Part 16
Temevo di metterla in qualche impaccio; invece mi guardò attonita.
— Ma se glielo ho già detto — mi rispose. — Federico è stato sempre il modello dei mariti o io non credo di essere stata una cattiva moglie....
Assunsi dunque un fare un po’ dottrinale.
— Signora, lei parla con uno storico e la storia sa leggere perfino nei pensiero dei morti. Si imagini, poi, dei vivi! Questo che lei mi dice adesso non lega con troppe altre cose che lei ha raccontate a me o a mia moglie....
E le rammentai tutto quel che essa aveva detto di suo marito a me o alla mia signora, dicendole che uno storico da quegli acerbi rimproveri argomentava profonde scissure nella famiglia, come l’alpinista indovina nella montagna i crepacci dal colore della neve.
Mi ascoltò, attentissima e guardandomi fissa, come volesse ricevere il mio pensiero per il doppio canale delle orecchie e degli occhi: poi, come chi dopo alquanto stento e travaglio a un tratto capisce:
— Ma i guai — di subito esclamò — sono incominciati soltanto dopo che andammo ad abitare in Madison Avenue!
La risposta era di tanta semplicità, che a mia volta non seppi replicare se non chiedendole un po’ ironicamente dove abitava prima.
— Nella 56ª strada, all’est, vicino al Parco.
— E dalla 56ª strada a Madison Avenue suo marito ha mutato pelle allora?
— Altrochè! — mi rispose. — Si figuri, per esempio.... Io adoro due arti, la pittura e la musica: e di queste, modestia a parte, un po’ m’intendo. Per esempio: quando entro in una esposizione o in un museo, un’occhiata in giro e basta: il quadro bello della sala, lo scopro subito. Ebbene: sinchè abitammo nella 56ª strada, mio marito non vedeva i quadri che per gli occhi miei. «Non voglio visitar musei ed esposizioni che in compagnia di Isabella», diceva sempre. E con quanto piacere io facevo la sua educazione: e insieme facevamo delle economie: e quando avevamo messo in disparte un gruzzolo, via insieme in Europa a comprare! Dopo Madison Avenue, ahimè, l’incanto fu rotto perfino nell’arte: lo scolaro si ribellò.
— Con infinita jattura del bello!
— Non rida, depravatissimo scettico! — protestò rabbiosetta. — Se sapesse quanto ho pianto io, invece! — Soggiunse poi sospirosa: — Fu in Madison Avenue che mio marito incominciò a sragionare come quel signore che parla sempre lui.... Ogni settimana mi usciva in una nuova pensata, bislacca e impossibile, che non legava con le precedenti. Un giorno andava matto per le vecchie _boiseries_ inglesi: un altro giorno spasimava per le ceramiche giapponesi; un altro non c’erano più al mondo che gli avori francesi, poi veniva la volta delle maioliche di Faenza e della pittura francese del ’30. E comperava a casaccio, roba bella e brutta, vera e falsa. Quanta ne ha comperata, di falsa! Spesso poi, dopo averla comperata si accorgeva di non saper dove collocarla; o era preso da una subita avarizia; non voleva pagare la dogana americana, e me li lasciava in un deposito in Europa. Ne abbiamo tanta di roba, sparsa qua e là, ai quattro venti! «Quando so che è mia, mi basta: che bisogno ho di vederla tutti i giorni?» ripete spesso, quando me ne lagno. Le dico solo questo, perchè lei capisca le mie pene.
— Le sue pene, poi! Non esageriamo....
— Le mie pene, le dico. Vuole che non mi sanguinasse il cuore, a vedere mio marito zimbello e preda degli antiquari e dei mercanti? A me non dava più retta; perchè io non faccio mai complimenti, e gli dicevo schietta schietta, in faccia, come era dovere di una buona moglie, che facesse il suo mestiere, dei milioni cioè, ma che non si mettesse a comperare delle cose belle, chè non ne capisce un’acca. Lui invece, diventando ricco, si era messo in capo di essere un grande conoscitore, come Nerone; e quella gente, che è furba come il diavolo, ne hanno capito subito il debole. Quando non ci sono io, gli appiccicano tutti gli scarti e gli orrori, a furia di dirgli che solo gli Americani sanno scuotere il giogo dei pregiudizi accademici dell’Europa; o di dargli ad intendere che quei tali oggetti si venderanno tra qualche anno venti volte più cari. Proprio così: me ne dispiace per lei che ha ancora delle illusioni; ma se lo tenga a mente: un banchiere è sempre un banchiere. O non mi comperò un giorno perfino un quadro di Van Gogh? Cubista addirittura mi diventava! Il quadro però non varcò la soglia di casa mia: questa volta mi ribellai: lo minacciai di....
E scoppiò in un’allegra risata, guardandomi con gli occhi scintillanti di gaia malizia.
— Di che cosa lo minacciò, signora?
Non ci fu verso di saperlo. Sviò, sempre allegra, il discorso.
— Di solito però cedevo io, perchè questo è il destino di noi povere donne. Ma disgraziata casa mia! Me ne ha fatto un bazar! Quando penso che proprio allora dei denari ne avevamo a palate e avremmo potuto comprar tanta bella roba!
«Dei denari ne avevamo a palate!» Incuriosito le chiesi allora quando fossero andati ad abitare in Madison Avenue.
— Nel 1902 — rispose. Poi ripigliando il filo del suo discorso e parlando veloce: — Per molti anni abbiamo vissuto alla buona. Mio marito non ha ereditato da suo padre che sette milioni.
Feci un gesto di meraviglia, che essa intese.
— Sette milioni sono molti in Europa. Ma in America.... Alla banca guadagnava assai, è vero: ma si figuri che alla morte di suo padre stette per un momento in pensiero di lasciar la banca e diventar professore di economia politica alla Columbia University! E magari l’avesse fatto! Vivevamo in disparte, da buoni borghesi agiati, senza far lusso e con pochi amici.... Quasi tutti professori di Università: di Columbia, di Harward, di Princeton, di Jale. Io poi, a New-York ci stavo solamente sei mesi: da novembre ad aprile. In principio di aprile venivo in Francia con mia figlia: Federico mi raggiungeva a luglio e passava con me, in Europa, tre mesi!...
— New-York dunque non le piaceva?
Ma la risposta fu inaspettata.
— Non saprei — disse, dopo aver esitato un istante. — Che mi piacesse, proprio, proprio non lo direi. Ma neppure.... che mi spiacesse. Ogni novembre, ci ritornavo volentieri e dicevo addio alle colline dell’Havre con piacere.
— Perchè tanto era sicura di rivederle di lì a sei mesi.
— Forse. Ma insomma con le prime nebbie e i primi freddi dell’autunno mi ripigliava la voglia di New-York. Mi pareva di partire per un viaggio fantastico, alla volta di una città sconosciuta, posta fuori del mondo e del tempo. Quel signore che parla sempre, la prima sera, disse che New-York gli era sembrata una città astrale! Ebbene, per una volta tanto aveva ragione: anche a me pareva di trasmigrare in un altro pianeta, o in una di quelle fiabe in cui ero stata da bambina; e lì ci ritrovavo tutte le cose della Terra, ma fuori di posto, in un altro ordine bizzarro, vicine vicine quelle lontane, lontane lontane quelle vicine, piccole piccole le grandi e grandi grandi le piccole. Non so se mi spiego bene. E questo viaggio dalla terra a quel pianeta fantastico e dal pianeta alla terra vera, due volte all’anno, era uno dei maggiori miei svaghi! Un piacere andarci e un piacere ritornare. Perchè, voglio esser sincera, New-York mi stancava. Dopo un po’ sentivo il bisogno di ritornare nella terra e rivedere le cose a posto. — Tacque un istante; poi: — Non è curiosa! A New-York non ci sono due edifici eguali, quasi direi. Eppure, dopo due mesi che ci ritorno, New-York mi pesa come una città monotona. A Parigi invece c’è una grande uniformità; interi quartieri sono costruiti con una architettura simigliante. Perchè allora Parigi non mi stanca mai, mi pare sempre diversa?
L’osservazione zampillava dal vivo: ma al quesito non risposi, perchè volevo continuare le mie contestazioni.
— Insomma lei fu felice, almeno sinchè non andò ad abitare in quella maledetta casa di Madison Avenue. Ma allora perchè non lo voleva sposare? Lo ha confessato l’altro giorno, lei....
Arrossì leggermente, alquanto impacciata.
— Sa.... ero giovanissima allora.... Quasi una bambina, ancora.... E poi tante cose, le ragazze non le sanno.... Io non lo conoscevo. Fu condotto in casa da amici, che volevano farmelo sposare, d’accordo con mia madre. A me la prima impressione che mi fece... Le sembrerà strano, forse. Mi fece ridere.... Era così timido!
— Timido!
— Sicuro — rispose. Poi incominciò a ridere a scatti, come chi vuol frenarsi e non può. — Era tondo, grassoccio, miope, goffo.... E impacciato, impacciato! Arrossiva quando una signorina lo guardava o gli parlava. Ma mia madre mi disse che Federico era un partito straordinario, che sarebbe uno dei futuri Cresi dell’America. Mio padre me lo ripetè: mi cantarono la stessa canzone mio fratello, mio zio, le mie zie, la mia governante, la mia cameriera. Come poteva una giovinetta resistere a questa coalizione?
Un soffio di vento ci investì in quel momento, agitò nelle pesanti fibbie di ferro le corde tese dintorno a noi, sibilò sugli spigoli di ferro della nave, ci fece tacere per un istante. Mi volsi a guardare l’Oceano: sulla grigia pianura delle acque, sotto il cielo senza sole, il mare morto incominciava a rivivere, increspandosi e biancheggiando: ma il «Cordova» continuava a rullare e a beccheggiare, quasi soffermandosi un istante ogni tanto e sollevando di improvviso la prua, per poi lento e solenne ricadere quanto era lungo sull’acque e continuare il cammino nella solitudine oceanica, che dal «Cordova» ormai vuoto di uomini pareva anche più deserta e selvaggia del solito. Ma la solitudine stessa pareva incitare alle confidenze: non sentivo più nessuno scrupolo di far domande indiscrete come se ci conoscessimo da anni ed anni; la diffidenza scemava, cresceva la curiosità, perchè tra le continue contradizioni di queste confidenze, non mi raccapezzavo. Amava, detestava od era indifferente al marito? Apertamente interrogai:
— Ma insomma lei rammarica o no di averlo sposato? L’altra sera e or ora ha detto di sì: poco fa invece attribuiva le sue ripugnanze all’inesperienza.
Ma non rispose a tono.
— Io credo — disse — che i miei avrebbero dovuto impedire il matrimonio. E mio padre infatti a un certo momento ci pensò. Un paio di quei suoi accessi di collera, durante il fidanzamento, lo avevano spaventato....
— Ma se era così timido....
— Di solito sì, ma quando andava in furia!... E si infuriava per dei nonnulla! Ma mia madre tranquillò mio padre. Mia madre era un angelo, ma credeva che quando uno ha molto denaro, è felice.
— E allora, come andarono i primi anni di matrimonio? Maluccio, suppongo!
— Ma no. È un uomo fortunato, Federico: e gli capitò subito una fortuna.... Che durante il viaggio di nozze io ammalai di tifo a Venezia. Bisogna dire che fu mirabile, in quella brutta circostanza. Mi assistè con uno zelo!... Proprio non avrei creduto che ne fosse capace.... — Si trattenne a tempo; e: — Che vuole? — continuò. — Quella prova di affetto mi intenerì, mi vinse: incominciai a scoprire in lui tutte le buone qualità che aveva.... e ne aveva: l’ingegno, lo spirito, la cultura, anche la gentilezza.... a intervalli. E poi era veramente innamorato di me, questo non è dubbio, — aggiunse con un fine sorriso. — Le ripeto: come marito è stato sempre un modello. Che lo eguaglino, al mondo ce ne saranno; che lo superino, no. A poco a poco divenni indulgente; dei difetti, tutti ne hanno, mio Dio; siamo al mondo per compatirci, non è vero?... Poi incominciò la vita comune, mezzo anno a New-York e mezzo in Francia; quei due mondi, gli amici, la figlia....
— Insomma anche lei si innamorò di lui — conchiusi, per provocar una risposta precisa.
— Sento in coscienza di non essere stata una cattiva moglie, e di aver fatto quanto potevo per rendere felice mio marito — rispose.
E tacque guardandomi. In quel momento le lampade elettriche si accesero sul ponte, fioche nel crepuscolo: imbruniva: i soffi del vento si seguivano a intervalli più corti e più fragorosi: il «Cordova» continuava a beccheggiare e a rullare tra onde schiumeggianti e in un mare rifatto vivo. Ci avanzavamo verso la notte.
— In conclusione dunque, — dissi, per rompere il silenzio — in questi primi anni lei non è stata infelice....
— Ma no, ma no. E poi lui migliorò, non lo posso negare. Si lasciò ammansare e ingentilire da me. Ne feci quasi un uomo civile di quel barbaro! — soggiunse con un tono tra superbo e acrimonioso che fece di nuovo vacillare la mia opinione: dunque lo detestava!
— I guai — dissi, per scandagliare di nuovo — sono incominciati quando andarono ad abitare in Madison Avenue, allora?
— Pur troppo! — rispose. — Quella casa mi ha portato sfortuna. E pensare, che stavamo così bene nella vecchia casa della 56ª strada! Io non volevo sgomberare; ho pianto; lo presentivo! Ma dopo avere guadagnati tanti milioni nell’affare del Great Continental, mio marito volle una casa molto più vasta, dove ricevere e scialare. «Siamo tanto ricchi ora» diceva sempre «ci possiamo permettere questo ed altro!» Questo ragionamento, io non lo capisco: sarò una sciocca: spendere del denaro perchè fa piacere, sì: ma perchè se ne ha, no! — Ma qui si interruppe e improvvisamente: — Ma io l’annoio con le mie faccenduole private: mi perdoni: parliamo di cose che l’interessino di più....
Protestai di no: mentre incoraggito dalla facilità con cui la signora mi aveva rivelato l’ammontare della eredità paterna del marito, mi chiedevo se potessi arrischiare una domanda, la cui indiscrezione oltrepassava i termini della buona creanza. E mi decisi:
— Perdoni la mia curiosità; ma ha guadagnato molto nel «Continental», suo marito?
— Molto, molto; e non in quell’affare solo: dal 1902 al 1906 furono proprio anni d’oro.
Una nuova esitanza, a cui seguì il passo decisivo.
— E a quanto potrà ammontare, ora, la fortuna di suo marito?
Credevo che avrebbe elusa la domanda: ma no, rispose:
— Di preciso non lo so; coteste fortune, lei lo sa, sono sempre fluttuanti. Ma ho sentito mio fratello dire che Federico ora dovrebbe possedere più di un centinaio di milioni.
— Nespole! — gridai, sinceramente sbalordito. — Non han poi tutti i torti, le signore di bordo, se....
E le raccontai che essa era in gran riverenza presso i suoi compagni di viaggio come «miliardaria». Il racconto la divertì assai; e:
— Adesso capisco — disse — perchè quel signor Levi viene a offrirmi ogni giorno o delle perle o dei diamanti o degli smeraldi o degli zaffiri, chiedendomi sempre per lo meno il doppio del vero prezzo! Mi crede una sciocca o che non me ne intenda. Ma gioie, tappeti e quadri.... Chi mi imbroglia è bravo!
— Scienza ereditaria! — pensai, mentre essa incominciava a raccontarmi certi suoi sagacissimi acquisti.
Un po’ le diedi retta, per cortesia; poi, per richiamarla all’argomento:
— Dunque, dunque, — dissi — lei diceva che come andarono ad abitare in Madison Avenue....
— Sicuro! — essa sospirò. — Smettemmo la semplice vita di prima, incominciammo a ricevere, a fare grande sfoggio. Diventai anche io, non fo per dire, un personaggio nel mio piccolo; ebbi la mia corte. E addio felicità!
— Ho capito — interruppi pronto e malizioso. — Incominciarono per suo marito, come per tutti gli uomini ricchi che fanno vita mondana, le tentazioni.... E la carne è debole....
Ma non avevo invece capito affatto.
— No, no — rispose essa risolutamente. — Non gli ho fatta mai, fino ad oggi, neppure una scena di gelosia, una sola, perchè non ne ebbi mai, debbo riconoscerlo, motivo o ragione....
— Non capisco allora che guai abbiano potuto nascere. Per le famiglie tanto ricche questo è il solo scoglio pericoloso nel mare infido della vita sociale.... Non saranno stati i debiti, m’imagino....
— Avrebbe ragione se mio marito non fosse un uomo senza criterio, senza giudizio, senza un briciolo di buon senso.... Avremmo dovuto essere felici, non è vero? Se al mondo c’era una persona nata per essere felice con poco, anche nella miseria, ero io; un fiore, un paesaggio, un raggio di luce, un bambino bastano per inebriarmi di gioia; posso godere tutte le cose belle, intensamente; non capisco neppure come si possa pensare che i poveri debbono essere infelici, solo perchè sono poveri. E tutti mi invidiano infatti.... Invece.... Più fui ricca e meno godei; da quando andammo a star di casa in Madison Avenue il destino mi ha perseguitata; tutto m’è andato a rovescio; la vita è stata una lotta continua e inutile. Davvero mi han servito molto, a me, le ricchezze dell’America. La più miserabile erbivendola di New-York è stata più felice di me!
— Perchè suo marito e lei non andavano d’accordo nel giudicare dei quadri o dei mobili?
Le ultime parole, prorompendo dal fondo dell’anima, nella notte nella solitudine nel vento, affannose e rotte come singhiozzi, avevano vinta la mia diffidenza: tuttavia il lamento, se mi suonò sincero non mi parve adeguato al malanno. Ma la signora non mi diè tempo di dilungarmi.
— Sicuro, anche per questo! — ribattè, con forza, quasi aspra. — Io non so vivere in mezzo a cose brutte, a persone antipatiche, ad obblighi fastidiosi. Mio marito voleva una _social position_ a New-York: va bene: la volevo anche io; non ho mica, neppur io, i gusti di un eremita: ma che bisogno c’era di lasciare le vecchie e buone compagnie, per cercarne delle nuove, insopportabili? Io ero stata felice nei primi anni: sei mesi a New-York, sei mesi in Francia: e con tanti amici d’oro laggiù, gente modesta, se vuole, quasi tutti, ma istruita, fine, piacevole: professori di Università, scrittori, artisti. Ma non so perchè, quando fummo in Madison Avenue mio marito li prese tutti in uggia; e a poco a poco quelli dimenticarono l’indirizzo della nostra casa. Ebbero ragione: ma a me, il dispiacere non mi è ancor passato. Quando penso a quelli che ne presero il posto! Ricconi tutti, si intende: ho avuto l’onore di avere a pranzo, in una sera, non so quanti miliardi: ma così noiosi, noiosi.... quanto solo dei finanzieri sanno esserlo! Mio marito invece era beato: e se io mostravo un po’ di noia, furie e scenate! Che gusto ci provasse in quelle compagnie, proprio non lo so....
— Il piacere di trattar da pari a pari persone che, se non avesse guadagnato tanti milioni, non lo avrebbero guardato in faccia!
Fece le boccuccie e:
— Che piacere, non è vero? Divino, soprannaturale, paradisiaco!
— Ma, signora, anche il passar l’equatore non è poi una gioia divina: eppure, ha visto! L’uomo è fatto così....
— L’uomo è un solennissimo imbecille! — rispose, pronta.
— E lei — scherzai io — una anarchica pericolosa....
— Perchè non voglio annoiarmi quando voglio divertirmi? Perchè voglio che i divertimenti divertano, come i fastidi infastidiscono? Sono una donna stravagante, prepotente, lunatica, impossibile, non è vero? Lo ripeta anche lei, come mio marito! Per vendicarmi, le augurerò di annoiarsi quanto mi sono annoiata dopochè tornammo di casa in Madison Avenue.... Non sapevo mai quando avrei potuto andare in Europa: sin due anni sono stata senza rivedere Parigi e i miei: e sempre pranzi, ricevimenti, vendite di beneficenza, teatri, corse, quadri viventi, visite in campagna, che ne avessi voglia o no, mi piacesse o non mi piacesse, perchè se no la società di New-York si sarebbe dimenticata di noi. Che disgrazia, capisce! Perchè laggiù, non si scherza: anche la vita mondana è una mischia: chi lascia per un momento il suo posto, subito qualcun altro glielo occupa: bisogna essere sempre presenti e pagare di persona.... Ai pranzi, ai ricevimenti, in tutti i divertimenti gli Americani mi hanno sempre fatto l’effetto di soldati al fuoco, di gente comandata a divertirsi in quel tal modo, anche se si annoiava, per dovere, per non lasciare il suo posto, come in una battaglia....
— Signora, — osservai — anche la vita mondana, come tutta la vita, è una grande illusione....
Ma non mi diè retta; e continuando il suo pensiero:
— Se l’avessi saputo! Avrei spinto mio marito a ritornare in Europa dopo la morte di suo padre. Perchè per un momento pencolò. Piuttosto che guadagnar tanti milioni per vedermi poi spossessata dalla contessa....
— Dalla contessa? — chiesi allora sorridendo. — E quale contessa?
— No, no — rispose vivacemente, decifrando a volo il mio sorriso. — Non si tratta di quello che lei suppone: ma di peggio. La contessa.... — e pronunciò un nome tedesco. — Non la conosce? È la dama di onore di.... — e nominò una principessa reale del vecchio mondo, morta da qualche tempo. — È una orribile vecchia, brutta come il peccato!
Suonò in quel momento la prima campana del pranzo: la signora si interruppe: mi disse che non voleva trattenermi di più con quei suoi inutili discorsi. Ma le confidenze sgorgavano ormai con vena troppo copiosa: protestai quindi di no; e le chiesi come avesse conosciuta la contessa. Mi rispose che la contessa aveva conosciuta e presentato in Parigi, alla principessa reale presso cui serviva, una delle famiglie americane, il cui nome è più conosciuto in Europa: che questa famiglia, gratissima di tanto onore, aveva invitata la contessa in America, dove dopo la morte della principessa essa andava tutti gli anni, restandoci cinque o sei mesi. I Feldmann l’avevano conosciuta a New-York; e suo marito aveva concepita una sconfinata ammirazione per lei.
— Quella, perchè apparteneva al servidorame di una corte europea, era un oracolo! Dettava legge in casa mia: di maniere e di eleganze. Io, quando l’illustrissima signora contessa parlava, dovevo ascoltare, tacere e imparare! E sa che cosa mi fece un bel giorno? Da un pezzo cercavo di persuadere mio marito a comperare in Francia qualche antico castello storico. Mi sarebbe piaciuto tanto di restaurarlo splendidamente! Io sono nata architetto: se fossi stata un uomo sarei diventata un grande architetto: ma anche essendo donna, l’avrei restaurato bene, creda pure. Mio marito un po’ tentennò, spaventato dalla spesa: poi pareva convincersi: quando un bel giorno, lì per lì, muta parere e vuol comperare un grande _yacht_ a vapore. Si imagini! Proprio lui che perfino in barca soffre il mal di mare! Quando si mise in mente di avere una scuderia di cavalli da corsa, gli potei almeno insegnare a tenersi in sella, che ci si reggeva a stento, tanto aveva paura: perchè io sono invece un’amazzone gagliarda, le assicuro: ma non gli potevo mica prestar il mio stomaco! Glielo dissi e ridissi: ma non ci fu verso. E sa perchè? Perchè l’esecranda contessa aveva sentenziato che non si può essere un perfetto uomo di mondo, in America, senza avere uno _yacht_ a vapore. Voleva correre i mari a nostre spese, quella vecchiaccia: come a nostre spese giocava in Borsa. Essa perdeva e lui pagava! Lei non crederà forse che un finanziere possa essere così stupido....
Di nuovo si rifece aspra contro il marito: troppo aspra a mio giudizio. E lo dissi.
— Lei prende, signora, le cose troppo sul tragico. Una _social position_, uno straniero, anche ricchissimo, non se la può fare, a New-York come dappertutto, che spiando le occasioni, conformandosi alle abitudini, sopportando con pazienza qualche delusione e anche qualche umiliazioncella; e sopratutto poi spendendo e spandendo. Il mondo è così fatto....
— Ma pagarla, no! — mi interruppe essa quasi con violenza.
— Pagarla! La parola è un po’ brutale. Ma anche lei sia ragionevole.... Qualche sacrificio....
— Ma lei sa quel che la contessa faceva, quando la sua principessa era viva? La principessa spendeva il doppio dei suoi appannaggi e non poteva darle un soldo di stipendio. E allora acconsentiva a ricevere tutte le persone che la contessa le presenterebbe, senza guardare troppo per il sottile. E la brava contessa naturalmente aveva avviato un piccolo commercio di presentazioni, secondo una regolare tariffa.
Mi misi a ridere.
— Che sia una bella cosa, non dico.... Ma oggi l’Europa è afflitta anche da un proletariato di duchi, arciduchi e principi del sangue. Si ingegnano, poveracci! E lei, che è cento volte milionaria, ne abbia un po’ compassione.