Part 5
— Ho sognato che io era ancora bambina e che vi chiamavo _zio Emanuele_. Ora non ho più la bambola e non oserei farlo.
— Perchè?
— Temerei di offendervi.
— E perchè dovrei offendermi?
— Non lo so.... Ma se mi piacesse proprio di ricominciare?
— Vi diverte? fatelo. —
Sorrise. Ora il sorriso del signor Pool faceva l'effetto d'un'apparizione melanconica, e rompeva lo scherzo sulle labbra. Cosicchè quando allo spirare dei cinque minuti, lo _zio_ lasciò la nipotina, Camilla risparmiò la docile arguzia, sapendo che l'avrebbe spesa inutilmente, e il melanconico visitatore, invece di tirarsi dietro le baie gioconde delle giovani donne, se la cavò con una smorfietta di Camilla, a cui Bice rispose seria seria: «è un buon diavolaccio.»
L'ingenua fanciulla non sapeva esser questo un elogio che qualche volta si può spendere per un'epigramma. Una creatura, la quale non sappia essere nè giovane, nè spiritosa, nè maligna, è quasi sempre un «buon diavolaccio,» vale a dire un fenomeno che ha screditato l'inferno e screditerebbe il paradiso.
Nulla sapeva Bice di tutto ciò, ma sapeva benissimo che il suo Riccardo non era un buon diavolaccio; glielo diceva l'istinto, che è nelle fanciulle un ragionatore sottile!...
— Oh! perchè Riccardo non correva sapendola malata? Quali barbare formule legali potevano incatenarlo a Padova? Apprendendo che egli era in litigio per un suo credito, era giunta fino a domandare se vi fosse una legge, la quale tenesse in prigione i creditori che vogliono farsi pagare, e le fu risposto che molti legislatori indebitati vi avevano pensato, ma non se ne era fatto nulla. Dunque?... Dunque Riccardo non era un «buon diavolaccio.»
La conclusione ultima fu che la povera creatura si rassegnò a entrare in convalescenza prima che il suo innamorato fosse di ritorno.
Finalmente il giorno sospirato venne.
Riccardo rivide Bice (a cui la malattia aveva prestato un nuovo languore pieno di vezzo), con la compiacenza che gli innamorati molto sentimentali sogliono attribuire a tutto, fuorchè alla _novità_; e Bice rivide Riccardo col cuore negli occhi.
Quel giorno il signor Pool non venne a domandare conto della salute della nipotina, perchè evidentemente doveva intendersi che ogni ricaduta era impossibile.
Ma appunto quel giorno la vezzosa signora van Leven rimase a letto con l'emicrania.
XXII.
Bice a Riccardo.
«Non posso più tacere; la dissimulazione mi fa male. Ho pianto molto in segreto, ma vorrei pianger teco, nel tuo seno, vorrei anche vederti piangere... Ahi io non comprendo più che cosa mi accada, e ho paura.
«Ho esitato fino a oggi a scriverti, lottando meco medesima, torturandomi il cuore col silenzio e sorridendoti come sempre. Anche ora sono incerta, non so se faccia bene o male; ma non ne posso più.
«È una settimana, dal giorno del tuo arrivo, che soffro; se il caso non avesse attraversato i miei disegni, ti avrei svelato subito l'animo mio, ti avrei detto che il tuo sorriso mi pareva non avere la dolcezza d'una volta; che le tue parole mi sembravano fredde, sbadate; che credevo di leggerti nel cuore una sventura! Una sventura. E quale?.. Perchè non confidarti in me, perchè non svelarmi i tuoi affanni? Non ne ho forse diritto? O non ami forse più la tua piccola Bice?
«Ebbene, si, sappilo, quest'ultimo pensiero non mi lascia un momento, io comprendo oggi il tuo strazio d'un tempo, quando tu stesso eri torturato da questo dubbio, e chiedevi a me il conforto che io ti domando.
«L'altra sera, passeggiavamo nel giardino; io t'interrogava su tante cose, tu mi rispondevi distratto. Eravamo soli; non mi dicesti una volta sola di amarmi! Dovevo interrogarti anche sopra di ciò? Poi venne Camilla, e tu lasciasti subito il mio braccio, dicendo che era cosa ridicola dar spettacolo del nostro amore agli indifferenti. Dicesti proprio _ridicola_! Mi venne una gran voglia di lasciarti e di correre a celare le mie lagrime, ma tu avevi una faccia così seria che non osai, e dovei nascondere il male che io soffrivo, qui nel petto, a soffocarmi.
«Ho pensato tanto a quelle tue parole, vi penso ancora, non so darmene pace.
«_Dar spettacolo del nostro amore!_ Forse che il nostro amore è un segreto? E poi Camilla non è una _indifferente_; essa è la sola che sappia quanto io t'ami; le voglio bene, me ne vuole.... E che amore è il tuo che si vergogna? Io lo direi a tutta l'umanità che ti amo, lo griderei all'universo, perchè sono orgogliosa di amarti e d'esser tua.
«Dimmi che sono pazza, dimmelo, Riccardo, perchè mi pare di sentire una voce segreta, e temo di presentire una sciagura.
«Quando ero ammalata non facevo altro che bei sogni. Ti vedeva sempre; ora no — ho delle visioni spaventevoli, la notte ho paura....
«Sono pazza, non è vero? Sì, sono pazza. Le mie ansie, i miei dubbi, le mie paure, tutte larve bugiarde dell'amore. Anche per chi ama vi hanno delle torture, ed era tempo che la spensierata Bice ne provasse una.
«Basterà una parola a serenarmi l'anima conturbata, quest'anima, che è tua perchè t'ama, che vuol essere sempre tua per amarti sempre.»
XXIII.
Riccardo a Camilla.
«Perchè mi fuggite? Mi avete dunque letto nel cuore? E se è così, ogni indugio è vano; vi svelerò finalmente la segreta smania che mi divora. Sappiatelo — io vi amo. Vi amo a dispetto della sorte che vi ha rubata al mio affetto, a dispetto vostro, a dispetto mio. Vorrei lacerarlo questo cuore che domanda l'indifferenza e non sa ritrarre dal passato altro che l'amore; vorrei essere insensibile al fascino dei vostri sguardi, e poter fissare con occhi stupidi la vostra bellezza, vorrei potervi odiare — non posso.
«Ciò che io provo vince la mia natura; i miei sforzi per svincolarmi non fanno che stremare le mie fibre e farmi ricader debole e impotente.
«Il passato mi atterrisce; guardo agli anni trascorsi lontano da voi e misuro da essi la potenza del mio amore.
«No, il tempo non ha nulla potuto nel mio cuore, il tempo non mi ha concesso ciò che gli ho domandato con tanta insistenza — la dimenticanza.
«Credetelo, io non ho cessato un solo istante di amarvi. Mi ero ingannato immaginando possibile la felicità senza di voi; avevo sperato di poterla rinvenire altrove, e l'ho cercata in un altro cuore, in un altro affetto... Forse lontano da voi ciò era possibile; ma vi ho riveduta!
«L'immagine della donna amata può morire, ma sopravvive l'amore; oggi il mio affetto si è ridestato, più ardente. Nessuna traccia della donna che ho amata è rimasta nella donna che amo, ma vi è rimasto il mio cuore e l'ho ritrovato. Voi avete tenuto viva quella fiamma che invano il dubbio aveva cercato di spegnere; riamandovi, non faccio che rinnovare il mio culto.
«Non cercate di distogliermi; se il tempo non ha saputo distruggere l'idolo, mal lo potrebbero le vostre parole. Tutto ciò che mi potete dire martella da gran tempo la mia povera testa. È la tortura d'ogni giorno, l'incubo d'ogni notte. Il vostro labbro mi parli la pietà, ma non alimenti vanamente il mio rimorso.
«Non mi fuggite; non mi lasciate solo in quest'immenso deserto del cuore; dividetene lo strazio, se non potete dividerne l'affetto; piangete sul mio sciagurato destino; ma per pietà non mi fuggite! Sarebbe rimedio crudele e vano.
«Prima di svelarvi la mia miseria, io stesso ho cercato di rompere con la lontananza l'incanto che mi tiene ai vostri piedi; inutilmente. Sappiate anche questo: la mia partenza fu consigliata dal mio cuore; le brighe litigiose furono un pretesto.
«Ho domandato la pace ad ogni cosa, ed ogni cosa mi ha risposto l'amore. Ebbene sia: vi amo — ecco la mia fede: vi amo — ecco lo scopo della mia fede. Ogni altro affetto, ogni altro sentimento si spuntano contro la corazza incantata che difende il mio cuore.»
XXIV.
Altre velleità psicologiche.
Perchè la simpatia che sogliono ispirare gl'innamorati non inganni la buona fede di chi legge, giova smascherare una metafora di cui Riccardo abusa nella sua lettera.
Che egli ami ardentemente Camilla, e che lo scopo della sua vita sia d'ottenere d'essere riamato, ed altre somiglianti cose — queste sono le verità di fede d'ogni _passione_, e bisogna crederle anche senza intenderle; ma il dire che egli si è accorto di non aver cessato un solo istante d'amarla può far nascere il dubbio che durante un tempo ragionevolmente lungo, l'innamorato fosse affetto da una malattia della retina da cui ora sia avventurosamente guarito, oppure che l'improvviso flusso di sangue, che si getta sul cervello al principio d'ogni innamoramento, gli abbia oscurato il dono prezioso della memoria.
Il vero è che Riccardo non sa come spiegare a sè stesso il nuovo fenomeno del suo cuore, perchè fra i postulati psicologici che egli ha sempre inteso ripetere a faccia tosta dai suoi colleghi ve ne ha uno che assicura il cuore contro le ricadute amorose, e permette a lui Riccardo d'innamorarsi di tutte le belle donne dell'universo fuorchè di Camilla. Ora l'ipotesi ingegnosa d'una fiamma latente e continua, che prorompe irresistibile alla prima occasione, spiega il fenomeno lasciando in piedi il postulato scientifico — e chiunque al posto di Riccardo sarebbe lietissimo della scoperta.
Che poi la teorica delle ricadute sia assolutamente vera o assolutamente falsa non sapremmo dire; è certo però che l'edifizio amoroso di Riccardo è tutto fabbricato di nuovo sulle rovine del vecchio.
Si badi che Camilla riappare all'antico innamorato trasformata nelle forme, nei modi, nello spirito; che la sua bellezza nulla ha lasciato al tempo e ne ha invece ricevuto moltissimo; si pensi che la fanciulla è diventata moglie, e che da tempo immemorabile si riconobbe nella donna d'altri un fascino segreto, e si consideri infine che Riccardo aveva amato in Camilla l'amore e potrebbe oggi essersi acceso per la donna.
Si raccolgano tutti questi elementi e s'indaghi.
Una cosa intanto sta ferma: ed è che i fatti psicologici che narriamo sono veri e come tali si sottraggono alla sospettosa analisi dei lettori più increduli.
XXV.
Camilla a Riccardo.
«Era mia intenzione di non rispondervi; speravo che il vostro contegno m'avesse a risparmiare un cómpito penoso.
«Poche parole, ma franche, come è mio costume. Le vostre lettere mi offendono, mi affliggono; la cessazione delle vostre visite è inopportuna. La vostra assenza, oltre del dolore che cagiona ad una fanciulla che avete detto d'amare e che vi ama, può essere, ed è avvertita da mio marito.
«Faccio appello alla vostra cortesia perchè non vogliate involgere me in un fatto che deploro.
«Risparmiate il più lontano sospetto che minacci la mia pace ed offenda il mio onore.
«Ve ne prego — venite oggi stesso.
«Non domando altro. Il tempo farà giustizia di questa nuova aberrazione del vostro spirito, e vi persuaderà che il cuore non vi ha alcuna parte.
«La vostra lealtà, che mi fa fede delle buone intenzioni, mi lascia sperare che non invano vi avrò parlato il linguaggio schietto della donna e dell'amica.»
XXVI.
Camilla a Riccardo.
«Desistete da questo frasario insensato. Se anche potessi dar fede all'amore che voi dite di nutrire per me, dovrei piangerne come d'una sciagura.
«Rientrate in voi stesso, scandagliate il vostro cuore, esaminate con sincerità il passato, e dite se è possibile che le nostre anime possano riavvicinarsi mai. Non possono, non devono. In quella età della vita in cui è così facile amarsi per amarsi, noi abbiamo esaurito rapidamente ciò che ne pareva inesauribile — il tesoro dei nostro affetto. Potevamo avverare i sogni, e ci siamo contentati di sognare. Era destino che non dovessimo andare più in là.
«Ed è mai possibile ritentare le stesse vie oggi che tutto è mutato in noi ed intorno noi? Oggi che nuovi doveri, nuovi diritti, nuovi affetti ci hanno trasformato il cuore?
«Cessate dall'illudervi. Io rifuggo atterrita dalle immagini che le vostre parole mi schierano dinanzi.
«Nutro fiducia che una sola parola basterà a togliervi da questo delirio; questa parola io la scrivo francamente, io la innalzo come una barriera fra voi e me: _sono felice!_
«Sì, io sono felice; la mia vita è piena, il mio cuore è pago, sereno; la famiglia, l'affetto d'un uomo che amo mi rendono soddisfatta del mio stato. Quell'uomo vi ha pure stretto cordialmente la mano, vi ha accolto da ospite cortese, da amico; io so che egli vi stima e vi ama.
«Non aggiungo altro.
«Risparmiate la mia pace; non oscurate il cielo della mia vita modesta; non cercate di portare nel mio cuore le battaglie d'un affetto colpevole. Sarebbe vano e fatale.
«Pensate a Bice, a quella creatura ingenua e dolce a cui avete domandato e promesso l'amore; oggi essa soffre per cagion vostra. Sì, essa, l'angelo che potrebbe formare la pace del vostro avvenire, soffre e piange in silenzio, perchè indovina l'abbandono che le minacciate.
«Siate uomo; cacciate le larve d'un tempo che non deve più rivivere; gettatevi nell'avvenire con confidenza.
«Dimenticate.»
XXVII.
Riepilogo delle vicende d'un assedio.
Non ostante le savie osservazioni di questa lettera, le cose corsero a precipizio giù per la china naturale.
Riccardo rispose, chiamando in aiuto il vocabolario del cuore; rinnovò l'assalto con maggior audacia, ma con poca fortuna. Camilla zitta. Ciò che avrebbe debellato un altro, rinvigorì Riccardo, il quale ritornò alla lotta più animoso, più passionato che mai. Questa volta ebbe maggior fortuna. Camilla volle schermirsi, e lo fece male, scoprendo il lato vulnerabile della sua corazza.
A poco a poco il linguaggio carezzevole dell'adorazione giunse a ferire l'amor proprio della donna. Non era gran cosa, ma Riccardo non domandava di più.... per ora. Egli sapeva troppo bene che quando la vanità avesse accettato l'amore, la natura o presto o tardi avrebbe posto l'amore al luogo della vanità.
Così avvenne.
Camilla, che amava sul serio suo marito, resistette dapprima con energia, ma la compiacenza naturale di aver destato una passione così violenta come appariva quella di Riccardo, facendosi strada a poco a poco nell'animo suo, la rese più mite nel giudicare quel sentimento, più debole nel difendersene.
Si aggiunga, ed è cosa di cui poche donne potranno menar vanto, il trionfo della sua bellezza matura sulla bellezza verginale d'una fanciulla diciottenne, senza contare che Riccardo non era innamorato come ne vanno tanti dietro le sottane della bella, ma un adoratore il quale aveva disertato un altare e ritornava a prostrarvisi pentito. Ora se è vero che nell'altro mondo si faccia più festa d'un pentito che di cento giusti (cosa poco lusinghiera pei giusti e tale da invogliare gli uomini ad appartenere alla schiera dei pentiti), della donna si potrebbe dire con più ragione e con minor pericolo, che essa si allegra meglio del ritorno d'un infedele che del culto di cento nuovi spasimanti.
Dalla compiacenza di aver suscitato un incendio a procurare d'alimentarlo non vi è che una linea impercettibile; la vanità dà la mano alla civetteria. Ora nulla di più facile, per un corteggiatore scaltrito, che mutare la vanità e la civetteria in affetto.
Nel caso nostro il fenomeno si è avverato appuntino e Riccardo, rendiamogli giustizia, si è condotto a meraviglia.
Fratel Biagio era sempre lo stesso. Lieto dei suoi fiori, del suo commercio, dei suoi affetti che egli reputava saldi, pareva lontanissimo dal tremare per la castità del suo talamo.
Quella serenità cieca, che sembra scendere come un balsamo sull'anima dei mariti, gli traspariva dal volto aperto e gioviale, dal contegno sempre affabile e cortese.
Se gli innamorati non fossero quella razza d'egoisti che sono, o se Riccardo fosse stato un innamorato differente degli altri, avrebbe provato un sentimento di pietà per quell'uomo onesto e leale, a cui egli preparava il dolore e la vergogna. Riccardo, come tutti gli altri correligionari d'amore, sentiva ad ora ad ora qualche fitta di rimorso, ma questo sentimento che rattoppa le colpe (e le rattoppa male) non vale a prevenirle; spesso, per uno stordimento prodotto dallo spasimo, serve invece ad affrettarle.
Ad ogni modo, se il signor van Leven si può dire un marito cieco al pari degli altri, diciamolo pure un marito fortunato. Più d'una volta egli era stato minacciato da uno di quegli impeti irresistibili, che dinanzi al pubblico sentimentale legittimano il fallo e formano la disperazione dei mariti, i quali sono la razza meno sentimentale che si conosca — il suo buon vento aveva sempre diradato questi nugoli minacciosi.
Fosse caso o provvidenza, e noi incliniamo a credere a quest'ultima, fratel Biagio si trovava sempre nel luogo del pericolo. La sua grossolana e confidente bonarietà lo traeva dietro le pedate degli amanti. Era un marito importuno. Così la simpatia che aveva concepita per Riccardo, mentre pareva illuderlo stranamente sul conto del nuovo amico, lo spingeva ad attraversare i disegni ed a svelare le insidie d'un amore illegittimo.
Era passato così un mese, e i rapporti di Camilla e Riccardo non si erano ancora trasformati tanto da pigliare aspetto colpevole.
Nondimeno il cuore di Camilla era mutato. L'amore del marito soffocava sempre la fiamma, ma non la spegneva, e il rimorso poteva anche meno su quell'anima forte e sdegnosa. La poveretta lottava, ma il suo sguardo diceva chiaro la poca speranza di vittoria.
Le occasioni, provocate da Riccardo con avidità, e avventurosamente contrastate da fratel Biagio, erano fuggite debolmente da Camilla.
L'innamorato veniva all'assalto con nuove lettere, con vulcanica eruzione d'affetti, di sentimenti, di fantasie. L'onesta moglie piangeva in segreto ed invocava la dissimulazione non più come una difesa contro Riccardo, ma come una maschera per nascondere al marito il proprio rossore.
Camilla e Riccardo erano giunti a tal punto, donde non era più possibile dare indietro; il vincolo che gli univa era oramai così saldo, che per ispezzarlo avrebbero dovuto lacerare il cuore.
Un'occasione qualunque avrebbe posto a grave cimento la virtù della moglie e la lealtà dell'amico. Entrambi se ne avvedevano; ne tremavano entrambi; essa di terrore, egli di trepidanza e di desiderio — si amavano, sissignori.
XXVIII.
Bice a Riccardo.
«Non vi offenderete di quello che vi scrivo; è un atto che voi aspettate certamente da gran tempo dal mio amor proprio.
«È inutile ingannarci; io ho compreso tutto; la mia stoltezza giovanile, il mio amore non possono farmi cieca più a lungo.
«Ditelo francamente: non mi amate.
«No, non mi amate. Non voglio indagare le cause del mutamento dell'animo vostro, nè se sia proprio un mutamento, mi basta potervi dire con sicurezza: — non mi amate. —
«Avrete compreso che cosa voglia dire per me questa sicurezza, e quale sia la causa che mi induce a scrivervi.
«Ho indovinato il vostro supplizio, — ho letto nel vostro cuore — voglio risparmiarvi una confessione difficile, incoraggiandovi a troncare un vincolo che a quest'ora deve parervi odioso.
«Voglio restituirvi il vostro affetto vagabondo, che s'era arrestato un istante sopra di me; togliervi all'incubo di una promessa che non potete mantenere e sulla quale io ho cessato di contare da un pezzo.
«Ho visto quanto vi sia grave quella _convenienza_ che suggerisce le vostre visite, e vi voglio dirvi di risparmiarvi pure, se vi piace, la noia della nostra casa.
«Ho detto tutto a fratel Biagio; qualunque sia per essere la vostra determinazione, egli non se ne avrà a male.
«Non vi accuso di nulla. Lo avete detto: _una legge fatale regola i moti del cuore_. Ne abbiamo fatto esperienza; meglio oggi che più tardi.»
XXIX.
Camilla a Riccardo.
«Mi sono levata all'alba per iscrivervi; ho passato una notte affannosa, ed ho ancora un gran disordine nel capo; ma non voglio attendere un minuto.
«Tutte le torture che può dare il rimorso io le ho inflitte al mio cuore; ho compreso quanto grande sia il dolore, quanto nobile e generoso. Ora che ho pianto molto mi sento più forte, più severa verso di me medesima.
«Un sordo rimprovero brontola nel mio petto, terribile e giusto rimprovero. Lo riconosco; io non ho fatto tutto quanto stava in poter mio per iscongiurare la sventura che colpisce la povera Bice; v'erano in me delle forze che ho lasciato neghittose.
«Ahi! Che sarà di quella buona creatura? Ieri la sorpresi intenta a scrivere. Scriveva a voi, piangeva. Mi vide, nascose la faccia fra le mani, poi mi mosse incontro e si gettò fra le mie braccia, chiamandomi teneramente «sorella.»
«Ho cercato di confortarla. Con quale animo! Essa ignora la parte che ho io nella sua sciagura: si è solo accorta che voi non l'amate; non ha visto, non ha indovinato altro.
«Non so perchè non mi si spezzasse il cuore.
«Non io fui la causa di questo nuovo dolore, ma pure ne ho l'anima in tumulto. Tutte le mie fibre tremano al pensiero della responsabilità che le vostre insistenze mi hanno imposto.
«Non più, non più. Ve ne scongiuro, ridonate la fede ad un'anima innocente, ridonate la pace al mio cuore di moglie.
«Ove volete giungere? A che sperate di trascinarmi? Quali lusinghe tengono desto lo sciagurato proposito che vi rende sordo al grido del dolore?
«Siate franco, siate leale.
«Che cosa potete voi domandarmi senza arrossire?
«Meschina e stolta illusione, se pure non è menzogna, questa che vi consiglia! A cancellare la debolezza del passato, guardate alla colpa. Sì, alla colpa. Levate la maschera al vostri disegni, non ve ne dissimulate l'orrore con le sembianze d'una passione effimera; procurate di non ingannarvi.
«Rimediate oh! rimediate al male che avete fatto; siete ancora in tempo; non spingete oltre il passo in questo sentiero che conduce al rimorso.
«Potete risparmiare l'infelicità vostra e quella d'una fanciulla, alla quale fino ad ieri avete mentito l'amore; potete assicurare la pace d'altrui e la vostra; fatelo. —
«Desistete da un'insidia che ricade sopra dì voi; non cercate di non udire le voci del dovere e dell'amore, stordendovi col grido di una passione fallace.
«La vostra fantasia si è presa giuoco del vostro cuore; oggi, come sempre, voi ingannate voi stesso.»
XXX.
Un rimedio.
Una sera fratel Biagio venne incontro alla moglie col volto accigliato.
Camilla si sentì correre un brivido per le membra. Da qualche tempo essa non poteva incontrare l'occhio sereno del marito senza provare quella specie di turbamento vago, che è meno paura d'altrui che di sè medesimo.
La confidenza tranquilla e carezzevole, con cui ella soleva venire innanzi al compagno affettuoso della sua vita, non le rischiarava più la fronte bianca. Dissimulava male; ogni lieve nube, ogni sguardo, ogni gesto le parevano una minaccia.
— Che hai? — domandò vincendo la ripugnanza.
— Lo sai bene — disse Biagio tentennando il capo in aria afflitta. — La povera Bice....
— Bice!...
— Soffre.
— Soffre... — ripetè Camilla con voce fioca.
Entrambi parvero raccogliersi in questa immagine.
Ma Camilla pensava ad altro; guardando sott'occhi il marito, spiava lo scopo di quel colloquio.
Fratel Biagio aveva preso fra il pollice e l'indice uno dei bottoni d'acciaio della sua giacchetta di tela, e lo stropicciava con calore.
— Che te ne pare? — domandò all'improvviso, fissando Camilla in volto; e siccome costei a evitare lo sguardo e a risparmiarsi l'imbarazzo d'una risposta, chinò il capo in attitudine di pensiero, l'ottimo marito lasciò la sua compagna e si diede a misurare la camera a gran passi. Camilla ne seguì di nascosto ogni movimento finchè qualche istante dopo fratel Biagio s'arrestò.
— Bisogna allontanarla.
— Allontanarla.... Chi?
— Bice. Andrà in campagna.
— Sola? —
A questa domanda sfuggitale involontariamente Camilla si arrestò turbata.
Fratel Biagio sembrò non badarvi, e rispose con indifferenza che «questo appunto era il suo imbarazzo.»
— Andiamo tutti, — propose Camilla con disinvoltura.
— Non è possibile; le mie faccende mi trattengono. —
Dicendo queste parole fratel Biagio aveva gettato alla sfuggita uno sguardo sulla moglie, la quale se ne avvide, e attribuì cento significati paurosi a quello sguardo. Nondimeno si affrettò a soggiungere: