Frutti proibiti

Part 4

Chapter 43,851 wordsPublic domain

«Dov'è il mio passato?» Per qual misterioso intendimento fui tratto ad amare questa donna, ad esserne amato? E con quale disegno, oggi che quel palpito non è più, e altri ha diritto al nostro affetto, ci troviamo balzati dalla sorte sullo stesso sentiero? Amara ironia della fortuna!»

Riccardo andava più in là e gettava sbigottito lo sguardo all'avvenire; pensava paurosamente alla _legge inesorabile che regola i moti del cuore_, pensava a quella creatura ingenua, che egli aveva tratto a rispondere al suo affetto; interrogava sè stesso, analizzava la propria natura.... Avrebbe egli soggiaciuto? Era egli certo di non mentire? Era ancora l'amore, il vero amore che infiammava le sue vene?

E Bice? Quell'anima ingenua poteva illudersi, credere all'eternità d'un affetto di cui ignorava la saldezza....

Intanto la zia Angelica russava, i due soci si affannavano a raccogliere le fila del loro garbuglio, e Camilla agitava il ventaglio.

— Fa caldo, — disse Bice.

— Estremamente, — rispose Riccardo.

Camilla chiuse il ventaglio e l'appoggiò sulle labbra.

Nè qui era tutto; ciò che più d'ogni altro pensiero, torturava in quel punto, l'anima del povero Riccardo era una vergogna invincibile, che lo rimpiccioliva dinanzi a Camilla. Infatti per un innamorato, il quale si trovi per la prima volta al fianco della propria innamorata non so se vi possa essere cosa più imbarazzante che aver di rimpetto una donna dalla quale altra volta egli abbia tentato con fortuna la via del cuore. Questo io dico, e i lettori avveduti me lo crederanno, che il sorriso di Camilla pesava come un incubo sullo spirito smarrito del nostro eroe.

Si aggiunga che il signor Pool aveva il mal vezzo di piantare ogni tanto gli occhi sulle persone che gli stavano in faccia — due occhi da padre da commedia, niente affatto beffardi, ma paternamente dolci quando guardavano Bice, e paternamente severi se fissavano Riccardo.

L'effetto di tutto ciò sull'infelice innamorato era, che mentre egli sentiva contro il fianco il lieve contatto delle forme divine della fanciulla amata, mentre il suo piede, errando inconsciamente sotto il mistero delle vesti ondeggianti, s'incontrava con un altro piede, nondimeno (ecco la tortura) non osava volgersi e ricercare con lo sguardo uno sguardo. Colei.... quella donna indifferente, insensibile, col dileggio dipinto sulle labbra, e colui, quel padre nobile di trent'anni, frenavano gli slanci impetuosi di due anime che si volavano incontro interrogando l'amore.

Bice tentava a volte, con certa astuzia che anche le più ingenue apprendono sempre dal cuore, d'incontrare lo sguardo di Riccardo, ma lo sciagurato se ne avvedeva, lottava un istante dentro di sè, guardava Camilla alla sfuggita, e sprofondava gli occhi negli inesplorabili abissi della sua stupida vergogna.

Questa indeterminazione durò qualche tempo. Riccardo almanaccava da solo a solo con la coscienza il miglior modo di vincere il fascino, quando all'improvviso sentì una mano urtare contro la sua, la mano di Bice. Si scosse con un brivido di piacere.... l'armeggio della fanciulla era stato fortunato, nissuno se n'era avveduto. Ed avrebbe egli risposto coll'indifferenza a quel favore insperato? Un istante d'indugio poteva mettere in fuga la mano adorabile; non indugiò egli, e la prese.

In quel punto, non so se per caso o per disegno, ma certo a grande sciagura degli innamorati, il ventaglio di Camilla cadde a terra; toccava a Riccardo sollevarlo.... Vi fu un po' di scompiglio per districare la stretta delle due mani innamorate; nondimeno Riccardo arrivò a prevenire la bella Camilla.

Sollevando gli occhi verso di lei per consegnarle il ventaglio, sentì il volto accendersi per rossore.

Camilla ringraziò e sorrise.

Bice aveva messo il capo fuori dello sportello...

Intanto la ditta van Leven e Pool era riuscita a mettersi d'accordo nell'argomento e vi navigava a vele sciolte come sopra un mare clemente; e, più beata di tutti, la zia Angelica russava nel suo cantuccio.

Da Varese a Laveno corre un tratto di circa due ore, nè va rozza che sappia impiegarne di più. La strada scende giù per un pendìo serpeggiante, limitata a destra dalle colline, a sinistra dalle valli soggette.

Un immenso orizzonte s'apre innanzi agli occhi, lo sguardo si sprofonda fra i burroni, segue i capricciosi giri dei sentieruzzi segnati dalle umane pedate, e giunge e si riposa sul placido piano del lago.

Due carrozze venivano rapidamente giù per quella via, inseguendosi a breve distanza come due rondini innamorate.

In quelle due carrozze era la nostra brigata: Camilla, Bice e Riccardo nella prima, la zia Angelica, il signor Pool e fratel Biagio nell'altra.

Pareva che una cattiva stella si fosse ostinata a cacciare Riccardo in quel ginepraio. Le due donne, entrambe giovani e belle, erano dinanzi a lui, ravvicinate dalla gretta misura della carrozza, — Camilla cogli sguardi provocanti ed ironici, Bice coi languidi ed innocenti sorrisi.

Ricominciavano adunque le torture; nè v'era altra via ad uscirne, fuorchè sfidare apertamente la fortuna beffarda.

Come Riccardo ebbe così conchiuso, si rasserenò in cuore, e per prima prova d'audacia piantò gli occhi in volto a Camilla. La vezzosa tenne duro un poco, ma fu presto costretta a volgere altrove lo sguardo. Riccardo respirò più libero; poichè il primo scontro gli era stato favorevole, le sorti della lotta non potevano essere incerte.

Occorre dirlo? il nostro eroe ebbe la vittoria. Ma se le battaglie della donna non sono mosse altro che da vanità, soggiungiamo che da quelle occhiate di sfida Riccardo apprese, e ripetè segretamente a sè stesso, due cose: la prima che il tempo, mutando le sembianze di Camilla, non aveva fatto se non aggiungerle vezzi, cioè a dire che la Camilla d'oggi valeva meglio della Camilla d'una volta; la seconda, ed è naturale conseguenza della prima, che Camilla era bella, assolutamente, incontrastabilmente bella.

Ora se le battaglie della donna sono mosse da vanità, anche Camilla (non vi pare?) ebbe la sua porzione di vittoria.

Sulla riva del lago, presso a Laveno, v'ha una rete di sentieri, che si arrampicano fra i burroni d'un colle. Questi sentieri, interrotti ad ogni tratto da cento asperità del suolo, si ripiegano qua e là bruscamente a guisa d'assalitori paurosi che non osino mostrare la fronte all'inimico.

Nella falda destra del colle, tagliata a picco, si forma una specie di avvallamento che si risolleva poco lungi in una breve altura; su quell'altura è una casa dalle persiane verdi, e quella casa appartiene a Biagio van Leven.

La comitiva è discesa di carrozza e s'è arrestata a' piedi del colle, contemplando le brune striscie del sentiero che deve guidarla.

Bice, vedendo la banderuola del comignolo della casa, batte le mani pel tripudio. Riccardo volge l'occhio qua e là, pensando probabilmente a ben altro, mentre fratel Biagio addita il sentiero a Camilla, e dice:

— Suvvia! una mezz'oretta di strada, e ci saremo. Poniamoci in cammino a due a due; ogni cavaliero abbia la sua dama.

E siccome Bice a queste parole muove un passo strategico verso Riccardo, fratel Biagio le lancia uno sguardo, che vuol essere severo.

— Caro Pool, accompagnatevi con mia sorella; appoggiatevi a me, zia Angelica, voi, signor Celesti, date il braccio a mia moglie...

XVI.

Amore a tavola.

In una terrazza che sovrasta il tetto della casa, sotto un pergolato di glicinie, è raccolta alla mensa la nostra comitiva.

È l'ora del tramonto; il sole getta i suoi raggi infocati traverso il fitto delle foglie; l'inno clamoroso del giorno si volge a poco a poco nella preghiera sommessa della notte.

Si offre allo sguardo uno spettacolo pieno di incanti; un cielo purissimo, tinto a ponente di luce porporina, una campagna silenziosa e grave, una schiera maestosa di brune montagne, e la pallida e serena superficie delle onde del lago.

Tutto invita alla calma e alla malinconia; non di meno i commensali hanno la letizia sul volto.

La sola Bice pare un po' imbronciata; essa non sa perdonare a fratel Biagio d'averle assegnato il posto accanto al signor Pool, e d'aver cacciato il suo promesso tra Camilla e la zia Angelica. Se non che gli sguardi franchi e sereni con cui Riccardo l'assedia ogni tanto la tengono così occupata da compensarla quasi della sua disavventura e farle dimenticare ogni rancore. D'altra parte quel povero Pool è così prudente, così silenzioso, e le dà così poca noia, che se non fosse per i servigi di buon vicinato che egli presta con una premura piena di dignità, e per certi sguardi tra dolci e austeri con cui continua a guardarla di nascosto, essa non avrebbe altra ragione di accorgersi dell'usurpatore fuorchè l'usurpazione del territorio.

Camilla poi è l'anima della comitiva; ha la barzelletta sulle labbra, ed è d'un buon umore contagioso; lo squillo della sua voce argentina è un vero scampanío di festa. Bice pensa che se fosse vicina a Riccardo non saprebbe fare altrettanto, ma farebbe assai meglio, e intanto con l'occhio appassionato cerca l'occhio appassionato di lui, e l'incontra.. Beata la gioventù e l'amore!

Dal canto suo Riccardo si è trasformato nei modi, e lungi dall'essere in impaccio al fianco di Camilla, si mostra disinvolto, indifferente e allo stesso tempo cortese, come non seppe essere in tutto il giorno. Una tranquilla intimità sembra unirlo a quella donna; egli la guarda, le parla, sorride delle sue parole, la fa sorridere, e tutto ciò senza sforzo, senza affettazione, senza pure quel lieve turbamento che dà in ogni tempo la bellezza.

Che cosa era avvenuto? Nulla in apparenza. Le larve redivive d'un passato remoto avevano saputo spezzare il fantastico nodo che sembrava tener legato ancora ciò che da gran tempo era irrimediabilmente disciolto. Caduta la maschera, potevano guardarsi in faccia senza arrossire; cessata la paura, potevano riderne candidamente — ridevano.

Quindi innanzi Camilla non doveva essere per Riccardo altro che una donna di spirito, donna amabilissima, donna leggiadrissima, ma nulla più che una donna.

Bice invece era l'angelo. Questo sentimento soave gli balzava dal cuore irresistibilmente, brillava nei suoi sguardi e volava incontro alla sua fanciulla, la quale sa ne avvedeva.

Anch'essa dunque, la buona creatura, è felice; non di meno vuol vendicarsi di fratel Biagio e gli tiene il broncio.

XVII.

Il socio di van Leven.

— Che ve ne pare, signor Pool? — domanda Camilla.

Si era visto da lungi il fumo del battello a vapore, e si era venuti a parlare di viaggi di mare, e poi di burrasche; ora si vuol sapere dal signor Pool, che ha molto viaggiato, la propria opinione sulla preferenza da darsi in caso di burrasca ai vapori a ruote anzi che a quelli a elice.

Il degno socio di fratel Biagio rialza il capo, e con la spartana concisione che non gli viene mai meno, non dice che una parola:

— A elice.

— A elice? — ribattè Camilla; — si dondola maledettamente.

— Si va più presto.

— E che importa? La burrasca non si abbrevia lo stesso.

— Si arriva più presto.

Il signor Pool ha senso pratico. Impossibile dire se egli lo sappia e se ne tenga, perchè ha il merito raro di parlare pochissimo, e l'altro ancora più raro di non pretendere di occupare il prossimo dei fatti suoi — ma che egli abbia senso pratico lo sanno tutti e nessuno lo contrasta. — È naturale adunque che sia l'anima dei negozî della Ditta che porta il nome del nostro van Leven, il quale, sebbene faccia professione di commerciante, e incominci a metter pancia, si compiace di certe romantiche aspirazioni peccaminose e piglia troppo sul serio i fiori.

Pool al contrario è un commerciante austero; il suo aspetto grave lo fa parere una cifra vivente, e il suo silenzio gli dà un'aria sbalorditoia di registro chiuso.

Il signor Pool è certamente una virtù spartana, scampata non si sa come al naufragio di tante virtù e andata a riparare in Olanda, nello studio della buon'anima di Guglielmo van Leven, ma ciò non toglie che egli abbia le sue debolezze. Una più delle altre merita d'essere svelata, perchè sia sempre più provato che la natura non fa nulla di perfetto, nemmeno le virtù spartane — ed è che ogni sera, dopo il suo parco desinare da scapolo, egli suole fare una lunga passeggiata, in cui non manca mai di incontrare, per caso, una dozzina di sciancati, di gobbi e di rachitici (tutta gente che ha pochi cenci indosso e molto appetito), ai quali egli dispensa gli spiccioli che si trova sempre avere, per caso, nel taschino del panciotto. Il geroglifico socio di fratel Biagio sa benissimo che gli economisti hanno provato fino all'evidenza come qualmente chi fa l'elemosina è, senza avvedersene un cattivo soggetto, ed è forse perchè non ama sfidare apertamente il biasimo erudito d'una classe di galantuomini così rispettabile, che suole circondare di mistero la sua debolezza.

Non è però proprio certo che sia questa la vera ragione, perchè, ripetiamolo, il signor Pool è parsimonioso di parole, e a differenza di tanta brava gente, la cui abilità consiste nel far parere al di fuori solo ciò che non è al di dentro, egli serba tutto dentro e non fa parer nulla al di fuori. L'indovinello è con ciò reso più difficile, ma è anche più onesto.

Il signor Pool è giovane; ha soli trent'anni, ma ne dimostra trentacinque. Sebbene le labbra sporgenti gli diano l'aria d'uomo che faccia il broncio all'umanità, è tuttavia un bel giovane, di lineamenti nobili e regolarissimi. È per lo più pensoso, e sembra mesto. Un abito pensieroso assomiglia a mestizia, perchè tutti i mesti pensano.

Il signor van Leven e il signor Pool fanno due persone in una sola; le individualità sono sparite, e rimane la Ditta van Leven e Compagni. Ciò che vale in commercio, vale pure, e a maggior ragione, nella vita intima. Biagio vuole Emanuele, ed Emanuele Biagio. Cianciano di interessi, o tacciono; più spesso tacciono; si guardano alla sfuggita, si intendono; il commercio delle loro anime è esatto come i loro registri. La natura nel crearli aveva stretto un patto con la sorte — e la sorte gli aveva appaiati.

Più severo, più intrepido nelle disavventure, Pool ha la fermezza e la costanza di van Leven; non ne ha la dolce e serena fiducia che fa costui più lieto.

Intanto il piroscafo, che si era visto da lungi, si è accostato rapidamente e tocca la baia sottoposta di Laveno.

La zia Angelica, Bice e fratel Biagio si levano sulla punta dei piedi; Pool si accontenta di voltare il capo; Camilla e Riccardo, non si sa perchè, rimangono. Accorgendosi di questa armonia che il caso pone ancora tra di loro, vogliono rimediare, e balzano in piedi al tempo medesimo. La coincidenza non tanto li meraviglia quanto pare che dovrebbe. Aggiungiamo che da qualche momento gli sprazzi di spirito di Camilla tacevano, e che Riccardo s'era fatto pensoso. Si può credere che ciascuno dei due in questo punto pensi la stessa cosa, perchè si volgono pure a un tempo per guardarsi alla sfuggita. Arrossiscono, e poi sorridono: e siccome il signor Pool, voltandosi prima degli altri, coglie quel sorriso, arrossiscono entrambi un'altra volta.

Di che, buon Dio? Incomprensibili debolezze del cuore umano!

XVIII.

Veglie e sogni dell'innamorato.

Alla notte Riccardo è più innamorato che mai.

Queste repentine recrudescenze sono frequenti in amore, e di solito le provoca una causa che è fuori di noi. La donna amata ha lieve parte, o non ne ha nessuna, nel fenomeno; essa non fa che fruire degli effetti.

Una paura, un impeto malinconioso, un dolore, una disgrazia hanno spesso l'arcano potere. Si domanda all'amore ciò che ne è altrimenti involato o conteso; si ripara nell'amore, si ama l'amore. La donna amata è solo un pretesto per giungere all'amore. E non le seduzioni della bellezza provocano cotali ribollimenti; potentissime armi contro il senso, esse non toccano punto il sentimento; inaspriscono il desiderio, ma non avvivano le fiamme dell'amore.

Alla notte adunque Riccardo è più innamorato del solito. Guarda alle stelle, che si schierano fitte sulla vôlta del cielo; guarda alle lontane finestre illuminate che vede oscurarsi a una a una; alle tranquille e severe onde del lago, che riflettono in lunghi guizzi le luci della notte. E porge orecchio ai rumori indistinti, al bisbiglio degli insetti, al susurro delle frondi, al gorgoglio delle onde che si rompono sulla riva....

Come la natura è grande e serena! Come è grande e sereno il suo cuore!

Dal suo balcone egli vede pure le finestre dell'ala opposta della casa; il lume vi brilla ancora; si vedono ombre nere disegnarsi un istante sui vetri; profili che si scompongono, si allungano smisuratamente, scompaiono. Quanta folla d'idee nella mente di Riccardo! Là dietro è forse il suo amore!...

All'improvviso una finestra si apre, e una testa di donna si affaccia.

Riccardo non può scorgere i lineamenti del viso, ma il suo cuore è indovino. Bice vede il suo diletto e lo riconosce, e gli manda per l'aria un saluto. Riccardo sta per affidare allo stesso messaggiero fedele un identico fardello prezioso, ma vede un altro volto di donna appoggiato ai vetri d'un'altra finestra, si turba, si smarrisce.... la finestra si apre... il cuore gli batte con una strana violenza... Camilla forse?... Egli la guarda intento, mutolo, intanto un'ombra passa lenta lenta nel giardino, e una voce che ha l'accento inalterabile e la cadenza solita di quella del signor Pool, augura la buona notte alle due donne.

— Buona notte, — risponde Bice.

— Buona notte, — ripete l'altra.

Cieli stellati! Non è Camilla, ma la zia Angelica!

Le finestre si chiudono, tutto ritorna nel silenzio!

E Camilla? e fratel Biagio?... Oh! come è tessuta la tela del cuore! Riccardo non sa distogliere la mente da quel pensiero; con la fantasia ricerca Camilla e il suo marito legittimo, li ritrova in una stanza romita, li vede soli, avventurosi del loro amore...

L'immagine di quella felicità gli sale al cervello; pensa a Bice, al suo amore, al passato che il tempo ha seppellito per sempre, all'avvenire caliginoso... Un'onda irresistibile di tenerezza e di mestizia lo invade; egli ne è vinto, oppresso, e si abbandona sul proprio letto nascondendo i singhiozzi e le lagrime...

.... Bizzarra potenza della fantasia! Tutta notte Bice e Camilla stettero assidue al suo capezzale. Camilla aveva i profili soavi di Bice, e Bice la voluttuosa mollezza delle forme di Camilla.

XIX.

Camilla a Riccardo.

«Vi recherà meraviglia ricevere una mia lettera. Ve ne dico la ragione in due parole: Bice è ammalata, non vi spaventi la cattiva notizia: il medico dice che si tratta d'una malattia nè pericolosa, nè grave. Guarirà rivedendovi — essa ve lo assicura per bocca mia. Io poi vi assicuro che guarirà anche prima. A ogni modo è in letto, e, non potendo scrivervi di propria mano, ha pregato me di darvi sue notizie.

«Ora che vi ho detto la ragione per cui vi scrivo, non ho più nulla da dire. M'inganno. Sappiate adunque che Bice non pensa che a voi, e ha fatto una grande scoperta... Indovinate?... vi ama più di prima!

«Un'altra cosa ancora; la malattia l'ha fatta più pallida; essa vorrebbe che dicessi «più brutta,» ma non è vero niente.

«Un'altra. Il suo canarino è ammalato, sta tutto il giorno in un cantuccio della gabbia, rifiuta il cibo, perde le piume.

«Ho finito.

«Ah! mi dimenticavo di dirvi che dovete rispondere subito subito, inviando la lettera al mio ricapito e ferma in posta, perchè non vada in mano di mio marito. Fratel Biagio ha i suoi principî, e non crede ben fatto che una ragazza scriva e riceva delle lettere. Ha cento ragioni, ma bisogna pur perdonare qualche cosa all'amore.

«S'intende, senza che ve lo dica, che Bice è smaniosa di vedervi, e che dovete affrettare di togliervi alle vostre brighe curiali per ritornarle vicino.

«Se può avere qualche efficacia sulle vostre determinazioni, sappiate che mio marito e la zia Angelica e io lamentiamo ogni giorno la vostra assenza.»

XX.

Riccardo a Camilla.

«La notizia che mi avete dato mi ha afflitto; se le mie faccende non me lo impedissero, lascerei subito questo dannato paese.

«Vorrei ringraziarvi del carico che avete assunto, ma una strana riluttanza me ne trattiene — quello stesso sentimento di carità che non ha trovato la strada del vostro cuore. Forse io m'inganno. Voglio però essere franco con voi e non vi nascondo che la vostra lettera mi ha fatto male.

«Il mio passato mi è caro perchè mi fu largo di promesse e di sogni. Oggi che mi sono destato, vedo con rammarico che altri sparga il ridicolo su quel tempo rapidamente fuggito.»

A questa lettera ne andava unita un'altra per Bice.

La buona fanciulla, fuor di sè per la gioia, voleva che la cognatina stesse a udirne la lettura; ma Camilla si schermì, protestando.

— Non mancherebbe altro!

— A che cosa?

— Nulla. —

E si sottrasse all'insistenza della fanciulla, la quale non sapeva comprendere come si potesse rimanere indifferenti a una bella lettera di quattro pagine, che incominciava così: «Mio angelo, mia vita!» vale a dire la vita e l'angelo di Riccardo.

XXI.

Convalescenza.

L'aveva detto il medico: la malattia di Bice non era nè pericolosa nè grave; ma quando si ha diciott'anni, un fratello affettuoso come fratel Biagio, una cognatina vispa più d'un folletto che sa fare cento moine e cento vezzi, un'infermiera attenta e scrupolosa come la zia Angelica e un innamorato lontano, che riempie quattro intere pagine di giuramenti d'amore eterno, si ha diritto, via, d'aggravare i propri mali con la immaginazione e di contrastare ogni efficacia alle medicine fino al ritorno del proprio innamorato. È appunto ciò che fa Bice quando il signor Pool, il modello degli amici di casa, viene, per fermarsi cinque minuti, a domandare conto dell'andamento della malattia e andarsene in punta di piedi.

Bice sembra prendere gusto alla uniformità bizzarra di quelle visite, e non manca mai di riderne con Camilla, la quale per volgere in beffa il sussiego del taciturno visitatore ha un garbo tutto suo. Ciò non vuol già dire che le due cognate trovano assolutamente ridicole le maniere del signor Pool; ma è tanto difficile trovar argomento da ridere, che a volersi mettere in capo di fare l'esame di coscienza prima di lasciar andare una risata igienica, si finirebbe col morire di malinconia.... se la noia non uccidesse più presto.

Ciò non vuol dire neppure che Bice non abbia per il signor Pool una specie di riconoscenza mista a rispetto ed una stima profonda non scompagnata da un certo affetto filiale, che deriva dall'averlo visto fin dall'infanzia come lo vede ora — amorevole e solenne. Questo garbuglio di sensazioni, incominciato negli anni della bambola, aveva sopravvissuto ai vecchi amori e resistito ai nuovi, arruffandosi sempre più, e quando l'ingenua fanciulla s'era voluta dare ragione dei propri sentimenti, non aveva trovato di meglio che la parola _zio Emanuele_, con cui un tempo chiamava scherzosamente il signor Pool.

— Volete essere sempre lo _zio Emanuele_? gli domandò una volta.

— Finchè vi piaccia.

— Mi piacerà sempre. —

Ma la risposta aveva dato da pensare a Bice, e siccome a dodici anni si vuol veder chiaro nelle proprie faccende più che a trenta, così il giorno dopo tornò all'assalto e ripetè con accento petulantello la sua dimanda:

— Volete essere sempre lo _zio Emanuele_?

— Finchè vi piaccia.

— E perchè finchè mi piaccia? —

Il signor Pool sorrise e invece di rispondere direttamente, domandò:

— Come si chiama la vostra bambola?

— Angiola.

— La chiamerete sempre Angiola?

— Sempre.

— Quand'è così chiamatemi sempre lo _zio Emanuele_. —

La conclusione, contro quel che dovrebbe sembrare, fu che Bice non si lasciò sfuggire di bocca nessun'altro _zio Emanuele_.

Durante la sua malattia l'antico parentado era tornato in onore ed aveva fatto le spese dell'ilarità delle due cognate: in una delle ultime visite inevitabili del signor Pool, Bice, oramai disposta ad entrare in convalescenza, gli disse scherzando alla presenza di Camilla: