Frammenti letterari e filosofici

Part 18

Chapter 183,579 wordsPublic domain

Le grandissime montagne, ancorachè sieno remote da’ marini liti, scacceranno il mare dal suo sito.

XXII. — DELL’ACQUA, CHE CORRE TORBIDA E MISTA CON TERRA, E DELLA POLVERE E NEBBIA MISTA COLL’ARIA, E DEL FOCO MISTO COL SUO [Sidenote: Sott.: elemento] E ALTRI CON CIASCUNO.

Vedrassi tutti li elementi insieme misti con gran rivoluzione, trascorrere ora inverso il centro del mondo, ora inverso il cielo, e quando dalle parti meridionali scorrere con furia inverso il freddo settentrione, qualche volta dall’oriente inverso l’occidente, e così da questo in quell’altro emisperio.

XXIII. — IL VENTO D’ORIENTE CHE SCORRERÀ IN PONENTE.

Vedrannosi le parti orientali discorrere nell’occidentali, e le meridionali in settentrione, avviluppandosi per l’universo con grande strepito e tremore o furore.

XXIV. — DELLA NOTTE CHE NON SI CONOSCE ALCUN COLORE.

Verrà a tanto che non si conoscerà differenza in fra’ colori, anzi si faran tutti di nera qualità.

XXV. — DEL FOCO.

Nascerà di piccolo principio chi si farà con prestezza grande; questo non stimerà alcuna creata cosa, anzi colla sua potenza quasi il tutto avrà in potenza di trasformare il suo essere in un altro.

XXVI. — LO SPECCHIO CAVO ACCENDE IL FOCO COL QUALE SI SCALDA IL FORNO, CHE HA IL FONDO, CHE STA SOTTO IL SUO CIELO.

I raggi solari accenderanno il foco in terra, col quale s’infocherà ciò ch’è sotto il cielo, e, ripercossi nel suo impedimento, ritorneranno in basso.

XXVII. — TRACCIA.

Restaci il moto, che separa il motore dal mobile.

XXVIII. — DEI PIANETI.

E molti terrestri e acquatici animali monteranno fra le stelle: — cioè pianeti.

XXIX. — DEL CONSIGLIO.

E colui che sarà più necessario a chi avrà bisogno di lui, sarà sconosciuto, cioè più sprezzato.

XXX. — DELLA PAURA DELLA POVERTÀ.

La cosa malvagia e spaventevole darà di sè tanto timore appresso a detti omini che come matti, credendo fuggirla, concorreranno con veloce moto alle sue smisurate forze.

XXXI. — DELLA BUGIA.

Tutte le cose, che nel verno fien nascoste sotto la neve, rimarranno scoperte e palesi nell’estate: — detta per la bugìa, che non può stare occulta.

LE FACEZIE.

I. — DI UN FRATE AD UN MERCANTE.

Usano i frati minori, a certi tempi, alcune loro quaresime, nelle quali essi non mangiano carne ne’ lor conventi; ma in viaggio, perchè essi vivono di limosine, hanno licenzia di mangiare ciò che è posto loro innanzi. Onde, abbattendosi, in detti viaggi, una coppia d’essi frati a un’osteria, in compagnia d’un certo mercantuolo, il quale, essendo a una medesima mensa, alla quale non fu portato, per la povertà dell’osteria, altro che un pollastro cotto; onde esso mercantuolo, vedendo questo essere poco per lui, si volse a essi frati, e disse: — se io ho ben di ricordo, voi non mangiate in tali dì ne’ vostri conventi d’alcuna maniera di carne. — Alle quali parole i frati furono costretti, per la lor regola, sanza altre cavillazioni, a dire ciò essere la verità: onde il mercantuolo ebbe il suo desiderio; e così, si mangiò essa pollastra; e i frati feciono il meglio poterono.

Ora, dopo tale desinare, questi commensali si partirono tutti e tre di compagnia; e dopo alquanto di viaggio, trovato un fiume di bona larghezza e profondità, essendo tutti e tre a piedi, — i frati per povertà e l’altro per avarizia, — fu necessario, per l’uso della compagnia, che uno de’ frati, essendo discalzi, passasse sopra i sua omeri esso mercantuolo: onde datoli il frate a serbo i zoccoli, si caricò di tale omo.

Onde accadde che, trovandosi esso frate in mezzo del fiume, esso ancora si ricordò de la sua regola; e fermatosi, a uso di San Cristofano, alzò la testa inverso quello che l’aggravava, e disse: — dimmi un poco, hai tu nissun dinari addosso? — Ben sai, rispose questo, come credete voi che mia pari mercatante andasse altrementi attorno? — Ohimè! disse il frate, la nostra regola vieta, che noi non possiamo portare danari addosso; — e sùbito lo gettò nell’acqua. La qual cosa conosciuta dal mercatante, facetamente la già fatta ingiuria essere vendicata, con piacente riso, pacificamente, mezzo arrossito por vergogna, la vendetta sopportò.

II. — DI UN PITTORE AD UN PRETE.

Andando un prete per la sua parrocchia il sabato santo, dando, com’è usanza, l’acqua benedetta per le case, capitò nella stanza d’un pittore, dove spargendo essa acqua sopra alcuna sua pittura, esso pittore, voltosi indirieto, alquanto scrucciato, disse, perchè facesse tale spargimento sopra le sue pitture. Allora il prete disse essere così usanza, e ch’era suo debito il fare così, e che faceva bene, e chi fa bene debbe aspettare bene e meglio, che così promettea Dio, e che d’ogni bene, che si faceva in terra, se n’avrebbe di sopra per ogni un cento.

Allora il pittore, aspettato ch’elli uscisse fori, se li fece di sopra alla finestra, e gittò un gran secchione d’acqua addosso a esso prete, dicendo: — ecco che di sopra ti viene per ogni un cento, come tu dicesti che accaderebbe del bene, che mi facevi colla tua acqua santa, colla quale m’hai guasto mezzo le mie pitture. —

III. — MOTTO DI UN ARTIGIANO AD UN SIGNORE.

Uno artigiano, andando spesso a visitare uno signore, sanza altro proposito dimandare al quale [Sidenote: senza che nulla gli occorresse da chiedergli], il signore domandò quello, che andava facendo. Questo disse, che veniva lì per avere de’ piaceri, che lui aver non potea; perocchè volentieri vedova omini più potenti di lui, come fanno i popolani, ma che ’l signore non potea vedere, se non omini di men possa di lui: per questo i signori mancano d’esso piacere.

IV. — BELLA RISPOSTA AD UN PITAGOREO.

Uno, volendo provare colla autorità di Pitagora, come altre volte lui era stato al mondo, e uno non li lasciava finire il suo ragionamento; allor costui disse a questo tale: — e per tale segnale, che io altre volte ci fussi stato, io mi ricordo che tu eri mulinaro. — Allora costui, sentendosi mordere colle parole, gli confermò essere vero, che per questo contrassegno lui si ricordava che questo tale era stato l’asino, che gli portava la farina.

V. — RISPOSTA DI UN PITTORE.

Fu dimandato un pittore perchè, facendo lui di figure sì belle che eran cose morte, per che causa esso avesse fatti i figlioli sì brutti. Allora il pittore rispose, che le pitture le fece di dì e i figlioli di notte.

VI. — UN AMICO AD UN MALDICENTE.

Uno lasciò lo usare con uno suo amico, perchè quello spesso li diceva male delli amici sua. Il quale, lasciato l’amico, un dì, dolendosi collo amico, e dopo il molto dolersi, lo pregò che li dicesse quale fusse la cagione, che lo avesse fatto dimenticare tanta amicizia. Al quale esso rispose: — io non voglio più usare con teco per ch’io ti voglio bene, e non voglio che, dicendo tu male ad altri di me tuo amico, che altri abbiano come me a fare trista impressione di te, dicendo tu a quelli male di me tuo amico; onde non usando noi più insieme parrà che noi siamo fatti nimici, e per il dire tu male di me, com’è tua usanza, non sarai tanto da essere biasimato, come se noi usassimo insieme. —

VII. — DETTO DI UN INFERMO.

Sendo uno infermo in articulo di morte, esso sentì battere la porta, e domandato uno de’ sua servi chi era, che batteva l’uscio, esso servo rispose esser una, che si chiamava madonna Bona. Allora l’infermo alzate le braccia ringraziò Dio con alta voce; poi disse ai servi che lasciassero venire presto questa, acciocchè potesse vedere una donna bona innanzi che esso morisse, imperocchè in sua vita mai ne vide nessuna.

VIII. — DETTO DI UN DORMIGLIONE.

Fu detto a uno che si levasse dal letto, perchè già era levato il sole, e lui rispose: — se io avessi a fare tanto viaggio e faccende quanto lui, ancora io sarei già levato, e però, avendo a fare sì poco cammino, ancora non mi voglio levare. —

IX. — ARGUZIA.

Uno vedendo una femmina parata a tener tavola in giostra, guardò il tavolaccio, e gridò vedendo la sua lancia: — ohimè! questo è troppo picciol lavorante a sì gran bottega! —

X. — RISPOSTA AD UN MOTTO.

Uno vede una grande spada allato a un altro, e dice: — o poverello! ell’è gran tempo ch’io t’ho veduto legato a questa arme: perchè non ti disleghi, avendo le mani disciolte e possiedi libertà? — Al quale costui rispose: — questa è cosa non tua, anzi è vecchia. — Questi, sentendosi mordere, rispose: — io ti conosco sapere sì poche cose in questo mondo, ch’io credevo che ogni divulgata cosa a te fussi per nova. —

XI. — FACEZIA AD UN VANTATORE.

Uno disputando, e vantandosi di saper fare molti varî e belli giochi, un altro de’ circostanti disse: — io so fare uno gioco, il quale farà trarre le brache a chi a me parrà. — Il primo vantatore, trovandosi sanza brache: — che no, disse, che a me non le farai trarre! E vadane un paro di calze. — Il proponitore d’esso gioco, accettato lo ’nvito, improntò [Sidenote: si procacciò] più para di brache, e trassele nel volto al mettitore delle calze, e vinse il pegno.

XII. — RISPOSTA AD UN MOTTO.

Uno disse a un suo conoscente: — tu hai tutti li occhi trasmutati in istrano colore. — Quello li rispose intervenirli spesso: — ma tu non ci hai posto cura. — E quando t’addivien questo? — Rispose l’altro: — ogni volta ch’e’ mia occhi veggono il tuo viso strano, per la violenza ricevuta da sì gran dispiacere, s’impallidiscono, e mutano in istrano colore. —

XIII. — LA STESSA.

Uno disse a un altro: — tu hai tutti li occhi mutati in istran colore. —

Quello li rispose: — egli è perchè i mia occhi veggono il tuo viso strano. —

XIV. — MOTTO.

Uno disse, che in suo paese nasceva le più strane cose del mondo. L’altro rispose: — tu che vi se’ nato, confermi ciò esser vero, per la stranezza della tua brutta presenza. —

XV. — FACEZIA DI UN PRETE.

Una lavava i panni, e pel freddo avea i piedi molto rossi; e passandole appresso uno prete, domandò, con ammirazione, donde tale rossezza derivassi; al quale la femmina subito rispose che tale effetto accadeva, perchè ella avea sotto il foco. Allora il prete mise mano a quello membro, che lo fece essere più prete che monaca, e, a quella accostandosi, con dolce e sommessiva voce, pregò quella che ’n cortesia li dovessi un poco accendere quella candela.

XVI. — FACEZIA.

Uno, andando a Modana, ebbe a pagare 5 soldi di Lira di gabella della sua persona. Alla qual cosa cominciato a fare gran romore e ammirazione, attrasse a sè molti circostanti; i quali domandando donde veniva tanta maraviglia, ai quali Maso rispose: — oh! non mi debbo io maravigliare? conciossia che tutto un omo non paghi altro che 5 soldi di Lira, e a Firenze io, solo a metter dentro il c..., ebbi a pagare 10 ducati d’oro, e qui metto il c...., i c.... e tutto il resto per sì piccol dazio. Dio salvi e mantenga tal città, e chi la governa! —

XVII. — MOTTO ARGUTO.

Due camminando di notte per dubbiosa via, quello dinanzi fece grande strepito col culo; e disse l’altro compagno: — or veggo io ch’i’ son da te amato. — Come? disse l’altro. — Quel rispose: — tu mi porgi la coreggia, perch’io non caggia, nè mi perda da te. —

XVIII. — MOTTO DETTO DA UN GIOVANE A UN VECCHIO.

Dispregiando un vecchio pubblicamente un giovane, mostrando audacemente non temer quello, onde il giovane li rispose che la sua lunga età li faceva migliore scudo che la lingua o la forza.

XIX. — FACEZIA.

Perchè li Ungheri tengon la croce doppia.

NOTE.

[1] _De illustratione urbis Florentiæ_, Parigi, 1583, pag. 27.

[2] _Arch. Storico Italiano._ Firenze, 1672, serie III, vol. XVI, pag. 222.

[3] _Le Vite_ (ed. Milanesi). Firenze. Sansoni, 1379, vol. IV, pag. 22.

[4] UZIELLI, _Ric. int. a L. d. V._ Torino, Loescher, 1896, pag. 61.

[5] L. D. V., _The literary works_ (ed. Richter). Vol. II, pag. 395-396.

[6] PACIOLI, _Divine proportione_. Venezia, 1509, c. I v.

[7] LUZIO, _I precettori d’Isabella d’Este_, Ancona, Morelli, 1887.

[8] _Ricordi._ Venezia, 1555, c. 51 v.

[9] _Le Vite_, vol. IV, pag. 18, 49.

[10] ANONIMO, _Breve vita. Arch. Storico Italiano_, serie III, vol. XVI, pag. 226.

[11] _Le Vite_, vol. IV, pag. 50-51, 21.

[12] LIBRI, _Histoire des sciences mathém. en Italie_. Parigi, Renouard, 1840, vol. IV, pag. 17.

[13] UZIELLI, _Paolo dal Pozzo Toscanelli_, Roma, Rac. Colomb., 1894 pag. 520.

[14] _Le Vite_, vol. IV, pag. 50-51.

[15] VASARI, _Le Vite_, vol. IV, pag. 46.

[16] SOLMI, _Studî sulla filosofia naturale di L. d. V._ Modena, Vincenzi, 1898, pag. 57.

[17] Cfr. _G_, cop. r.: «Partissi il magnifico Giuliano de’ Medici a dì 9 di Gennaio 1515 in sull’aurora da Roma, per andare a sposare la moglie in Savoia, e in tal dì ci fu la morte del re di Francia.»

[18] _Le Vite_, vol. IV, pag. 47: «Lionardo intendendo ciò, partì ed andò in Francia.»

[19] _Arch. Storico Italiano_, serie III, vol. XVI, pag. 226.

[20] UZIELLI, _Ricerche intorno a L. d. V._ Roma, Salviucci, 1884, pag. 459.

[21] Cfr. _Atti della R. Accademia dei Lincei_. Roma, 1876, serie II, vol. III, pag. 13.

[22] BOSSI, _Del Cenacolo di L. d. V._ Milano, Stamperia Reale, 1810, pag. 19-22.

[23] _Arch. Storico Italiano_, serie III, vol. XVI, pag. 222.

[24] _Le Vite_, vol. IV, pag. 21, 40.

[25] BANDELLO, _Novelle_. Londra, Harding, 1740, vol. I, c. 363-364. Si ricordi come Matteo Bandello fosse ascritto al convento di Santa Maria delle Grazie. Cfr. QUETIF et ECHARD, _Script. Ord. Prædicat._, vol. II, pag. 155.

[26] _Le Vite_, vol. IV, pag. 28-29.

[27] DU FRESNE, _Il trattato detta pittura di L. d. V._ Parigi, 1651.

[28] Si riscontri la TAVOLA DELLE SIGLE.

[29] Si veda: _Qui incomincia el Tesoro di_ BRUNETTO LATINO _di Firense, e parla del nascimento e della natura di tutte le cose_. Treviso, 1474. Lib. IV, cap. 4. (Ed. di Venezia, 1841. Vol. I, pag. 202), dalla quale opera Leonardo attinge la materia di questa favola.

[30] La leggenda qui narrata da Leonardo non ha nessun fondamento storico, e si deve far risalire probabilmente al _Tractato de le piu maravigliose cosse e piu notabile che si trovano in le parte del mondo, redute e collecte sotto brevità in el presente compendio dal strenuissimo cavalieri speron doro Johanne de_ MANDAVILLA. Milano, 1480. Folio _g._ 3 vº, opera che il Vinci stesso ricorda in una nota del _Codice Atlantico_: folio 207 rº. Per analoghe leggende si veda PRIDEAUX, _Life of Mahomet_. Pag. 82 e seg.; A. D’ANCONA, _La leggenda di Maometto in Occidente_. Giorn. Stor. d. Letteratura Italiana. Torino, 1897. Vol. XIII, pag. 238.

[31] Si veda: _Fiore di virtù che tratta tutti i vitti humani, et come si deve acquistare la virtù_. Venezia, 1474. Cap. I, pag. 3-4, libro ricordato da Leonardo nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº, e che è la fonte capitale di tutto il Bestiario del Vinci. Intorno a quest’ultimo si veda: A. SPRINGER, _Ueber den Physiologus des Leonardo da Vinci_, in _Berichte über die Verhandlung der k. sächs. Gesell. d. Wissen. zu Leipzig. Philolog.-hist. Classe_. Leipzig, 1884. Fasc. 3-4; e GOLDSTAUB und WENDRINER, _Ein tosco-venezianischer Bestiarius_. Halle, 1892. Pag. 240-254; _Anhang zu Kap. VI, Exkurs über den Bestiarius des Leonardo da Vinci_, che riavvicina al testo del manoscritto _H_ passi di Solino, di Alberto Magno, di Ugo da San Vittore, di Vincenzo di Beauvais, del Neckam.

[32] _Fior di virtù_, Roma, 1740. Cap. III, pag. 22-23: _Del vizio dell’invidia appropriato al nibbio_.

[33] _Ivi_, cap. IV, pag. 26: _Dell’allegrezza appropriata al gallo_.

[34] _Ivi_, cap. V, pag. 29: _Del vizio della tristizia appropriato al corbo_.

[35] _Ivi_, cap. VII, pag. 34: _Della virtù della pace appropriata al castoro_.

[36] _Ivi_, cap. VIII, pag. 37-38: _Del vizio dell’ira appropriato all’orso_.

[37] _Ivi_, cap. IX, pag. 43: _Della virtù della misericordia, ed è appropriata a’ figliuoli dell’uccello ipega_.

[38] _Ivi_, cap. XII, pag. 58: _Del vizio dell’avarizia appropriato alla botta_.

[39] Donde Leonardo abbia tratta questa allegoria non mi è stato dato di determinare.

[40] _Fior di virtù_, cap. X, pag. 47: _Del vizio della crudeltà appropriato al basilisco_.

[41] _Ivi_, cap. XI, pag. 50: _Della virtù della liberalità appropriata all’aquila_.

[42] _Ivi_, cap. XIII, pag. 62-63: _Della correzione appropriata al lupo_.

[43] _Ivi_, cap. XIV, pag. 66: _Della lusinga appropriata alla sirena_.

[44] _Ivi_, cap. XV, pag. 69-70: _Della prudenza appropriata alla formica_.

[45] _Ivi_, cap. XVI, pag. 76-77: _Della pazzia appropriata al bue salvatico_.

[46] _Ivi_, cap. XVII, pag. 79-80: _Della giustizia appropriata al re delle api_.

[47] _Ivi_, cap. XXI, pag. 98-99: _Della verità appropriata alla pernice_.

[48] _Ivi_, cap. XIX, pag. 91: _Della lialtà appropriata alla grua_.

[49] _Ivi_, cap. XX, pag. 95: _Della falsità appropriata alla volpe_.

[50] _Ivi_, cap. XXII, pag. 102: _Della bugia appropriata alla topinara_.

[51] _Ivi_, cap. XXIV, pag. 109: _Del timore appropriato alla lepre_.

[52] _Ivi_, cap. XXV, pag. 111: _Della magnanimità appropriata al girifalco_.

[53] _Ivi_, cap. XXVI, pag. 112-113: _Della vanagloria appropriata allo pavone_.

[54] _Ivi_, cap. XXVII, pag. 115-116: _Della constanzia appropriata alla fenice_.

[55] _Ivi_, cap. XXVIII, pag. 117-118: _Della incostanzia appropriata alla rondine_.

[56] _Ivi_, cap. XXIX, pag. 120-121: _Della temperanza appropriata al cammello_.

[57] _Ivi_, cap. XXX, pag. 125: _Della intemperanza appropriata al liocorno_.

[58] _Ivi_, cap. XXXI, pag. 128: _Della umiltà appropriata allo agnello_.

[59] _Ivi_, cap. XXXII, pag. 133: _Della superbia appropriata al falcone_.

[60] _Ivi_, cap. XXXIII, pag. 137: _Dell’astinenza appropriata all’asino salvatico_.

[61] _Ivi_, cap. XXXIV, pag. 139: _Della gola appropriata all’avvoltoio_.

[62] _Ivi_, cap. XXXV, pag. 141: _Della castità appropriata alla tortora_.

[63] _Ivi_, cap. XXXVI, pag. 146: _Della lussuria appropriata al pipistrello_.

[64] _Ivi_, cap. XXXVII, pag. 152-153: _Della moderanza appropriata all’ermellino_.

[65] Si veda: CECCO ASCULANO, _Lacerba_. Venezia, 1492. Lib. III, cap. III, folio 32 rº e vº: _Aquila_.

[66] _Ivi_, lib. III, cap. IV, folio 33 rº: _De la natura de lumerpa_.

[67] _Ivi_, lib. III, cap. V, folio 33 rº: _De la natura de plicano_.

[68] _Ivi_, lib. III, cap. VI, folio 33 vº: _De quatro animali che vivono de quattro elementi et primo de salamandra_.

[69] _Ivi_, lib. III, cap. VII, folio 33 vº: _De cameleone_.

[70] _Ivi_, lib. III, cap. VII: _Alepo_.

[71] _Ivi_, lib. III, cap. VIII: _De la natura del struzo_.

[72] _Ivi_, lib. III, cap. X, folio 34 vº: _De la natura del cygno_.

[73] _Ivi_, lib. III, cap. XI, folio 35 rº: _De la natura de la cicogna_.

[74] _Ivi_, lib. III, cap. XII, folio 35 rº e vº: _De la natura de la cichada_.

[75] _Ivi_, lib. III, cap. XXX, folio 40 vº: _De la natura del basalisco_.

[76] _Ivi_, lib. III, cap. XXXI, folio 40 vº e 41 rº: _Del aspido_. — _Ivi_, lib. III, cap. XXXII, folio 41 rº: _Del dracone_.

[77] _Ivi_, lib. III, cap. XXXIII, folio 41 vº: _De la vipera_.

[78] _Ivi_, lib. III, cap. XXXIV, folio 41 vº e 42 rº: _Del scorpione_.

[79] _Ivi_, lib. III, cap. XXXV, folio 42 rº: _Del crocodilo_.

[80] _Ivi_, lib. III, cap. XXXVI, folio 42 vº: _Del botto_.

[81] Questa allegoria sembra originale di Leonardo.

[82] Questa allegoria sembra originale di Leonardo.

[83] Si veda la _Historia naturale di_ CAIO PLINIO SECONDO _tradocta di lingua latina in florentina per Cristoforo Landino_. Venezia, 1476. Lib. VIII, cap. XVII e seg., opera che Leonardo ricorda, con la parola _Plinio_, nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº; e nel _Codice Trivulziano_: folio 3 rº.

[84] Si veda C. PLINII SECUNDI _Naturalis Historia_ (ed. Detlefsen), vol. I, Berlino, 1866; e per le discussioni, che si sono levate a proposito della diretta derivazione di questi passi da Plinio, si veda GOLDSTAUB und WENDRINER, _Ein tosco-venezianischer Bestiarius_, pag. 245-247.

[85] In Plinio non mi fu dato di riscontrare il testo di questo simbolo.

[86] C. PLINII _Nat. hist._, lib. VIII, cap. I, pag. 47; cap. IV, pag. 48; cap. V, pag. 49; cap. XII, pag. 53.

[87] _Ivi_, lib. VIII, cap. XII, pag. 53-54.

[88] _Ivi_, lib. VIII, cap. XIV, pag. 54 (36-37).

[89] _Ivi_, lib. VIII, cap. XIII, pag. 54 (37-38).

[90] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 54 (38-40).

[91] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 54-55 (40-41).

[92] Non mi è stato dato di precisare con esattezza la fonte di questo simbolo.

[93] Cfr. C. PLINII _Nat. hist._, lib. X, cap. LXXIII, pag. 1.

[94] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.

[95] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 55 (41-42).

[96] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVI, pag. 55.

[97] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVI, pag. 57 (52-53).

[98] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVII, pag. 59.

[99] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59-60 (67-69).

[100] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59 (66-67). Si noti nel brano di Leonardo la confusione fra le parole _tigre_ e _pantera_.

[101] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61 (77-78).

[102] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61-62 (78-79).

[103] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 62 (79-80).

[104] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).

[105] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63(85-86).

[106] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).

[107] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXXIII, pag. 63 (86-88).

[108] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIV, pag. 63.

[109] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 63-64.

[110] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64.

[111] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64-65.

[112] _Ivi_, lib. VIII. cap. XXVII, pag. 65.

[113] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.

[114] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (97-98).

[115] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.

[116] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.

[117] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (98-99).

[118] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (99-100).

[119] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65-66 (100-101).

[120] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66.

[121] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66 (101-102).

[122] La profonda osservazione, contenuta in questo passo, è stata suggerita a Leonardo dalle contraddizioni e incertezze, in cui s’era avvolta la meccanica presso gli antichi. La leva archimedea non essendo una verga solida, ma una linea geometrica, poteva fornire agli investigatori soltanto dei risultati matematici e astratti; più tardi gli antichi, incautamente, fusero e confusero i dati della aritmetica coi dati della esperienza, rendendo così più acuto quel contrasto fra l’ideale e il reale, che la scienza greco-romana non riuscì a comporre. Il Vinci, intuendo nettamente una scienza interprete e legislatrice della natura, attenua qui il proposito di voler correggere, con critica investigazione, le cifre discordanti, offerte dagli antichi testi. — Si veda sulle caratteristiche dell’antica e della nuova scienza: HÖFFDING, _Geschichte der neueren Philosophie_. Leipzig, 1895. Vol. I, pag. 84; 176-227. E su Leonardo: DÜHRING, _Kritische Geschichte der allgemeinen Prinzipien der Mechanik_. Leipzig, 1877. Pag. 12 e seg.

[123] Questo passo, o più esattamente il seguente, che vi è contenuto, e attinto al VALTURIO, _De re militari libri XII ad Sigismundum Pandulfum Malatestam ........ edente Paulo Ramusio_. Verona, 1483. Pag. 12; opera da Leonardo ricordata nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº, con la indicazione: _De re militari_. Non hanno quindi nessuna ragione le ricerche iniziate dal Müller Strubing in RICHTER, _The literary works of Leonardo da Vinci_. London, 1883. Vol. I, pag. 16.

[124] Si veda ancora: VALTURIO, _De re militari_. Pag. 12, donde questo frammento è stato tradotto parola a parola.