Fra i due mondi

Part 32

Chapter 323,820 wordsPublic domain

Tra questi discorsi venni a scoprire che chi aveva propalata la storiella del figlio, ero stato proprio io. L’avevo tanti giorni prima raccontata a pranzo e i camerieri l’avevano raccolta e trasportata dal primo piano, dove viaggiava comoda la borghesia, la aristocrazia e la finanza, nel piano terreno, dove si stipava la plebe. Ripensai a Lisetta e alle sue parole: e mi dissi che i camerieri sono proprio un veicolo di notizie e una fonte di informazioni — vere o false — più importante che molti storici non credano. Che cosa è la storia dei Cesari, quale ancora si racconta, se non una sdrucita trama di pettegolezzi di servi, raccolti o da nemici senza scrupoli o da dilettanti senza discernimento? Lasciato l’abruzzese andai di nuovo da Orsola; e guardandola in faccia:

— Ditemi, Orsola — dissi. — Dove è ora l’intendente che vi avrebbe perseguitata?

Mi guardò, fece una smorfia come di desolazione:

— È in Italia, in Italia, — rispose. E con una prontezza singolare ribattè anticipatamente, prima che le contestassi, le mie obiezioni. — Ma aveva lasciate le guardie.... E poi deve tornare. E io ho voluto scappare perchè mi aveva scritto delle lettere e mi minacciava di farmi mettere in prigione, quando tornava....

— Delle lettere? Che storia è questa? Ma non siete analfabeta?

— Una mia amica fidata me le leggeva. Del resto ce le ho, sa, quelle lettere — aggiunse, leggendo di nuovo nei miei occhi questa domanda.

— Ah sì? Ebbene mostratemele.

— Le ho nel baule, nascoste; perchè mio marito non le trovi. Le cercherò e gliele darò.

Mi venne allora il pensiero di chiederle dell’abruzzese.

— L’abruzzese vi fa la corte, però.... Me lo hanno detto parecchi.

Mi guardò come sbigottita.

— Ma che dice! Quel poverino! Buono come un angelo! Se sapesse quel che gli capita.... Un’altra donnaccia....

E mi raccontò che l’abruzzese era ammogliato, e aveva lasciata la moglie, come tanti emigranti fanno, nel suo villaggio nell’Abruzzo: ma in America qualcuno l’aveva avvertito che sua moglie se la intendeva con un altro....

— E ritorna per ammazzarla? — non potei a meno di dire.

— Ma che! — rispose. — Lui le vuol bene, Antonio l’aveva già quasi persuaso a perdonarle, a far come lui. Per fortuna io l’ho persuaso a tempo a non far la figura del babbeo....

— Voi vi siete presa questa responsabilità? Ma vi riguardano forse le faccende di quell’abruzzese?

Mi guardò impavida e ferma; e:

— L’uomo innamorato — disse — non ragiona più. Ma una donnaccia è sempre una donnaccia.

— Che pasticcio! — pensavo risalendo. — Non ha poi tutti i torti, il dottore, di dire che gli emigranti sono tutti un po’ matti. Questi per lo meno....

Ma riflettendo poi a quel che mi avevano detto Maria ed Orsola, sentii a un tratto come accendersi una grande luce nella mia mente. In quell’odio e in quella baruffa di due popolane non vedevo io, come dentro una lente, nitida e piccola, la ragione del grande conflitto intorno all’interesse del denaro, che divide oggi l’Islam dall’Europa, che ha per tanto tempo armata la Chiesa cattolica di folgori spirituali contro il mondo moderno? «Chi si cava il pane di bocca per risparmiare, ha pur diritto che il suo denaro gli frutti» — aveva lasciato intendere Maria. «Gente senza cuore e senza carità, — rispondeva Orsola — per nulla non avrebbero aiutato nessuno». Non son questi gli scheletri dei due argomenti rovesciabili con cui si può a piacere sostenere o oppugnare che l’interesse del denaro è legittimo? L’interesse fa l’uomo avido e spegne la carità; sì, è vero, ma lo fa anche parsimonioso, lo avvezza a frenare le voglie presenti in vista del futuro; incoraggia l’iniziativa e l’alacrità; solleva la dignità. L’uomo che paga le usure, non mendica: può chiedere e ricevere il denaro a fronte alta e a mano aperta, da pari. Tutte cose che sono vere: ma pur vero è che solo il non poter lucrare sulle usure fa il ricco veramente caritatevole, generoso e munifico. Avrebbero le ricche famiglie italiane del Medio Evo edificati tanti meravigliosi palazzi, se non fossero state costrette a spendere in opere d’arte quella parte delle loro ricchezze, che non trovavano impiego fruttifero per gli intoppi che inframmetteva la Chiesa? No, non è dubbio: ma è certo pure — i paesi mussulmani ne somministrano la prova — che le classi ricche si avvezzano alla prodigalità e all’ozio, il popolo all’ozio e alla mendicità. Erano dunque tutti nel vero — l’Islam e l’Europa, la Chiesa e il mondo moderno, Orsola e Maria; e tutti pure avevano torto: la ragione non poteva sciogliere il nodo e decidere se l’usuraio sia una provvidenza o un vampiro: occorreva dunque tagliarlo, ma con quale lama? Era chiaro: in questa parte del suo discorso il Rosetti aveva ragione: un atto di volontà doveva tagliare il nodo, imponendo l’uno o l’altro dei due principii, obbligando la ragione a limitarsi, a svolgere soltanto gli argomenti favorevoli a quello. La Chiesa cattolica era stata nel Medio Evo, l’Islam è anche oggi l’organo di quell’atto di volontà grande, che impose a milioni di uomini il principio di Orsola: «no, non presterai denaro ad interesse»; deducendone un codice preciso e coerente di regole. Lo Stato moderno, le Banche, le Borse, l’Industria, l’Economia politica sono nei nostri tempi gli organi di quell’altro atto di volontà grande, che dopo la scoperta dell’America impose a poco a poco ai due mondi il principio di Maria: «Tu hai diritto che il tuo denaro prolifichi e hai dovere di risparmiarlo per metterlo a frutto». Principii veri ambedue, benchè opposti, perchè l’uno e l’altro limitatamente veri: il che mi spiegava per quale ragione ambedue avessero potuto esser giudicati a volta a volta veri e falsi, valere e cadere; e come si fossero fatta guerra nei secoli, aizzando non solo alla baruffa Orsola e Maria, ma le classi, i popoli, le civiltà l’una contro l’altra, ognuna persuasa di esser nel vero; e come dopo la scoperta dell’America il principio di Maria avesse trionfato.... Perchè il divieto dell’usura era stato anche quello, come l’Atlantico, per lunghi secoli, un limite che aveva impedito all’uomo di uscire armato di fuoco alla conquista della terra e dei suoi tesori.

Mi godei a lungo, passeggiando per il ponte, questa vasta visione di secoli e civiltà, in cui sopra due teste di povere popolane vedevo giganteggiare, in quella mattina di autunno, sul mare scintillante e celeste ma freddo, uno dei più tragici e grandiosi conflitti della storia. Quando, ad un tratto, l’idea che mi era balenata la sera prima, al partir del Rosetti, mi si ripresentò alla mente sotto altra forma. Sì: Orsola e Maria avevano ambedue ragione e torto, alla stregua dell’eterno, sul fondo dei secoli: ma nel minuto presente? Poichè esse erano nemiche, e noi volevamo giudicare la loro baruffa, a chi dovevo dare io torto e a chi ragione? A Maria? Ma il signor Rosetti non ci aveva mostrati tutti i pericoli e i guai di quella civiltà illimitata, che era germogliata dal seme del principio dietro cui quella donna, ignara si riparava? A Orsola? Ma non avevamo considerate a lungo tutte le grandezze e i meriti di quella civiltà che aveva potuto grandeggiare alla fine, rovesciando uno dopo l’altro tanti limiti e tra questi il principio caro ad Orsola? Il pensiero si allargò in considerazioni più vaste; sì: il signor Rosetti ci aveva mostrati accanto i due mondi — la civiltà limitata e l’illimitata — paragonando i loro beni e i loro mali: ma non ci aveva lasciati tra l’uno e l’altro in uno stato di indecisione, simile a quello del famoso asino di Buridano? In tutti i conflitti in cui i due mondi sono alle prese, per chi dobbiamo noi parteggiare? Questo dubbio generò con la riflessione un principio d’inquietudine.... Suonò l’ora della colazione; e a colazione esposi ai miei compagni di mensa, arruffato come era, tutto quell’imbroglio di accuse incrociate che non mi era riuscito di dipanare. Ma ci si buttarono tutti sopra, ciascuno cercando, per dipanarlo, un filo. Antonio fu spacciato in poche parole: tutti furon d’accordo, anche l’Alverighi, che dopo aver sfruttata la moglie voleva ora sbarazzarsene. Solo il Cavalcanti osservò titubando che tutte le dicerie intorno alle viste di Antonio su Maria partivano da Orsola o dall’abruzzese, che era uno zimbello di Orsola: ma Orsola odiava Maria: anzi l’odio di Orsola era stata la radice di tutto l’imbroglio.... Più vivi furono i dispareri intorno ad Orsola. Il Cavalcanti e l’ammiraglio dissero di credere a Maria, che essa era fuggita per debiti, che la storia dell’intendente doveva essere stata inventata o per lo meno molto esagerata a coprire la vera ragione della fuga. Ma il dottore protestò che una donna onesta non può nemmeno immaginare, non che raccontar per veri, simili romanzi; inveì poi contro Maria, e lamentò la durezza con cui gli italiani più svelti e fortunati sfruttano in America i loro connazionali più poveri. Al che io risposi, raccontando come alla mattina avessi visto l’Islam e l’Europa, il Medio Evo e l’Età moderna alle prese nella baruffa di Orsola e Maria. Aggiunsi poi che le donne un po’ isteriche sono facilmente portate dalla loro immaginazione a inventare di queste favole amorose: molte leggende essere nate intorno agli orrori del Brasile dalle favole che i giornalisti avevan raccolte senza discernimento sulle labbra degli emigranti e che tanti italiani avevano poi credute per quel bisogno che abbiamo un po’ tutti di veder nero nel mondo e di far la morale all’universo: occorre ricordarsi conversando con emigranti disgraziati che spesso essi sono un po’ fuori di sè, come egli stesso, il dottore, aveva detto. Ma il dottore non fu punto soddisfatto di questo piccolo trionfo della sua teoria; e sardonico mi disse che forse l’intendente era fuggito in Italia, perchè Orsola lo voleva sedurre: pronunciò poi una invettiva contro il Brasile senza badare al Cavalcanti e all’ammiraglio; io gli risposi e si accese fra di noi una disputa....

— Ma insomma — dissi alla fine — gli emigranti non diventano savi per lei che quando parlan male dell’America dove i più di loro trovan da campare? Io non so perchè tanti in Italia ce l’hanno a questo modo contro lo Stato di San Paolo.... In che cosa differisce dagli altri Stati dell’America — del Nord e del Sud? Ci son lì gli stessi vantaggi e gli stessi guai: annate buone e annate cattive; salari maggiori che in Europa, nelle annate buone specialmente; vita più solitaria, più rude, più esposta alle malattie; garanzie giuridiche meno precise che in Europa, ma in compenso una continua scarsità di braccia.... Farsi valere, a chi non ha che le braccia, è più facile che in Europa. Ma nello Stato di San Paolo in cambio c’è quel che forse non c’è in nessuna altra parte dell’America: c’è la possibilità di creare un centro di cultura, di lingua e di vita italiana: perchè gli Italiani ci sono più raccolti, meno dispersi che altrove; perchè ci si sono trovati già numerosi al momento buono, quando lo sviluppo incominciava.... È forse questa la ragione per cui San Paolo ha tanti nemici in Italia? Si informi da chi sa: quale è nell’America meridionale il mercato più facile e più largo per i nostri manufatti? Lo Stato di San Paolo. Quando il governo o la «Dante Alighieri» si decideranno a fondar nell’America qualche collegio italiano in cui i figli degli Italiani arricchiti possano essere educati, da dove dovranno cominciare? Da San Paolo! In qual punto dell’America le nostre banche hanno cercato di prender piede, tanto per cominciare? A San Paolo. Quale è lo Stato dell’America più aperto ai professionisti: medici, avvocati, professori, legisti? San Paolo: sempre San Paolo! Ma noi siamo un curioso popolo: ci lamentiamo sempre che tutto il mondo ci è chiuso; e poi, appena uno spiraglio si apre, voltiamo le spalle. Tutte queste cose, quanti le sanno in Italia? E tra quelli che le sanno quanti osano dirle? Tutti preferiscono di dar retta alle storie e alle storielle di Orsola, che ragiona come una donna del Medio Evo, perchè in America è capitata male. Ma il giorno in cui noi fossimo riusciti a rovinare lo Stato di San Paolo, anche l’Italia ci scapiterebbe — e parecchio! È questo che lei vuole?

— Io voglio — mi rispose secco, secco — che gli Italiani non vadano a prendere nelle fazende il posto degli schiavi....

— Se le dicesse un socialista, queste cose, le capirei. Ma lei? E non lavoran in tutto il mondo gli uomini sotto dei padroni? Vuol dire per questo che siano degli schiavi? Se gli emigranti italiani trovano più conveniente di andar altrove, padronissimi: ma scrivere e ripetere in tutta Italia che lo Stato di San Paolo è un inferno, o un pezzo di Medio Evo, solo perchè lì come dappertutto il popolo è sottoposto ad una disciplina che ha le sue asprezze, mi par troppo. E credo si farebbe bene a riflettere un po’ più, su queste cose, in Italia.... Adesso che tutti dicono di voler far sul serio e badare al sodo....

La disputa si riscaldava; e con molto tatto e abilità la mia signora intervenne a sviarla. Ricordò che Orsola era meridionale: poteva perciò parere una donna strana ed esser sospettata peggiore che non fosse, da chi non conosceva l’Italia del sud e il profondo perturbamento arrecato in quella dalla macchina. E ci raccontò che nel mezzogiorno, per secoli, le donne avevano seduto al telaio, acquistando in certe regioni grande riputazione, specialmente per i pannilana. Ma quando le fabbriche meccaniche straniere o del settentrione offrirono i panni poco costosi e dozzinali, e l’Italia meridionale ebbe ceduto troppo facilmente alla tentazione delle nuove foggie forestiere e alla attrattiva del falso buon mercato, le donne smisero di far battere il telaio casalingo e non poterono passare, come nell’Italia del nord, nella grande fabbrica. Furono quindi, là dove una certa antica fierezza di costumi non consentiva loro — e si può muoverne rimprovero a quelle popolazioni? — di sobbarcarsi ai pesanti lavori dei campi, condannate ad un ozio, che non è ultima cagione della profonda crisi che travaglia l’Italia meridionale.

— La donna del mezzogiorno — conchiuse — non è preparata all’emigrazione come quella del settentrione; in America spesso è di impiccio più che di aiuto al marito, perchè sa adattarsi meno al regime delle macchine, non è _débrouillarde_ abbastanza....

— Restino a casa, allora, e facciano partire i mariti: l’America non è fatta per gli oziosi — sentenziò asciutto l’Alverighi.

— Sicuro: — replicò pronto il dottore — perchè in America i mariti si piglino una nuova moglie e le loro mogli nel frattempo si tengano in esercizio, nel villaggio, con dei rimpiazzi! E poi il marito accorra dall’America e la scanni, o la moglie, non potendo più vivere con il marito quando torna pieno di vizi, gli somministri l’arsenico! Perchè quella bella malattia che lei sa, l’hanno portata nei villaggi dell’Italia meridionale gli emigranti, insieme con i pesos e i dollari....

— Ma insomma, — disse l’Alverighi — bisognerà pure che le donne si decidano: o ad accompagnare il marito in America o a restare a casa. Se non vogliono restare a casa, imparino a lavorare.

— Ma anche questo partito ha i suoi pericoli — intervenne la Gina. — Si rimprovera spesso alla donna del mezzogiorno la sua poca iniziativa e la sua inerzia. Ma la donna del settentrione che va nelle officine, che emigra, che sa adattarsi alla civiltà moderna, spesso ammala e muore. Come Maddalena e come le donne del mezzogiorno che seguono l’esempio del settentrione.... Quante ne ho viste, in Europa e in America! La donna è la principal vittima della civiltà meccanica!

— Come di tutte le civiltà, — disse il Rosetti. — E non è la vittima soltanto, ma anche il maggiore grattacapo. Perchè uno dei più spinosi problemi che ogni civiltà ha dovuto sciogliere, è proprio questo. Che cosa far fare alle donne oltre i figlioli? Niente? È troppo poco. Le stesse cose che fanno gli uomini? Ci sono altri inconvenienti.

— Sì, ma la macchina — osservò la mia signora — ha anche fatto più difficile il problema.

— Senza dubbio — assentì il Rosetti. — Nella furia di far quattrini e di conquistar la terra, la nostra civiltà dimentica forse un po’ troppo che il mondo si compone di uomini e donne.... E un’altra cosa, anche: che uomini e donne, dopo aver vissuto, devono morire.... Un passo, qualche volta, un po’ scabroso.... Un po’ di preparazione non sarebbe forse sempre inutile!

Ragionammo un po’ su questo punto; e un po’ scherzosamente si conchiuse che se non ci fossero le donne, gli uomini da soli potrebbero vivere tra i due mondi più comodamente e senza tanti guai! A mezzogiorno toccammo il 37º grado e il secondo minuto di latitudine, il primo grado e il 37º minuto di longitudine; e nel pomeriggio, mentre navigavamo in vista delle coste montuose e deserte della Spagna, la piccola società raccogliticcia, che si era formata in mezzo all’Oceano entro il «Cordova», incominciò a sciogliersi. Le amicizie strette in quelle due settimane si allentavano; i crocchi diradavano; ciascuno ricominciava a pensare ai bagagli, alla terra, alle sue faccende; al vasto mondo in cui ci disperderemmo tutti di nuovo tra due giorni per non ritrovarci forse mai più. L’ammiraglio non si fece vedere: incontrai solo per un momento l’Alverighi che con un fascio di carte in mano si recava dal Vazquez: il Rosetti stette nella cabina a scrivere: vidi invece il Cavalcanti, che solo non pensava alla terra e all’arrivo e ai bagagli, ma al discorso udito la sera prima. Ne parlammo a lungo, in faccia al mare azzurro e un po’ agitato: nella giornata piena di luce, ma velata all’orizzonte di freddi vapori; e ci confidammo, disordinatamente e vivacemente, i pensieri che erano nati in noi da quei ragionamenti.

— Ho capito finalmente — diceva il Cavalcanti — perchè l’Olimpo è un inferno! Perchè gli artisti, i letterati, i sapienti dell’Europa sono così nemici tra di loro, e ciascuno vorrebbe essere solo, anzi l’unico. Sono cose che in America — dove si vive nell’illimitato, solo per sfruttare una terra che è ancora più vasta e ricca delle nostre cupidigie — non si capiscono. La Bellezza e la Verità sono, sì, cose infinite: ma il numero di Bellezze e di Verità che riescono a farsi ammirare da una generazione o a convincerla, è limitato. Ogni Verità che riluce ne oscura mille altre che avrebbero potuto risplendere: ogni Bellezza che trionfa ne esclude dalla scena mille altre, che altrimenti avrebbero forse trionfato. Quindi l’arte la scienza la filosofia non possono essere che il campo chiuso di una guerra continua e feroce, in cui uno vive della morte di mille.... L’Alverighi ha ragione: chi vuol vivere in pace, vada a Rosario tra quei mercanti di grano! La cultura di un popolo non trionfa che difendendosi ed attaccando quella degli altri popoli....

— Le dica queste cose, a Roma, quando ci sarà.... Se almeno riescisse lei a farle capire!

— Pur troppo, non c’è gloria o grandezza che sia al sicuro da un assalto improvviso. Quanti secoli erano che gli uomini veneravano la letteratura greca e latina? Ora la cultura classica decade: e perchè? Perchè la letteratura greca e la latina non sono più i modelli ufficiali del gusto: perchè i tempi e gli Stati hanno riconosciuto a ciascuno il diritto di scegliersi il modello che gli piace — nella letteratura antica o nelle moderne — in Europa o in America — e magari anche nel futurismo.... E allora perchè dovremmo noi studiare la letteratura greca o latina più che la francese o l’inglese o la russa? Se domani scoprissero in Egitto le commedie di Menandro o tutte le tragedie di Sofocle, in nome di quale autorità potremmo impedire all’Alverighi di dire che a lui avrebbe fatto più piacere se Gorki avesse scritto un altro di quei suoi drammacci così brutti? La lotta è perenne....

Tacemmo, guardando il mare. I nostri pensieri vagabondavano per un mare anche più vasto di idee. Il Cavalcanti riprese, dopo un po’:

— Però, però.... Quanto è straordinario, prodigioso, unico addirittura il tempo in cui ci è capitato di vivere, però! Pochi se ne accorgono ma non importa.... L’uomo che per la prima volta tenta di vivere fuori dei limiti, non tenta forse addirittura di acclimatarsi nell’infinito? E se riuscisse in questa temerità sublime, come è riuscito in tante cose? La pace potrebbe regnare sulla terra e anche nell’Olimpo della Verità e della Bellezza.... Le Bellezze e le Verità si escluderebbero meno ferocemente.... La terra diventerebbe un Eden; e anche l’Alverighi potrebbe amarla tutta, come ama la sua Rosario. Un Dio che guidasse senza comandare, si chiami Dio, Ragione, Scienza....

— Dio non è Dio, che se comanda — interruppi brusco.

— E allora? L’anarchia ci aspetta, vortice inevitabile?

— Resta però lo Stato — risposi. — Si ha un bel ripetere che i principii liberali, lo spirito critico, le idee sovversive minano da tutte le parti lo Stato, fondato dalla Rivoluzione.... Ma paragoni lo Stato europeo ai grandi Stati mussulmani — la Turchia, per esempio — che pure posano sulla idea religiosa dell’autorità, e poi mi dica quale è lo Stato che può comandare e che sa farsi obbedire.... E questa potenza — ci pensavo proprio stamane — è l’effetto di una limitazione. Il signor Rosetti ci ha detto — ed è vero — che i limiti che l’uomo si è tolti dattorno, li ha piantati intorno allo Stato — alla autorità dei sovrani, dei ministri, dei funzionari.... L’ha limitata, questa autorità, un po’ con le leggi e le istituzioni e i principii di diritto pubblico, inventati per impedire allo Stato di maltrattare i cittadini: un po’ anche specializzando, moltiplicando nelle mani dello Stato gli uffici cioè gli strumenti di cui può servirsi. Uno strumento è anche un limite, tanto più preciso, quanto più lo strumento è perfetto: perchè il martello e la sega mi servono, sì, ma solo a picchiare e a segare; e non potrei con una sega picchiare e con un martello segare.... Insomma la autorità dello Stato non fu mai così limitata come oggi, in Europa e in America: e l’effetto è che lo Stato non fu mai così potente. L’autorità è oggi spezzettata tra un grande numero di persone; ciascuno ha il suo briciolo di potere e il suo ufficio delimitato; e questi limiti gl’impediscono così di troppo mal fare come gli dànno un appoggio a fare con risolutezza il suo ristretto còmpito: cosicchè i governi che si servono di questi strumenti nei limiti del loro ufficio, possono generare effetti stupendi! Abbracciare, muovere, dirigere uomini e cose, in tal volume e con tale forza, come non si vide mai. Guardi invece la Turchia.... Poche persone dispongono in alto di un potere illimitato, non solo perchè non ci sono principii di diritto pubblico che lo limitano, ma anche perchè gli organi dello Stato sono poco specializzati e di moltissimi il governo può servirsi a piacere. E quelle poche persone si trovano in un vuoto senza appoggi, quando c’è qualche opera importante da compiere: proprio come in Europa, ora, quando giudichiamo le opere d’arte.... Ha letto gli «Elementi di scienza politica» di Gaetano Mosca? Li legga: vedrà queste cose spiegate con singolare chiarezza, acume e profondità....

— Sì ma da dove viene la spinta che muove lo Stato moderno? Dal popolo, dalla nazione. Quindi lo Stato non può che restituire alla nazione la forza che questa gli dà. E come potrebbe dominarla, se questa si vuol ribellare? Quando lo Stato posava sulla tradizione, poteva trasfondere in una generazione una forza, poca o molta, che non riceveva da quella, ma dai secoli precedenti.