio volse il capo verso le finestre della casa, e passò la mano nei capelli.
— Sola con me?!... — ripetè come se parlasse a sè stesso. — È impossibile... sarebbe una sconvenienza. —
Bice battè i piedini e alzò le spalle con un lieve atto dispettoso; fratel Biagio si affrettò a soggiungere con voce carezzevole:
— Vedi... la nostra assenza sarebbe notata...
— Da chi?
— Da tutti.... da lui.... Non posso già lasciare così.... un convitato, un amico di casa.... Credi a me; ritorniamo insieme; quattro chiacchiere ancora... poi verremo in giardino.
— Vacci tu.... io rimango. —
Biagio pareva in grande imbarazzo; tra il disgustare la sorella e tradire le convenienze egli avrebbe avuto da dibattere un pezzo, se in quel punto la zia Angelica, Camilla e Riccardo non fossero usciti dalla casa.
— Mia moglie ha dello spirito, — disse fra sè, e parve rasserenarsi.
Bice, appena vide Riccardo, impallidì, e afferrando il braccio del fratello, mosse alcuni passi precipitosi.
— Non voglio più vederlo, non voglio più vederlo... mi fa male. Hai proprio giurato di farmi vergognare. —
Biagio si lasciò condurre senza opporre resistenza.
Attraversarono un viale, scesero un breve pendío, risalirono, piegarono a destra, poi a mancina.... Fratel Biagio continuava a volgere il capo, come se lasciasse dietro di sè qualche tesoro.
Lo crederanno i nostri lettori? Egli aveva avviato con Riccardo una discussioncella sui _monopetali_, che era stata interrotta bruscamente dall'improvviso allontanarsi di Bice.
Una leggiera brezza curvava le fronde dei tigli e delle robinie; sotto il bacio degli ultimi raggi dei sole, i fiori esalavano voluttuosi profumi.
L'orizzonte splendeva di tinte svariate, la terra era ricca di verde e di malinconia. Le onde del lago sottostante lievemente increspate univano la loro cadenza a quel gemito sommesso con cui la natura sembra annunziare la notte....
Camilla e Riccardo si smarrivano nei tortuosi viali del giardino.
— Non credete? — domandava Riccardo con accento di rimprovero appassionato.
— Non lo credo, — rispondeva Camilla tremante.
— Non credete? — insisteva l'altro.
Vi era tanta passione in quella domanda, su quel volto tale entusiasmo, che Camilla abbassò lo sguardo a terra — era quanto dire che credeva benissimo.
Qui si fe' manifesta tutta la dottrina sentimentale di Riccardo; un amatore volgare avrebbe insistito per ottenere la risposta che sembrava premergli tanto; Riccardo Celesti si accontentò di accostare il suo volto apollineo, e di assassinar la bella con un ultimo sguardo. Camilla era vinta. Il suo braccio appoggiato a quello del tentatore si allentò, la tenerezza invano soffocata scoppiò in un singhiozzo; una lagrima rigò il bellissimo volto.
Fuor di sè dalla gioia, dall'amore, dal desiderio, Riccardo cinse col braccio il corpo della donna adorata, la trasse al petto palpitante, l'avvinghiò in un amplesso di fuoco, e con l'avidità d'un assetato coprì di baci le guancie impallidite.
Camilla non si ritrasse, non resistette; le sue labbra riunite a quelle di Riccardo mormoravano parole rotte d'amore.....
Erano vicini ad un padiglione coperto di vitalba, al cui ingresso si vedevano due piante di mirto. Un rumore di fronde agitate giunse agli orecchi degli amanti; traverso la benda della passione che gli acciecava, entrambi indovinarono un pericolo...
Camilla fu la prima a divincolarsi dall'amplesso; corse al padiglione, vi si affacciò, e se ne ritrasse atterrita e tremante. Stette alcuni istanti come istupidita dal terrore, con gli occhi negli occhi di Riccardo; poi d'un tratto si scosse e fuggì.
Riccardo rimaneva sul limitare del padiglione, senza osare di muovere un passo.
Intanto dentro il padiglione un uomo sdraiato a terra rialzava il capo, si stropicciava gli occhi, stirava le braccia e sembrava rientrare nella vita con lunghi sbadigli..... Quell'uomo era fratel Biagio.
A giudicarne dall'aspetto stravolto, egli aveva molto profondamente dormito.
XXXVI.
Impatiens balsamina Atropa Belladonna.
— Bice! Oh! non è Bice... Siete voi signor Riccardo?
— Sono io..
— Si fa notte... mi sono lasciato pigliare dal sonno. E ho dormito molto, pare?
— Pare.... — balbettò Riccardo, non osando guardare in volto fratel Biagio.
Intanto il signor van Leven s'era sollevato in piedi, aveva spolverati i suoi abiti, e ricomposto alla meglio il volto rabbuffato. Nel movere i primi passi, inciampò nell'inaffiatoio ancora pieno d'acqua, e lo rovesciò con un calcio.
A quell'atto dispettoso Riccardo impallidì, e siccome fratel Biagio tirò dritto a capo basso, senza dir parola, solo dopo lunga titubanza si fece ardito a domandargli che avesse. Evidentemente fratel Biagio non era ancora ben desto, perchè invece di rispondere si piantò in faccia al suo interlocutore e lo guardò fisso. Era uno sguardo, che nulla aveva di speciale, ma Riccardo non lo sostenne a lungo; la coscienza turbata gli faceva vedere in fratel Biagio un accusatore.
Non era invece se non un uomo che si svegliava allora ed aveva fatto di brutti sogni.
— Figuratevi, una specie d'incubo, un'oppressura, un macigno enorme che vi graviti sullo stomaco. Eh! dico io? Per quanto si abbia lo stomaco di ferro!... —
Il signor van Leven s'interruppe; Riccardo, dopo aver respirato come un mantice, si affrettò a raccogliere il filo per appiccare il discorso, e da uomo che sa il fatto suo arrivò man mano al tema prediletto del suo ospite.
— Ecco una pianta di cui non conosco il nome.
— È una pianta velenosa — una _belladonna_ — _Atropa Belladonna_. —
Il botanico, dicendo queste parole, sorrise.
Riccardo fece altrettanto.
— È curioso, — soggiunse il primo, — che abbiano dato il nome di _belladonna_ ad una pianta velenosa.
— In fatti... —
Qui fratel Biagio si battè la fronte come uomo che ne ha trovato un'altra ancora più curiosa.
— E che invece si sia dato il nome di _begli uomini_ all'_Impatiens balsamina_, una pianta volgarissima, i cui fiori si mettono nell'insalata.
— È curioso...
— Convenite meco che i battesimi scientifici del popolo hanno almeno spirito e senso pratico; nelle classificazioni di Linneo non ce n'è nemmeno l'ombra. —
Qui fratel Biagio uscì in uno scoppio di risa.
Riccardo, che volle imitarlo, se ne cavò male. E la conversazione morì repentinamente.
Il sole era disceso dietro i monti; la pallida luna risaliva la curva dell'orizzonte; le tenebre scendevano rapidamente facendosi sempre più fitte; incominciava il sonno della natura; quel buio e quel silenzio erano solo turbati dalla nota solitaria del grillo e dal fosforico barlume di alcune lucciole, che tramutavano il loro letto, sollevandosi dalle zolle e ricadendo poco lungi.
Un uomo si nascondeva in quelle tenebre e taceva in quel silenzio — Riccardo. Egli non era assorto in una di quelle fantastiche contemplazioni care all'artista, ma attingendo nel cuore una nuova dolcezza, vagava immerso in un vaneggiamento fatto di memorie, di speranze, di desideri. Ai battiti affrettati del suo gran cuore d'innamorato si sarebbe detto che in quel vaneggiamento soave avesse alcuna parte l'aspettazione.
Qual mai mortale più felice di Riccardo? Egli sentiva ancora errare intorno a sè il profumo voluttuoso della donna adorata, chiudeva gli occhi, e gli pareva di rinnovarsi la dolcezza di un bacio lungo e fremente, e la stretta dolce ed angosciosa d'un seno colmo d'amore.
Nissuno venne.
Sonava la mezzanotte, quando Riccardo, rôso da mille paure, rifaceva i suoi passi verso la casa.
E allora una finestra si aprì con lieve rumore; una mano apparve un istante sul davanzale, e una pallottola di carta cadde ai piedi dell'innamorato. Poi tutto rientrò nell'oscurità e nel silenzio.
Quella pallottola diceva laconicamente:
«A domani.»
XXXVII.
Un colloquio non desiderato.
Che cosa era dunque avvenuto? E se Camilla aveva dovuto mancare ai ritrovo, perchè non dirne le cagioni? «A domani!» La sibilla ne avrebbe detto di più. E poi il _domani_ bisognava partire.
Gran parte della notte Riccardo ruminò a questo modo. Una paura segreta gli stringeva il cuore; il sonno invano combattuto ritornava a brevi intervalli pieno d'immagini angosciose.
Un lume intanto rifletteva dal di fuori una luce fantastica sui vetri della sua finestra. Qualcuno vegliava al par di lui... forse Camilla!...
Finalmente il sonno lo vinse.
All'alba balzò in piedi di scatto, si vestì in furia, e scese in giardino. Passeggiò a gran passi alcun tempo, respirando con voluttà l'aria frizzante; poi risalì nella sua camera, aprì la finestra, accese un sigaro. Non soddisfatto ancora, prese un libro e andò a sdraiarsi sopra un seggiolone nell'ampia sala da pranzo. Un'agitazione invincibile pareva dominare il suo spirito; teneva tuttavia fra le mani un foglio di carta spiegazzato, su cui erano scritte le due parole misteriose che lo avevano tanto affannato la vigilia, e guardava ad ogni tratto una porta, che metteva nelle camere di fratel Biagio.
Non si udiva un rumore nella casa. Al di fuori le rondini incominciavano ad abbandonare i loro nidi, empiendo l'aria di canti e di voli; qualche fringuello mattiniero cinguettava dondolandosi sull'estrema punta delle roveri.
Riccardo pensava a Camilla, all'amor suo, alla felicità dell'ieri, e con la baldanzosa insaziabilità degli amanti tesseva nella fantasia mille insidie per carpire nuovi baci e nuova felicità.
Egli non pensava alla felicità minacciata di fratel Biagio, non pensava alla felicità distrutta di Bice.
All'improvviso una porta si aprì, una donna comparve sulla soglia.
Il fruscìo della veste, l'effluvio della persona, e il cuore, soprattutto il cuore, martellando a festa, avevano detto a Riccardo che quella donna era Camilla. Si rizzò egli di botto e fece un passo innanzi.. ma si trattenne turbato e girò l'occhio intorno cercando uno scampo. Il fruscìo della veste, l'effluvio della persona, e soprattutto quell'instancabile martellatore che era il cuore di Riccardo, gli avevano detto una bugia, quella donna non era Camilla, — era Bice.
La vaga fanciulla vestiva di bianco; i capelli scomposti le sfuggivano dalla reticella cadendole in ciocche giù per le spalle. Il suo abbigliamento negletto lasciava vedere il collo ignudo e il principio del seno; l'estrema candidezza del volto, la dolce serenità dei grand'occhi le davano aspetto d'una visione di sogno.
Vide ella Riccardo e portò istintivamente le mani al petto per coprirsi, e le si tinse il volto di vergogna; ma un altro sentimento più forte si fe' strada nel suo cuore, e vi gettò il turbamento e l'affanno. S'arrestò anch'essa sulla soglia, e fece atto di volgersi per rientrare, ma si pentì, rimase, chinò gli occhi al suolo.
L'altro mosse due volte le labbra per dire «buon giorno,» e non lo disse: alla terza volta lo disse.
— Buon giorno, — rispose Bice con un filo di voce.
Il massimo sproposito di Riccardo sarebbe stato di mostrarsi debole dinanzi a Bice; bisognava protendere lievemente il corpo ad un inchino, poi rizzarsi di botto e piantarsi lì, a capo alto, come un punto d'ammirazione; tutto questo bisognava fare per darsi aria disinvolta. Rincorato dal turbamento della fanciulla, fece anche di più, le si appressò e le chiese se avesse dormito bene.
Bice non rispose. Ed ecco l'infedele, che non aveva preveduto il silenzio, un'altra volta mutolo, immobile, in contemplazione dinanzi alla fanciulla, a cui non osava più rivolgere la parola.
La giovinetta era pur bella! assolutamente bella!... ma poteva l'amore inesperto e puerile di quella creatura ingenua pagare l'immenso fascino che spirava dallo sguardo di Camilla? Ah! Camilla! con le sue forme rigogliose, col suo seno palpitante, con la sua bocca fremente, coi mille incanti della voluttà!... Era ben altro Camilla! ben altre erano le lusinghe, le tempestose lusinghe di quell'amore!
Riccardo continuava a tacere; Bice pure. Una gran lotta si combatteva nel petto di entrambi: l'esito non poteva essere dubbio; egli trionfò, ella soggiacque, e si coprì il volto colle mani per soffocare un singhiozzo.
La vista delle lagrime turbò più ancora l'animo dell'infedele; un sentimento prepotente, qualche cosa che stava tra la tenerezza e la pietà, ruppe d'un tratto le barriere dell'indifferenza; si accostò egli alla fanciulla, e le prese una mano. Bice lasciò fare. Un'onda d'eloquenza corse sulle labbra di Riccardo; stava per dirle... che mai? si confuse, mormorò parole rotte.
— Lasciatemi, — disse Bice, — lasciatemi. —
Riccardo obbedì come un fanciullo; ma Bice die' in un altro scoppio di pianto, ed egli pentito si affrettò a riprendere la mano abbandonata.
— Non mi amate più? — domandava quell'innocente fra le lagrime; — ditemelo con franchezza; ditemelo, io sono forte, lo vedete, non piango più.
Ma le sue lagrime scorrevano copiose, come onda invano trattenuta.
Il cuore di Riccardo, che se non era dei più fermi era però dei più facili, si scioglieva in una sterile pietà; per poco non piangeva egli pure.. ed oh! se avesse potuto piangere su «questa spietata legge che regola i moti dei cuore!...» Ma troppo spesso le glandule si ribellano al sentimento; così fatto è l'uomo.
In quel punto si aprì la porta della camera di fratel Biagio, e comparve sulla soglia, pallida, stravolta, lagrimosa, la bella Camilla.
Riccardo si sentì allargare il petto, e Bice fuggì per nascondere il suo dolore.
XXXVIII.
Febbre reumatica.
Camilla ha dato una cattiva notizia; fratel Biagio s'è ammalato, ha la febbre, delira...
Si manda in fretta a Laveno per un medico, e intanto la famigliola circonda di cure l'infermo, il quale con gli occhi semichiusi, la fronte fasciata da pezzuole inzuppate d'aceto, la faccia stranamente sconvolta, getta lo scompiglio nelle anime pietose ed affezionate che gli stanno intorno.
La sposa e l'amico ne sono conturbati più di tutti. Ogni gesto, ogni accento del delirio li commuove, gli agita. Bice ha gli occhi gonfi di lagrime, la zia Angelica, che è in maggior intimità coi santi, interroga a quando a quando il cielo cogli occhi.
— È curioso, — dice fratel Biagio parlando fra sè e sè; — non è vero che è curioso?...
— Sicuro, che è curioso! —
Camilla guarda Riccardo e Riccardo Camilla.
— La belladonna è una pianta velenosa... _Atropa Belladonna_ — prosegue a dire l'infermo, ed allunga le labbra a una smorfia nel pronunziare il nome latino.
Poi compone il volto ad un'espressione di contentezza, mentre la zia Angelica guarda di nuovo il soffitto, e Bice cambia la pezzuola inzuppata d'aceto.
— Grazie, piccina... che fai? che cosa mi metti sulla fronte?
— È aceto. —
L'infermo fa ancora la sua smorfietta sdegnosa; poi dice: — Un'insalata... i begli uomini, la belladonna... la vuoi proprio far tu quest'insalata?... —
La testa di fratel Biagio si confonde; non è più possibile afferrare il senso dei suoi vaneggiamenti.
XXXIX.
Camilla a Riccardo.
«Indovino il vostro affanno, e colgo il primo momento di libertà per iscrivervi, per confortarmi. Ciò che avvenne ieri ha tanto sconvolto la mia mente, che non so più se debba lusingarmi o rammaricarmi della sorte. Aiutatemi voi; ecco come andarono le cose.
«Non era passata un'ora dacchè mi trovavo nella mia camera, quando mio marito entrò, mi parve tranquillo; sorrideva. Volli andargli incontro, farmi forza e vincere il turbamento che la sua presenza mi cagionava, ma non mi potei muovere, e finsi d'essere attenta alla lettura di un libro. Egli mi parlò di cose indifferenti e non parve accorgersi del mio imbarazzo; poco dopo uscì. Tornò tardi; io mi era posta a letto e fingevo di dormire, lo vidi accostarsi ad una tavola, sedersi, levarsi repentinamente, passeggiare agitato per la camera. Osservai per altro che non dimenticava d'alleggerire il passo quando si accostava al mio letto. Come mi batteva il cuore!
«Tutta notte non chiusi occhio.
«Verso le due del mattino egli si accostò al mio letto e stette un istante chino sul capezzale. La mia ansietà era tale, che, temendo di tradirmi, finsi di svegliarmi, e mi meravigliai ad arte di vederlo ancora levato, e gli domandai che avesse. Era pallidissimo in volto, e batteva i denti nel rispondermi, aveva la febbre. — Lo esortai a porsi a letto, non volle.
«— Non è nulla, — disse, — un'infreddatura; l'umidità della notte... aspetterò che mi sia passata. —
«Invano volli fargli mutare consiglio. — Andare a letto, diceva, era darsi vinto. —
«Allora mi levai anch'io e gli preparai un beverone di camomilla. Ritornando, lo trovai in preda al delirio; parole rotte, sconnesse, gli uscivano dalle labbra; mi guardava senza riconoscermi.
«La notte era fitta; andai a destare la zia Angelica, e vegliai con essa al capezzale.
«Il rimanente vi è noto.
«Quando entraste nella camera, sentii una stretta dolorosa di rimorso; e lessi nel vostro volto le stesse torture; avrei voluto dirvi ciò che era avvenuto per non lasciarvi temere di peggio, non mi fu possibile. Partiste; volevo scrivervi subito, ma non mi si lasciò mai sola. Sola! E lo sono io davvero in questo istante? No; le spietate larve accusatrici mi seguono da per tutto.
«Che avete fatto, Riccardo? Perchè ci siamo riveduti? Perchè mi amate? Ed ah! perchè non ho io più la forza di resistere a questo amore sciagurato?»
XL.
Camilla a Riccardo.
«È venuto il medico: l'ammalato sta meglio, e la malattia si chiama: febbre reumatica. — Sudando molto, tra pochi giorni sarà guarito.
«Mio marito confessa d'essersi lasciato cogliere dal sonno nel padiglione, fra i vasi di fiori, sul terreno nudo ed umido.
«È dunque tutta colpa dell'umidità — lo dice il medico.
«I miei timori sono affatto svaniti. Se ancora me ne rimanessero, l'umore allegro di Biagio li diraderebbe pienamente.
«Come sono felice!
«Ve lo devo dire? Per gli affanni che mi costa, il vostro amore mi è divenuto necessario; amatemi quanto io v'amo.»
XLI.
Riccardo a Camilla.
«Vi scrivo col cuore agitato, con la mano tremante. Voi mi amate! voi mi amate! Il pensiero della mia felicità è più grande d'ogni umana grandezza. È proprio vero? Non sono io giuoco d'un'illusione? Camilla, la mia Camilla dei primi anni, è ritornata.