Part 15
Il Vazquez confermò, aggiunse: chi mosse domande e chi fece delle osservazioni: i nuovi discorsi furono appiglio all’Alverighi a rinvigorire di più vistose pennellate il quadro della prodigiosa opulenza argentina, che il suo amico aveva incominciato a tracciare sobriamente: e così a poco a poco, in mezzo a un cinguettare francese, italiano, spagnuolo, noi vedemmo il filosofo italiano voltato in agricoltore e l’agricoltore argentino rimasto quel che era nato, deporre ai nostri piedi, come in una visione, i tesori della vasta repubblica. Con prolissità imaginosa e ineguale il primo, con l’enfasi succinta e dignitosa propria dei signori di lingua spagnuola il secondo, ci descrissero ambedue la nuova terra promessa: ci trasportarono a volo sulla pampa infinita, cui è limite l’irraggiungibile linea dell’orizzonte sempre eguale; tra i campi di alfalfa, sui quali la falce taglia e ritaglia ogni anno, sin dove l’occhio giunge, l’erba dalle foglioline d’oro; in mezzo al fervore delle mietiture, nelle estati ardenti, quando la Cerere transatlantica vuota il grembo ricolmo di spiche sulle provincie di Buenos-Aires, di Santa Fè e di Cordova; e da villaggio a villaggio, mentre le trebbiatrici rombano, i mietitori cantano e i convogli carichi di grano si avviano lenti verso il mare, corre come un tripudio di vittoria: ci mostraron da lungi i floridi vigneti di Mendoza, le verdi boscaglie tucumanesi della canna da zucchero, i secolari boschi di quebracho così duri alla dura bipenne: ci introdussero nella melanconica solitudine verde delle vaste _estancias_, dove sugli alti e cupi boschetti di eucaliptus, sulle ruote dei solitari mulini a vento giranti lontane, sui bassi tetti dispersi delle stalle e sull’azzurro tremolare delle lagune passa alto, lento e nero sul grande cielo turchino, il volo silenzioso dei grandi stormi di uccelli. E sfilarono pure innanzi a noi, condotti quasi a mano e chiamati per nome, gli orgogli dell’Argentina: quel tal _shorthorn_ del signor Alfredo Martinez de Hoz, quel tale Holmer II, razza di Hereford, del signor Perreyra Iraola che, non so più in quale esposizione, avevano debellati tutti i concorrenti inglesi: i progenitori delle nuove razze che l’Argentina alleva per il mondo, famosi per la eccellenza ed il prezzo: quel tal celeberrimo toro che fu pagato da un argentino centodiecimila franchi, quarantamila franchi più che non sia mai stato pagato dall’origine del mondo e in tutto il mondo nessun animale cornuto: il famoso cavallo «Diamond Jubilee» pagato a re Edoardo VII da Ignazio Correas un milione di lire: la cabaña di quei milledugento montoni Lincoln di purissimo sangue, tra i quali il signor Covo voleva, nelle stalle del signor Wright, scegliere i campioni più belli; ma eran tutti così belli che li comprò tutti, scrivendo sull’atto uno chèque di cinquantamila lire sterline. A poco a poco fummo tutti arraffati da questo vortice pulverulento di milioni: presto la conversazione trapassò al rincaro — o come si dice in America — alla _valorizzazione_ delle terre, alle fortune fatte dormendo tranquillamente dai savi che seppero posare a tempo il capo sopra una zolla della madre terra: e non in Argentina soltanto, ma in Brasile e nell’America del Nord: e chi citò un fatto e chi un altro e chi un altro ancora. Io solo tacevo: e pensavo.... Era l’effetto dei discorsi fatti in tutta quella lunga giornata? Era l’effetto dell’avere spensieratamente bevuto e il solito fenomeno che un primo principio di ebbrezza suol far nascere in me, disponendo l’anima a un melanconico senso della nullità di tutte le cose? Era effetto insieme della filosofia rimestata in quel giorno e del troppo Champagne bevuto? Non so: ma mi pareva che, volgendomi a guardare dalla fine di quella lunga giornata equatoriale, alla luce dei discorsi che avevamo tenuti in quei dì e nei precedenti, il mondo intero si allontanasse come nel crepuscolo di un sogno.... Che cosa era quell’equatore che noi avevamo tutto il giorno desiderato? Una linea immaginaria. Tracciare con la mente una linea immaginaria, desiderarla, sforzarsi di raggiungerla, tripudiare per averla oltrepassata, quando nessun mutamento è stato operato nell’universo.... Ma che altro sono la gloria, la potenza, la felicità, il sapere? Che è la vita, se non un eterno passaggio dell’equatore, un continuo sforzarsi per raggiungere qualche linea immaginaria; immaginaria la bellezza, immaginaria la verità: immaginario il progresso, immaginario tutto, anche.... In quel momento, per caso, la signora Feldmann mi guardò, proprio mentre con la mano toccava sul petto nudo le perle; e sorrise. Gesto usato come il sorriso: ma non so perchè, il gesto e il sorriso mi parvero in quel momento alludere discretamente, e per me solo che solo potevo capire, alla falsità delle perle. Sì: anche la bellezza era dunque illusione.... E perciò pure illusione l’amore? Mi sentivo l’anima tra oppressa e beata, triste e gioiosa: ascoltavo distrattamente i discorsi e non ristavo dal bere: mentre il mondo continuava ad avvilupparsi in una mistica nebbia.... Quando a un tratto, l’Alverighi, come spesso accade agli Europei arricchiti in America, fu preso dalla smania di incitare alla ricchezza i neghittosi rimasti in Europa, raccontando e quasi gridando in piazza le proprie fortune.
— Ma questo è nulla, a confronto di quel che abbiamo fatto e faremo, il signor Vazquez ed io, nella provincia di Mendoza. Lo dica lei, signor Vazquez.
E il signor Vazquez, composto e dignitoso, raccontò che quattro anni prima egli e l’Alverighi avevano comprato nel territorio di San Rafaele, da un inglese, centoventimila ettari ancora incolti tranne mille ettari, sui quali passavano però tre ferrovie e che li avevano comprati per cinque milioni: un milione all’acquisto: il rimanente in quattro anni. Avevano poi domandato e ottenuto il diritto di acqua, a condizione di scavare un certo numero di canali e di mettere le terre a coltivazione, in dodici anni. Ma a questo punto l’Alverighi, impaziente forse perchè il Vazquez parlava troppo lento e pacato, lo interruppe, continuando egli:
— Ci siamo addirittura dissanguati, signori miei: sì, dissanguati: lui cioè no, perchè è più ricco molto di me, ma io sì: mi son cacciato nei debiti sino agli occhi; ma non importa! Abbiamo scavati i canali e abbiamo incominciato a spezzettare ventimila ettari in piccoli lotti.... A quest’ora li abbiamo già venduti: duecentocinquanta lire l’ettaro: abbiamo dunque pagata tutta la terra e ci restano centomila ettari.... Un bell’affaruccio, non è vero? Ma non siamo che al principio del principio: il bello verrà tra qualche anno: andiamo appunto a Parigi a cercare i capitali per fare altri canali e le strade, per iniziare alcuni pueblos: faremo una società: e poi spezzeremo la proprietà in piccoli campi per venderli a chi vuol coltivare la frutta.... Cinquanta milioni, vogliamo cavarne: e creeremo la California dell’Argentina! Ma perchè, ma perchè gli uomini si scervellano tanto in Europa per guadagnar poche migliaia di franchi, arzigogolando tanti espedienti? Perchè si contentano di raccogliere le briciole del banchetto sotto la tavola, quando tanti posti sono ancora vuoti alla mensa di onore? Vengano in Argentina, vengano tutti; per tutti c’è posto, laggiù; comprino terre; son milioni sicuri, come è sicuro che domani il sole si leverà! Non c’è rischio: il mondo avrà pur sempre bisogno di grano, di carne, di lana: l’Argentina non teme nulla: succeda quel che vuol succedere, le terre continueranno a crescere di valore, sinchè noi che le abbiamo comperate o i nostri figli diventeranno per lo meno miliardari.... Che paese! Che paese! E lei ingegnere, lei che è stato ed ha fatto fortuna in America, pensa che il progresso è una illusione? Una illusione quando si vedono di queste cose? di questi portenti? di questi miracoli? Neghi il progresso, se le piace, quanto vuole: ma oggi io, l’ultimo e il più oscuro degli uomini, perchè sono emigrato in Argentina, io posso aver la gloria dei sovrani antichi. Io farò quel che fecero Alessandro, Cesare, Augusto, Costantino; io fonderò una città, sì una città nel mezzo di quel terreno; e le darò il mio nome! Sarà da principio un pueblo: poi ingrandirà a città; e poi, chi sa? un giorno sarà una capitale. E si chiamerà Alveriga!
Non so perchè, ma questo discorso, pieno di tanti particolari concreti, mise in fuga quella dolce illusione e quel soave stordimento che il mondo fosse tutto un bel sogno. Una realtà massiccia, solida, greve e quasi brutale apparve a un tratto, in mezzo ai mistici fumi dello Champagne, simile ad un iceberg nella nebbia: la ricchezza. E mi sentii inquieto e come a disagio in faccia a me stesso.
IV.
Il giorno seguente, uscendo dalla cabina verso le dieci — nessuno fu mattiniero quel giovedì — incontrai sul ponte di passeggiata l’ammiraglio. Gli raccontai in succinto i discorsi fatti con la signora Feldmann, e gli esposi, un po’ cautamente da prima, le riflessioni maturate nella notte e durante la mattina. Come cioè quel pronto e spietato sparlar del marito con il primo venuto non mi piacesse e mi facesse un po’ diffidare delle smanie di cui ero stato testimone il martedì sera. L’ammiraglio sorrise; e poi:
— Sa perchè — disse — ieri sera ho riso, a sentire che la signora Feldmann dubita del cervello di suo marito? Perchè parecchie volte, a Rio, il signor Feldmann mi ha detto che sua moglie era un po’ pazza!
E non aggiunse altro: ma le parole e più il tono con cui furono dette mi confermarono, come supponevo da un pezzo, che l’ammiraglio fosse meglio informato delle scissure della famiglia che non dicesse: cercai quindi di farlo parlare.
— Ma lei è dunque amico della famiglia Feldmann? — chiesi.
Mi rispose che aveva conosciuto il marito, quando aveva condotta a New-York l’armata brasiliana — i Loeventhal erano i banchieri del Brasile — e che quando era venuto a Rio il Feldmann aveva cercato di praticarlo molto, forse perchè era uomo che le grandi dignità e posizioni abbagliavano assai. Mi raccontò pure che il padre del Feldmann era un banchiere di Varsavia originario di Francoforte; e che cugino del Loeventhal, già stabilito a New-York, era stato da questo indotto, ai tempi della guerra di secessione, a concorrere ai prestiti dell’Unione; che questi prestiti erano stati il principio di altri e maggiori affari; che il giovane Federico, mandato presso i Loeventhal a impratichirsi delle cose americane, era poi rimasto in America. Mi disse infine che il Feldmann aveva accettato da un consorzio di banche e dal governo l’incarico di studiare quel che l’America settentrionale potrebbe tentare nella America meridionale, per prepararsi ad entrar nella diplomazia della repubblica: «un altro capriccio di mia moglie» diceva il marito: «una delle tante fantasie di mio marito» diceva la moglie. Quando però tentai di farlo parlare intorno alle intime cose della famiglia, ripetendogli la domanda già fatta alcuni giorni prima, chiedendogli se marito e moglie andavano, sì o no, d’accordo, mi rispose che lo pensava: ma con la stessa imprecisione che mi sapeva di reticenza.
Mentre indugiavamo, passeggiando, in questi discorsi, sopraggiunsero il Cavalcanti e l’Alverighi.
— Ammiraglio, — gridò l’Alverighi appena lo vide, — mi dica, mi dica quale sarebbe secondo lei il criterio sicuro del progresso? Il mio buon amico Vazquez capitò, ieri sera, cinque minuti troppo presto!
L’ammiraglio, che mi parve da principio un po’ impacciato da questa irruente curiosità, si schermì alquanto; poi alla fine, arrossendo come uno scolaro timido che deve subire un esame:
— Ma il mondo — disse — è un ordine.... Tutto vi obbedisce a leggi immutabili; i pianeti che girano nello spazio! la palla che esce dalla bocca del cannone! la pianta che cresce! l’elica che girando spinge questa nave! l’uomo, il suo pensiero, i popoli, le civiltà!... A leggi immutabili ma oscure, nascoste, difficili a scoprire: quindi l’uomo da principio si imaginò che l’universo fosse un caos di forze capricciose; e perciò ebbe paura, sragionò, inferocì, commise ogni sorta di follie e di violenze. Fu ignorante, egoista e crudele. Ma i pianeti non hanno aspettato che Newton e Keplero nascessero, per girare secondo le leggi di Newton e di Keplero. E così l’uomo obbedisce alle leggi della sua natura, anche quando le ignora: male e con molti falli finchè le ignora, meglio e con maggiore precisione a mano a mano che le conosce: quindi anche alla legge del progresso, che lo spinge a passare dall’egoismo all’altruismo, dal disordine all’ordine, scoprendo le leggi che regolano il meraviglioso ordine dell’Universo. Prima crea le scienze matematiche, poi le scienze fisiche e chimiche, poi le scienze biologiche; scopre le leggi del numero e dello spazio, del movimento, della materia e della vita. Ora si accinge a far l’ultimo passo.... Sta cioè investigando le leggi della natura umana, e della vita sociale, per ridurre ad ordine anche il caos delle passioni e degli egoismi, la famiglia come lo Stato.... «Ordine e progresso» sta scritto sulla bandiera gialla e verde del Brasile.
— Augusto Comte, Augusto Comte! — dissi sorridendo. Avevo riconosciuto il semplice e ingenuo spirito d’ordine dell’America latina, nel fervore con cui l’ammiraglio annunciava al mondo il governo universale della scienza.
— Lei immedesima dunque scienza e progresso — osservò il Cavalcanti.
L’ammiraglio assentì: aggiunse che le conoscenze scientifiche si potevano sommare, cosicchè c’era anche un criterio quantitativo del progresso: tanto è vero che oggi uno studente di liceo è un fisico più dotto di Galileo e un chimico più sapiente di Lavoisier. L’Alverighi non consentì nè fece osservazioni; osservò solo che le ricchezze dell’America sono state e sono il più possente motore del progresso scientifico. Ragionammo poi di Augusto Comte.
— A proposito, — interruppe l’Alverighi — il signor Cavalcanti mi ha detto che a Rio de Janeiro si pratica il Culto dell’Umanità fondato dal Comte. Ci sarebbe perfino un tempio, costruito ad imitazione del Pantheon di Parigi....
L’ammiraglio accennò di sì: il Cavalcanti disse che la repubblica è stata fondata in Brasile dai comtisti: io raccontai che a Rio avevo visitato in Rua Benjamin Constant il piccolo tempio dell’Umanità, ragionando piacevolmente di molte cose con il gran sacerdote, il signor Texeira Mendes. La campana ci chiamò alla colazione; alla quale il Rosetti non era presente: ragionammo quindi di cose frivole, prima; e poi di Maddalena e di Antonio. La mia signora era scesa nella terza classe, la mattina, per vedere Maddalena e raccomandarle di badare al medico più che al marito: ma con scarso effetto. Essa ci raccontò che Maddalena si era a sua volta lagnata del dottor Montanari, ripetendo parola per parola le accuse già mosse da Antonio: come cioè il medico non le desse nessuna medicina, si divertisse per farle dispetto a isolarla dai suoi compagni di viaggio. «Sono forse una carcerata?» aveva detto. Si ragionò un po’ degli stolidi errori in cui il popolo si incaponisce nelle cose della medicina, della pervicacia con cui diffida dei dottori.... Ma il dottore insistè a sostenere che Antonio voleva far morire sua moglie: il Cavalcanti chiese per qual ragione Maddalena fosse così docile e sottomessa al marito: la mia signora raccontò che anche prima di andare in America Antonio comandava a bacchetta; e Maddalena, o per debolezza, o perchè avvilita dalla sua colpa, ne subiva la volontà prepotente. Ma qui tutti furono d’accordo nel dichiarare che Maddalena era una sciocca, perchè insomma, sì, aveva commesso un errore: ma non per questo era giusto cadesse, vita natural durante, nella schiavitù del marito, il quale abusava veramente troppo della sua ipocrita magnanimità. L’opinione si fece più avversa ad Antonio: cosicchè neppure l’Alverighi aprì bocca per difenderlo. Solo la mia signora osservò che Antonio aveva sempre trattato benissimo, senza parzialità, come il suo, il figlio altrui; e infine pregò il dottore di somministrare qualche droga, anche inutile, a Maddalena, tanto per accontentare in lei l’ubbia popolare dei farmaci. Finita la colazione, e dopo aver saputo che a mezzogiorno eravamo arrivati al terzo grado e ventiduesimo minuto di latitudine settentrionale, al ventisettesimo grado e trentottesimo minuto di longitudine, ci ritirammo alla siesta.
Quando uscii verso le quattro mi parve che il «Cordova» rullasse un poco: non ci badai: e incontrato il dottore, scesi con lui nella terza classe per parlare con quella siciliana, vittima delle amorose smanie dell’intendente paulistano. Era una donna di forse trenta anni — si chiamava Orsola — bruna, alta, piuttosto bella, poveramente vestita; ma aveva una faccia dura e in quella degli occhi mobili e inquieti, che non mi piacquero. Invitata dal dottore mi raccontò prolissamente e con innumerevoli divagazioni, parentesi e ripetizioni, in un italiano infarcito di dialetto e di portoghese, la sua storia. Le chiesi perchè non avesse ricorso al console italiano, e mi rispose che non potevano uscire dalla fazenda, perchè erano sorvegliati; che non avevano potuto scrivere perchè erano ambedue analfabeti; che non avevano potuto far scrivere da qualche loro compagno di fazenda perchè tutti avevano paura. Le chiesi perchè non si fossero fermati a San Paolo, a far valere le proprie ragioni, invece di imbarcarsi precipitosamente: mi rispose che se non fossero scappati sarebbero stati accusati di furto e di truffa per i debiti che l’intendente ingiustamente imputava loro. Tentai di dimostrarle che anzi, almeno se le cose erano proprio andate come essa diceva, l’intendente avrebbe potuto passare egli un brutto quarto d’ora! Ma non ci fu verso: a lei lo aveva detto l’oste del villaggio vicino alla fazenda, che stava in Brasile da trenta anni: e i miei argomenti si spuntarono contro tanta autorità.
Risalii sul ponte di sopra, perplesso. Le risposte erano state pronte, i particolari precisi, le diverse parti del racconto legate a dovere: eppure.... Il racconto, non so perchè, mi metteva in sospetto. Ma mentre, pensando a queste cose, salivo la scalette di prua, mi accorsi che il vapore rullava e beccheggiava con forza. Guardai l’Oceano: non era in furia, nè schiumante di marosi, ma dondolava pacato, molle, gonfio, in valloncelli e montagnole, che non avevan forza di rompersi. Eppure il vapore si moveva come in tempesta: onde non fui punto sorpreso, quando la cameriera, passando, mi avvertì che la mia signora si era sentita male. Corsi alla sua cabina; le feci sorbire un certo farmaco contro il mal di mare che le aveva prescritto nella traversate dall’Havre a New-York il medico della «Savoie», efficacissimo; stetti presso di lei sinchè si assopì. Uscii quindi sul ponte di passeggiata, che era deserto; salii sul ponte delle imbarcazioni, sperando trovarci qualcuno: e difatti, dalla parte di babordo, sotto vento, vidi seduti a cerchio l’ammiraglio, il Cavalcanti, l’Alverighi: una quarta sedia stava vuota tra di loro. Al primo sguardo, di lontano, dai gesti e dai volti, capii subito che discutevano animatamente; e di fatti:
— Ma che la scienza sia falsa, poi, falsa per sua natura! — diceva l’ammiraglio con impeto, quasi con sdegno, mentre io occupavo la sedia vuota. — Le pare a lei, signor Ferrero, che il mondo sia un gran disordine e che la scienza sia falsa? — aggiunse, scorgendomi, e a modo di saluto.
— Alla grazia, che rovesciamento! — pensai tra me.
Il Cavalcanti mi raccontò come un’ora prima incontratisi tutti tre con il signor Rosetti erano ritornati sul discorso fatto alla mattina intorno alla scienza; e che allora il signor Rosetti aveva chiesto all’ammiraglio se egli credeva, come il popolano, che la scienza fosse vera, incominciando poi un discorso, per dimostrare che egli era di questa opinione perchè seguace di Augusto Comte: e che Augusto Comte aveva avuto il torto di non calcare la via aperta dal sommo Kant e di non studiare le facoltà dello spirito prima di adoperarle a scrutare il grande mistero; e quindi aveva commesso l’errore di accettare il mondo quale glielo presentavano i sensi: proprio come fa il contadino e l’operaio. Ma poi non aveva potuto terminare la sua dimostrazione, perchè si era sentito indisposto e si era ritirato.
— Ed io ne seguirò il nobile esempio — disse all’improvviso l’Alverighi, che era stato (oh meraviglia!) sino allora zitto zitto. — Questo è un mare impossibile.
E salutatici, se ne partì in fretta.
— Ci voleva il mal di mare — disse sorridendo l’ammiraglio — per farlo star zitto!
Si alzò, si avvicinò al parapetto: guardò l’Oceano, scosse la testa.
— È quello che i marinai del suo paese chiamano il mare a giardinetto.... Il mare morto, l’avanzo di una tempesta. Guardi l’onda come batte di traverso, sul fianco, nella parte posteriore, dove negli antichi velieri mettevano dei fiori, il giardinetto. Soltanto gli stomaci forti resistono.... Mi rallegro con il suo. Ma la sala da pranzo sarà deserta, questa sera.
Esplorò un istante l’Oceano e il cielo, con l’occhio indifferente e sicuro del marinaio avvezzo a coteste vicende. Poi volgendosi verso di me, d’improvviso:
— Ma dica, signor Ferrero: delle idee di quella fatta sono discusse sul serio, oggi, dai filosofi?
Pago della dottrina del Comte, l’ammiraglio non aveva cercata altra filosofia. E come ebbi fatto cenno di sì con il capo, mi guardò un istante tacendo, scosse la testa, alzò le braccia, e poi:
— Ferrero, Ferrero! — disse. — Da venti anni il mondo non gira più sul suo asse antico: noi non ci raccapezziamo più!
All’ora del pranzo anche il Cavalcanti era scomparso; e l’ammiraglio ed io desinammo soli con il capitano. Mi coricai presto: mi alzai tardi al mattino del venerdì e sino all’ora di colazione oziai tra il ponte deserto e la cabina della mia signora, chiacchierando con lei, leggicchiando, osservando il mare: il «mare morto» come l’aveva definito l’ammiraglio. Aggettivo felice, perchè quel fluttuar senza rompersi e spumeggiare rendeva proprio l’imagine di un mare senza vita. Feci anche una visita al Rosetti, cui raccontai lo sbigottimento dell’ammiraglio; e gli chiesi se veramente egli avesse affermato che la scienza era falsa: ma scherzò intorno alle cose dette da lui, senza spiegare il suo vero pensiero. A mezzogiorno, dopo una colazione solitaria, giungemmo all’ottavo grado e dodicesimo minuto di latitudine, al venticinquesimo grado e trentottesimo minuto di longitudine. Mi ritirai per la siesta; e solo verso le quattro e mezzo uscii, annoiato e rassegnato ad aspettare che il mare si tranquillasse per ripigliar gli interessanti ragionamenti; quando verso le cinque, salendo tanto per far qualche cosa sul ponte superiore, ebbi la sorpresa di vedere, tranquillamente seduta sopra un seggiolone e intenta a scrivere in un quinterno, la signora Feldmann.
— Ma bravissima! — esclamai. — Tutti malati, e lei no!
— Non le ho detto — mi disse sorridendo e tendendomi la mano — che io ero nata per correre i mari?
Barattammo poche frasi banali; poi improvvisamente deponendo la matita sulla carta:
— «Monsieur Ferrero, vous qui savez tant de choses», — mi disse, sottolineando le parole con un grazioso sorriso.
— Mi vuol domandare un piacere — pensai, mentre mi sedevo e respingevo con la modestia obbligatoria il complimento.
Difatti essa riprese:
— «Vous devriez me rendre un service».... L’ammiraglio la sa lunga intorno a mio marito, ne sono sicura: ma a me non vuol dire niente. Lo faccia cantare lei. Voi, uomini, sapete come si fa, tra di voi....
— L’ha indovinato — dissi tra me.
Ma avendo già invano scandagliato l’ammiraglio finsi di dubitare: aggiunsi che vedrei, proverei, tenterei: finchè incoraggiato dalla sua, avventurai finalmente a mia volta una domanda indiscreta ma necessaria.
— Ma insomma — chiesi risolutamente — andava lei d’accordo con suo marito, sì o no? Perchè non mi è riuscito ancora di capirlo: e questo è, mi pare, il punto capitale. E chi può scioglierlo meglio di lei?