Fra i due mondi

Part 14

Chapter 143,204 wordsPublic domain

— Non dico questo, non dico... Non esageri... Ogni affermazione va presa con un certo discernimento.... Non così proprio alla lettera.... Con un certo buon senso. Se no, dove si va a finire?... Sì, anche nelle arti e nella morale un certo progresso è possibile: ma, come ho a dire? È più lento e meno continuo. Le differenze si percepiscono a grandi distanze, dopo molto tempo.... Non so se mi spiego chiaramente.

— Lei vuol dire, se ho inteso bene, che non si è ancora trovato un calcolo infinitesimale che misuri le differenze minime del bello e del buono? Che quindi non è possibile distinguere che le differenze vistose; che al di là di una certa perfezione nè il più nè il meno non si discernono più; i gradi delle qualità si confondono; ogni cosa può essere giudicata egualmente bella o buona. Che la Trasfigurazione sia più bella del baraccone da fiera o lo Champagne migliore del vino comune, nessuno lo nega: ma non è possibile decidere invece se è più bella la Trasfigurazione o l’Amore sacro e profano, se è più buono lo Champagne o il Bordeaux....

— Benissimo, benissimo, proprio così! — interruppe con vivacità l’Alverighi. — Il che può forse anche spiegarci perchè gli uomini abbiano consumati tanti secoli a perfezionare le arti, le religioni, le leggi nei loro covi antichi prima di uscir fuori alla conquista della terra. Urgeva, in principio e sopratutto, dirozzarsi un po’... Forse la storia non si è sbagliata, quanto io credevo, in principio. Ma ora? Ma ora? io mi domando ogni mattina e ogni sera, se per caso noi dormiamo o sogniamo o vaneggiamo tutti quanti. Nessuno dunque si accorge che la nuovissima storia del mondo è incominciata il giorno in cui in America l’uomo ha imparato a sfruttare gli spazi immensi, a coltivare le pianure sterminate, a camminare alla volta degli orizzonti infiniti? L’ho detto, ma vedo che giova ripeterlo: sino a un secolo fa, prima che si inventasse la macchina a vapore, la ferrovia e tutte le altre macchine mosse dal vapore e dall’elettricità; sinchè l’uomo aveva dovuto lavorare con le sue braccia e camminar con le sue gambe o con quelle di alcuni animali poco più veloci, l’umanità scompariva nelle grandi pianure; si addensava per necessità sulle estremità esili e sui margini filiformi della terra. Ecco, signora Ferrero, la ragione per cui le civiltà antiche fiorirono su territori piccoli e sterili; mentre le parti più fertili della terra, proprio quelle su cui la razza umana avrebbe potuto pullulare e moltiplicare all’infinito le ricchezze del mondo, erano quasi deserte. Ora il miracolo è avvenuto: e lei, ingegnere, non mi stia a ripetere che non è vero che i grandi Stati dell’Europa non si curano più di proteggere le arti, poichè la Francia raffina le eleganze di una civiltà squisitissima.... Di queste eleganze il mondo non sa che farsene: in America l’uomo ha imparato a misurarsi con i continenti: l’uomo deve ora conquistare l’Asia, l’Africa, l’Australia.... Devii il Niger e lo getti nel Sahara, la Francia, piuttosto che conservare le tradizioni della buona cucina o della cultura classica! Questo è il vero progresso; e può essere misurato: superfici coltivate, cavalli vapore, popolazione, numero e potenza di macchine, velocità di treni, statistiche mercantili: importazione ed esportazione.... Che quattro è il doppio di due, nessuno lo metterà in dubbio, per Bacco!

Il Rosetti ascoltava serio e attento, pizzicandosi la rada barbetta tra il pollice e l’indice: tacque un istante, quando l’altro ebbe finito, guardandolo: poi placido e a voce bassa:

— Dunque, se ho bene inteso, noi non avremmo del progresso altro che un concetto quantitativo, che vada per numeri. Traduco le sue idee, se le ho ben capite, nel linguaggio dei filosofi. Le qualità delle cose, come la bellezza e la bontà, non sono capaci di misura precisa e quindi neppure di confronti sicuri. Ma il progresso suppone sempre un più od un meno, quindi....

— Proprio così — disse l’Alverighi vivacemente. — Siamo d’accordo.

— E quindi, — proseguì il Rosetti — sinchè gli uomini si erano proposti di raffinare la civiltà, cioè di migliorare la qualità delle cose: la squisitezza dei piaceri, la bellezza delle arti, la santità della religione, la giustizia delle leggi; l’idea del progresso fu vaga; il mondo procedè lento ed incerto, perchè le differenze infinitesime del bello e del buono non si percepiscono più, e al di là di una certa perfezione i gradi si confondono?

— Benissimo, — interruppe l’Alverighi — benissimo. E invece l’idea del progresso divenne norma sicura di azione il giorno in cui l’uomo si è accinto a conquistare la terra. L’ho detto e lo ripeto: che due e due fanno quattro, e che quattro sia il doppio di due, nessuno lo metterà in dubbio.

— È vero — riprese il Rosetti. — Il segno più vistoso del progresso sarà allora l’incremento delle ricchezze, perchè le ricchezze si possono misurare facilmente e con molta esattezza. Progresso è dunque il produrre di più. E definiremo progresso anche il consumare di più?

L’Alverighi dovette presentire, in questa domanda, una insidia: perchè invece di rispondere diritto, divagò chiedendo:

— Non capisco.... Che cosa intende di dire?

— Che il saper produrre di più sia progresso, mi è chiaro. Ma il consumare maggiormente? C’è qui la signora Ferrero che dice di no; e quel che la signora ripete adesso, lo avevano già detto anche gli antichi. Per gli antichi, non è vero, Ferrero? ogni incremento del lusso e dei bisogni sapeva di corruzione: la parsimonia, la semplicità, l’austerità erano virtù universali ed eterne. Tutta la argomentazione della signora Ferrero contro le macchine prende le mosse, mi pare, da questo principio antico: l’incremento dei bisogni è male. E il principio potrà esser discusso: ma è lei pronto a sostenere l’opposto, che il consumare di più sia sempre segno di progresso? Che, per esempio, chi beve un fiasco di vino a colazione ed uno a pranzo è uomo più perfetto di colui che ne beve solo mezzo bicchiere? O che l’ozioso il quale spreca mezzo milione all’anno val più del laborioso artigiano, il quale non può spendere ogni anno che le poche migliaia di lire guadagnate faticando? O che noi siamo da più dei romani, solo perchè noi fumiamo il tabacco, beviamo il thè, il caffè, il cognac, la Benedectine, la Chartreuse, la Strega e tanti altri liquori ignoti ai personaggi di Ferrero?

— No, non lo penso — rispose l’Alverighi.

— È chiaro dunque — rispose il Rosetti — che solo il crescere di certi bisogni è progresso. E questi bisogni, li vogliamo noi chiamare legittimi? Progresso è dunque accrescere la ricchezza, e quindi conquistare la terra, nella misura in cui ricchezza e conquista servono a soddisfare dei bisogni legittimi. Se noi volessimo conquistare la terra per abbandonarci su di essa ad un’orgia sfrenata, la conquista non sarebbe progresso, non è vero? Quindi mi dica quale è il criterio per distinguere i bisogni legittimi dagli illegittimi, i progressivi da quelli che non sono tali....

Solo dopo un momento di silenzio l’Alverighi rispose, di nuovo impacciato:

— Rispondere.... così.... «stans pede in uno» non è facile. Una formola generale.... Forse sarebbe più facile rispondere caso per caso.

— Ma come fa lei a giudicare ogni singolo caso, se non ha chiara in mente una norma? — chiese il Rosetti.

L’Alverighi tacque un istante, perplesso; poi a un tratto e un po’ brusco:

— Ma insomma, — chiese, — dove vuol andare a parare con tutto questo armeggio?

— Voglio conchiudere — rispose — che la signora Ferrero aveva ragione, quando affermava che le macchine non sarebbero state inventate se i nostri bisogni non fossero cresciuti a tal segno che le mani non bastano più a soddisfarli. Ma lei immedesima le macchine con il progresso. Io faccio allora un passo avanti, e dico che l’inventar macchine non è un progresso che nella misura in cui quelle macchine servono a soddisfare bisogni, come abbiamo detto? legittimi — mi pare. Occorre dunque sapere distinguere i bisogni legittimi dai vizi. Ma come si può fare? È evidente che succedo per i bisogni lo stesso che per le bellezze. Bello è quel che mi piace; o che io ho interesse a considerare come tale. Allo stesso modo a ciascuno sembra legittimo, nobile, degnissimo di esser soddisfatto ogni bisogno che sia forte in lui o che egli abbia interesse a diffondere. Ho quindi paura che anche l’idea di progresso sia una idea rovesciabile o una illusione, come la bellezza, che dipende dall’interesse. Ciascuno se la foggia a modo suo, come gli piace. Per un filosofo il mondo progredisce quando cresce il numero delle teste che si interessano ad problemi della metafisica; per un calzolaio, quando diminuisce il numero dei piedi che vanno scalzi. Lei ha detto che noi non siamo da più dei Romani solo perchè fumiamo e beviamo del thè: ma non so se un mercante di tabacco o di thè sarebbero dello stesso parere. Lei ha dimostrato che la nostra epoca è la più progressiva della storia: si potrebbe rovesciare il suo ragionamento e dimostrare che noi decadiamo. Lei diceva poco fa che la Francia è vecchia e gli Stati Uniti sono giovani. E se, capovolgendo la tesi, io dimostrassi che è meglio esser vecchi che giovani, se la Francia è vecchia?

— Sarei proprio curioso di assistere a un simigliante spettacolo — disse tra incredulo, sarcastico e impazientito l’Alverighi.

— Se non fosse troppo tedioso per tutti.... — rispose il Rosetti.

Protestammo tutti che no: il Rosetti si schermì un po’ mentre l’Alverighi aspettava tacendo. Alla fine il Rosetti si decise e incominciò:

— Gli Stati Uniti sono giovani, dunque: difatti crescono a vista di occhi: in cinquanta anni si sono impadroniti di un continente vasto come l’Europa; e non riposano ancora: infiltrano il Messico e il Canadà; hanno ghermito in un baleno, di là dal Pacifico, le Filippine, sorvegliano il Giappone e adocchiano la Cina. La Francia invece! Vive sul suo piccolo territorio come il rigattiere nella sua piccola bottega, fabbricando che cosa? dei busti, dei cappellini, dei profumi, dei pettini, dei gioielli e altre simili frivolezze femminili, per non parlare di altre risorse che.... Basta: ci intendiamo. Coltiva le arti, è vero: e ammettiamolo, pure, in modo mirabile: ma insomma da un popolo di quaranta milioni il mondo ha diritto di esigere qualcosa di più che statue, quadri e mobili eleganti, specialmente quando questo popolo possiede un così vasto impero. Ma che fa la Francia delle sue colonie? Le cova amorosamente con gli occhi: ma non osa di toccarle come un amante timido; fa mille progetti, li abbandona, li ripiglia, poi alla fine si risolve a eseguirne uno: ma con quanta prudenza, santo Iddio! Di qui a mill’anni forse quell’impero sarà un impero. Se ci fossero gli Americani, invece! La Francia si spopola, e gli Stati Uniti sino un milione di uomini hanno ricevuto in un anno dall’Europa e dall’Asia e hanno dato lavoro a tutti! Sorvoliamo, se vi piace, sull’indisciplina che si infiltra in tutti gli ordini sociali, sul vizio dell’ubriachezza, sull’incremento di delitti: ma e i conflitti religiosi e filosofici? In America religioni, sette e dottrine vivono accanto in pace; Chicago, la città del grano e dei porci, ha persino convocato a congresso, nel cuore delle immense e pingui pianure dell’ovest, le religioni del mondo. Nella nuova Bisanzio, invece, i cattolici, i protestanti, gli ebrei, i frammassoni, i liberi pensatori, i socialisti, gli anarchici rissano furiosamente dalla mattina alla sera intorno a Dio, alla giustizia, allo stato, alla morale, ai principii dell’educazione: segno che la Francia non ha più nè religione, nè giustizia, nè stato, nè morale, nè educazione; e non l’ha perchè invecchia; perchè invece di uscire arditamente nel mondo alla gran gesta nuova degli uomini che è la conquista della terra, si rincantuccia ad ascoltare una infinita turba discorde di intellettuali gelosi, orgogliosi e fanatici, che disputano rabbiosamente intorno a questi problemi insolubili! L’America no: l’America conquista il mondo: opera e tollera, non discute e perseguita!

— Tutte cose che mi paion vere, anzi verissime! — disse l’Alverighi.

Il Rosetti riaccese il sigaro spentosi nel discorrere; e mentre agitava nell’aria il fiammifero per smorzarlo:

— Verissime? — rispose. — Aspetti un momento: e gliele rovescio tutte. Non negherò che gli Stati Uniti abbiano fatte grandi cose: ma con quali mezzi, se non vi dispiace! Quegli ottanta o novanta milioni di uomini, quanti sono? hanno bisogno di stare al largo. Nove milioni di chilometri quadrati, un territorio grande più che l’Europa, anzi neppur questo basta: rosicchiano il Messico e il Canadà, hanno prese le Filippine e adocchiano l’America del Sud. Alla grazia, che appetito! Un po’ di discrezione, signori, vien voglia di dire: non ci siete voi soli, nel mondo, se non vi dispiace; guardate la Francia, quante cose essa sa fare sopra un territorio di poco più che cinquecentomila chilometri quadrati: vasto appena quanto uno dei vostri Stati. Intanto nutre quaranta milioni di uomini: senza prodigalità americane, certamente: ma quando mai lo spreco fu da lodare? E non li nutre soltanto: ma mantiene viva e vigorosa la più completa tra le culture del mondo, perchè non le manca nessuna delle parti che insieme compongono una civiltà: nè la letteratura, nè l’arte, nè la scienza, nè la filosofia, nè il diritto, nè la gentilezza del costume e dei modi, nè le armi, nè l’agricoltura, nè l’industria, nè il commercio, nè il denaro e la banca. Procede a incivilire i nuovi territori troppo lentamente, si dice: ma non c’è motivo di farne meraviglia o rimprovero; perchè essa non sfrutta solo terre, miniere e mercati, ma cerca di incivilire davvero, mutar cioè idee e sentimenti. Ma che dico sulla terra? Anche nel cielo la Francia apre nuove vie all’uomo. Chi ci ha insegnato a conquistare il firmamento e non con il volo degli areoplani soltanto, ma anche con la volontà ed il pensiero? Sicuro. Giudicate come volete la separazione delle Chiese dallo Stato: ma nessuno negherà che tutti gli ardimenti e le novità del passato scolorano a petto di questo, buono o cattivo che sia, lo dirà l’avvenire.... Poichè con quella legge, per la prima volta nella storia del mondo, un popolo si è tolto di sotto al protettorato di Dio e ha osato incoronarsi sovrano di sè medesimo! No, la Francia non conosce la tolleranza americana, e va lodata per questo: biasimata invece per la sua tolleranza deve essere l’America dove nessuno si cura delle altrui credenze e tutti vivono in pace, perchè tutti prepongono i beni materiali ai beni ideali. La tolleranza americana è figlia del materialismo. L’indisciplina — si dice — l’alcoolismo, il numero dei delitti e dei divorzi.... Ma la vita è una cascata turbinosa e non una elegante fontana di giardino: il disordine, come voi lo chiamate, non è che l’impeto stesso con cui essa si muove dal passato al futuro. Del resto vorremmo noi piuttosto ritrovare nel gran territorio dell’America settentrionale otto o dieci Francie e ciascuna con la sua Parigi: o preferiremmo che in tutta l’Europa stesse al largo da sola un’altra America popolata di ottanta o novanta milioni di uomini? È vero che gli Americani hanno conquistato in mezzo secolo un continente grande come l’Europa: ma l’hanno conquistato, lasciandosi alle spalle degli immensi deserti. Quanto più sicura, anche se più lenta, di questa frettolosa e sommaria conquista, la conquista dell’Europa, fatta a passo a passo, senza lasciare vuoto o incoltivato, alle spalle, neppure un palmo di terra! No: l’americano abbozza e non può che abbozzare. Per finire alla perfezione una civiltà ci vogliono dei popoli preparati diversamente! Naturalmente la popolazione non cresce molto e non può crescere, in Francia, come non cresce e non può crescere in nessun paese di alta civiltà, come non cresce, ad esempio, nella nuova Inghilterra. Non basta contarli gli uomini: occorre anche pesarli....

A questo punto irruppero di nuovo sul ponte, gridando e schiamazzando anche più di prima, ma precipitando dalla scaletta del ponte superiore, i due mercanti astigiani e il codazzo che li seguiva, ingrossato. Di nuovo fummo costretti a tacere.

— Mi pare che abbiano alzato tutti il gomito — disse il Cavalcanti.

E solo quando furono dileguati il Rosetti, sorridendo, riprese:

— E su questo metro, a volere, si potrebbe continuare per un pezzo! Insomma dubito assai che si possa definire il progresso; perchè ogni progresso guardato a rovescio è regresso. Chi non vuole ammettere che il sandalo è mal fatto, può sempre dire, come Leo, che è sbagliato il suo piede. Leo ci ha dato, senza saperlo, un piccolo saggio di filosofia del progresso....

L’Alverighi non rispose: e per la prima volta prese la parola l’ammiraglio che sino ad allora aveva ascoltato attentissimo, ma in silenzio.

— A me pare tuttavia — disse — che un criterio sicuro per misurare il progresso ci sia....

— E quale? — chiese il Rosetti.

Ma il condurre a termine una disputa di tanta ampiezza, in mezzo ai tripudi della festa equatoriale, era impresa troppo difficile. In quel momento sopraggiunse il Vazquez: e ci disse che erano le undici e mezzo; che egli desiderava finire la giornata del passaggio bevendo «una copa» in compagnia «de los savios del Cordova»; ci invitava perciò a sospendere i dotti ragionamenti che avevano durato un bel pezzo e ad andare con lui nella sala da pranzo. Dopo qualche esitanza e vari complimenti cedemmo all’invito, seguendolo. Alla mensa di mezzo riccamente imbandita il Vazquez fece sedere alla sua destra la Gina: poi disse che il posto di sinistra era riserbato alla signora Feldmann, se l’ammiraglio volesse esser così cortese da cercarla per la nave e invitarla: l’ammiraglio acconsentì, pur dichiarando di ignorare se fosse ancora in piedi ed uscì: noi ci sedemmo a piacere. Nel mezzo della tavola infiorata si ergevano parecchie bottiglie di Champagne, circondate da molte vivande fredde: tra le quali carni e frutta della terra argentina che l’accorto ospite aveva per amore della patria lontana disposte con arte tra le altre vivande: quelle lingue di bue in scatola, che sono una delle ghiottonerie più prelibate dell’Argentina: parecchie scatole della deliziosa marmellata di mele cotogne che gli Argentini chiamano «membrillo»: delle magnifiche e grossissime pesche sciroppate, che venivano da Mendoza. Chiacchierammo aspettando la signora Feldmann, che venne di lì a un momento, a braccio dell’ammiraglio — invece di coricarsi, come aveva divisato, spaventata dal caldo e dal chiasso si era rifugiata in un cantuccio del ponte superiore a leggere — e appena essa si fu seduta, le bottiglie detonarono e incominciò la cena. Il gustarne che facemmo ci trasse a discorrere delle vivande argentine: tutti le lodammo e non per cortesia, ma sinceramente; lieto e inorgoglito il Vazquez ci ringraziò, come fanno spesso gli Americani quando sono contenti degli elogi tributati alla loro patria, mostrandoci i tesori dell’Argentina: quegli infiniti tesori che essa abbandona così volentieri a quanti osino venire da lungi a farle una dolce violenza soltanto.

— Sono le più belle pesche del mondo, non è vero? — diceva in spagnuolo. — Ebbene vogliono sapere quanto guadagna il mio amico che coltiva queste pesche? Il conto è presto fatto.... Ogni albero di sei anni produce circa seicento pesche: dieci pesche per scatola fanno, per ogni albero, sessanta scatole. Ogni scatola, quel mio amico, la vende mezza piastra. Il che fa trenta pesos di reddito lordo per albero. Piantando trecento peschi per ettaro, e ci stanno al largo, abbiamo un reddito di novemila pesos: un po’ meno di ventimila franchi. La spesa necessaria a coltivarle e prepararle ammonta a circa la metà: il profitto dunque, per ogni ettaro, è di diecimila franchi. Diecimila franchi! Non c’è coltivazione al mondo più lucrosa: nè l’alfalfa, nè il grano, nè il lino....

Questo discorso elettrizzò l’Alverighi, che:

— Tranne l’uliveto, però, tranne l’uliveto — corresse: e ci raccontò come nella provincia di Mendoza un ettaro di uliveto poteva fruttare perfino tredicimila franchi.