Fra i due mondi

Part 33

Chapter 333,737 wordsPublic domain

L’obiezione era decisiva. Essa accrebbe in me l’inquietudine che mi angustiava dalla sera precedente. Anche il Cavalcanti dunque esitava indeciso sul margine dei due mondi? Si poteva viver così? A chi si doveva dar ragione e a chi torto nei singoli casi? Oh poter sentire e volere, amare ed odiare ciecamente! Decidere senza dubbio! Tra questi discorsi, la zuffa, i ragionamenti del giorno prima avevo quasi dimenticata la signora Feldmann: quando la sera, pochi minuti prima del pranzo, me la vidi comparire all’improvviso nella sala di aspetto, elegante e ingemmata come di solito. Alla domanda che, un po’ impacciato, le feci: — Come sta? — alzò verso di me il volto affaticato; sorrise; e, tendendomi la mano carica di anelli:

— «Aussi mal que possible, — rispose con la consueta vivacità ed energia: — mais il a bien fallu m’arracher à ma cabine et descendre; je dois moi aussi penser à mes bagages».

Poi mi domandò quando arriveremmo.

— Dopo domani, domenica, — risposi — prima di mezzogiorno, se il Golfo del Leone non ci fa qualche brutto scherzo.

Ma non sapevo se parlarle dei suoi guai e come incominciare: per fortuna sopraggiunse l’ammiraglio; e ragionammo del tempo e del viaggio con l’impaccio proprio delle persone che parlano di cose a cui non pensano e pensano alla stessa cosa di cui non parlano. La campana suonò; entrammo insieme nella sala da pranzo: vidi di nuovo, in tutti i tavoli, delle gomitate, dei cenni, delle occhiate, un volger frettoloso d’occhi e di teste come quella sera, in cui la signora era entrata irraggiando nel modesto refettorio del «Cordova» la gloria della favolosa stirpe dell’oro onde usciva: ma con diversa intenzione, questa volta, mi parve. «Ne devi aver fatte delle belle, se ti è capitato quel che ti è capitato!» dicevano quei gesti e quelle occhiate. La nostra mensa fu quella sera piuttosto fredda e silenziosa, per la prima volta; perchè tutti pensavano a quella cosa medesima, di cui nessuno osava muover discorso. Terminato il pranzo, uscimmo insieme: come fummo nel vestibolo, la signora indossò un mantello che aveva lasciato sul divano, e volgendosi a me:

— Vuol farmi compagnia — mi disse — fuori sul ponte? Ho bisogno di prendere aria.

— Ci siamo! — pensai, seguendola di mala voglia e un po’ infastidito.

Ma appena fuori, sentii che l’aria era fredda; e, lasciatala un istante, rientrai per prendere il cappotto nel vestibolo; dove la bella genovese, il dottore di San Paolo, sua moglie, il gioielliere, in crocchio, animatamente parlavano.

— Ci vuole una bella sfacciataggine! — diceva inviperita la genovese. — Dopo quel che le è successo! Venir vestita a quel modo, come a una festa. Per me questo fatto mi basta.... Il marito ha ragione di piantarla.

— E mettersi poi delle perle, che a un miglio di distanza si vede che sono false — aggiunse il gioielliere. — Ma per chi ci piglia dunque? Crede che siamo ciechi o imbecilli?

Uscii di nuovo; la raggiunsi sul ponte, verso il mezzo della nave dove si era seduta; mi sedetti accanto a lei, molto impacciato, pensando al modo di incominciare il discorso.... Ma essa mi prevenne.

— Ho scoperto, sa, — mi disse. — Sono ingenua e sciocca, sì: ma non come credono. Se mi ci metto! «J’ai creusé ma petite cervelle» per due giorni. Giudichi lei che è uno scienziato. Lui credeva che io lo sospettassi....

Così spiegava molti fatti di cui lì per lì non si era resa conto. Come, per esempio, un giorno il marito avesse fatta una sfuriata tremenda, perchè avendo visto nella sua valigia profumi, spazzole, pettini e simili oggetti a profusione, essa gli aveva chiesto ridendo se partiva in cerca di avventure. Che un altro giorno, che per errore essa aveva aperta una lettera diretta a lui, per poco non aveva minacciato di far divorzio, se il caso si ripetesse. E furie e smanie tremende, pure un’altra volta che essa, irritata da un breve litigio, gli aveva detto che non era fatto per aver moglie e famiglia: ma un’amante da cambiare ogni paio d’anni!

— E pensare che io non ho mai sospettato niente. Il disgraziato non mi ha capita mai: lui diffida sempre, ed io invece mi fido. A occhi chiusi. Che ci vuol fare? Sono fatta così....

Avevo ascoltato questo lungo discorso impassibile, quasi severo, guardandola e scrutandola negli occhi. Alla fine, rammentando le confidenze dell’ammiraglio, le dissi che quel che lei raccontava non era inverosimile e poi maliziosamente, per indagare:

— E per questo — dissi fissandola — non voleva prendere il caffè con lei, la mattina....

Mi guardò sorpresa.

— Che cosa vuol dire? A che allude?

Le raccontai allora quel che l’ammiraglio mi aveva detto. Ma prima che io giungessi a mezzo del discorso:

— Mio Dio, mio Dio! — gemè dolorosamente, giungendo le mani. — A tal punto quel pazzo è arrivato! Ma questa infamia è la contessa che glie l’ha messa nella testa, ne sono sicura! La scellerata vecchia! Adesso capisco! Lo aveva ipnotizzato!

Impazientito dal mio sbaglio, tanto per sviare il discorso, apersi le cateratte della saggezza, ma con poco garbo, anzi piuttosto brusco: le dissi che occorreva prender tutto sul serio, ma niente sul tragico: che le disgrazie si voltano spesso in fortune; che essa era ancora ricca, giovane, bella...

— «Vous me flattez», — disse con modesta compiacenza. — Certo accanto a miss Bobbins faccio ancora la mia figura. Se vedesse che tipo volgare!

Ma quando incominciai a dirle che la libertà non era poi la peggiore dello disgrazie che potesse capitarle; fosse dunque ragionevole, non si lagnasse più del giusto, chè nella disgrazia forse poteva esser capitata bene, la vidi raccogliersi, accigliarsi, rannuvolarsi; poi a un tratto:

— Stabilirmi a Parigi — mi interruppe come spaventata — «en femme divorcée», io? Perchè tutta la gente creda che ho tradito mio marito? Mai!

— Non esageri, signora, ce ne sono tante di donne divorziate oggi nel mondo; e i tempi non sono più quelli di una volta!

— Una donna divorziata è sempre colpevole agli occhi della gente. E tutti gli uomini credono di poterle fare la corte....

— Quale disgrazia!

Ma non mi diè tempo di dirle le barzellette un po’ volgari, che mi erano venute alle labbra; che:

— Vivere sola, io! — continuò. — E come potrei? e che cosa farei? Non aver più nessun appoggio? Ma crede lei che alla mia età una donna possa, da un giorno all’altro, ricuperare quella che lei chiama la libertà....

— Si rimariti, allora, se non vuol la libertà! — ribattei senza tanti complimenti.

Ma fu peggio.

— Rimaritarmi io? Andare in giro con un altro uomo, quando mio marito è ancora vivo? Mai! Mi parrebbe di andar in giro con un amante. Sono una donna «vieux jeu», io, come dice mia figlia.

La faretra dei consigli era vuota.

— Ma che cosa vuol dunque allora, signora? — le chiesi duramente, un po’ impazientito e con un tono piuttosto canzonatorio.

Alzò gli occhi nei miei, e sentitamente, con dignitosa sicurezza:

— Voglio restare — disse — la moglie di mio marito, la signora Feldmann.... Come son stata per ventidue anni. Le pare eccessivo?

Non ci avevo pensato. La risposta mi tappò la bocca. Tacqui un istante, confuso: poi, con un modo più gentile e un po’ titubante, le chiesi che cosa intendesse di fare. Prendere, appena sbarcata a Genova, il diretto per Parigi e Cherbourg o l’Havre; e imbarcarsi nel primo piroscafo che salpasse alla volta di New-York — mi rispose.

— Quando mio marito mi rivedrà, si ravvederà; ne sono certa. Mio marito mi ama — conchiuse con fare sicuro e sottolineando la frase con quello stesso sorriso enigmatico che altra volta le avevo visto sulla faccia al ripetere quella medesima frase. — Lei ne dubita?

Ne dubitavo così fortemente che essa aveva potuto leggermi il dubbio negli occhi: ma le risposi chiedendole solamente per qual ragione il marito volesse allora fare divorzio, mentre a me stesso chiedevo per qual ragione essa sorrideva a quel modo.

— Ha dovuto — mi rispose — tornare a New-York per affari: non voleva partire: e a New-York miss Bobbins l’ha accalappiato di nuovo. Capisco adesso perchè abbiamo fatto questo lungo viaggio nell’America del Sud. Lo scandalo del «Great Continental» fu un pretesto. Voleva sfuggire a miss Robbins. Ne sono sicura. Anche Lisetta lo dice.

Tacqui, intimidito dalla autorità di Lisetta e ripugnandomi così di deludere come di illudere la signora; di nuovo essa lesse chiaro nel mio silenzio: e con una certa ansia mi chiese:

— Non le pare? Crede che mi inganni?

Ma già sentivo nascere in me un principio di pietà; volli nascondere i miei dubbi; cercai di confortarla ma fui maldestro; perchè le ripetei che essa aveva cultura, intelligenza, amicizie, ricchezze....

— Anche lei, anche lei? — mi interruppe aspra e agitata. — La ricchezza, la ricchezza! Hai dei milioni: dunque che cosa chiedi ancora? Se mio marito mi inganna, mi abbandona, mi getta in mezzo alla via, quando il capriccio gli piglia, io non debbo lagnarmene: ho dei milioni e potrò sempre abitare in un bel palazzo, comperare un’automobile e portar delle perle come queste. Perchè queste sono le sole perle vere che ho portato nel viaggio. — Fece una pausa. — Non ho io forse mantenuto i miei impegni? — proseguì con voce affannosa. — Ho forse avuto degli amanti? Non sono stata fedele? docile? sottomessa? Non l’ho amato e non lo amo? Se io dicessi che adesso mi piace un altro uomo, non direbbero tutti che sono una sgualdrina? No: sarebbe infame se ci fosse un tribunale che concedesse questo divorzio. E non è possibile, non ci posso credere! E che cosa farei io dopo? Dove andrei? Sola, senza famiglia, senza casa, sospettata e infamata? Che cosa penserà il mondo di me? E poi quando uno ha vissuto una parte della sua vita in America, come ho fatto io, crede lei che possa di nuovo vivere solamente in Europa? È un mondo troppo chiuso, troppo piccolo, troppo pieno di angustie. No: la fortuna l’abbiamo fatta insieme; una parte è mia; mio marito non ha il diritto di rubarmela per darla a una cameriera: un posto me lo son fatto nella società, in Europa e in America, e non voglio perderlo, perchè lui ha dei capricci.... Ma sa che tra qualche anno io potrei diventar moglie di un ministro o di un ambasciatore? Perchè pare che lo nomineranno, se alle prossime elezioni.... Purchè arrivi a tempo, però. Mio Dio, mio Dio!... Ma perchè è così lontana l’America!...

Singhiozzò, scoppiò in lagrime, senza badare ai passeggeri che giravano sul ponte e che si fermavano a guardarla. Tacqui un momento, molto turbato.

— Le ricchezze dell’America e gli splendori della vita mondana, li disprezzavi sinchè eri sicura di possederli. Ora che temi di perderli, invece.... È dunque vero che i beni della terra sono insipidi quando si hanno; ma non si può fame senza? — pensai tra me, un po’ triste.

Poi tentai altri conforti: le dissi che se suo marito venisse a morire, essa si troverebbe pure sola e senza famiglia nel mondo: supponesse dunque, se la peggiore delle ipotesi si verificasse, di rimaner vedova.

— Ma morto non è, pur troppo! Chè almeno mi consolerei! — rispose essa tra le lagrime e i singhiozzi, vivacemente, tappandomi di nuovo la bocca.

In quella sopraggiunse l’ammiraglio e prese a confortarla, con un tatto e una delicatezza che questa volta ammirai anche maggiormente al paragone della mia inettitudine. Quando si fu un po’ tranquillata, si ritirò accompagnata dall’ammiraglio. Io me ne andai, ripensando i discorsi del giorno prima sulla lealtà. Ma sempre incerto davanti al dilemma: vittima o commediante? Poichè quelle lagrime mi avevan conturbato ma non mi avevano ancora convinto! Mi avevano invece distratto un po’ dalle mie inquietudini filosofiche.

Il giorno seguente — era sabato e la vigilia dell’arrivo — scesi verso le otto e mezzo nella terza classe, per saper se Orsola aveva trovate le famose lettere. Ma Orsola si scusò, borbottò, sospirò: non le aveva trovate, perchè — se lo era rammentato poi — le aveva nascoste in una valigia che era stata messa nella stiva. Il giorno dopo, allo sbarco, essa me le darebbe. Incontrai di lì a poco l’ammiraglio: gli raccontai quel che la signora mi aveva detto la sera prima, non nascondendogli che la sua ferma fiducia nel ravvedimento del marito mi pareva chimerica assai. Ma l’ammiraglio non disperava: disse che il cuore umano è pieno di misteri; divagò in altre frasi generiche, che mi insospettirono di nuovo egli sapesse più che non diceva: insistetti, si lasciò sfuggire qualche frase; feci leva su queste; e a poco a poco, cavai da lui quanto sapeva. Incoraggiata forse dalla lunga amicizia e dalla sua età quasi paterna, la signora gli aveva fatto il giorno precedente delle strane confidenze! Gli aveva detto di essere stata educata un po’ romanticamente «tra i fiori e la musica», in una ignoranza beata perchè scevra di curiosità, imaginandosi l’amore nella vita dai melodrammi uditi in teatro; anche perchè — non sapeva per qual ragione — tra signorine le sue amiche si erano sempre trattenute dal parlar di queste cose in sua presenza. Quante volte le sue amiche di giovinezza, quando si eran riviste maritate, le avevan detto: In tua presenza nessuna di noi osava dir niente! Ma maritatasi, essa aveva dovuto convincersi che gli uomini intendono l’amore in una maniera alquanto diversa dagli eroi dei drammi lirici. Da principio essa un po’ aveva avuto voglia di ridere di questa scoperta, un po’ ne era stata infastidita e un po’ inquietata: ma poi si era lasciata travolgere da questo torrente di passione, e insomma senza rammarico ed infelicità.... E doveva confessare che, ammesso che quel che piaceva agli uomini fosse il vero amore, essa era stata addirittura adorata, dalla mattina alla sera e sopratutto dalla sera alla mattina! Si ricordava però che tre o quattro volte il vulcano pareva essersi spento, anzi coperto di neve all’improvviso — l’ultima volta durante la crisi del Great Continental: e ogni volta il marito aveva mostrata una gran premura di scusarsene, sebbene essa non pensasse a fargliene una colpa, allegando le preoccupazioni, il lavoro. Essa ci aveva creduto — perchè era sciocca: ma ora incominciava a chiedersi se la causa di quel gelo improvviso non fosse miss Robbins invece del Great Continental; e se le volte precedenti non ci fosse stata di mezzo qualche altra donna! Il vulcano però si era sempre riacceso; anche dopo la crisi del Great Continental; e proprio a Rio, chè non era mai stato così ardente di passione come negli ultimi mesi prima di partire da Rio per New-York. Durante questi mesi era arrivato perfino.... perfino — la signora era diventata di bracia raccontandolo — a «demander des rendez-vous pendant la journée». E perciò essa faceva per convertirlo assegnamento sulla propria bellezza: apparirebbe a lui vestita e adorna in un certo modo che lo stuzzicava assai: scoppierebbero ambedue in lagrime, e....

— Ora capisco! — esclamai ridendo.

Quel che avevo capito, in quel momento, era lo strano sorriso della signora, ogni qual volta essa aveva parlato del marito e dei suoi sentimenti. Ma a mezzo il riso, improvvisamente, uno scrupolo mi agghiacciò. Poteva dunque accadere perfino che una donna virtuosa, a quarantacinque anni, sforzasse l’inesperta fantasia a imaginar lascivie di cortigiana, per sedurre il marito? Gli orrori più tragici della vita sono, ahimè, proprio quelli che invogliano al riso gli uomini stolti e leggeri, il maggior numero cioè: e di che ridevo io, se non di uno di questi orrendi segreti di cui il mondo è zeppo? Non risi più allora: ma quando a colazione vidi per la prima volta sul volto di lei tante traccie di vecchiaia che forse il dolore aveva seminate in quei pochi giorni, o che prima non avevo avvertite; quando, e per la prima volta, mi accorsi che la donna che si aggrappava alla sua bellezza come un naufrago all’ultima tavola di salvezza, stava per diventare una vecchia, la pietà mi vinse: e mi strinse il cuore un rimorso! Anche io dunque avevo ceduto a quella viltà che tanto spesso, innanzi ad una sopraffazione, ci inferocisce contro la vittima? Anche io avevo cercato dì persuadermi che la vittima aveva meritata la sua disgrazia, come tanti uomini fanno, per risparmiarsi il dolore dell’ingiustizia impunita e la fatica di aiutare l’oppresso? E dichiaratomi in cuor mio a favore di lei, conchiusi risolutamente che il marito doveva essere un pazzo o un malvagio. Durante la colazione si ragionò confusamente: l’ammiraglio di cannoni e corazze; l’Alverighi di Parigi e dei banchieri; il Rosetti di certi lavori che intendeva far fare subito a Bellaria. Solo il Cavalcanti stette zitto, il solo tra tutti che non pensasse alle faccende terrene ma all’antico mondo mediterraneo semivivo o perito. A mezzodì giungemmo a 41 gradi e 22 minuti di latitudine e a 4 gradi e 2 minuti di longitudine orientale; e prima della siesta, trattolo in disparte, raccontai in confidenza al Rosetti, sospinto anche un po’ dall’intima pena, le strane cose che l’ammiraglio mi aveva confidato. Ascoltò il Rosetti; e:

— Miserie della vita! — esclamò. Pensò un momento; e poi sorridendo e scuotendo il capo: — Limiti, termini, segni — soggiunse. — L’uomo può rovesciare tutti gli altri limiti, anche Dio: uno resterà sempre, indelebile: il sesso. Un uomo non può diventare una donna nè una donna un uomo; gli uomini non possono vivere senza le donne nè le donne senza gli uomini. E allora? Non è chiaro che all’obbligo almeno di delimitare il còmpito dell’uomo e il còmpito della donna, nonchè i rispettivi diritti e doveri, non potremo sfuggire? Chiedi un po’ all’Alverighi, se se la sente di dare a ciascuno, anche nell’amore, come nell’Estetica, il diritto di farsi da sè la sua legge e la sua misura di quel che si può e non si può....

Esposi allora al Rosetti i dubbi che andavo ruminando: ma insomma dovevamo o non dovevamo combattere i principii di questa civiltà illimitata? A chi occorreva dar ragione — a Orsola o a Maria? Ma non ricordo più qual pretesto prese il Rosetti per non rispondermi. Ci separammo. Uscii di nuovo dalla cabina verso le quattro, mentre navigavamo in pieno Golfo del Leone — un Leone ammansato in quel giorno — senza vedere le coste; e girando per il ponte di passeggiata, a babordo, vidi ad un tratto il Rosetti appoggiato alla ringhiera e impegnato in una discussione con il dottore e l’Alverighi, che gli stavano in piedi dinanzi. Il che non mi avrebbe sorpreso: quel che mi stupì fu di capire alla prima occhiata che tutti e tre, anche il Rosetti di solito così calmo, erano molto eccitati. Nessuno dei tre infatti rispose al mio saluto; e:

— Sì, sì — diceva intanto concitato il Rosetti al dottore. — Ma l’uomo oggi lavora, lavora, lavora. Ha vinto perfino la sua invincibile pigrizia. E come vuole che il nostro tempo non sia poi indulgente per il resto?

L’Alverighi faceva di gran cenni d’assenso: ma il dottore:

— Benone! — diceva. — Quindi quando tua moglie invecchia o non ti piace più, il signor Feldmann ti insegna come devi fare. Evviva l’America!

— Un uomo — replicò rapido e vivace il Rosetti — può essere un marito mediocre o anche un marito cattivo e rendere dei grandi servigi al suo paese. Toglierebbe lei, se fosse ministro, il comando di una guerra a un generale capace di vincere, solo perchè avesse tradito sua moglie?

— Ho capito — replicò beffardo il dottore. — Qui non c’è che una colpevole: Orsola. Quella non è che una donna onesta.

— È una donna pigra e poco destra — intervenne l’Alverighi. — La signora Ferrero ha ragione.

— Orsola — aggiunse il Rosetti — è una donna onesta, lo credo anche io. Ma Dio mi scampi dalle donne oneste se tutte rassomigliano a quella. Perchè non ha tradito suo marito e sa di possedere una virtù piuttosto raruccia ai tempi che corrono, Orsola crede di aver diritto di rovinare la sua famiglia con la sua inettitudine e di non pagare i debiti.

— Cioè probabilmente degli usurai esosi e rapaci.... — replicò il dottore.

— Anche il più esoso usuraio — ribattè il Rosetti — è un benefattore a modo suo, se vuole. Perchè quando uno è in bisogno di denaro....

— Preferisco chi me lo presta al cinquanta per cento a chi non me lo presta al cinque — conchiuse pronto l’Alverighi.

— Che diavolo succede? — mi domandavo frattanto, un po’ stupito dal vivo trasporto del Rosetti e più dalle cose che diceva, troppo aliene dalla austerità dei suoi principii. Ma a questo punto il diverbio fu interrotto da una mossa repentina del dottore che volgendosi verso di me:

— Giusto lei — disse. — La cercavo....

E mi raccontò ch’era stato chiamato poco prima al capezzale di Maddalena e che Maddalena desiderava vedere la mia signora. Gli risposi che se voleva andavo a farle l’ambasciata: essa era nella cabina.

— No, no, vado io — disse.

E fatto un piccolo saluto, si partì con quella sua andatura impettita e soldatesca, troncando sdegnato quella discussione.

Ma appena fu partito:

— Ma che cosa è successo? — dissi sorridendo e guardandoli tutti e due. — Quel benedetto dottore ha fatto perdere la pazienza anche a lei, ingegnere?

— È un brav’uomo, — disse il Rosetti scrollando le spalle e ricomponendosi. — Ma qualche volta anche i brav’uomini....

E l’Alverighi mi raccontò che il dottore incontratili poco prima li aveva fermati per chieder loro se sapevano dove io fossi perchè voleva farmi l’ambasciata di Maddalena; il discorso era così caduto sulle storie degli emigranti da me raccontate il giorno prima; di chiacchiera in chiacchiera avevan ragionato anche della signora Feldmann; una prima discussione era nata, e alla fine il dottore era scoppiato in una furibonda invettiva contro l’America, la Rivoluzione Francese, la democrazia, l’emigrazione e la civiltà moderna tutta quanta, che egli aveva definita nientemeno che l’immondezzaio dell’universo! Il Rosetti alla fine aveva persa la pazienza; e n’era nato il diverbio di cui avevo ascoltato le ultime battute.

— Lei però — dissi io sorridendo al Rosetti — parlava un po’ per ironia, credo.... L’ironia è un dono di Dio.... Perchè se no, addio limite. Anche lei parteggia per la civiltà illimitata....

In quella sopraggiunse il Vazquez e condusse via, ai consueti affari, l’Alverighi; restammo soli io e il Rosetti che mi prese a braccetto e incominciò a passeggiar lentamente per il ponte, in silenzio, con un’andatura un po’ stanca, appoggiandosi a me.

— No no — disse dopo qualche istante. — Non ho parlato per ironia. Parlavo sul serio. Ho esagerato forse: ma che vuoi? Non posso sentir brontolare a quel modo contro i vizi, la corruzione, la depravazione dei nostri tempi.

— Eppure, ingegnere.... — gli dissi. — Quasi direi che capisco più lo sdegno del dottore che il suo. In questo momento, mi sento anche io nemico della civiltà moderna.... Pensi un po’: il caso ci ha aperto un piccolo spiraglio per il quale abbiam potuto guardare entro una grande famiglia. Un altro caso ci ha fatto conoscere la storia di alcuni emigranti. E in basso come in alto, nella terza classe come nella prima, che cosa abbiamo visto? Degli orrori!...