Frutti proibiti

Part 3

Chapter 33,811 wordsPublic domain

Fratel Biagio, entrando nella camera, salutò Riccardo con un inchino, poi si volse indietro con un moto rapido e mise il capo fuori dell'uscio come se si stupisse d'essere entrato solo: Riccardo aveva posto un bellissimo sorriso sulle labbra ed aspettava di piè fermo l'urto formidabile; ma pare che l'altro non fosse ben preparato allo scontro, perchè dopo alcuni secondi di titubanza, consacrati evidentemente alla scelta di quattro buoni vocaboli ospitali, si determinò a fare un secondo inchino silenzioso e profondo quanto il primo. Riccardo, che non domandava di meglio, fece altrettanto e più, senza lesinerie, poi continuò il sorriso incominciato.

Non vi è ombra di dubbio che, se la cosa fosse stata decentemente possibile, tanto fratel Biagio quanto Riccardo si sarebbero posti in salvo colla fuga; ma poi che bisognava ad ogni costo rimanere uno in faccia all'altro, il miglior partito era di rompere al più presto il fascino e di correre diritto all'argomento. È appunto ciò che pensava fratel Biagio, nè più nè meno di quel che pensava Riccardo. Se non che costui, aspettando legittimamente le parole sacramentali: «a che devo l'onore della vostra visita?» ruminava fra sè e sè un discorsetto che avrebbe dovuto dare al futuro cognato un'idea molto lusinghiera della propria disinvoltura; e il futuro cognato, che su per le scale aveva giurato dieci volte di non scostarsi d'una sillaba dalla formula suddetta, si era lasciato pigliare dallo scrupolo di porre tutto l'imbarazzo dalla parte del povero innamorato.

Non ostante la rinunzia al suo privilegio, la posizione del signor van Leven era venti volte meno ingrata di quella di Riccardo, e nel brevissimo intervallo di silenzio si presentò alla sua mente una folla di maniere ingegnosissime per attaccare il filo della conversazione. E se a scegliere di mezzo alla folla non occorresse un lavorìo di mente piuttosto complicato, il sorriso di Riccardo non avrebbe avuto tempo di morire di vecchiaia, prima che l'onesto olandese si afferrasse al cordone del campanello come alla sua tavola di salvezza.

Non era vero che fosse notte fitta e che si avesse lasciato Riccardo all'oscuro, come notò fratel Biagio prima di ordinare i lumi al servitore, ma si poteva pur concedere qualche cosa ad un uomo nell'imbarazzo; Riccardo se ne guardò bene, e protestò anzi in forma cortese che ci si vedeva benissimo.

Il più era fatto; dopo questo primo passo, entrambi si trovarono rinfrancati e fecero un'ispirazione larga e lenta per ristabilire l'equilibrio tra la circolazione e la respirazione, ciò che la fisiologia, a dispetto del sentimento, ha battezzato «sospiro.»

La penombra rendeva meno difficile il primo incontro; di tal guisa Biagio e Riccardo ricambiarono il primo fuoco con certa cortesia piena di dignità, come diplomatici consumati.

— Le domando mille scuse....

— Si figuri!

— A momenti porteranno i lumi... Si accomodi.

— Si sta benissimo anche così.

— La sua visita.... —

Qui fratel Biagio capì che stava dicendo una corbelleria, e tacque. L'altro si credè interrogato sullo scopo della sua venuta, e incominciò il suo discorsetto con una frase ingarbugliata, da cui nissuno saprà mai come se la sarebbe cavata, se in quel momento il servitore, spalancando la portiera, non fosse rientrato con un candelabro acceso.

Ecco in buon'ora un'ottima occasione perchè Riccardo ammutolisse d'un tratto e il signor van Leven cacciasse le mani nelle tasche del panciotto! Rimasero così un brevissimo istante, religiosamente immobili; quando furono un'altra volta soli, si guardarono nel bianco degli occhi e vi lessero un irresistibile bisogno di sorridersi a vicenda, il che fu fatto scrupolosamente. Poi, siccome Riccardo non parlava più, fratel Biagio credè d'incoraggiarlo e di rimetterlo in cammino con una formula ipotetica, che non sbaglia mai.

— Lei mi diceva dunque?...

Riccardo non aveva detto niente di così importante che meritasse d'essere continuato, nondimeno egli prese il suo coraggio a due mani e ricominciò in questi termini:

— Lei troverà naturale che prima di tutto le dica con chi parla. —

Il signor van Leven lo sapeva benissimo, ma trovava naturale che s'incominciasse di lì; tale era il significato d'un terzo sorriso malizioso, che comparve sulla sua faccia bonaria.

— Mi chiamo Riccardo Celesti.

— Ho piacere... —

Bisogna credergli, ci aveva proprio piacere, ma non sapeva nemmeno lui perchè; e per questo s'interruppe e fece un inchino.

— Sono figlio a Celestino Celesti, commerciante di seta, di cui lei avrà forse inteso parlare.

— Senza dubbio; credo anzi d'essere in rapporto di affari...

— Mio padre è morto da dieci anni.

— Allora sarà la ditta Celesti...

— In fatti la ditta Celesti continuò i suoi negozi sotto la direzione di mio zio, un altro Celesti...

— Volevo ben dire!...

— Il quale però morì cinque anni dopo, e la casa di commercio si estinse con lui. Rimasi unico erede d'un patrimonio, che mi permette una modesta agiatezza; non saprei dirle quanto.. ma il mio fattore che ha le noie dell'amministrazione lo sa, io ho vissuto dandomi un po' di spasso...

— È la sua stagione; lei ha fatto benissimo; anch'io... —

Voleva dire che aveva fatto altrettanto, ma non era vero, e si corresse.

— Anch'io ho le mie passioni e i miei spassi; passioni tranquille, spassi innocenti.... i miei fiori....

— Vossignoria ama i fiori?

— Sono olandese e gli idolatro. Vedrà il mio giardino, e la mia serra che ho arricchita or ora di magnifici caladii. Più d'un dilettante di Aja ne avrebbe invidia... Ma io l'ho interrotto mentre lei diceva... che cosa diceva?

— Dicevo.... già.... dicevo che ho vissuto dandomi spasso; sono solo, non dipendo da alcuno e posso disporre di me liberamente. —

Qui la lingua di Riccardo trovò un intoppo insuperabile, e non ci fu verso che potesse andare innanzi. Fratel Biagio faceva alla muta quanto è umanamente possibile per cavare il suo prossimo da un imbarazzo. L'espressione compassionevole del suo volto, le buone intenzioni del suo sorriso, la benignità del suo sguardo non si possono descrivere; quando l'intervento della parola fu proprio indispensabile, arrischiò un'allusione all'età del suo interlocutore.

Risposta: — Venticinque anni sonati... le paiono pochi?

— Il cielo me ne scampi, potrei dire che i miei trent'otto anni incominciano a esser troppi, ma non che i suoi venticinque mi paiono pochi. Il vecchio rosaio del mio giardino si muore di invidia per la vicinanza dei giovani piantoni più robusti e più fecondi di lui.

— Non potrà mai dire così delle quercie; esse c'insegnano l'orgoglio degli anni.

— È un complimento... ma è vero, non ci è che dire... Ma io lo faccio sempre divagare nella botanica, che a lei non preme nè punto nè poco, mentre avrà premura di...

— Si figuri! — interruppe Riccardo, il quale alla crescente disinvoltura di fratel Biagio non poteva contrapporre altro che un imbarazzo crescente, e non si sentiva gran premura di... di che cosa? Terribile pensiero! — si figuri! amo anch'io i fiori; sono un botanico scellerato, ma non è colpa delle intenzioni che ho sempre avute eccellenti.

— Davvero! — esclamò il signor van Leven con la più piacevole meraviglia, che abbia mai rischiarato il volto d'un mortale; — davvero! lei ama i fiori... In tal caso siamo colleghi; lei e io, cioè voi e io andremo d'accordo perfettamente. Vi siete mai occupato d'innesti e di talee?

— Di innesti veramente no... e di talee neppure, non ci ho la mano felice...

— Ve la farete. Schiettamente quando si diventa mariti, se per poco si ha la disgrazia di non poter diventare padri, non v'ha che una cosa che supplisca in qualche modo a quel difetto, ed è un innesto ben riuscito. —

E qui accorgendosi che le sue parole si prestavano a farci una risatina maliziosa, la fece per iscarico di coscienza. Anche Riccardo rise, esclamando:

— Non l'avrei mai creduto.

— È così come ve la dico, — soggiunse Biagio rifacendosi più grave di prima per ragioni di equilibrio morale. — Il sentimento della paternità dei fiori è un vero sentimento di paternità... e può far bella la vita. La parte scientifica è incapace di dare le consolazioni che dà la pratica; ciò non toglie che i sistemi tormentosi di Linneo e di Jussieu a suo tempo abbiano fatto un gran bene... alla scienza s'intende, non ai fiori... Li conoscete voi i sistemi di Linneo e di Jussieu?

— Ne ho sentito parlare.

— Siete un uomo prezioso per me, e vi terrò caro.

Fratel Biagio non esagerava la sua soddisfazione e diceva il vero candidamente; egli credeva in buona fede di aver trovato in Riccardo, non già un intenditore di botanica (questo è caso frequente), ma un ignorante appassionato, vale a dire la maggior fortuna che possa toccare a un erudito in genere, e in ispecie a uno che della passione dei fiori si è fatto il sentimento della paternità.

— Avrete naturalmente i primi principî?

— Naturalmente... ho i primi.

— Ma se dico io che siete un uomo prezioso! —

Riccardo s'inchinò con un sorriso che pareva dire: «vostra bontà;» fratel Biagio gli rispose con un altro inchino e con un altro sorriso, a significare: «troppa modestia.»

— Noi Olandesi, — proseguì quest'ultimo con una vena che sarebbe stato difficile arrestare, — noi Olandesi ereditiamo, insieme coi registri del nostro commercio, una collezione di rarità botaniche più o meno copiosa e la manìa di accrescerla. È il nostro lusso; i poveri si accontentano della reseda e del geranio e ne adornano il davanzale delle loro finestre, e i ricchi alloggiano in apposite stufe le _muse_ e i _caladii_... Se vedeste l'aspetto che offre nei giorni di mercato Aja coi suoi cento canali corsi da mille barche cariche di fiori... Peccato che le mie faccende mi rubino gran parte del tempo che vorrei consacrare a Flora!

— Peccato! — ripetè Riccardo come un'eco.

— Del resto ho anch'io le mie piccole cognizioni e le mie piccole raccolte. A suo tempo vi farò vedere centoventidue varietà di tulipani doppi ben distinte una dall'altra.

— Centoventidue varietà di tulipani!

— Doppi. Centoventidue varietà di tulipani doppi ben distinte l'una dall'altra, — ripetè il signor van Leven; accentando le parole con lieve espressione d'orgoglio; — i semplici che si coltivano passano i seicento.

— Passano i seicento?

— Passano. —

E siccome fratel Biagio tacque all'improvviso, Riccardo, indovinando il significato di quel silenzio, sentì riardere la febbre dell'imbarazzo.

— Dicevate?... interrogò il suo ospite uscendo dalla distrazione, e cambiando tono di voce.

— Dicevo... non dicevo nulla... —

Ma fratel Biagio si era rammentato dello scopo di quel colloquio, e facendo forza a sè medesimo, volle tentare di volgere opportunamente il discorso.

— Voi conoscete la mia passione, passione solitaria che non ho diviso con alcuno e che dividerei volontieri con un amico... —

Riccardo sorrise stupidamente.

— Mia moglie ama molto i fiori, ma solo per farne dei mazzolini; la mia sorellina mi aiuta a ordinare i vasi, a inaffiare... ha anch'essa la sua ajuola... e vi coltiva le verbene e l'elitropio. —

Riccardo era piombato in un silenzio profondo.

Fratel Biagio tacque anch'esso.

— Mi par d'udire un susurro, — disse il signor Celesti, tendendo l'orecchio.

— Un susurro...

— Di fronde... da questa parte... il vostro giardino forse?...

— Ah! sicuro, il mio giardino, i miei tigli...

— Dei tigli...

— Colossali; li ho fatti venire a posta dai mio paese. L'Olanda è ricca di tigli; lungo i suoi canali non si vedono che tigli; sono di qualità migliore dei tigli d'Italia. Hanno le foglie più nere.

— È curioso.

— Già... più nere e più sottili... —

. . . . . . .

Fratel Biagio aveva accompagnato Riccardo fin sulla soglia, e gli aveva stretto con effusione di tenerezza la mano, invitandolo a ritornare.

Rifacendo i suoi passi, pensava con compiacenza alla simpatia irresistibile che lo attirava verso quell'uomo così amante della botanica.

Bice gli venne incontro saltellante, e gli si buttò nelle braccia.

— Ebbene? Ebbene?

— Ebbene che cosa, fanciulla mia?

— Riccardo... il signor Riccardo... ti ha parlato, ti ha detto?..

— Sicuramente... mi ha parlato, mi ha detto...

— Ti ha detto che mi vuol bene?

— Eh!...

— Che vuol sposarmi?...

— In fatti...

— Quale piacere! —

E la vispa fanciulla batteva le mani per la contentezza.

Fratel Biagio se n'andò a passi lenti nelle sue camere, tenendosi il mento con una mano e frugando dell'altra nei capelli, in aria d'un uomo non punto soddisfatto dei fatti suoi.

Un quarto d'ora dopo, per confortarsi, egli pensava alla prossima visita dell'ottimo signor Riccardo Celesti, e si proponeva di pigliarlo in disparte, e di dirgli alla buona, da vecchi amici: «badate che l'altra volta vi siete dimenticato d'una bagattella; il torto è metà mio metà vostro: mettiamoci in regola: domandatemi la mano di Bice e io ve la concedo.»

Egli si proponeva di dirgli così, nè più nè meno.

XII.

Un'apparizione.

La seconda visita di Riccardo non fu meno imbarazzante. Il signor van Leven non era in casa, Bice e la cognatina vi erano.

Trovarsi per la prima volta vicino alla propria innamorata al cospetto d'uno sconosciuto è cosa maledettamente spiacevole. Peggio se lo sconosciuto è una donna; peggio se questa donna è giovine e bella.

Nondimeno Riccardo si fe' cuore, ed entrò a passo fermo nella sala, dove lo aspettavano Bice e la signora van Leven.

Le due donne erano sedute a fianco l'una dell'altra in atto confidenziale e amichevole. Una lampada, che brillava sopra una tavola coprendo con la sua luce quelle teste giovanili, pareva involgerle in un'atmosfera infocata e dava al candore di quei volti la trasparenza dell'alabastro.

Il quadro che si offriva agli occhi di Riccardo era incantevole. Bice, lievemente incurvata verso la sua compagna, pareva raccogliersi e confortarsi in essa per nascondere il rossore; la signora van Leven, con la faccia rivolta verso l'uscio, con il corpo teso, con lo sguardo lucente, con le labbra infiorate dal sorriso, era l'immagine viva della curiosità.

Perchè la signora van Leven fece atto di muovergli incontro e si arrestò come pentita? Certo se fosse toccato a Bice di ricevere il nuovo arrivato, ella non si sarebbe sollevata a mezzo per rimanersene appoggiata al divano.

Intanto Riccardo non si moveva. I suoi sguardi immobili parevano dominati da un fascino. A vero dire quello spettacolo vinceva ogni aspettazione.

Lo due creature, giovani e belle entrambe, formavano un contrasto bizzarro che non era possibile guardare con occhi indifferenti.

La bellezza della signora van Leven, più aperta, più seducente, più molle di quella di Bice, riceveva dal confronto una luce singolare.

Gli occhi estremamente vivaci, i capelli neri, ondeggianti, copiosi, il volto disegnato con linee pure, la pelle morbida e vellutata, le labbra leggermente rigonfie, del colore della rosa, e le forme eleganti, tutto ciò dava alla signora van Leven la seduzione che incatena. La donna con le sue battaglie, con le sue ardenze palpitava in quel corpo leggiadro.

La bellezza di Bice, più nascosta e più modesta, aveva il profumo timido della vergine. I fiori appena sbocciati del gelsomino, per chi ne capisce il linguaggio, favellano così blandamente al cuore come l'ingenuo e sorridente abbandono di quella creatura diciottenne.

Tutto ciò che l'uomo può domandare alla donna era raccolto in quell'antitesi — la passione e l'amore, la fantasia e il sentimento, i voluttuosi abbandoni e i mesti raccoglimenti.

La signora van Leven parve titubare un istante; le sue guancie rosate si tinsero d'un incarnato più vivo, e gli occhi vagarono intorno alla stanza; indi con un moto impercettibile delle spalle e con un fino sorriso di malizia si fece incontro a Riccardo e gli porse la mano.

Riccardo afferrò timidamente l'estremità di quelle dita morbide e affusolate, e sì fece innanzi.

«La signora e la signorina van Leven stavano benissimo.»

«Il signor Riccardo Celesti a meraviglia.»

La signora van Leven aveva dello spirito, e ne faceva mostra.

La signorina Bice navigava in un mare di contentezza, e non lo sapeva nascondere.

Il signor Riccardo era distratto.

Da oltre un'ora egli s'ingegnava di avvivare la conversazione e di rispondere con passione all'elettrica favella degli sguardi di Bice, senza altro frutto che di mostrare a ogni tratto il suo rossore. Certo un pensiero importuno rimpiccioliva le facoltà del suo spirito. Sempre che i suoi sguardi si incontravano in quelli della signora van Leven, s'impegnava una lotta, una debole lotta d'un istante, che finiva con la ritirata di entrambi. La bella donna pareva impacciata dell'insistenza, e Riccardo sopraffatto dal peso d'un convincimento. Bice, la leggiadra fanciulla diciottenne, interrompeva ogni tanto con parole innocenti le vicende di quella battaglia.

A un tratto si udì il suono ripetuto d'un campanello.

— Fratel Biagio! fratel Biagio! — disse Bice con impeto: riconosco il suo modo di sonare. — Ed essendo che la conversazione da qualche tempo languiva, la buona creatura vide nella venuta del fratello un potente ausiliario, e gli mosse incontro festosa.

La cognatina e l'innamorato rimasero soli nella sala; essa con il capo inclinato, egli con l'occhio intento, con le labbra semiaperte.

La cognatina sollevò la fronte e gettò uno sguardo sereno sopra l'innamorato, il quale non diè addietro e insistè...

Quello sguardo durò un istante è parve eterno. Riccardo, pallido in volto, con le labbra ridotte a forza al sorriso, si levò in piedi.

La signora van Leven, bella e seducente, pareva irridere con la sua tranquillità...

— Camilla! —

La cognatina non fe' motto.

— Camilla! — ripetè Riccardo, e si lasciò cadere sulla seggiola.

Uno scoppio di risa balzò dalle labbra coralline della bella donna — uno scoppio di risa schietto e argentino, che ricercò sotto l'epidermide tutti i nervi e tutte le fibre commosse di Riccardo.

Bice e fratel Biagio entrarono nella sala.

XIII.

Bice a Riccardo.

«Sono sei giorni che non ti si vede. Sei giorni! Le pare, signorino, che le _convenienze_ mettano un intervallo di sei giorni fra una visita e l'altra? proprio sei giorni? Non uno di meno? Che dico? So io quanto avresti aspettato ancora a venire, so io quanto aspetterai non ostante i miei rimbrotti?

«Sono in collera teco; ti costerà fatica rabbonirmi.

«Intanto seppi che doman l'altro andremo tutti a Laveno, sul Lago Maggiore; vi passeremo due giorni. Ti s'inviterà; sarai tu pure della comitiva... se vorrai essere.»

XIV.

Riccardo a Bice.

«Perdonami mia buona amica, perdonami. Se tu sapessi! Ma ti dirò tutto, voglio dirti tutto: voglio versare le mie angoscie nel tuo seno. Io sono un essere malato, non lo nego, ma mi guarirai tu con il tuo amore — tu buona, tu ingenua, tu bella!

«Ho un rimorso che mi opprime più di tutte le mie paure; è il rimorso di turbare il sereno infinito della tua innocenza, d'avvelenare la santa e inconscia fiducia del tuo cuore.

«Verrò a te come a un altare; tu mi ridonerai la mia fede; mi dirai che mi ami, che saprai amarmi sempre, mi dirai se lo senti tu pure questo prepotente bisogno di dirmi: «t'amo» come io lo sento.

«T'amo, t'amo, t'amo.»

XV.

Amore in viaggio.

La comitiva viaggiava in una carrozza di prima classe della strada ferrata da Milano a Varese.

Camilla e Bice erano state le prime a salire e s'eran sedute l'una in faccia all'altra, alle estremità dei divani, desiderose entrambe di poter cacciare il capo fuori degli sportelli. La zia Angelica, che si era arrampicata a gran stento subito dopo e aveva lo stesso desiderio, era andata a incantonarsi nell'angolo opposto. Riccardo che le aveva tenuto dietro si trovò fra due partiti: sedersi al fianco di Camilla o al fianco di Bice; e naturalmente si attenne a quest'ultimo. Il signor van Leven e il signor Pool s'erano acconciati il primo al lato di Riccardo, l'altro accanto a Camilla, e siccome nessun viaggiatore era venuto a introdursi nella stessa carrozza, chiusi appena gli sportelli, la nostra comitiva aveva levato al cielo un picciol grido di gioia come se fosse stata liberata miracolosamente dalla compagnia d'un nemico.

Indizio curioso d'egoismo di cui ciascuno di noi è stato testimone, è quella specie di carico che ogni uomo il quale si trova in una carrozza pubblica fa a ogni altro uomo che giunga dopo di lui a turbare la sua solitudine. Ve ne ha di quelli che vanno più in là, e si adirano in cuore non solo verso chi li segue, ma verso quanti li hanno preceduti.

Un estraneo che viaggia con noi è uno che si annoia per via, al par di noi, che ci guarda dalle scarpe al cappello, che esamina ogni nostro gesto, si ferma sopra ogni difetto dei nostro volto, per l'appunto come noi facciamo con lui. Non è rappresaglia, è bisogno; ma dall'una parte e dall'altra piglia i caratteri odiosi della rappresaglia. Chi ha viaggiato può far fede che non vi ha nemico più acre di un compagno di viaggio con cui non si voglia (ed è raro che si voglia) avviare un dialoghetto sulla necessità della pioggia per le campagne, sulla crisi probabile del Ministero, o sulla possibilità di una prossima guerra.

Questa specie di ruggine, che la vicinanza pone fra due esseri che non s'erano mai visti prima, diventa acrimonia, e si manifesta negli sguardi o nelle esclamazioni eloquenti, quando invece che con una persona si ha a fare con una brigata. Costoro facevano conto di trovarsi in casa propria; avrebbero chiacchierato con abbandono durante tutto il viaggio; pensate voi se potevano vedere di buon occhio un estraneo venuto a posta per condannarli al silenzio, all'immobilità, a quel contegno grave e composto con cui ogni galantuomo che si rispetta si crede in obbligo di stare in faccia al suo prossimo... Però, miei buoni amici, se mai vi avvenga di porre il piede sul predellino d'una carrozza e di vedere una mezza dozzina di sguardi immobilmente fissi su di voi, e altrettanti sorrisi beffardi che paiano dirvi: «osereste entrare?» dite a voi stessi che turbereste le dolcezze d'una comitiva, e cercate altrove un'ospitalità meno amara.

La nostra comitiva viaggiava adunque da una mezz'ora verso Varese.

La zia Angelica, che s'era posta vicino allo sportello per godere lo spettacolo dei pali del telegrafo che paiono inseguirsi, dopo aver fiutato tabacco due o tre volte, aveva finito con l'addormentarsi. Van Leven e Pool s'erano cacciati in un labirinto di quistioni commerciali, e minacciavano di non cavarsene molto presto. Camilla, Bice e Riccardo parevano assorti in gran pensieri. Ogni tanto Bice guardava Camilla, e poi Riccardo, e poi la campagna, e poi ancora Camilla e Riccardo, e facendosi rossa in viso interrompeva il silenzio con qualche esclamazione:

— Bella giornata! —

Riccardo componeva il volto a serietà, e rispondeva gravemente:

— Bellissima. —

Camilla guardava e sorrideva senza dir parola.

Uno strano nugolo d'idee imperversava intanto nella testa dell'innamorato. Il senso di voluttà innocente che dà il contatto della donna amata traeva il suo spirito fuori della meschina cerchia delle idee della vita, ma un invincibile sentimento di paura e di dubbio, segreto tarlo che gli rodeva il cuore, tarpava miseramente i larghi voli della sua fantasia. Però che Camilla, lo spettro del suo primo amore, era lì, dinanzi a lui, bella, sorridente, spensierata, felice. Quel volto fresco a cui la rosa aveva prestato i suoi colori, quella capigliatura che cadeva rovesciata sulle spalle, quegli occhi grandi, aperti, sereni, profondi abissi in cui egli aveva avventato col desiderio la sua anima, quella bocca soave, quel corpo di silfide, quelle manine affilate e candide come mani di fata, tutto quell'essere misteriosamente leggiadro che egli aveva visto errare per tante notti nella sua cameretta e chinarsi sul suo guanciale a bisbigliargli una promessa, e che il tempo inesorabile doveva più tardi cancellare dal suo cuore — tutto riviveva in un istante con le seducenti lusinghe della gioventù e della bellezza e con gli amari rimpianti dell'amore.