Fra i due mondi

Part 30

Chapter 303,218 wordsPublic domain

— Hanno generato un secolo senza limiti e perciò senza appoggi, nel quale l’uomo procede come un gigante che vacilla a ogni passo — rispose il Rosetti. Poi tacque, per un istante pensoso, guardando la notte, mentre il mare squarciato ripigliava a muggire, invisibile. Riparlò poi lento, lento: — L’America, la Rivoluzione Francese, la macchina.... La signora Ferrero l’aveva già detto.... Vi ricordate invece lo strano discorso dell’avvocato, quella sera in cui ci raccontò la sua vita? La storia si è sbagliata sino alla scoperta dell’America! Ma che cosa è dunque successo nel mondo, dopochè abbiamo scoperta l’America, se delle persone intelligenti e istruite possono affermare, le une che abbiamo finalmente trovata la nostra via, le altre che l’abbiamo smarrita? Ma che cosa ha fatto Cristoforo Colombo; e dobbiamo, sì o no, collocarlo in paradiso? Sì, certo: Cristoforo Colombo fece un passo ardito.... Oltrepassò un limite! Il limite era piccolo, piccolo.... Ma la nostra civiltà l’aveva sempre rispettato: per secoli e secoli, come disse l’avvocato, essa si era rintanata in questa buca del Mediterraneo — termine invalicabile del mondo le Colonne d’Ercole che abbiamo attraversate poco fa.... Ed ecco, un giorno, l’«uomo più che divino», lo varcò, questo limite, e sconfinò nell’Atlantico con poche navi.... Il Caso o la Provvidenza o la Ragione della storia vollero che nell’anno in cui Cristoforo scopriva l’America, avesse diciannove anni Copernico, che di là a qualche tempo doveva, da una piccola città della Polonia, saltare i termini tracciati da Aristotele e da Tolomeo all’Universo e sconfinare anche lui, ma con la mente, nell’infinito..... Cosicchè nel corso di poche generazioni, l’Europa vide — tra stupefatta, pavida e esultante — pochi arditi oltrepassare i due termini che l’antichità aveva considerati inviolabili; e non soltanto non perire, ma ritornare con un ricco bottino di terre e di astri.... E allora molti si slanciarono — c’era da aspettarselo! — sulle traccie dei primi sconfinatori; e nuove terre emersero da ogni parte sull’Oceano; nuovi astri apparirono da ogni parte nell’infinito; nuove idee, nuove ambizioni, nuove cupidigie nacquero nelle menti dalle prime avventure e dalle prime vittorie. La terra era dunque più vasta e più ricca, l’ingegno dell’uomo più possente, che gli antichi non avevano pensato? Senonchè più gli uomini si facevano arditi o ambiziosi sconfinando sul globo e nell’Universo, e più si sentivano impacciati da altri limiti: tracciati questi non più sulla terra, e nello spazio, ma tra uomo e uomo e nella mente di ognuno; e che sorgevano fitti fitti da ogni parte, a indicare i confini del Vero e del Falso, del Bene e del Male, del Bello e del Brutto. Quanti erano e tutti inviolabili! La Famiglia, la Scuola, lo Stato, l’Accademia, gli Antichi, la Tradizione, il Costume, la Povertà, la Legge, il Patibolo, il Re, Aristotele e Dio: Dio soprattutto, il più antico augusto ed universale dei Limiti! Lei ha ragione, Cavalcanti: limitazione, concentrazione e disciplina: il mondo visse sino alla scoperta dell’America entro questo triangolo: e il mondo antico, che è stato l’oggetto dei tuoi studi, Ferrero, fu, a confronto del moderno, sopratutto un mondo chiuso, limitato cioè da tutte le parti. Il che potrebbe spiegare all’Alverighi, per qual ragione la storia si sarebbe sbagliata sino alla scoperta dell’America; e perchè gli antichi fecero morire Anteo, il vecchio mondo, sulle sponde dell’Atlantico. Ma come potevano gli antichi dilagare sulla terra tutta quanta, chiusi come erano da ogni parte in quei limiti? Approfondire, dovevano per necessità, non potendo allargarsi: creare arti, filosofie, religioni, non potendo conquistare la terra! Ma man mano che le navi salpavano a scoprire o a popolare nuovi paesi, e i cannocchiali frugavano gli spazi siderei, e le prime ricchezze dell’America giungevano in Europa, e le nuove ambizioni e cupidigie si rinfocolavano negli animi, la mente dell’uomo prendeva coraggio a osservare, ad uno ad uno, anche i limiti posti a segnare i confini del Bene e del Male, del Vero e del Falso, del Bello e del Brutto: se erano saldamente piantati, se non si potessero trasportare altrove e collocarli meglio: tutti e anche — anzi, sopratutto — quello che era il più universale, il più antico ed augusto dei limiti: Dio! L’uomo incominciò a bramare non più solo la Ricchezza, ma anche la Libertà; inventò le macchine, perfezionò le scienze; osò chiedersi se il nuovo, solo perchè nuovo, non fosse migliore dell’antico; farneticò di bellezze ancora non vedute che non rassomigliassero a nessun conosciuto modello, ordini sociali che si reggessero al di fuori di ogni limitazione convenzionale e in cui il dovere diventasse diritto; pretese di rendere a sè medesimo ragione di tutto, anche di sè e del suo pensiero; immaginò parecchie filosofie sottili, che sotto pretesto di collocarlo nel posto di onore, trasportassero ai confini dell’infinito rivelato da Copernico, là dove non potesse disturbare nessuno, il più universale antico ed augusto, ma anche il più incomodo dei Limiti.... Gli antichi non si erano sbagliati e la Chiesa sapeva quel che si faceva, condannando Giordano Bruno e Galileo: Dio doveva passare un brutto quarto d’ora, il giorno in cui il vortice dell’infinito travolgerebbe la terra come un granello di polvere! L’uomo insomma cominciò a diventar ricco e sapiente: e per ciò superbo, ambizioso, intrattabile e insaziabile, come ha detto la tua signora.... Sinchè un giorno.... Che terremoto! Al suono della «Marsigliese», sulle rovine della Bastiglia, sui campi di Marengo e di Austerlitz, l’opera iniziata da Colombo e da Copernico, continuata da Galileo, da Descartes, da Voltaire, da Rousseau, da Kant fu compiuta: l’uomo si levò, strappò e rovesciò tutti i limiti antichi, e i nuovi li piantò egli con le sue mani; a suo piacere, e non solo a sè medesimo, ma anche alle autorità del Cielo e della Terra, che sino allora glieli avevano imposti: li piantò radi radi e bassi bassi a sè medesimo, fitti fitti ed alti alti intorno allo Stato: limitò da tutte le parti l’autorità e liberò sè più che potè; quanto a Dio, seguì il consiglio dei suoi grandi filosofi. Lo traslocò ai confini dell’infinito! E allora incominciò la straordinaria avventura di cui noi siamo testimoni: ricca, sapiente e libera; armata di fuoco e di scienza; padrona di tanta parte della terra e in questa di un continente così vasto e ricco come l’America; non impacciata quasi più da alcun limite, non dallo spazio, non dal peso, non dalla materia e dalle sue leggi che essa ha vinte con le sue scoperte e le sue macchine, non da Dio che ha deportato nell’infinito per restar essa sola signora della piccola terra, la civiltà nostra sconfina da tutte le parti, travolta come da una ebbrezza dell’illimitato.... Sì, l’Alverighi ha ragione: ognuno di noi è un semidio a petto degli uomini che vissero al tempo di Dante e di Cesare. Noi abbiamo trasecolato a sentire la storia dell’Underhill e del Feldmann. Passi ancora per Underhill: quello lì, almeno, era un uomo indiavolato, un d’Artagnan degli affari. Ma l’altro! Che un uomo pauroso, incerto, sofistico — ultimo rampollo di una vecchia razza randagia — rincantucciato nel suo studiolo di New-York, arzigogolando, scrivendo, telefonando e telegrafando, abbia potuto raccogliere in pochi anni tante ricchezze! Neppur sua moglie riesce a capacitarsene; e quasi quasi protesta! Ma il miracolo è oggi la trama della esistenza quotidiana. Noi viviamo tutti nel mondo delle fiabe e dei miti. Io getto una lettera in una buca; e con quella piccola spinta la fo volare in capo al mondo. In una stazione un convoglio pesantissimo aspetta; e un uomo solo, muovendo con un dito una leva, se lo trae dietro, docile docile. L’uomo che sgolandosi non riesce a farsi sentire a cento passi, stacca un manubrio e parla e intende a mille miglia. Ognuno di noi compie oggi cento miracoli al giorno; e in che modo e per qual ragione? Perchè abbiamo osato oltrepassare tutti i termini, innanzi ai quali i nostri padri avevano indietreggiato. La terra oscura e fredda, in cui i nostri padri accendevano a fatica qua e là pochi focolari, divampa oggi tutta come un vulcano dai mille crateri; arde il fuoco in ogni parte, pronto a tutti i nostri bisogni e capricci, ad esuberanza, quasi senza limite; e i miracoli si moltiplicano; e l’abbondanza dei beni è così grande che alla ripartizione ne tocca a tutti più del meritato, anche se molti riscuotono meno del desiderio e perciò si credono derubati. Ma che cosa sono i cento milioni del signor Feldmann e i cinquecento di Underhill, se non particelle delle spoglie opime conquistate sfruttando illimitatamente, con il fuoco, l’America? Senza le ferrovie, non si potrebbero mettere a frutto paesi così immensi come l’Argentina, il Brasile, gli Stati Uniti; chi possiede le ferrovie è laggiù un sovrano, l’arbitro dei tesori, il depositario delle chiavi della prosperità. Le ricchezze del signor Feldmann confermerebbero dunque tutt’al più quel che ho sempre pensato: che gli Stati d’America — nel Nord e nel Sud — hanno commesso un grave errore abbandonando le ferrovie ai privati invece di farne la proprietà della nazione come in Europa sono le strade. Ma io divago.... Dicevo dunque.... Ah sì: oggi ognuno di noi è proprio un semidio, come vuole l’avvocato. E all’uomo, inebriato di questa potenza, chi oserebbe affermare che accrescerla ancora e con la potenza la ricchezza non sia bene, e quindi progresso? E che il pane abbondi, che il fuoco abbondi, che abbondino l’oro ed il ferro; che noi possiamo attraversare più veloci lo spazio con il pensiero e con il corpo? Senonchè, senonchè.... Ecco che un periodo nasce; una contradizione spunta; un tormento incomincia. L’uomo che ha oltrepassati tutti i limiti, non rischierebbe per caso di smarrirsi nell’illimitato? Se tutte queste cose sono un bene e progresso, e se noi le vogliamo, noi dobbiamo esser disposti a pagarle; a pagare le rapide fortune che alcuni di noi — il Feldmann e l’Alverighi, per esempio — stanno facendo; a pagare la velocità del treno, dell’automobile, dell’areoplano, del telegrafo; a pagare tutte le profusioni e tutte le comodità del mondo moderno — la luce, il calore, il fresco, la notizia pronta al nostro desiderio — a prezzo di quella mediocrità che invade tutte le cose.... Se gli uomini desiderassero ancora nelle case, negli arredi, nelle vesti, quella studiata bellezza che la lunga disciplina della mano aveva saputo infondere sino alla Rivoluzione Francese, come potrebbe diluviare sul mondo la abbondanza dozzinale e spicciativa della macchina? Le orde sbarcate da ogni parte di Europa, impazienti di conquistare il vello d’oro, avrebbero potuto ampliare così rapidamente alle foci dell’Hudson, in cinquanta anni, la città che noi non sappiamo decidere se sia bella o brutta, se avessero voluto osservare scrupolosamente le regole architettoniche formulate da Giovan Battista Alberti? Nel secolo del progresso tutti si lagnano che tutto decade: gli operai, gli insegnanti, i soldati, i pubblici funzionari: e perchè? Perchè ne cresce la quantità. Per soddisfare questo insaziabile secolo e per tener dietro alla corsa del progresso, occorrono oggi tanti operai, tanti maestri, tanti soldati, tanti funzionari che i padroni come gli Stati non possono più scegliere con rigore: devono accettare insieme buoni, mediocri e cattivi; e quindi i buoni, che sempre son pochi, si perdono in mezzo ai più, che sono sempre mediocri. La quantità vince la qualità. Deteriori dunque il mondo purchè progredisca.... Ma sino a qual punto? Sino a che punto dobbiamo noi pagare la quantità a prezzo di qualità? Sinchè ogni differenza di qualità tra le cose si riduca ad esser la più piccola che si possa imaginare? In altre parole: deve esserci un criterio qualitativo che sia la misura della quantità: o per parlar più alla buona, deve esserci un limite ai desideri degli uomini e alla quantità delle ricchezze: e se ci deve essere, quale è? Un limite estetico? Un limite morale? Quali sono i bisogni legittimi; o a che punto incomincia lo spreco? Apollo lo chiede in mezzo alle rovine dell’Olimpo cantato da Omero; e non ai congressi dei filosofi, ma alla volontà della nostra epoca. Noi dovremmo volere un criterio per distinguere il consumo legittimo dallo spreco e dall’orgia, volere un limite della quantità: volerlo e basta. Ma, ahimè, noi abbiamo oltrepassati tutti i termini; e là volontà dei nostri tempi vacilla nell’illimitato; non sa risolversi; vuole e disvuole: a volte rammarica addirittura che una melmosa abbondanza copra il mondo guastando le arti, le fedi, le virtù del passato e quasi bestemmia il progresso: ma poi non sa frenar le sue voglie e si ributta nell’orgia. Onde noi non possiamo godere le immense ricchezze accumulate; e queste van diventando la nostra croce. Ed eccolo il segreto e spietato tormento dei due mondi tra cui navighiamo e di tutta la civiltà delle macchine: è questa incertezza, il non saper come distinguere spreco e consumo, la lotta continua e sempre indecisa tra la quantità e la qualità. — Tacque un istante, pensando; poi ripigliò: — Vi ricordate come l’altra sera io confrontai, discutendo del progresso, gli Stati Uniti e la Francia? Voglio ora confrontarli di nuovo, ma questa volta sul serio, per opporre l’uno all’altro i due tormenti e i due mondi: quantità e qualità. Sfogliate le statistiche dell’ultimo cinquantennio: confrontate quanti erano e quante ferrovie possedevano gli Americani cinquanta anni fa ed ora; e quanto oro, rame, ferro, argento, cotone, cereali, petrolio cavavano dalla loro terra e quel che fabbricavano.... È storia contemporanea o non sono addirittura i Saturnali della quantità? Si è veduto mai un popolo salir di corsa, a quel modo, a quattro a quattro, i gradini della fortuna? Eppure, eppure.... Eppure l’America non è soddisfatta. Ma perchè tanti vanno ripetendo in Europa che gli Americani non pensano che a far quattrini? Ma se non passa giorno che non tentino di creare qualche nuova religione; se non c’è modello di arte o di eleganza che non si sforzino di appropriarsi, di capire, di imitare — dai quadri italiani alle ceramiche giapponesi, dalle scuderie inglesi alle foggie parigine, dall’opera italiana a tutte le architetture del mondo, dalla tua storia romana, Ferrero, alle Università dell’Europa, dal vedantismo dell’India al socialismo e all’imperialismo dell’Europa, dallo spiritismo al sionismo, dall’intellettualità allo snobismo! Ma c’è forse paese al mondo, che si inginocchi con più mistico fervore innanzi alle divinità dell’Arte, della Scienza? Che sia tormentato da un più inquieto bisogno di migliorare tutte le cose; e che per migliorarle più solleciti, brughi, disturbi il Cielo e la Terra? Dove le classi medie spendano tanto denaro, faccian tanti debiti e si angustino di più per imitare i modi e i lussi dei ricchi? Per guardare attraverso qualche spiraglio socchiuso nell’Olimpo della ricchezza? Gli Stati Uniti sono la terra classica dello snobismo, ammettiamolo pure: ma per quale ragione? Perchè in mezzo alle loro faccende un bel giorno gli Americani hanno dichiarata la guerra alla Spagna? Che cosa cerca l’America con tanto affanno nelle idee mistiche, nelle guerre, nelle dottrine filosofiche, nelle istituzioni, nei costumi, nelle eleganze dell’universo e perfino nella «Christian Science», che Dio le perdoni! Che cosa cerca nelle botteghe degli antiquari d’Europa il signor Feldmann e con lui la turba dei ricchi americani che hanno fatto tanto rincarare le anticaglie del vecchio mondo? Un criterio di qualità! Perchè la quantità sola non basta, e sazia, e non la signora Feldmann soltanto, ma tutti gli uomini e quindi anche gli Stati Uniti. Perchè una civiltà non è che un sistema di criteri di qualità, di «étalons de mesure» come dicono in Francia. Perchè gli Americani, dopo avere con tanta foga e prestezza, tratta dalle viscere della terra quella immensa ricchezza, la devono anch’essi tradurre in qualità: in Bellezza, in Virtù, in Eleganza, in Sapienza, in Gloria, in Grandezza! Se no, era inutile produrla! Ma manca il punto d’appoggio: manca il tempo e la calma; ci son troppi modelli, e manca la discrezione e il discernimento che abbiamo visto essere la regola del progresso artistico; mancano insomma i limiti e quindi i criteri per scegliere, e l’atto di volontà e la forza sovrana che li imponga; non c’è ancora e credo non ci potrà essere sinchè il Fuoco sarà il solo Dio, tradizione, disciplina, continuità sì nel fare che nel godere; ma in tutto, nell’arte come nella politica, nella scienza come nella religione, delle voghe passeggere e furiose, delle febbri violente ed efimere, come quelle del signor Feldmann che irritano tanto la sua signora! Invano la quantità smania di tradursi in qualità sinchè non sappia limitarsi! Gli Stati Uniti ricevono da tutti i tempi e da tutto il mondo filosofie, arti, religioni, dottrine, idee, perchè ancora non sanno scegliere: come il signor Feldmann, che si è americanizzato, direi, più della moglie. Scavalchiamo ora l’Oceano; e vedremo la qualità che resiste per non sciogliersi tutta in quantità. Facendo la Rivoluzione, la Francia ha ferita a morte quell’antica civiltà limitata che si sforzava di perfezionare la qualità più che di accrescere la quantità delle cose. L’ha ferita, è vero — non intenzionalmente, non dolosamente, direbbe un giurista — mirando e pensando ad altro, tanto è vero che essa ha sempre aspirato e aspira ancora — sola forse nel mondo — a valere e farsi valere più per la qualità che per la quantità.... Ma l’eccellente non si può moltiplicare così presto e facilmente e in così larga misura come il mediocre.... Ed ecco il popolo che non tremò innanzi all’Europa in anni, che osò sfidare Dio e insediare sul suo trono la Ragione, eccolo esitare, inquietarsi, quasi impaurirsi perchè i numeri ingrossano più rapidamente nelle statistiche dei suoi vicini che nelle sue; e non sa se decade o va innanzi agli altri; ora è fiero, ora si scoraggia; si sente solo a volte e si chiede: che fare? Resistere sino all’estremo contro l’universale trionfo della quantità? fare come gli altri, americanizzarsi? Quando nelle mie corse solitarie per il mondo capito a Parigi, spesso risalgo al tramonto la Avenue des Champs Elysées dal Louvre verso l’Arco del Trionfo.... Anche voi, credo, conservate indelebile nella memoria l’imagine di quell’ora.... Io mi ci sento come piccolo piccolo sopra una immensa via maestra della storia e del mondo; e mi pare che gli uomini che mi passano accanto su quella vengano da ogni parte della Terra, per recarsi a lontani ed arcani destini.... Ma sai tu qual pensiero spesso mi assale e mi inquieta, da qualche tempo, sui Campi Elisi, in mezzo a quel veloce e infaticabile trascorrere e balenare di moventi eleganze, sotto l’ultimo raggio del sole? Penso al ferro che Vulcano fucina in Germania! Un milione e mezzo di tonnellate nel 1870, due nel 75, tre nell’80, poco meno di cinque nel ’90, otto e mezzo nel ’900, undici nel ’905, poco meno di quindici nel 1910! Amici miei, tra Apollo e Vulcano, da quel giorno in cui Apollo pronunciò il suo discorso nell’Olimpo, è incominciata la guerra che infuria oggi nel mondo. Chi vincerà? È il ferro un metallo prezioso davvero! Se ne fanno ferrovie e macchine: se ne fanno cannoni, navi e fucili. Ma ingombrare il mondo di ferro fino a scacciarne la bellezza e tutte le prove della propria eccellenza che la mente umana può fare, che altro è se non rimbarbarirlo? Chi vincerà, Vulcano od Apollo? La quantità o la qualità?

Tacque di nuovo. Soggiogati da questa luminosa concatenazione di profondi pensieri, noi pure tacemmo, quasi rispettando la sua meditazione. Sul ponte deserto, alla fioca luce delle lampade, passò, in punta di piedi, senza romore, un marinaio. L’Oceano riprese a scrosciare come una cascata nella notte. Quanto tempo passò? Alcuni minuti forse, lunghi e raccolti: sinchè il Cavalcanti a bassa voce, forse per sospingere di nuovo il discorso, quasi timidamente:

— Vulcano.... ho paura, — disse.