Frammenti letterari e filosofici

Part 19

Chapter 193,276 wordsPublic domain

[125] Il passo qui riferito precede le splendide pagine di Leonardo contro l’ipotesi filolaico-platonica, che assegnava rispettivamente la figura di ciascuno dei cinque poliedri regolari (_figuræ mundanæ_) agli elementi della terra, acqua, aria, fuoco e universo. — Sul valore matematico di questo concetto, si veda lo CHASLES, _Aperçu historique sur l’origine et sur le développement des méthodes en géométrie_, Paris, 1875, pag. 512-515; e sui passi del Vinci ad esso relativi, i miei _Studî sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci_. Modena, 1898, pag. 88-89. Per le fonti cfr. LUCA PACIOLI, _Divina proporzione_. Venezia, 1509. Pag. LV.

[126] Leonardo, nelle sue ricerche lente e faticose sulla caduta dei gravi, non giunse alla determinazione di quella legge degli spazi proporzionali ai quadrati dei tempi, che rese immortale Galileo Galilei. Il principio qui espresso è che il peso cadente è soggetto ad una forza di accelerazione costante, la quale fa sì che l’aumento della distanza fra i gravi discendenti è eguale e proporzionale ai tempi della caduta. Intorno alle investigazioni di Leonardo sulla discesa dei gravi si veda il VENTURI, _Essai sur les ouvrages phisico-mathématiques de Léonard de Vinci_. Paris, 1797, pag. 16; e le acute pagine del CAVERNI, _Storia del metodo sperimentale in Italia_. Firenze, 1895. Vol. IV, pag. 69-80.

[127] Tale concetto intorno ai moti equabili, tratto dalla meccanica aristotelica (_Quæstiones mechanicæ_. Opera. Venezia, 1560. Vol. XI, cap. II), è affermato vero dal Vinci nei limiti naturali: «Se una potenza moverà un corpo in alquanto tempo un alquanto spazio, la medesima potenza moverà la metà di quel corpo nel medesimo tempo due volte quello spazio, ovvero la medesima virtù moverà la metà di quel corpo per tutto quello spazio nella metà di quel tempo.» Manoscritto _F_, folio 26 vº. — Ciò che Leonardo combatte nel frammento LXII è l’arbitraria estensione della legge al di là di ogni esperienza e di ogni possibilità di natura, è la tendenza ingenita in certe menti irrequiete di dar forma metafisica alle leggi fisiche, di applicare la vuota astrattezza del termine _in infinito_ alla natura manifestantesi nello spazio e nel tempo finito.

[128] Il frammento è stato compiutamente frainteso dal Ravaisson, per la sostituzione della parola _frate_ alla parola _fructo_, che si trova realmente nel manoscritto. (_Les manuscrits de Léonard de Vinci. Manuscrits F et I de la bibliothèque de l’Institut._ Paris, 1889. _F_, folio 72 vº.)

[129] Leonardo ha tradotto questo passo parola a parola dalla _Prospettiva_ di GIOVANNI PECCKHAM († 1292). Si veda in fatti: _Prospectiva communis domini Johanni Archiepischopi Cantuariensis fratris ordinum minorum_. Milano, s. d., folio a, 2.

[130] Secondo le dottrine aristoteliche, era concesso alla mente umana di conoscere la natura dei quattro elementi terra, acqua, aria e fuoco, risultanti dalla varia mescolanza del grave col leggero, dell’umido col secco, principî ultimi componenti la molteplice varietà delle cose. Si veda ARISTOTILE, _De cœlo_. Lib. IV, cap. 4. — Leonardo nega qui la possibilità di conoscere la natura degli elementi, che compongono la realtà esterna; come altrove (_Codice Atlantico_, folio 79 rº, pag. 187) aveva negato, a somiglianza del suo contemporaneo Niccolò Cusano, la possibilità di giungere alla conoscenza di elementi primitivi in generale. Cfr. LASSWITZ, _Geschichte der Atomistik vom Mittelalter bis Newton_. Hamburg und Leipzig, 1890. I, pag. 278.

[131] Son qui profondamente intravveduti gli effetti di quella coesione intermolecolare, che fa che la gocciola d’acqua assume forma sferica intorno al centro della propria figura; e gli effetti di quella più vasta attrazione, che tiene raccolto l’elemento liquido intorno al centro della Terra.

[132] Leonardo ricorda nel _Codice Atlantico_, folio 207 rº, con la parola _Justino: Il libro di_ JUSTINO, _posto diligentemente in materna lingua da Girolamo Squarzafico_. Venezia, 1477; libro che gli ispirava questo memorabile frammento. Si veda G. D’ADDA, _Leonardo da Vinci e la sua libreria_. Milano, 1872; e _The literary works of Leonardo da Vinci_. Londra, 1883. I, pag. 419 e seg.

[133] _Pag. 108._ Piero di Braccio Martelli, ricordato altrove dal Vinci (codice del _British Museum_: folio 202 vº. Cfr. RICHTER, _The literary works_, vol. II, n. 1420), non solo fu cittadino di grande integrità, ma matematico insigne, singolare ragione perchè fosse caro a Leonardo. Sul principio del secolo XVI, benchè infermo di corpo, se dobbiamo credere al Poccianti, egli compose: _Libri quattuor in Mathematicas disciplinas, Epistolæ plures et elegantes, Epigrammata non pauca et acutissima_; opere, che, smarrite durante il sacco di Roma (1527), ci hanno forse tolto un nuovo esempio di quella efficacia, che Leonardo da Vinci ebbe su alcuni matematici del tempo suo.

[134] La legge affermata qui da Leonardo è quella stessa che il Galilei dichiarava nei _Dialoghi delle scienze nuove_ (_Opere_, ed. Albèri. Vol. XIII, pag. 177): scendendo un corpo in varî modi, deviato per obbliquità di rimbalzi, giunge al medesimo punto ch’egli avrebbe toccato, se vi fosse pervenuto senza altro impedimento: «Ogni movimento fatto dalla forza, scrive col suo stile limpido e conciso il Vinci, conviene che faccia tal corso, quanto è la proporzione della cosa mossa con quella che muove; e, se ella troverà resistente opposizione, finirà la lunghezza del suo debito viaggio per circolar moto o per altri varî risaltamenti e balzi, i quali, computato il tempo e il viaggio, fia come se ’l corso fosse stato sanz’alcuna contraddizione.» Manoscritto _A_, folio 60 vº.

[135] Leonardo accetta in questo frammento il principio che la visione si compia nell’interno dell’occhio, in un punto indivisibile o matematico. (Cfr. VITELLONE, _Optica edente Fred. Rixnero_. Norimberga, 1535, libro ricordato da Leonardo nel _Codice Atlantico_, folio 243 rº e folio 222 rº.) Fu più tardi, nel progresso delle sue ottiche investigazioni, che egli giunse alla razionale convinzione dell’esistenza di una superficie sensibile alla luce e ai colori, cioè a quella che oggi si chiama _la retina_. Grandiosa conclusione, alla quale è portato da una serie di scoperte non meno grandiose, raccolte nel manoscritto _D_, e disperse nei manoscritti _F, K, E_.

[136] La fonte per le notizie sulle idee di Pitagora intorno all’armonia delle sfere si deve ritenere, in ultima analisi, il _De Cœlo_ d’Aristotele (lib. II, cap. IX); tuttavia il Vinci procede indipendentemente dalle argomentazioni peripatetiche. Secondo la filosofia pitagorea, ogni corpo, mosso rapidamente, genera un suono; i corpi celesti, nel loro eterno movimento, producono anch’essi una serie di suoni, la di cui altezza varia secondo la velocità e la velocità secondo la distanza. Gli intervalli degli astri corrispondono, secondo i pitagorei, agli intervalli dei suoni nell’ottava. — Si veda ZELLER, _Geschichte der Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen Entwicklung_. Tubinga, 1869. Vol. I, pag. 398 e 399.

[137] Leonardo si riferisce alla _Spera_ di GORO DATI [Firenze, 1478] e agli _Hymni et epigrammata_ di MICHELE TARCANIOTA (MARULLO) [Firenze, 1497]. Nella prima di queste due opere, le strofe, che vanno dalla 16ª alla 22ª, sono dedicate alle lodi del sole:

Chiaro splendore e fiamma rilucente, Sopra tutt’altre creatura bella, ec.

e non è difficile rinvenirvi idee ed espressioni simili a quelle usate dal Vinci.

Negli _Hymni et epigrammata_ del Marullo, il secondo dei _Libri hymnorum naturalium_ si apre coll’inno al sole:

_Quis novus hic animis furor incidit, unde repente_ _Mens fremit horrentique sonant præcordia motu?_ ec.

Le notizie, che seguono nei frammenti L, LI, LII, intorno alle idee di Epicuro sono tratte, più che da Lucrezio, che Leonardo nomina una sola volta di seconda mano, dal _El libro de la vita de philosophi e delle loro elegantissime sententie extracte da_ DIOGENE LAHERTIO _e da altri antiquissimi auctori_. Venezia, 1480, lib. X (ed. Lipsia, 1833, vol. II, pag. 223).

[138] Il tentativo d’incanalare l’Arno per bonificare tutto il piano d’Empoli e dintorni, già suggerito da Luca Fancelli (si veda G. UZIELLI, _La vita e i tempi di Paolo dal Pozzo Toscanelli_. Roma, 1890, pag. 520), conduce il Vinci, dal campo strettamente pratico, ai più alti problemi di idraulica e di geologia. Il Sasso della Gonfolina, che si trova fra Signa e Montelupo, formava in antico un altissimo argine, separatore di due vasti laghi, l’uno coperto dalle acque salse, l’altro dalle acque dolci (si veda il frammento LXXXI). Secondo GIOVANNI VILLANI († 1348), lontano ancora da ogni idea di dinamica terrestre, la mano provvida dell’uomo avrebbe spezzata questa diga, onde lasciare libero il transito al fiume (Cfr. _Croniche di Giovanni, Matteo e Filippo Villani_. Trieste, 1861); Leonardo vede nell’opera lenta dell’acqua la causa del benefico effetto. Alte e feconde sono le conclusioni che il Vinci seppe trarre da questo e da simili fatti, ma le puerili credenze del tempo (cfr. FRANCESCO PATRIZZI, _De antiquorum rethorica_. Venezia, 1562) erano radicate così profondamente nell’anima dei ricercatori, che, perfino due secoli dopo, ANTONIO VALLISNIERI (_Opere fisico-mediche_. Venezia, 1733, vol. II), riguardato come il padre della moderna scienza geologica, ne sa assai meno di lui intorno all’esistenza delle conchiglie fossili e intorno alla meccanica delle trasformazioni terrestri.

[139] Il problema della fine della vita nel mondo preoccupa, come può scorgersi dai frammenti LXXXVII e LXXXVIII, Leonardo da Vinci; ma ciò che è degno di considerazione è che egli, senza ricorrere ad una volontà extramondana, riguarda il finale dissolvimento degli esseri come una naturale conseguenza del successivo operare delle forze fisiche. Due opposte conclusioni si potevano trarre dal trasformarsi lento e continuo della superficie terrestre: nel corso dei secoli le acque si troveranno rinserrate nel fondo di voragini senza fine, per il lavorío dei fiumi che approfondiscono il proprio letto; nel corso dei secoli l’acqua circonderà in ogni sua parte la terra, per l’abbassarsi dei monti, in causa del dispogliamento del terreno, dovuto all’acqua. La prima ipotesi è toccata e combattuta da ARISTOTELE nei _Libri metheorologici_, lib. II, cap. I, § 1. Cfr. lib. II. cap. 1, § 1-17; entrambe sono espresse qui dal Vinci.

[140] Secondo ANASSAGORA, ogni cosa nel mondo è composta da una somma di componenti della stessa natura dell’intero, chiamati da lui stesso σπέρματα (Fr. 1, 3, 6 [4]): questi principî ultimi si trovano sparsi da per tutto, sempre eguali a sè stessi, ed entrano nella composizione di ogni essere inorganico e organico. Si veda ZELLER, _Gesch. der Philosophie der Griechen_. I, pag. 875-885. Le medesime espressioni del frammento di Leonardo si trovano nel _De umbris idearum_, Berlino, 1868, pag. 28, del BRUNO, e risalgono probabilmente a LUCREZIO, _De rerum natura_, lib. I, v. 830 e segg.

[141] Si veda: ROBERTO VALTURIO, _De re militari_. Parigi, 1534. Pag. 4, donde è tratto il frammento.

[142] Le notizie su queste costumanze dei selvaggi sono state tratte dal MANDAVILLA, _Tractato de le più maravigliose cosse e più notabili che si trovano in le parti del mondo_. Milano, 1480, folio _l_ 4 rº: «e se sono grassi di subito li mangiano, e se sono magri li fano ingrassare.» L’opera del PLATINA qui citata è il _De la honesta voluptate et valetudine et de li obsonij_. Venezia, 1487, ricordata nel _Codice Atlantico_ con le parole: _De onesta voluptà_, folio 207 rº.

[143] Il _codice_, nel quale si trova questo frammento, contiene, quasi esclusivamente, note intorno al trattato DI LUCE ED OMBRA. Il _cavallo_, di cui qui si parla, è il modello per la statua equestre a Francesco Sforza. _Jacomo Andrea_, nella casa del quale Leonardo si reca a cena con il discepolo suo _Giacomo_, è Andrea da Ferrara, profondo conoscitore di Vitruvio e architetto di alto grido, che morì, ucciso per ordine del generale Trivulzio, nel 15 maggio 1500 (Cfr. G. UZIELLI, _Ricerche intorno a Leonardo da Vinci_. Torino, 1896. Vol. I, pag. 377-382). _Marco_ è Marco d’Oggionno, pittore e discepolo del Vinci. _Galeazzo Sanseverino_, in casa del quale Leonardo dirige quella giostra, che rimase poi sempre famosa in Milano (26 gennaio 1491), è il capitano al quale Lodovico il Moro affiderà il proprio esercito nel funesto 1499, e profondo conoscitore dell’arte militare. _Agostino da Pavia_ è ricordato, insieme con Leonardo da Vinci, nella lettera che Bartolomeo Calco, segretario dello Sforza, dirige al Referendario di Pavia, in occasione del matrimonio di Lodovico con Beatrice d’Este e d’Anna, sorella del duca Galeazzo, con Alfonso d’Este, per richiedere il ritorno degli artisti che si trovavano in quella città (8 dicembre 1490:..... _Augustino et Magistro Leonardo_....., cfr. BELTRAMI, _Il Castello di Milano_. Milano, 1895. Pag. 188). Finalmente _Gian Antonio_ è l’artista Gian Antonio Boltraffio, altro dei discepoli di Leonardo in Milano. L’intero frammento è, quasi senza dubbio, un memoriale per il risarcimento de’ danni e delle spese.

[144] Il frammento è di grande importanza per la biografia di Leonardo e particolarmente per gli anni, che vanno dal 1513 al 1515. _Maestro Giovanni degli Specchi_ e gli altri, ricordati qui vagamente, sono lavoranti o meccanici tedeschi, della cui opera il Vinci si serviva per attuare i suoi molteplici disegni di strumenti, come per esempio il memorabile tornio ovale (si veda: _Codice Atlantico_, folio 121 rº: _fa fare il tornio ovale al Tedesco_).

[145] _Pag. 228._ Non si può negare, come fa incautamente il RICHTER (_The literary works of Leonardo da Vinci_. Vol. II, pag. 413), la possibilità di una simile costumanza presso gli abitanti delle Indie, data la scarsa conoscenza che possediamo delle pratiche superstiziose popolari, soggiacenti ai principî più alti delle religioni asiatiche. Ma è più probabile, e nello stesso tempo più naturale, che il Vinci si riferisca, con le parole: _come ancora in alcuna regione dell’India_; alle notizie che cominciavano a diffondersi sul principio del secolo XVI in Europa intorno agli usi dei popoli americani: e allora le sue parole trovano più di una luminosa conferma nelle pagine del FRAZER, _The golden bough — a study in comparative religion_. Londra, 1890, vol. II, pag. 79-81; e in quelle dell’ACOSTA, _Natural and moral history of the Indies_. Londra, 1880, vol. II, pag. 356-360.

[146] Il nome di Momboso è adoperato per indicare il gruppo del Monte Rosa da FLAVIO BIONDO, _Roma ristaurata ed Italia illustrata_, trad. Venezia, 1542, pag. 165; e da LEANDRO ALBERTI, _Descrittione di tutta Italia_. Venezia, 1588, pag. 435. «I quattro fiumi che rigan per quattro aspetti contrarî tutta l’Europa,» sono «il Rodano a mezzodì e ’l Reno a tramontana, il Danubio over Danoja a greco e ’l Po a levante.» (_Mss. di Leicester_, c. 10 rº; RICHTER, _The literary works_. Vol. II, pag. 247). L’osservazione intorno alla caduta della grandine o «grésil,» quella, ancor più importante ed in contrasto con le idee del tempo, della maggiore tenebrosità del cielo sereno a grandi altezze, confermata più di tre secoli dopo dal DE SAUSSURE per le Alpi, e dall’HUMBOLDT per le Cordigliere (KAEMTZ, _Cours de météorologie_. Parigi, 1858, vol. V, pag. 315), portano a ritenere che Leonardo da Vinci è salito oltre i 3000 metri.

[147] Le descrizioni di Leonardo ritraggono per lo più fenomeni realmente osservati. A proposito del passo: «onde del mare di Piombino, tutte d’acqua schiumosa»; si ricordi il disegno di un’onda coperta di schiuma, che si trova nel manoscritto _L_ e la nota che lo accompagna: «fatta al mare di Piombino» (anno 1502). LEONARDO DA VINCI, _Les manuscrits G, L, M, de la bibliothèque de l’Institut_. Parigi, 1890, vol. V, folio 6 vº.

[148] La questione del viaggio di Leonardo in Oriente, aperta dal RICHTER nella _Zeitschrif für bildende Kunst._ Vienna, 1881, vol. XVI, e esaminata a fondo dal DOUGLAS FRESHFIELD nei _Proceedings of the Royal Geographical Society_. Londra, 1884. Vol. VI, pag. 323 e segg.; può dirsi, non che risoluta, neppure proposta nei suoi veri termini. Se da una parte la DIVISIONE DEL LIBRO suggerisce l’idea di una narrazione fantastica, sia pure condotta con tutta la maggiore precisione storica e geografica propria del genio di Leonardo; resta sempre il spiegarsi l’origine di certe notizie; la ragione di certi schizzi, grossolani e accurati nello stesso tempo, che riproducono uomini e cose asiatiche; il senso di certe espressioni più vaghe su personaggi e costumi orientali, che spuntano inaspettatamente nei manoscritti, come rimembranze di cose vedute, poste ad esempio di principî prospettici o idraulici. La stessa notizia dello splendore notturno del Tauro, può dirsi, piuttosto che una riproduzione dai _Libri meteorologici_ di ARISTOTELE, una rettifica del testo Aristotelico, fatta con argomenti tratti dalla diretta conoscenza dei luoghi.

[149] Se si confronta questa specie di abbozzo del _Cenacolo_ con l’opera finita, si ritroveranno facilmente alcuni degli elementi della prima, seconda e terza figura descritte nella prima figura, alla destra di Cristo (Giovanni); nella prima (Giacomo maggiore) e nella quarta (Matteo), alla sua sinistra. L’artifizio del coltello; il gruppo dell’uomo che parla e di quello che ascolta; l’episodio della tazza rovesciata si ritrovano nell’atteggiamento della terza figura a destra del Salvatore (Pietro), in quello delle due ultime figure a sinistra (Taddeo e Simone), in quello di Giuda. L’uomo che posa le mani sulla tavola e guarda è colla maggiore evidenza l’apostolo Bartolomeo della pittura. La penultima figura a sinistra (Giacomo minore) conserva qualche caratteristica delle ultime linee del frammento.

[150] Quale sia la fonte di questa e della seguente lettera mi è stato impossibile determinare, sebbene qualche punto richiami certe espressioni del _Morgante maggiore di Luigi Pulci_. Venezia 1488. Ancora più difficile sarebbe precisare lo scopo del contenuto di questa narrazione.

SOMMARII E RIFERIMENTI.

LE FAVOLE.

_Pag. 3._ L’irrequietezza. R. 1314. — La carta e l’inchiostro. R. 1322. — L’acqua. R. 1271. — _4._ La fiamma e la candela. C. A. 67 r. — _5._ Quelli che s’umiliano, sono esaltati. R. 1314. — _6._ Sul medesimo soggetto. C. A. 67 v. — La pietra. C. A. 172 v. — _7._ Il rasoio. C. A. 172 v. — _8._ Il giglio. H. 44 r. — Il noce. C. A. 76 r. — _9._ Il fico. C. A. 76 r. — La pianta e il palo. C. A. 76 r. — Il cedro e le altre piante. C. A. 76 r. — La vitalba. C. A. 76 r. — _10._ La cattiva compagnia trascina i buoni nella propria rovina. R. 1314. — Sul medesimo soggetto. R. 1314. — Il cedro. C. A. 76 r. — Il persico. C. A. 76 r. — _11._ L’olmo e il fico. C. A. 76 r. — Le piante e il pero. C. A. 76 r. — _12._ La rete. R. 1314. — Nasce rovina dal seguire il falso splendore. C. A. 67 r. — _13._ Il castagno e il fico. C. A. 67 r. — _14._ Il rovistico e il merlo. C. A. 67 r. — _15._ La noce e il campanile. C. A. 67 v. — _16._ Il salice e la zucca. C. A. 67 v. — _19._ L’aquila. C. A. 67 v. — Il ragno. C. A. 67 v. — Il granchio. R. 1314. — _20._ L’asino e il ghiaccio. C. A. 67 v. — La formica e il chicco di grano. C. A. 67 v. — L’ostrica, il ratto e la gatta. H. 51 v. — Il falcone e l’anitra. H. 44 v. — _21._ L’ostrica e il granchio. C. A. 67 v. — I tordi e la civetta. C. A. 67 v. — _22._ La scimmia e l’uccelletto. C. A. 67 v. — Il cane e la pulce. C. A. 119 r. — _23._ Il topo, la donnola e il gatto. C. A. 67 v. — Il ragno e il grappolo d’uva. R. 1314. — _24._ Sul medesimo soggetto. C. A. 67 v. — Traccia. H 44. v. — Il villano e la vite. H. 44 v. — _25._ Leggenda del vino e di Maometto. C. A. 67 r. — _26._ Traccia. R. 1281. — Le fiamme e la caldaia. C. A. 116 v. — _27._ Lo specchio e la regina. R. 1324.

LE ALLEGORIE.

_Pag. 31._ Amore di virtù. H. 5 r. — _32._ Invidia. — Allegrezza. — Tristezza. H. 5 v. — Pace. — _33._ Ira. H. 6 r. — Misericordia over gratitudine. — Avarizia. — _34._ Ingratitudine. H. 6 v. — Crudeltà. H. 7 r. — Liberalità. — Correzione. H. 7 v. — _35._ Lusinghe over soie. — Prudenza. — Pazzia. H. 8 r. — Giustizia. — _36._ Verità. H. 8 v. — Fedeltà over lialtà. — Falsità. H. 9 r. — _37._ Bugia. — Timore over viltà. H. 9 v. — Magnanimità. — Vanagloria. — _38._ Constanza. H. 10 r. — Inconstanza. — Temperanza. — Intemperanza. H. 10 v. — _39._ Umiltà. — Superbia. H. 11 r. — Astinenza. — Gola. — _40._ Castità. H. 11 v. — Lussuria. — Moderanza. — Aquila. H. 12 r. — _41._ Lumerpa, fama. H. 12 v. — Pellicano. — Salamandra. — _42._ Camaleon. H. 13 r. — Alepo pesce. — Struzzo. — Cigno. — Cicogna. H. 13 v. — _43._ Cicala. H. 14 r. — Basalisco. — L’aspido, sta per la virtù. H. 14 v. — Drago. — Vipera. — _44._ Scorpione. H. 15 r. — Cocodrillo, ipocresia. — Botta. H. 17 r. — _45._ Bruco, della virtù in generale. — Ragno. H. 17 v. — Leone. H. 16 r. — _46._ Taranta. — Duco o civetta H. 18 v. — Leofante. H. 19, 20 r. e v. — _48._ Il dragone. H. 20 v. — _49._ Serpente. — Boa. H. 21 r. — Macli pel sonno è giunta. — _50._ Bonaso noce colla fuga. H. 21 v. — Palpistrello. — _51._ Pernice. — Rondine. H. 14 r. — Ermellino. H. 48 v. — Leoni, pardi, pantere, tigri. H. 22 r. — Leonessa. H. 22 v. — _52._ Leone. — Pantere in Africa. H. 23 r. — Cammelli. H. 23 v. — _53._ Tigre. — Catopleas. H. 24 r. — _54._ Basilisco. — Donnola over bellola. — _55._ Ceraste. H. 24 v. — Amfesibene. — Iaculo. — Aspido. H. 25 r. — _56._ Icneumone. — Cocodrillo. H. 25 v. — _57._ Delfino. H. 26 r. — _58._ Hippotamo. — Iris. — Cervi. H. 26 v. — _59._ Luserte. — Rondine. — Bellola. — Cinghiale. H. 27 r. — Serpe. — Pantera. — _60._ Camaleonte. H. 27 v. — Corbo. — Magnanimità. — Gru. — Cardellino. H. 17 v. — _61._ Dell’antivedere. H. 98 r. — Per ben fare. H. 98 v. — Sul medesimo soggetto. H 99 r. — Del lino. G. 88 v. — _62._ Frammento. G. 89 r.

I PENSIERI.

PENSIERI SULLA SCIENZA.