Fra i due mondi

Part 13

Chapter 133,828 wordsPublic domain

Questo racconto però aveva fatto nascere in me qualche dubbio, che con molta prudenza esposi al dottore. Gli dissi che il signor X.... era una persona ricca, colta, rispettata, dabbene: sembrarmi poco probabile che in una delle sue fazende potesse essere intendente un simile manigoldo: del resto non credevo, dopo aver visitato lo Stato di San Paolo, che simili soperchierie fossero facili e frequenti neppure in fazende lontane e possedute da cattivi padroni. Esserci padroni di ogni qualità, buoni, mediocri e cattivi: ma neppure i cattivi poter poi oltrepassare nelle loro nequizie un certo segno, tracciato dalla civiltà moderna, tra gli avanzi della foresta primigenia non ancora arsa e le piantagioni del caffè, anche sull’altipiano montuoso di San Paolo. Lo Stato di San Paolo era stato messo dal rinvilio del caffè, per alcuni anni, a una prova dura assai: non era però giusto — come troppo spesso si faceva in Italia — imputare tutti i guai di questa crisi ai padroni, accusandoli d’essere dei barbari schiavisti, quando tanti erano tra essi i gentiluomini e dopochè tanto oro gli italiani d’Italia e d’America avevano raccolto tra gli arbusti del caffè. Gli dissi infine che occorreva esser guardinghi con gli emigranti. Non aveva egli stesso detto che diventavano tutti isterici e mezzo matti? Questo era il momento di ricordarsene, anche se aveva esagerato, dicendolo: perchè, inaspriti dalla solitudine, dalla lontananza, dal clima e dal vivere così diversi, dalle difficoltà delle crisi, molti emigranti imputavano ai padroni anche quelli tra i loro guai, che erano invece da attribuirsi alla fortuna e alle contingenze.

Ma parlavo ad un soldo. Non rispose; mi guardò invece con occhi diffidenti, quasi ostili, come avesse dinanzi un agente di emigrazione.

— Del resto — aggiunsi per rompere quel fastidioso silenzio — se lei crede possa giovare, io sono pronto a scrivere al signor X.... Se le cose raccontate sono vere, stia sicuro che indennizzerà la famiglia. Solo vorrei prima poter parlare con quell’uomo....

Si rasserenò alquanto, e:

— Il marito — mi disse — è una bestia. La farò parlar con la moglie. Proprio se può fare qualche cosa sarà una carità. E poi mi faccia un altro piacere: preghi la sua signora di ripetere a Maddalena di dare un po’ più retta a me e un po’ meno a suo marito. Se vuol suicidarsi, padrona: ma aspetti di essere arrivata. Vorrei almeno che non mi morisse a bordo e che non mi infettasse qualche altro!

Sopraggiunse in quel momento la bella genovese: e mi pregò di pregare la signora Feldmann che volesse suonare qualche ballo.

— Volentieri, — risposi — ma dov’è?

— Su, nel salone, che suona. Non sente?

Dal salone giungeva infatti a piccole ondate intermittenti una melodia. Lasciai il dottore: salii con la genovese: e comunicai all’augusta dama l’umile richiesta delle sue ammiratrici e dei suoi ammiratori. Subito parecchie coppie incominciarono alla cadenza di un valzer i loro giri; mentre io raggiungevo in un cantuccio l’ammiraglio.

— Come è fresca, tranquilla, allegra! — gli mormorai dopo un poco, all’orecchio, guardando la signora. — Chi direbbe che ieri sera...

— Queste signore del bel mondo! — rispose l’ammiraglio, senza distogliere gli occhi dalle coppie. — Un bell’abito fa su loro l’effetto di una fanfara su noi soldati. Quando se lo sentono addosso dimenticano tutto. I dispiaceri, le malattie, gli anni....

Gli raccontai allora in succinto il colloquio che la signora aveva avuto con mia moglie alla mattina: ma quando gli dissi che la signora dubitava che suo marito fosse un po’ matto, un sorriso spuntò sulle sue labbra.

— Perchè sorride? — chiesi.

— Per nulla. Così! — rispose.

E ammutolì di nuovo, guardando le danze, mentre io avviavo un discorso sull’argomento discusso durante il pranzo. Quando, a un tratto, la macchina, fischiando roca, sorda, lungamente, annunciò a tutti noi, ormai quasi dimentichi, che il confine ideale tra le due metà della terra era superato! Le coppie si sciolsero: la signora si levò: tutti corremmo a precipizio sul ponte: dalle viscere profonde, dai ripostigli reconditi della nave, uomini e donne sbucarono, nella terza classe, sui due ponti della prima, per vedere il «Cordova» navigare nell’emisfero boreale: delle grida di gioia risuonarono nella notte.... Ma la notte era, come al solito, oscura; in cima ad essa le stelle brillavano con il consueto silenzioso splendore: nè più lento nè più veloce il «Cordova» fendeva con un fragor di cascata l’immensità delle acque, di cui appena si intravedeva qualche lembo. Noi avevamo mutato emisfero, ma nulla era mutato nel mondo: gridavamo all’Universo la nostra esultanza dal fondo della notte, in mezzo all’Oceano, entro la minuscola conchiglia di ferro che ci portava: ma la faccia dell’oscura immensità non si corrugò neppure di un impercettibile fremito!

A poco a poco, uno per volta, dopo aver guardato in alto, in basso, a destra, a sinistra più volte; dopo esserci convinti che se noi avevamo mutato emisfero, nulla era mutato intorno a noi, incominciammo tutti a disperderci per il vapore, ai tripudi della sera. E dopo qualche tempo la mia signora ed io ragionavamo in un cantuccio del ponte di passeggiata ed io le ripetevo quel che il dottore mi aveva detto di Maddalena e le trasmettevo la sua preghiera, quando sopraggiunse la signora Feldmann. Si sedè accanto a noi: incominciò vari discorsi banali — necessari preamboli — sul tempo, sul mare, sulla serata: poi a un tratto, e improvvisamente, mi chiese se a New-York non fosse venuta alle mie orecchie, intorno a suo marito, nessuna notizia o voce o diceria, che potesse illuminarla. Risposi la verità, di no, cioè: e poi le chiesi, scherzosamente, se suo marito rassomigliava davvero a Nerone.

— Lasciamo in disparte — dissi — la crudeltà: ma Nerone era un uomo debole, incerto, pauroso. Un banchiere sarà quel che lei vuole: un avvoltoio o un predone: ma dell’energia deve averne....

La signora era intenta, in quel momento, a distendere con le due mani un lembo del suo bianco velo sul ginocchio sinistro.

— Lo crede, lei, davvero? — disse lentamente, alzando gli occhi e guardandomi con un fine sorriso.

— Per Bacco! se lo credo! — risposi, con un fare un po’ dottrinario. — I banchieri sono i condottieri del mondo moderno!

— Per loro scienziati, che vedono lo cose dall’alto, in grande.... Ma per le mogli che debbono viverci insieme, giorno e notte.... non so.

— Ma vuol negare che siano uomini di polso i Morgan, i Rockefeller, gli Underhill....

— Quanto a Underhill, — interruppe essa subito con impeto — quello, sì, era un grande uomo.

— Lo ha conosciuto lei? — chiese la Gina. — Noi dovevamo far colazione con lui, a New-York, tre mesi prima che morisse. Poi non ricordo più che cosa successe, che ce lo impedì.

— Underhill — rispose la signora — era un amico di casa.

— Una delle banche — dissi allora io, rivolgendomi a mia moglie — che hanno aiutato Underhill a riorganizzare il «Great Continental», è la banca Loeventhal. Quella di cui il signor Feldmann è uno dei direttori.

— E che uomo era? — chiese allora la Gina. — Il signor Otto Kahn ci ha raccontato che era un uomo così interessante!

— Un uomo straordinario! — rispose risolutamente la signora. — Intendiamoci però: «il n’était pas homme du monde pour un centime». Non avrebbe saputo distinguere questa toilette dagli abiti di quella signora americana, moglie di quel giovane.... Ma quante volte l’ho detto a mio marito: quello, sì, è un uomo.

— Quello, sì, è un uomo, — pensai tra me. — E il marito allora che cosa era?

Le chiesi quando avesse conosciuto l’Underhill.

— Quindici anni fa — rispose. — Un giorno mio marito viene da me e mi dice di mandare un invito a pranzo al signor Riccardo Underhill. Non avevo mai sentito questo nome; e gli chiesi chi era. «Uno stock-brocker, mezzo morto di fame», mi rispose. «Lo zio vuole a tutti i costi che lo inviti». Stock-brocker, era, sì: ma morto di fame, no, lo seppi poi: aveva già un patrimonio, piccolo a paragone di quello di mio marito e piccolissimo a paragone di quello che ha lasciato ai figlioli: ma insomma l’aveva messo assieme da sè, perchè era di famiglia modestissima.... Ma mio marito ha sempre spregiato molto gli uomini più poveri di lui, quando non sono disposti ad essere i suoi servitori: questo è uno dei difetti che mi sono sempre più spiaciuti in lui.

— Ne ha parecchi, suo marito, di difetti; e lei non è una moglie indulgente, «tant s’en faut!» — dissi scherzosamente.

— Lei vuol dir sincera, — mi rispose con un fare veramente candido.

— Sincera e severa, mi pare.

— Me lo diceva sempre anche mia madre, — rispose. — Ma io sono fatta così.

— Nè mi stupisce. Questa specie di sincerità severa si ritrova spesso nei santi, nei sovrani, nei principi, nei grandi signori, nelle donne troppo belle e troppo adulate....

— E per qual titolo sarei io ammessa nel numero delle persone provviste di questo temperamento? — mi chiese con un sorriso malizioso.

— Proceda per esclusione. È lei una santa? una regina? una principessa? No. Dunque....

— Ma spero che riconoscerà che è una virtù.

— Conforme.

— Conforme che cosa?

— Queste persone — risposi — amano con ardore la giustizia e la rettitudine, di solito. Il che è bene: il male è che qualche volta in questo amore del giusto c’è un tantinello di orgoglio e di prepotenza. Perchè non le pare che un po’ di orgoglio e di prepotenza sia necessaria, per credersi capace di giudicare in ogni occasione e senza appello i propri simili?

— Grazie del complimento — rispose. — Lei mi dice che sono una donna vana, sciocca e prepotente.

— Vana e sciocca, no. Orgogliosetta e un po’ prepotente.... Non so.... Mi riserbo.... Vedremo. Torniamo intanto a Underhill. Suppongo che ebbe l’onore di essere invitato a pranzo da lei, dopo che fu eletto presidente del «Great Continental».

— Per l’appunto. Lei sa che Underhill, a quel tempo, nessuno dei magnati della finanza americana avrebbe acconsentito a trattarlo come un pari.

— Non aveva — dissi — mai amministrato che piccole ferrovie, sebbene le avesse amministrate assai bene....

— Sicuro. E nessuno da principio ce lo voleva a quel posto. Mio marito naturalmente era uno dei più accaniti. Ma lui tanto disse e tanto fece, che la spuntò. Allora i principali interessati nella ferrovia diedero ciascuno un pranzo per festeggiare la pace. Io però non mi sono mai occupata degli affari di mio marito, e quindi non avevo dato gran peso alle sue parole.... Ma due giorni prima del pranzo, incontrai per l’appunto Otto Kahn. Lei lo conosce, credo. La banca Kuhn Loeb era anche essa impegnata nell’impresa del «Great Continental» e parlando gli dissi che avrebbe pranzato da me tra gli altri un certo Underhill. «Un certo Underhill!» mi rispose ridendo. «Ma tra pochi anni quell’uomo sarà il Napoleone della finanza americana!» Sa che cosa disse mio marito, quando gli ripetei questo discorso? «Kahn è matto!» Ma questo è niente: il più buffo fu poi.... Quando ci ripenso....

E scoppiò in una allegra risata.

— Lei che vede in ogni banchiere un eroe.... Stia a sentire. Poco dopo il pranzo, un giorno, mio marito ritorna a casa con una faccia.... Era fuori di sè. Avevo appena avuto il tempo di domandargli se si sentiva male, che si mette a gridare: «Lo dicevo io che era pazzo, pazzo, pazzo!» E dava dei pugni sul tavolo, saltava da una poltrona all’altra, rovesciava i libri: pazzo era lui, non Underhill. Perchè alludeva a lui. E sa che cosa era successo? Si figuri: Underhill era partito zitto zitto per fare un giro sulla «Continentale» e vedere un po’ quel che si poteva fare per assestare quella ferrovia fallita da tanti anni: per due settimane silenzio, non aveva data notizia di sè: quando alla fine, dopo due settimane, ecco arriva un telegramma così concepito: «Mi occorrono trenta milioni di dollari». E per trenta milioni di dollari mio marito vaneggiava a quel modo!

— Andava però per le spiccie, quell’Underhill — non potei a meno di osservare.

— E aveva ragione, — mi rispose essa, subito, con forza. — Se i banchieri non sanno arrischiare il loro denaro, a che servono?

— Ma pretenderebbe lei forse che gli dovessero spedire i centocinquanta milioni come erano stati chiesti, a volta di telegrafo?

— Non dico questo — rispose ridendo. — Ma un po’ di slancio, di ardire, di fiducia ci vorrebbe. Invece! Io non conosco invece gente più paurosa. E il più pauroso di tutti era proprio mio marito! Bisognava vedere, quella volta.... Underhill dovette venire a New-York, parlare, persuadere, spiegare.... Mio marito era addirittura esterrefatto: per quindici giorni non dormì, non mangiò, tanto era agitato: anche gli altri, bisogna dire, titubavano tutti: persino lo zio, che pure, quello è un uomo serio. Avevano tutti una tremarella.... che la ferrovia fallirebbe di nuovo tra due o tre anni. E tre anni dopo si spartivano parecchie centinaia di milioni....

— E Underhill era diventato un grande uomo, — aggiunsi io.

— Se lo meritava, perchè il merito era suo e soltanto suo.

— Non dimentichiamo però che la fortuna ci ha messo anche lei il suo zampino.... Proprio allora incominciò il rincaro dei cereali. La prosperità tornò in quelle regioni, che la crisi del’93 aveva devastate. Anche la guerra delle Filippine lo ha aiutato. Se si fosse sbagliato....

— Ma non s’è sbagliato: il suo genio aveva indovinato che i tempi mutavano.

— L’aveva proprio indovinato? O s’è buttato avanti, un po’ alla cieca, tentando l’ignoto, come si fa di solito?

— Non ne dubiterebbe se l’avesse sentito a discutere con mio marito. È una cosa curiosa — aggiunse poi dopo un momento di riflessione. — Mio marito è un pozzo di scienza. Bisognava sentire, quando dimostrava che i territori del «Continental» dovevano restare per secoli deserti! Quando parlava, anche a me, che sono una povera donna ignorante, pareva impossibile che non avesse ragione. E invece.... Come lo spiega, lei, questo fatto?

Invece di spiegarlo, le rivolsi una domanda intorno agli studi del marito. Poichè la signora mi pareva in vena di confidarsi, volli avventurare una prima domanda intorno alle cose di famiglia. Rispose infatti, e con pronta e quasi ingenua franchezza.

— Ha studiato — disse — in Germania, a Bonn, non so per quanto tempo: e poi a Parigi all’«Ecole des sciences politiques et morales».... Pare che fosse bravissimo negli studi: e non ne dubito, perchè in fondo è nato, credo, più professore che banchiere. Suo padre glielo diceva sempre. Anche adesso non è felice che in mezzo ai libri o quando può scrivere qualche articolo per una rivista di economia politica.

— Anche adesso?

— Se sapesse! — rispose alzando le mani con un gesto di sbigottimento. — Quanto legge e quanto scrive! Nemmeno addormentarsi può, sè non ha un libro o una rivista. Quando ripenso ai primi anni di matrimonio e quanto mi hanno fatto piangere quei maledetti libri! Perfino in viaggio portava con sè una cassa di libri. E nel transatlantico, a Parigi, negli alberghi, nelle «villes d’eau», appena insediato anche per otto giorni, subito apriva la sua cassa e giù a leggere e a scrivere.... A quanti teatri, musei e divertimenti ho rinunciato, perchè proprio per lui era un sacrificio troppo grande di togliersi dal suo tavolo! «Ce n’était pas folichon, je vous assure....» Poi, a poco a poco, mi ci sono abituata!

E sospirò. Mi parve allora, di poter ormai avventare una domanda addirittura indiscreta e:

— Non era allora un marito molto tenero, mi pare, — dissi.

Ma a questa domanda subito sentii la signora farsi a un tratto ritrosa e quasi sgusciarmi di mano.

— Ma no, ma no — disse lievemente arrossendo. — Federico è il modello dei mariti.

E poi subito ritornò al discorso primitivo.

— Underhill invece era un uomo semplice; poco colto, quasi direi.... un gran bambino! Eppure egli indovinava, e mio marito no, non ostante tutti i suoi studi e non ostante tutti i suoi libri. Io non ho mai capito il perchè.... Eppure mio marito è intelligente.

— L’intuizione, signora, è un dono di Dio: l’erudizione è uno sforzo dell’uomo.

Tacque un momento, sopra pensiero, poi, a un tratto:

— Sa che cosa dissi un giorno a mio marito? Indovini.

E si mise a ridere.

— Underhill era più vecchio di mio marito, non so di quanti anni.... Ebbene gli dissi che Underhill mi sembrava un giovane di venti anni, e lui un venerando vegliardo di novanta.

— Un bel complimento, per Bacco! — dissi non senza una certa meraviglia.

— Difatti mi tenne il broncio per tre giorni. Eppure anche questa volta avevo ragione.

— Come sempre!

— Non mi canzoni. Avevo ragione, perchè mio marito è così pessimista e diffidente sempre! E l’altro invece era tanto ottimista, fiducioso, allegro....

— Americano, cioè, mentre suo marito è europeo. Ma lei ora mi ammira nella persona dell’Underhill quell’America che l’altro giorno mi trattava di barbara. Quel coraggio, quell’impeto, quell’energia sono appunto le qualità....

— Degli Americani? — interruppe pronta, scrollando le spalle, con un atto di spregio. — Lo crede anche lei, come tanti Europei? Perchè gli Americani fanno tanti quattrini? Come se fosse una cosa difficile far dei denari!

— Un pochino, direi, signora. Pur troppo, anzi! — risposi ironicamente.

— Ma se ne ha fatti tanti perfino mio marito, in America! — ribattè.

Quest’accanirsi spietato mi irritò e:

— Almeno, — protestai a difesa dello sconosciuto marito — se non gli cascano in casa dal cielo i milioni a suo marito!

— Ma no, ma no — rispose pronta e come un po’ impazientita. — Sa scegliere gli uomini: ecco il suo segreto. Gli uomini dotati di quelle qualità che a lui mancano. Li odia: ma li sa sfruttare; e sopratutto sa nascondere le sue debolezze dietro le loro spalle. In questo è intelligente.... Come in tutto il resto, del resto. E così ha fatto credere a molti di essere una specie di Napoleone della finanza, e quel che è più curioso alla fine se ne è persuaso anche lui.... Proprio come Nerone credeva di essere un grande artista! Vede dunque che rassomiglia proprio a Nerone! Se sapesse come dimentica presto, quando una impresa è riuscita, che egli ha sconsigliata.... Un giorno, dopo il trionfo di Underhill, gli ricordai le sue disperazioni per il famoso telegramma dei trenta milioni. Che furia mi fece, sapesse!...

— Altro che ininterrotta concordia! — pensai tra me. Ma alle ultime frasi così chiara la meraviglia trasparì dai miei occhi, che la signora ammutolì a un tratto, e:

— E che? — disse. — Avrei forse dovuto tacere?

— No, non dico questo — risposi un po’ impacciato. Poi soggiunsi: — Ma perchè lei gli ricordava queste cose?

— Perchè? Oh bella! Perchè era giusto.... Le par giusto che un uomo si attribuisca il merito che spetta ad altri?

— Non dico che sia giusto; ma....

E tacqui guardandola.

— Ma che ma! — rispose con un sorriso tra fiero e scherzoso, levando con energia la piccola e bella testa. — Pensa lei forse che io sia una persona accomodante? Transazioni, ipocrisie, menzogne? Mai. E forse per questo avevo ragione di non volerlo sposare: e feci male a cedere ai miei genitori.... Ma ero così giovane!

— Ah! — dissi questa volta senza recondita intenzione. — Lei non voleva dunque sposarlo....

Di nuovo la signora arrossì un poco: ma invece di rispondermi si levò e raccogliendo il suo velo intorno alle spalle:

— Domando scusa, — disse — ma bisogna che me ne vada. Incomincio a sentire l’umido della notte....

Ci alzammo anche noi, mentre io dicevo a me stesso:

— Ho bell’e capito adesso, perchè tuo marito vuol fare divorzio! Non è un quesito difficile, no!

E mentre in piedi ci salutavamo vidi più da vicino il suo vezzo. Allora, così per dire, tanto per prendere commiato:

— Signora, — dissi — devo dirle che queste sue perle, non meno della persona che le porta, sono l’oggetto dell’ammirazione di tutti. Un gioielliere che è a bordo dice che dovevano appartenere a qualche principe indiano....

Non dimenticherò, sinchè campo, la scrosciante e sconcertante risata che rispose al ben tornito complimento.

— Non lo indovina, perchè rido? Ma queste perle sono false! Ho una collana come questa, vera quella; ma è a Parigi, al «Crédit Lyonnais». Sei mesi fa sono tornata in Brasile sola: e non ho voluto portare con me i miei gioielli.

— Capisco ora! — esclamai, rammentandomi in quel momento di Lisetta e del suo piede imprudente. Ma mi ripresi e ammutolii a tempo.

— Che cosa capisce? — chiese incuriosita la signora.

— Capisco.... Capisco che questo vezzo imita il vero meravigliosamente.

Ma la signora fece una osservazione più profonda.

— Che cosa vuol dire l’idea! Non bisognerebbe portare che perle false. Se il mondo vi fa credito di una ricchezza sufficiente a comperarle vere, le crede vere anche quando sono false: se non vi fa credito, le crede false anche quando sono vere....

E se ne andò.

— Io direi — dissi volgendomi alla Gina — che essa detesta suo marito.

Ma in quel momento sopraggiunse il Cavalcanti.

— Venga, venga — disse, — Ferrero! Il Rosetti ha ripresa con l’Alverighi la discussione sul progresso che avevamo appena incominciata questa sera. Mi pare che questa volta l’avvocato abbia trovato pane per i suoi denti!

Passammo sull’altro fianco della nave. A mezzo del ponte di passeggiata, non molto lungi dalle scale che salgono al ponte superiore, sotto la pioggia melodiosa di suoni e concenti che cadeva dal salone di sopra, dove avevano ricominciato a danzare, il Rosetti, l’ammiraglio, l’Alverighi sedevano a cerchio.

— No, no, no! — fu la prima frase che udii avvicinandomi, e parlava piuttosto concitato l’Alverighi, mentre la Gina si sedeva nella sedia che levandosi per venire a noi il Cavalcanti aveva lasciata vuota ed io ed il Cavalcanti avvicinavamo due sedie. — Non si possono paragonare popoli e civiltà, e quindi misurare il progresso nè con dei criteri morali — è questo l’errore della signora Ferrero — nè con dei criteri estetici, è questo l’errore del signor Cavalcanti; perchè un mistico giudicherà progresso la distruzione dell’impero romano operata dal Cristianesimo, mentre un nemico del nome cristiano la giudicherà una catastrofe: e a Chicago o a Pittsburg c’è chi pensa che son più belle le maniere, le vesti, i gusti americani che tutte le vantate eleganze parigine: e sfido lei o chiunque a trovare il mezzo di convincere questi galantuomini di errore.... Tutte queste cose, l’ha detto lei e non io, ciascuno le giudica seconda il suo interesse. Dirò di più, anzi: giacchè a proposito della Francia siamo venuti a discorrere di civiltà raffinata. Io penso che l’idea di una civiltà che sia raffinata deve essere sradicata dai cervelli con il ferro e con il fuoco. Una civiltà raffinata, se non è vizio, è menzogna, illusione, ciarlataneria.

Uscivan di corsa in quel momento e in tumulto, dalla porticina che si apriva sul vestibolo del refettorio, vociando e ridendo clamorosamente, i due mercanti astigiani, la bella genovese, la moglie del dottore di San Paolo, altri passeggieri: le signore trascinate riluttanti e ridenti, sotto braccio, dagli uomini. La festa equatoriale tripudiava fervida nella nave che a passo lento ed eguale attraversava, infaticabile, la notte infinita. Tacemmo per lasciarli passare.

— Si divertono! — mormorò l’ammiraglio.

E il Rosetti:

— Allora — disse — non ci sarebbe, secondo lei, nessuna differenza che si potesse vantare come miglioramento e progresso, per esempio, tra la pittura di un baraccone da fiera e la Trasfigurazione; tra Gasparone e San Francesco; tra Nerone e un filosofo stoico; tra le vesti della cameriera di bordo e quelle della signora Feldmann; tra il vino che bevono gli emigranti e lo Champagne che abbiamo bevuto questa sera, tra la carne delle razze che l’Argentina ha selezionate con tanta cura negli ultimi anni, e le mandre che una volta essa affidava nella pampa alla grazia di Dio? Eppure l’altra sera lei diceva l’opposto, a proposito delle carni argentine.

Questa obiezione colse di sorpresa l’Alverighi, che rispose un po’ impacciato: