Fra i due mondi

Part 29

Chapter 291,886 wordsPublic domain

— Dunque — continuò il Rosetti — quel sentimento della verità che noi chiamiamo persuasione, è nato in me da una limitazione arbitraria, provvisoria e imposta a me in parte almeno anche da una volontà estrinseca. Quindi è una verità provvisoria e limitata. E tali sono — limitate e provvisorie — tutte le verità, anche le dottrine reputate più sicure delle scienze che sembrano più fondate sull’evidenza. No, la scienza non è falsa, è vera; ma non può scoprire che verità provvisorie: perchè sia che noi vogliamo sapere, che giorno è oggi o come è fatta la materia o come i pianeti si muovono o come lo stomaco digerisce o quel che successe venti secoli fa a Roma, non può nascere in noi persuasione se la mente ad un certo segno non cessa dal dubitare: e questo segno non è mai necessario, definitivo, immutabile, perchè in parte almeno è tracciato da forze estrinseche; dalla volontà di un’epoca o di una civiltà, talora; talvolta dalla stessa limitazione delle forze umane. Per quale ragione si vede ogni dotto ed ogni generazione di dotti fermarsi, cercando il vero, ad un certo punto? E giunti a quello non dubitano più, non vedono più i fatti che li contradicono, son sordi ai dubbi che qualche solitario mette innanzi troppo presto? Perchè soltanto quando una nuova generazione sorge, il dubbio ricomincia ad operare negli spiriti e l’ultimo limite del sapere può essere trasportato più lontano? Perchè l’intelligenza degli uomini e delle generazioni è limitata. Ed ecco per qual ragione le verità nascono le une dalle altre; ed ogni figlia nascendo uccide la madre che l’ha partorita e morirà a sua volta partorendone un’altra; ecco perchè noi possiamo affermare che ogni opinione la quale è stata sinceramente creduta vera per qualche tempo dal genere umano e lo ha fatto pensare, e ha figliato, era provvisoriamente e in parte vera; possiamo affermare che le idee di cui ci serviamo, ci servono e ci sono comode perchè sono vere, almeno parzialmente e nella parte in cui ci servono, e non già che sono vere perchè ci fanno comodo e servono. La geometria di Euclide serve a misurar la terra, perchè è vera: ed è vera sebbene non possa dimostrare gli assiomi da cui muove; e non li può dimostrare, questi assiomi, perchè anche la geometria deve a un certo punto cessar di dubitare e di frugare e di indagare e di chieder «perchè?» se vuole misurare la terra e non già diventare il venerato ma inutile piedestallo di glorie accademiche. Lo so: anche intorno a questo si può, volendo, sottilizzare, dubitare, inquisire, frugare, rimestare sino all’infinito; e gli spiriti inquieti e sottili che se ne dilettano abbondano oggi! La gnoseologia è alla moda! Io non me ne intendo; ma ragionando così all’ingrosso direi che il nostro pensiero è spinto dall’orgoglio, dalla curiosità, da un certo suo ardore generoso, come un pallone dal gas e dal vento, a vagabondare e sperdersi nell’infinito: ma la volontà è il robusto canape che lo trattiene in vista della terra.... Quindi se si suppone che fuori di noi una realtà esiste; che la verità è il sentimento mediante il quale a poco a poco noi quasi direi palpiamo e riconosciamo la realtà in cui viviamo, come un cieco le cose, via via nei singoli punti che la nostra mente tocca, uno dopo l’altro; se alla nostra smania di dubitare di ogni cosa o di voler tutto spiegare noi vorremo porre almeno il limite di questa ipotesi che non mi pare poi troppo irragionevole, mi sembra che noi possiamo collocarci da noi medesimi nell’Universo, in un posto abbastanza sicuro e comodo per volgere intorno, modestamente, gli sguardi, senza presumere della nostra ragione sino al punto di volerla perfino negare e annientare!

Tacque. Io volli tentare ancora una obiezione.

— Sia pure. Ma come si potrebbe dire che il sistema tolemaico è parzialmente vero? Del sistema copernicano, questo, lo capirei; ma del tolemaico no: è interamente falso.

— Se tu lo paragoni al sistema di Copernico, sì, ma no, se lo paragoni ai miti cosmici dell’antico politeismo che esso ha confinato nel regno delle favole: al mito di Atlante che regge sulle spalle il mondo, per esempio. Paragonato a questo mito, il sistema tolemaico conteneva una verità parziale e provvisoria: e cioè che questa gran notte fiammante di astri, che si distende sul nostro capo, è un tutto legato insieme, e che in questo tutto ci sono dei corpi che si muovono, secondo una certa legge. I Greci impicciolirono troppo l’universo? Si sbagliarono di grosso nel descrivere le posizioni e i movimenti rispettivi di questi corpi celesti? Poco importa: pensate alle fole che gli uomini avevano collocate per migliaia di anni nel firmamento, e vedrete che smisurato passo nell’infinito, verso la verità, fece la nostra mente, escogitando quella teoria. Raffrontate l’idea che è provata falsa a quella che la precedette e che essa ha sbugiardata, non a quella che la seguì o da cui fu convinta di errore, se volete scoprire quel che essa ha insegnato alla nostra ignoranza; se volete persuadervi che gli uomini con il tempo e studiando imparan davvero e imparano sempre, anche quando si sbagliano. Poichè non imparerebbero nulla, se le verità non stratificassero; se ogni generazione non facesse un passo innanzi nella realtà che la circonda; se tutte fabbricassero dei castelli in aria o disegnassero degli arabeschi convenzionali sulla faccia dell’universo. Se il sole può girare intorno alla terra e la terra intorno al sole, a nostro capriccio, come ci fa più comodo, non c’è progresso ma semplice passaggio e oscillazione e altalena da Tolomeo a Copernico, sul pernio dell’interesse e per una spinta estrinseca. Ma se con Copernico la mente umana ha fatto invece un altro passo nelle vie dell’infinito verso la verità, allora essa non potrebbe retrocedere se non con uno strappo e laceramento di sè medesima; allora la verità conquistata impedisce all’uomo di cercare il suo comodo ed utile in credenze che oppugnano quella: allora la gendarmeria celeste del politeismo antico non potrà più ritornare a dominare gli spazi infiniti; e il firmamento — si avvicinò al parapetto, si fermò e guardò in alto il cielo — ridiventa il primo e sublime sillabario in cui i nostri occhi hanno imparato a decifrare l’oscuro alfabeto della natura; la prima palestra ove il pensiero umano si è esercitato alla conquista della terra; il primo _perchè_? scritto dalla natura a caratteri di fuoco sul tetto dell’universo affinchè tutti gli uomini lo leggessero e si sforzassero di scioglierlo; il primo degli enigmi con cui essa ci attira sulle vie dell’infinito verso quella meta che ogni sera crediamo di avere raggiunta e recliniamo al sonno il capo stanco, lieti che il viaggio sia terminato; ma risvegliandoci poi al mattino freschi e riposati, vediamo che si è allontanata di nuovo, e ripigliamo l’eterno viaggio.... La Verità!

Non meno luminosa delle costellazioni che il Rosetti ci additava, rifulse ai nostri spiriti, nella notte oscurissima, questa risposta! Vinti ambedue tacemmo, camminando con in mezzo il Rosetti: io quasi lieto di averlo visto inchiodare di nuovo il sole — e con tanta scioltezza di braccio — al centro dell’Universo! Ma avevamo fatti pochi passi in silenzio che il Cavalcanti, fermandosi d’improvviso, verso il mezzo del ponte:

— Ingegnere, ingegnere, — disse a un tratto e vivacemente — ma alla sua parola mi par di veder rinascere e rivivere, qui sulle soglie del mare antico, quel mondo mediterraneo che anche io avevo dubitato talora — e Ferrero lo sa! — fosse spento e sepolto! Ma questa austera disciplina del pensiero, che vuol limitarsi per generar nel finito, con forza sicura e precisa, a simiglianza di chiari e definiti modelli, una dopo l’altra, le arti, i veri, le leggi, i costumi; e che non presume di risalire alla ultima fontana di tutte le cose, di sconfinar nell’infinito, di toccar il vertice dell’assoluto, di dar fondo all’universo.... Ma non è questo il pensiero che ha generata l’antica civiltà della Grecia e di Roma, quella dell’Italia e dei paesi latini sino alla Rivoluzione Francese? Il seme onde è nata la epopea, la tragedia e la scultura greca, la estetica e la morale di Aristotele, la politica e il diritto di Roma, l’arte italiana del Medio Evo, la filosofia della Chiesa cattolica, la scienza di Galileo, la religione di Pascal e il teatro di Racine e di Molière? Limitazione, concentrazione e disciplina: tale non è la forza intima di quelle prodigiose civiltà antiche i cui venerabili avanzi riempiono di stupore anche noi, lontani nipoti, pur superbi come siamo delle nostre ricchezze? Ed ora capisco, capisco! Quale immane sconvolgimento arrecò nel mondo la scoperta dell’America, la Rivoluzione Francese, la macchina, l’irrompere dei barbari nel campo dell’antica cultura!

Ma a questo punto il Rosetti si lagnò di sentirsi un po’ stanco, perchè avevamo camminato assai: ci pregò perciò di sederci. Ci sedemmo infatti a mezzo del ponte, su tre sedie, con la faccia alla notte ed al mare.

— E il mito di Prometeo e di Vulcano? — disse poi, d’improvviso, il Rosetti, dopo un momento di silenzio, sorridendo maliziosamente. — Lo abbiamo noi dimenticato? Ahimè: io temo invece che il mare in cui le sembra di entrare, il mare sulle cui rive Omero cantò e Fidia scolpì e Aristotele meditò; il mare che Roma incorporò nella sua grandezza; il mare su cui veleggiarono gli Apostoli spargendo la parola di Cristo; il mare in cui Venezia remota specchiò i suoi marmi; il mare che fu insanguinato dalle guerre della Croce e della Mezzaluna; il Mediterraneo degli antichi e dei poeti, è ahimè!, ho paura, un museo devastato dai barbari.... Gli Dei non hanno dato ascolto ad Apollo; e il vaticinio si avvera: unico Dio, anche sulle rive dell’antico Mare dalle cui schiume è nata Afrodite, ormai impera il Fuoco. Sì, certo: arricchire per arricchire è roba da pazzi — come dice il nostro dottore. Non occorreva esser Salomone, per confutare i brillanti sofismi dell’Alverighi. Eppure i nostri tempi vogliono arricchire per arricchire, lo vogliono e basta, come disse l’avvocato: anzi non vogliono ardentemente altra cosa. «Qua grano, ferro, lana, cotone, oro, argento, non sonetti e quadri, per saziare i popoli e le genti!» ci ha gridato in faccia, un giorno, a noi tutti esterrefatti, l’avvocato Alverighi. Una bestemmia ci parve, ed è e sarà sempre, a chi ripensi le glorie dei tempi che furono: ma volgiamoci invece verso le fameliche moltitudini che corrono su e giù per le vie del mondo, che fanno ressa alle porte delle città, delle officine, dei cantieri, delle banche, degli uffici, e nei porti dell’Europa da cui si salpa verso l’America.... Non stancarti, Ferrero, di ripetere queste cose alla tua signora, che vuole scrivere un libro contro le macchine.... C’è oggi genio, filosofia, religione, partito, Stato — potentato umano o divino — che se la senta di affrontare questa fiumana di cupidigie e di ritorcerla verso le sorgenti? Che non sia sicuro, se lo tentasse, di essere travolto come un rottame di ghiaccio nei gorghi del Niagara invernale? Il mondo la vuole, questa vana abbondanza; e vuole che progresso sia l’accrescere la ricchezza; e quindi la potenza e la velocità di tutte le macchine a cominciar dai transatlantici, come dice il Vazquez: lo vuole e basta. A dimostrare che questa definizione del progresso è arbitraria, contradittoria, rovesciabile, come tutte le definizioni del resto: ci vorrebbe poco. Ma a che gioverebbe? Essa sta incrollabile nella mente dei moderni come la colonna Vendôme.... Persuadete il Vazquez, se vi riesce, che è in errore!

— E quindi — sospirò di nuovo il Cavalcanti — l’America, la Rivoluzione Francese, la macchina hanno rimbarbarito il mondo....