Fra i due mondi

Part 28

Chapter 283,359 wordsPublic domain

— Questi sono i teneri affetti — conchiuse — del popolo sovrano, come dicono i socialisti. Cose da pazzi! È inutile; dite quel che volete, ma il popolo è cattivo e l’emigrazione lo peggiora. Non si può vivere a cavalcioni dell’Atlantico: bisogna decidersi! O di qua o di là, una, buona volta!

Io chiesi allora per qual ragione si fossero picchiati anche Antonio e l’abruzzese, che martedì erano ancora amici, e per qual ragione il pubblico fosse così ostile ad Antonio. Mi rispose che Antonio aveva difesa Maria e l’abruzzese Orsola; e quanto all’impopolarità di Antonio:

— Lo tengono — disse — in quel conto che merita.... Quella storia della moglie non piace. Per quanto l’America li abbia tutti guasti e corrotti....

— Ma come l’hanno saputa? — chiesi io.

Si strinse nelle spalle:

— Tutto si sa, alla fine!

Ma l’argomento di quelle baruffe pareva al Cavalcanti e a me sbiadito, a petto dei ragionamenti della giornata. Lo lasciammo presto per ritornare a questi.

— Avvocato, avvocato, — disse il Cavalcanti all’Alverighi, — ma dove è stato lei, oggi? Che bella occasione ha perduto!

— Siamo alle porte dell’Europa, — rispose l’altro ridendo. — E devo pensare ai casi miei.... Tutto il giorno abbiamo lavorato, con il signor Vazquez, al rapporto per i banchieri di Parigi!

E di fatti, durante il pranzo, confabulò quasi solamente e sottovoce con il signor Vazquez, in spagnuolo, ogni tanto tirando fuori da una tasca o dall’altra delle carte, mostrandole al suo amico o scrivendoci sopra con la matita. Cosicchè prestò scarsa attenzione al discorso che il Cavalcanti avviò allora di nuovo.

— Dunque siamo d’accordo, ingegnere. L’arte muove sempre da un principio limitato, e in questo senso convenzionale. Forse qualche grande artista privilegiato, ogni tanto, crea dei principii che gli sono propri, ed ha tanta forza da imporli, solo o quasi, ai contemporanei ed ai posteri.... Dante, Michelangelo, Victor Hugo, Rodin.... Ma sono pochi.... E non l’arte sola, del resto. Anche il diritto, per esempio. Ferrero l’altra sera ha un po’ canzonato il diritto. Ma ci pensavo questa mattina: il diritto, la legalità, l’ordine non sono forse convenzioni limitate? Intorno al giusto e all’ingiusto non finirebbero più le dispute e i dubbi: se un atto della «volontà grande» come lei dice — Dio o lo Stato — non ponesse e imponesse dei principii limitati e convenzionali del giusto, che sinchè sono in vigore valgono come misura indiscutibile della ragione e del torto. A noi pare strano che le monarchie assolute riconoscessero al re il diritto di governare per la sola ragione che si supponeva fosse figlio di suo padre. Ma e i principii su cui posa il regime parlamentare? sono forse più ragionati? Un uomo o un partito diventano capaci di governare uno Stato, solo perchè la maggioranza del Parlamento dice di sì? Ma ogni uomo e partito si reputa in buona fede il più degno di governare: e bisogna pur stabilire una regola per scegliere, se non si vuol decidere a pistolettate. E la diplomazia che cosa fa? Che cosa facciamo noi se non stiracchiare e sofisticare certi principii convenzionali — diritto internazionale, si chiama, tanto per dargli un bel nome — sinchè un atto di volontà, una guerra cioè, non ce ne impone di nuovi? Così pure il Galateo, il Cerimoniale, il Codice Cavalleresco, le decorazioni, i titoli, le Accademie.... Siamo dunque d’accordo. Senonchè, ingegnere, mi permetta di ricordarle che tutti questi principii, essendo limitati, si esauriscono e quindi devono essere ogni tanto rinnovati. Non fo che ripetere le sue parole.... Ogni popolo dunque deve ogni tanto risvegliare le sue formule: estetiche, morali, giuridiche. Orbene: non sarebbe questa la ragione per cui ogni tanto noi cediamo alla tentazione, come diceva lei, di voltarci indietro a vedere la forza che ci muove? I nostri tempi sono più plastici degli antichi: perchè? Paragonate le civiltà, indiavolate come la nostra, che abusano, se volete, di filosofia e di critica, con la stagnazione delle società mussulmane, in cui lo spirito critico e filosofico non ha potuto nascere. Lo spirito critico, e la filosofia che ne è l’organo, sarebbero insomma la prima fonte del progresso....

— Sì, se il progresso esistesse. Ma si ricorda quanto abbiamo disputato invano, per sapere che cosa è? — disse il Rosetti, levandosi.

Il pranzo era terminato. Prendemmo cappotti e berretti, ed uscimmo a fumare sul ponte. I marinai ci dissero che eravamo in pieno Mediterraneo: ma invano guardammo per rendercene conto nella notte oscura e impenetrabile. Non faceva però troppo freddo; e incappottati potemmo piacevolmente passeggiare conversando, il Rosetti, il Cavalcanti ed io: chè l’Alverighi era partito con il Vazquez. E il Cavalcanti riprese il suo discorso, osservando che senza dubbio non era facile definire il progresso; ma non gli pareva potesse mettersi in dubbio che la plasticità dei nostri tempi fosse una virtù a paragone delle rigide civiltà antiche. Quindi noi abbiamo ragione di definire progresso la facilità in cui siamo venuti di creare e accogliere nuove verità e forme di bellezza, idee e principii nuovi di morale; accrescendo la varietà del mondo, che il Rosetti aveva detto essere la ragione stessa del progresso.

— Sì e no — rispose lentamente il Rosetti. — Sì, se le forme e i principii nuovi prendono posto accanto agli antichi: no, se li cacciano via, come vecchi servitori fatti inabili dall’età....

La frase non era chiara e chiedemmo dilucidazioni. Il Rosetti continuò:

— Se il progresso non è una illusione, dovrebbe esser qualche cosa, una forza o una legge, per cui il mondo sarebbe come il vino: migliorerebbe con il tempo. Ora io non riesco a imaginare come il tempo possa migliorare il mondo, se non quando penso che l’uomo scopre o crea senza riposo, di generazione in generazione, nuove Bellezze, nuove Verità e nuove Virtù: cosicchè le generazioni seguenti possono possedere e conoscere un numero maggiore di modelli, se sanno conservare tutti o in parte quelli che le generazioni precedenti crearono. Solo così, mi pare, noi riusciamo a saldare insieme, nel principio del progresso, la quantità e la qualità. Perchè «multa renascentur quae jam cecidere», come dico Orazio: idee, sentimenti e forme d’arte? Perchè, per non citar che un esempio, Teocrito ha potuto rinascere in Virgilio; Teocrito e Virgilio nel Tasso e nel Guarino; e tutti e quattro nei poeti pastorali francesi del secolo XVIII? O per qual ragione tanta parte dell’antica morale ebraica rivisse nelle prime sette protestanti? Perchè un principio esaurito è come una terra spossata; può ripigliare vita e vigore, dormendo qualche secolo; purchè se ne conservi il ricordo. Quindi più tardi uno nasce e meglio capiterà in questo basso mondo; perchè troverà nella tradizione un maggior numero di modelli e principii addormentati aspettanti il risveglio. Lei mi dirà che non tutti i principii d’arte e di morale possono rimetter foglie e frutti tali e quali. È vero. Noi non potremmo riedificare nè il Partenone nè il Pantheon nè il Duomo di Siena, nè il Camposanto di Pisa, nè il Palazzo Vecchio, nè il Colonnato di San Pietro. E tanto meno poi potremmo rifare la città antica o l’impero romano o il Cristianesimo o la Rivoluzione Francese. Ma noi possiamo capire, ammirare, studiare, inspirarci a tutti questi monumenti, come comprendiamo e godiamo la ceramica greca e la cinese, anche se non sappiamo più rifarle: ma noi abbiamo trasfuso nelle nazioni moderne il patriottismo, l’amore civico, l’eroismo della città antica; quel rispetto della legge e quell’odio della prepotenza che i giuristi hanno infiltrato a poco a poco nel sangue turbulento dei barbari; la misericordia, la dolcezza, l’orrore dei diletti crudeli, insegnato da Cristo; il sentimento dei diritti dell’uomo, creato dalla filosofia del settecento e dalla Rivoluzione Francese. Dunque il progresso non sta solo nel crear nuove verità, nuove arti o nuove virtù, ma anche nel conservarle di generazione in generazione, — e il conservarle dovrebbe essere (e si volse a me) il principale vostro ufficio, signori storici — nella misura del possibile almeno. Il conservare dunque, e non, come oggi si crede dai più, il distruggere sarebbe condizione necessaria del progredire. Perchè se gli antichi principii sono tolti di mezzo, c’è trapasso, ma non guadagno o progresso, non essendoci modo di dimostrare che i nuovi sono da più degli antichi....

— Ma allora — obiettò il Cavalcanti — per progredire occorre non già limitarsi, ma allargare i limiti, lo stretto, il canale quanto più si può....

— Naturalmente: perchè l’infinito preme sull’angusto canale della nostra mente e lo sforza. Allargare i limiti, sì: distruggere le sponde del canale, no, però....

— Sia pure — replicò il Cavalcanti. — Ma lei viene ora a darmi ragione: noi dobbiamo sforzarci, perchè l’arte progredisca, di aver nervi per tutte le arti e tutte le scuole; di distendere quanto più possiamo.... la nostra, facoltà di capire e di godere, con tutti i mezzi, anche con l’Estetica quindi.

— Con discrezione e discernimento, le dissi l’altro giorno e le ripeto oggi.... Conservare e conoscere quanti più modelli è possibile, sì. Ma non crearne troppi e troppo in fretta; nè mutarli troppo spesso; nè farsene un bersaglio, per divertirsi a rovesciarli e a raddrizzarli; nè scoprire ogni sei mesi il modello impareggiabile che rinnoverà il gusto del mondo; e non figurarsi neppure che un’opera d’arte possa e debba diventare un modello solo perchè oggi ci arreca piacere o magari ci manda in visibilio; sopratutto non confondere i modelli: non paragonare un dramma a un modello lirico, una scultura a un modello musicale. Il bello nasce da una limitazione; _ergo_, ogni modello non vale e i confronti non son possibili che per opere e fra opere le quali prendano le mosse dalla medesima definizione prima e limitata del bello. Paragonate tra di loro le architetture classiche, le gotiche, le barocche; non le barocche con le gotiche o con le classiche. Occhio all’Estetica dunque: e non diamo retta all’Alverighi che vuol che l’arte sia solo un godimento dispendioso, come lo Champagne e i sigari d’Avana. Anche nell’arte c’è la plebe e ci sono i grandi.... C’è un’arte spicciola, caduca, il cui ufficio è dilettare e servir di passatempo; la commedia divertente, il romanzo che si legge in treno o in campagna, il concerto, il disegno del mio vestito.... Ha il còmpito suo anche quest’arte; e per questa riconosciamo pure agli uomini quel diritto che l’Alverighi rivendicava per il nostro secolo in tutte le arti: il diritto di godersi il bello ciascuno come gli piace; e l’uomo distenda quanto vuole la sua capacità di capire e godere; e l’Estetica abbia diritto di vita e di morte! Ma ci sono pure i modelli: i capolavori nei quali si sono fatti luce, suono, marmo, parola i differenti principii del bello, creati di secolo in secolo; che servono come termini di paragone e misure per giudicare; e quindi mantengono viva la bellezza raffinando il senso del più bello e del meno. In questi — ricordiamocelo sempre — l’arte non è più un passatempo: è un limite come la morale; uno dei tanti limiti che fanno il mondo infinitamente diverso e vario, e che sono quindi la ragione del vivere e del progredire. E innanzi a questi, adagio! Innanzi a questi chiederei ai nostri tempi di non ricapirli per la prima volta e rivelarli finalmente al mondo di nuovo ogni sei mesi; di non servirsene come specchio della propria vanità, ciascuno per credersi ammirandoli a modo suo più intelligente dei propri simili. No: i modelli devono essere ammirati con modestia, con disinteresse e con illuminato spirito di disciplina nazionale: e i nuovi aggiunti agli antichi con una certa discreta ponderazione, sopratutto se stranieri, perchè non capiti insomma di raccogliere un Pantheon farraginoso di Dei disparati o incoerenti. Non dimentichiamo che una cosa è godere un’opera d’arte, e un’altra canonizzarla come modello; perchè il piacere che un’opera d’arte ci arreca spesso è mutevole, incerto, personale, impuro; e l’ufficio del modello invece è stabile. Per dare un esempio: noi abbiamo discusso l’altro giorno intorno a Shakespeare: non voglio decidere chi ha ragione e chi ha torto, tanto più che di deciderlo il mezzo non c’è: io dubito però che i paesi latini siano stati un po’ troppi corrivi ad aprirgli le porte del Pantheon dove stanno i modelli e a collocarlo accanto a Sofocle, Dante, all’Ariosto o al Molière. Perchè insomma ha degli squarci mirabili sì: ma, ma.... Tanti ma ci sarebbero! Lasciamo andare.... Insomma, è un po’ greggio. Che il «Mercante di Venezia» per esempio o «Re Lear» siano due capolavori, da mettere accanto alla «Divina Commedia» o al «Furioso».... Come italiano, questo non mi sentirei di affermarlo.... Per conchiudere: vediamo di non smarrirci nell’illimitato, per la troppa smania di progredire! Perchè — l’ho già detto, mi pare, ma _repetita juvant_ — se si affastellano troppi modelli diversi o se si mutano troppo spesso o se si confondono, nessuno ci serve più; perdiamo la misura con cui giudicare e quindi il criterio per scegliere: ci riduciamo a dover accettar tutto, senza saper distinguere — come qualche volta, ho paura, capita all’America.... Molti principii, sì; ma non troppi: mi pare la regola del progresso artistico....

Da un pezzo ruminavo una obiezione. Onde, appena il Rosetti ebbe finito:

— Ma anche la morale — dissi — progredirebbe, quando diversi principii e modelli si mescolano, sia pure con discrezione? Ne dubito. Le epoche, le civiltà, i popoli moralmente più forti non sono quelli che sanno limitarsi? che pongono con un atto vigoroso di volontà una sola virtù, come la suprema misura, del merito: l’eroismo cavalleresco, i Giapponesi d’una volta; la carità e l’umiltà, i Cristiani dei primi secoli; l’abnegazione civica, i Romani, e via dicendo: e da quella deducono le regole della condotta — limitate ma imperative: buone o cattive, giuste od ingiuste, poco importa: si applicano e nessuno osa aprir bocca? Nelle epoche invece in cui molti principii morali si mescolano, gli uomini sono spinti dalla diversità loro a volgere il capo, a cercar la ragione degli uni e degli altri.... Come nell’arte, dalla diversità degli stili e delle scuole: ma nell’arte sono con lei: questo sforzo, almeno in una certa misura, giova, perchè allarga il gusto e la facoltà di godere: ma nella morale invece non confonde le idee e non snerva la volontà, come si vede oggi? Molte virtù sono opposte: ed una epoca come la nostra, che vuol essere severa e misericordiosa, eroica ed umana, non saprà più essere nulla! Più il canale si allarga, e più la corrente indebolisce, langue, ristagna....

— Leggi allora — replicò il Rosetti — il Protagora. L’hai già letto? Ebbene ti ricordi la pagina in cui Socrate dimostra a Protagora che la virtù è una sola? Socrate è qui un po’ sofistico, come gli capita spesso nei dialoghi di Platone.... Ma insomma quel che dice mi par vero in parte almeno: perchè mi sembra proprio vero che tutte le virtù siano parti e organi di una virtù sola, che perciò può dirsi la virtù unica ed infinita: la Giustizia. Per parlare più alla buona: un uomo, per essere giusto davvero, dovrebbe raccogliere in sè tutte le virtù, limitando quelle che sono opposte le une con le altre: esser coraggioso e prudente, riflessivo e appassionato, severo e misericordioso, parsimonioso e generoso, duro e indulgente, eroico ed umano; dovrebbe inoltre essere e temperato e savio e intelligente e leale e fedele e verace e laborioso e onesto e istruito.... Direi anzi che il progresso si sforza di confondere e quasi di annullare tutte queste disperse virtù nella Giustizia, come i mezzi nel fine: perchè più si allarga l’impero della Giustizia nel mondo, e minor bisogno c’è di ogni singola virtù da sola. Scema la prepotenza, e quindi c’è meno bisogno di coraggio per combatterla; ci son meno colpe da punire o da perdonare, e quindi occorre meno severità e meno misericordia.... E via dicendo.... Non è forse vero che, per esempio, la tua Roma potè fare la prima grande codificazione del diritto dopochè una lunga pace ebbe mescolati insieme molti e diversi principii morali, sviluppando il sentimento della Giustizia a scapito delle virtù parziali? E così direi pure si spieghi come accade che gli uomini lamentano tanto la decadenza morale del mondo e il mondo invece sta sempre zitto.... Si lamentano, perchè vedono decadere questa o quella singola virtù parziale; e non si accorgono che mentre queste, mescolandosi, si stemperano quasi e si assottigliano, la Giustizia ingrandisce.... Insomma: la Giustizia è la virtù finale; e le altre virtù sono virtù strumentali: quindi le epoche e le civiltà che possono sacrificare le virtù strumentali alla finale, sono le più perfette e anche le più fortunate.... Dico: quelle che possono; perchè il mondo in cui viviamo è un turbulento pianeta, pieno di guerre, di rivoluzioni, di catastrofi, di torbide passionaccie, di interessi obliqui. E ogni tanto capitano dei tempacci oscuri, in cui altro che alla Giustizia! Popoli, stati, classi, partiti, uomini devono badare alla pelle!... In quei tempi si fa quel che si può: allora tu hai ragione: chi si sa limitare in una virtù parziale, buona arma alla offesa o alla difesa, serrar lo stretto e far violenta la corrente, quello ha ragione!

Tacque: due volte percorremmo su e giù in silenzio il ponte deserto, lungo il muggito invisibile del mare squarciato, intravedendo dai vetri i passeggeri seduti nelle sale, gesticolanti muti nella luce.

— «Tout cela se tient», — disse, dopo un poco, il Cavalcanti.

— E il progresso intellettuale? — aggiunsi io. — Avrà pur esso la sua formola e regola....

— Sicuro. Questa: l’uomo impara sempre, anche sbagliando: perchè non c’è errore quando c’è sincerità. Ogni errore sincero è una verità....

— Ma che cosa dice, ingegnere? — esclamai, quasi sussultando. — Ma allora sarebbero vere tutte le opinioni che sembrano tali a una generazione. Non ci mancherebbe altro! Pensi alle conseguenze! Non c’è fola o pazzia di cui l’uomo non sia stato convintissimo e persuasissimo.... ad un certo momento.

— E tutte furono vere — rispose sorridendo il Rosetti. Ma non mi lasciò il tempo di protestare, chè afferrandomi il braccio: — Parzialmente e limitatamente vere, però! — soggiunse. — La verità, come la bellezza, è un sentimento personale: che si estrinseca in un sentimento comune, obbligatorio, imperativo, per via di una limitazione....

La formola era oscurissima, e glielo dicemmo. Ma il Rosetti:

— Vedrò di spiegarmi chiaro e spero di conchiudere — disse. Poi volgendosi a me: — Io non mi ricordo più che giorno è oggi: lo chiedo a te: tu mi rispondi: giovedì. Ma a rigor di logica io avrei il diritto di dubitare della tua risposta, perchè tu potresti sbagliarti: e quindi pure il diritto di verificare la tua risposta, consultando per esempio il calendario che è nel refettorio. Ma anche il calendario potrebbe ingannarmi, puta caso se il capo dei camerieri avesse dimenticato di levare il foglio questa mattina: io avrei dunque il diritto di accertare questo punto, interrogando il cameriere. Ma costui potrebbe ingannarmi o ingannarsi: e via dicendo.... Ammesso pure che io giungessi a stabilire con sicurezza che oggi è giovedì, avrei allora il diritto di domandarmi che cosa è un giovedì. Una divisione del tempo. Ma il tempo si può dividere? E che cosa è il tempo?... Tu vedi dunque che il solo quesito: «che giorno è oggi?» potrebbe condurmi in capo al mondo o nei più impervii e oscuri abissi della metafisica, se io volessi inseguire il dubbio che mi fugge innanzi sinchè mi regge il fiato. Ma io non lo inseguo.... Quando tu mi hai risposto «oggi è giovedì», io ho lasciato i dubbi fuggir per l’infinito a loro posta: e mi son persuaso. È giovedì! Il sentimento della verità, la persuasione, è nato dunque in me da una limitazione, perchè ho limitato il dubbio; limitazione non necessaria, provvisoria, perchè da un momento all’altro potrebbe sopravvenire un fatto — un altro discorso, un altro calendario — che mi obbligherà a ricredermi, cioè a trasportare più lontano il limite del dubbio. Per qual ragione l’atto di volontà che interrompe il mio dubitare scatta appena tu mi hai risposto: «è giovedì»? Se anche volessi, non saprei sciogliere questo quesito; e questa è già una buona ragione perchè non mi ci provi. Ma in questo mistero mi par di discernere chiaramente una cosa sola: che una specie di opinione pubblica — o volontà grande — mi obbliga, ad un certo punto, dal di fuori, sotto pena di passare per matto, a non dubitare più. Se a proposito del dubbio «che giorno è oggi?» io facessi una inchiesta infinita e mi mettessi a specular sul tempo, tutti mi consiglierebbero di consultare un psichiatra. Solo i malati di follia del dubbio e i bambini si divertono a smarrirsi nell’infinito saltando di «se» in «se» e di «perchè» in «perchè»....

— E io, quando ho bevuto troppo — pensai.