Part 12
Come sarebbe terminata questa strana discussione, non so: ma ecco in quel momento sopraggiungere, placido, attillato, dignitoso, fumando un avana grosso come le dita grassoccie tra cui lo stringeva, il signor Vazquez. Ci salutò, si sedè in un seggiolone che era rimasto vuoto tra noi e:
— Sempre filosofia — disse ridendo. — Il «Cordova» sarà chiamato «el buque de los savios». Il guaio è che quel signore — e minacciò l’avvocato con il dito — si è dato all’ozio. Aveva promesso di scrivere, qui sul battello, il rapporto che io debbo presentare ai banchieri di Parigi per un certo nostro affare della provincia di Mendoza.... Ma sì! Non fa che leggere, pensare, discorrere....
Scherzosamente, il Cavalcanti gli disse che l’Alverighi ci stava rivelando proprio allora cose più gravi e più grandi, che i più grandi e gravi affari della terra. Ma il Vazquez non si commosse.
— Gli do vacanza — disse — sino a Gibilterra. Ma da Gibilterra in poi lo richiamerò alle cose serie. Avrà tempo, del resto, per discorrere. Con questa tartaruga! Venti giorni per andare da Buenos-Aires a Genova! «Es una enormidad».
Gli obiettammo che sulle vie del Sud il carbone è più caro che su quelle del Settentrione. Ma non vacillò.
— No, no: io andrò in dieci giorni da Buenos-Aires a Genova, ne sono sicuro: se non sarà il carbone, sarà il petrolio, o l’elettricità, o l’idro-aereoplano: o qualche altro portento. Ma qualche cosa sarà. Io credo nel progresso.
— Come tutti gli Americani — osservai.
Assentì con il capo; trasse due lunghe boccate di fumo, facendo rosseggiare la brace del sigaro; e poi:
— Dieci anni fa, andando in Europa facemmo scalo a Bahia, e lì vidi il primo tranvai elettrico. Come rimasi, loro se lo figurano! Pensino che a Buenos-Aires tutti i tranvai erano a cavalli, ancora! Adesso hanno visto, in dieci anni, che cosa siamo stati capaci di fare! Abbiamo la prima rete elettrica del mondo; anche Parigi ce la invidia, con quei suoi vecchi omnibus a cavalli.
Tacque un momento, come pensando; poi volgendosi a guardare me e sorridendo:
— Non è una cosa curiosa? — mi disse. — Aver fatta la Rivoluzione Francese e aver ancora dei tranvai a cavalli?
Alquanto sorpreso da questa osservazione, gli chiesi se Parigi, ingombra di fili e di pali, sarebbe stata più bella agli occhi suoi: ma invece di rispondermi, seguì il filo del suo pensiero.
— L’Argentina è così prospera, perchè noi, tutto quello che si fa di nuovo nel mondo, subito l’adottiamo. Siamo un popolo _adelantado_, noi!
Poi trasse l’orologio.
— Sono le cinque e mezzo — disse. — Abbiamo tempo, avvocato, di fare una partita, prima di pranzo. Se ne ha voglia, venga. Se no, questo passaggio dell’equatore sarà davvero troppo noioso.
L’Alverighi non seppe rifiutare questo piccolo piacere al suo cortese e ricco amico: e così la compagnia si disperse. Io me ne andai pensando che senza tanto discutere il Vazquez aveva giudicata in ultima istanza la questione del progresso. Come tanti altri americani, del resto!
Ma l’equatore era cagione in tutta la nave di una insolita agitazione. I passeggieri ritornavano assiduamente ogni tanto a studiare la carta; si richiedevano a vicenda a quale ora si passerebbe; interrogavano gli ufficiali, i camerieri, i cuochi, gli sguatteri, sebbene tutti costoro avessero già ripetuto dieci volte all’uno o all’altro «verso sera»; osservavano il cielo e il mare, come aspettando in quello un qualche annuncio o mutamento improvviso. Ma inutilmente: chè il «Cordova» traeva per l’Oceano deserto con quella sua posata e sempre eguale andatura.... Per ingannare il tempo, intanto, uno dei mercanti astigiani tendeva insidie alla moglie del dottore di San Paolo, cercando di persuaderla che, se guardasse attentamente il mare con certo cannocchiale, avrebbe veduta la «linea»; tutti si recavano ogni tanto a dare una occhiata, nella sala da pranzo, ai preparativi per la festa della sera, confidandosi a vicenda le dicerie che correvano. Tra le quali che la signora Feldmann si sarebbe alla sera ornata di un famoso diadema che costava due milioni! Avendo incontrato l’ammiraglio solo, gli chiesi — poichè egli conosceva i Feldmann da tempo — se credeva proprio che quel divorzio capitasse tra capo e collo alla signora, così di sorpresa, come essa diceva. Mi rispose che, a sua saputa, marito e moglie vivevano in buon accordo; tutti consideravano e non pochi invidiavano la famiglia come felice: egli inclinava perciò a giudicare falsa la diceria del divorzio, sebbene non sapesse spiegare come fosse nata. Ma non so perchè — forse perchè ero in sospetto — mi parve di osservare nei discorsi dell’ammiraglio una dissimulata reticenza. A poco a poco il giorno discolorato e caldo si spense sul mare deserto: ma l’ora del pranzo giunse prima dell’equatore: e ci recammo tutti, in abiti da festa, alle mense, un po’ delusi e quasi irritati contro l’irraggiungibile linea. In compenso la sala era piena, tutti avendo fatto uno sforzo per assistere al pranzo dell’equatore. Ultima arrivò la signora Feldmann, che non avevo ancor veduta nella giornata, fresca e allegra come al solito, ornata non del famoso diadema, ma del vezzo di perle miracolosamente scampato la sera prima al piede imprudente di Lisetta. E mi guardò, mi salutò, parlò meco e con gli altri con tanta disinvoltura e allegria che, sebbene al primo incrociarsi dei nostri sguardi io mi fossi sentito un poco impacciato, pochi minuti dopo non pensavo più neppure io ai pianti e ai lamenti della sera precedente. Restammo tutti un po’ male quando il capitano ci annunciò sorridendo che prima delle dieci non si passerebbe l’equatore: ma presto dimenticammo la linea, non appena, dopo la seconda portata, il Cavalcanti pregò l’Alverighi di continuare il discorso interrotto poco prima e di dimostrargli come non si potesse affermare che la macchina abbia imbruttito il mondo.
— Ma è l’uovo di Colombo, — rispose pronto e allegro l’Alverighi. — Osserviamo gli abiti, poichè lei ha scelto questo esempio.... Negherebbe lei che l’arte della seta fabbrica oggi delle stoffe che sono una gioia degli occhi, dei portenti di bellezza, opere d’arte vere e proprie? Oppure che tutte le altre stoffe di lana o di lino o di cotone e via dicendo, di cui si vestono le signore, siano prive di bellezza? Che non sia un’arte bella quella che veste le signore, con quanta disperazione e rovina di noi sventurati mariti, lo sappiamo tutti? Accetto sino da ora la signora Feldmann come arbitra, se delle contestazioni nasceranno. Ma su questo punto non possono nascerne: piuttosto lei potrebbe dire che nell’abito mascolino la ragione della comodità è sempre anteposta alla ragione del bello. Ma non è vero: anche nei panni che noi vestiamo l’industria moderna cerca di infondere una favilla di bellezza, per attirare i compratori: disegni e colori piacenti; tagli eleganti; forme che convengono alla persona che li indossa: effetti di bellezza, insomma, come nell’abito del settecento tutto sbuffi, pizzi, risvolti....
— Ma — interruppe il Cavalcanti scrollando le spalle — le stoffe d’oggi sono robaccia dozzinale; e quelle altre erano monumenti d’arte quasi eterni.
— Robaccia dozzinale! Monumenti d’arte! — rispose l’Alverighi. — Parole sonore, non c’è che dire. Ma di grazia; e la discussione dell’altra sera, non se ne ricorda già più, lei? Le è uscita tutta di mente? Ho sprecato con un bel profitto il mio fiato, allora! Ma già le discussioni sono inutili: discutiamo, litighiamo, andiamo sulle furie, uno sembra vincere e convincere, l’altro sembra vinto e convinto, pare che le idee si siano mosse, schiarite, scambiate da una testa all’altra.... E mezz’ora dopo, ciascuno ricasca nelle sue vecchie opinioni, come uno che si è mezzo svegliato a mezza notte e si riaddormenta dopo pochi minuti. Ma questo è il momento di trarre partito, per un caso pratico, delle nostre discussioni precedenti.... E perciò le chiedo: con quale metro o bilancia mi vuol lei pesare e misurare la bellezza delle mode presenti e quella delle antiche, per scoprire che nelle presenti ce ne è meno che nelle antiche! Come farebbe lei a dimostrarmi che le mode antiche erano più belle, se io le dicessi — come le dico — che a me piacciono più le nuove e presenti? No, lei, come tanti altri, scambia per decadenza dell’arte quella che è invece la sua purificazione dagli interessi, effettuata appunto dalle macchine. Sinchè gli uomini e le donne si vestivano di stoffe che, per fabbricarne con le mani un metro, occorrevano dei mesi, era naturale che la Chiesa, lo Stato, la Monarchia, l’Aristocrazia, tutti i potentati del tempo si sforzassero di imporre quei pochi modelli, di impedire mutamenti troppo frequenti nel gusto e invasioni di modelli forestieri. Non c’era altro modo per assicurar pane e lavoro alle corporazioni d’arte e ai conventi: e come potevano imporli, quei modelli, se non persuadendo gli uomini che erano belli, arcibelli, bellissimi? Ma anche questa non era che una opinione rovesciabile, come dice lei, ingegnere. E difatti nessuno la professa più ora che la macchina fabbrica rapidamente e varia con facilità; quindi a mano a mano che la macchina trionfò, tutti i potentati del mondo si _disinteressarono_ (e calcò sulla parola) delle arti tessili: il pubblico non ha più sul collo tutte le autorità della terra e del cielo, quando si veste: oggi a chi piace una stoffa e a chi un’altra; i giudizi dissentono, ma noi non litighiamo e non fondiamo delle cattedre di estetica, per saper chi ha ragione e chi ha torto: ciascuno compra e si gode quella stoffa che più gli piace: la adopera, la logora, la smette e dimentica....
Tacque un istante aspettando. E il Cavalcanti:
— Tuttavia — osservò — il patriottismo qualche volta fa ammirar a certuni le stoffe del paese: e lo snobismo ad altri quelle inglesi o francesi....
— Sì — rispose l’Alverighi. — Ma i mercanti di solito ci pongono rimedio, imbrogliando gli uni e gli altri. Vendono ai patriotti come paesane le stoffe forestiere: e agli _snobs_ come forestiere le stoffe del paese....
— Vada per le stoffe gli abiti e i mobili, — disse il Cavalcanti, dopo un attimo di esitazione. — Ma le grandi arti, l’Aristocrazia del bello....
L’Alverighi non gli diè tempo di continuare.
— Anche nelle grandi arti — lo interruppe a volo, — quella che gli sciocchi chiamano la decadenza dell’arte, non è che la sua liberazione dagli interessi mondani, opera del progresso. Vuol convincersene? Volga gli occhi verso l’America, per un minuto. Gli Europei amano ripetere che gli Americani sono degli asini con il basto d’oro: sarà, ma intanto lei, signor Cavalcanti, l’altra sera, disputando con me, quando io conciavo a quel modo l’«Amleto», lei disse che gli Americani sanno ammirare il bello più degli Europei. Quella volta, Cavalcanti, lei ha parlato da vero americano.
Il Cavalcanti fece un saluto ironico di ringraziamento: e l’ammiraglio:
— Meno male — disse volgendosi verso di lui — che questo capiti qualche volta anche a chi nasce da una famiglia stabilita da due secoli in America.
— Da troppo tempo! — ribattè subito l’Alverighi.
Il Cavalcanti e l’ammiraglio sgranarono gli occhi: ma l’altro proseguì lesto:
— Due o tre generazioni dopo che si sono arricchite, le famiglie americane ricominciano a europeizzare, smarriscono quello che io chiamerei il senso del continente....
— Ho capito — conchiuse il Cavalcanti. — In America, di veri Americani non ci sono che gli Europei!
Ridemmo tutti: anche l’Alverighi che di lì a un momento riprese:
— A ogni modo l’America, come lei diceva, è aperta a tutte le arti, a tutte le scuole, a tutte le idee, senza preferenza, equamente. Non è forse vero che noi rimpinziamo di fogli da mille i conferenzieri, i musicisti, gli autori ed attori, i cantanti, i pittori e scultori di ogni paese e scuola? Quale è la città d’Europa che rappresenta tante opere di tutto il repertorio e così bene come Buenos-Aires e New-York? È vero sì o no, che chi voglia riudire i dolci concenti dell’antica opera italiana, deve andare non a Roma o a Milano, ma in Argentina o negli Stati Uniti? E a lei, Ferrero, chi ha somministrati i mezzi di continuare l’opera sua: l’Europa o l’America? E come si spiega questo fenomeno, se l’America fosse la Tebaide dell’Intelligenza, il Sahara della coltura? Ma che Tebaide; ma che Sahara! l’America è disinteressata dell’arte: perchè grazie al cielo e grazie al progresso, ha del grano, del ferro, del carbone, del petrolio e ogni altro ben di Dio da vendere in quantità e non delle arti da imporre a nessuno, nè dentro nè fuori. Depurate l’arte da ogni interesse: che resta? Quel piacere incerto e vago se si vuole, ma delizioso e inebriante che dà la bellezza, quando e a chi lo dà, come diceva lei, Cavalcanti, l’altro giorno. Non beviamo, noi Americani, gli Champagne più famosi: non fumiamo gli Avana più cari: non ci facciamo vestire dai sarti in voga di Londra e di Parigi? E per qual ragione non godremmo anche, quando ci piacciono, i bei quadri, i bei libri, la bella musica, i bei giardini? Ma intendiamoci bene: senza credere che il piacere nostro sia universale, e senza volere o permettere che diventi obbligatorio.... Di tutte le cose che mi danno fastidio, la più fastidiosa per me è la boria estetica degli Europei. Ci trattano di barbari, noi Americani, perchè essi soli saprebbero fare e giudicare le cose belle. Ma queste fanfaluche le vadano a raccontare ai gonzi, i signori critici ed esteti di Europa. L’estetica è l’ultima tirannide che l’Europa vuol imporre al mondo: ma, creda a me, ingegnere, l’America la manderà in frantumi anche questa, ha già incominciata anzi questa gloriosa fatica — e con quanto successo! Noi daremo a ogni uomo il diritto di ammirare a dispetto di tutti quel che egli sente bello: la scultura greca, la pittura giapponese, l’architettura gotica, i gratta-nuvole di New-York o la musica futuristica degli amici di Marinetti, se gli garba. Non più critica dunque, non più teorie estetiche, non più tradizioni, scuole, pregiudizi o partiti presi: ma libertà, libertà, libertà.... Questo è il solo modo sicuro di sciogliere le interminabili dispute intorno al bello che hanno agitato gli uomini per tutti i secoli.... Libertà!
A queste parole un lampo mi attraversò lo spirito. La ragione per cui quel mercante di Rosario, evaso dalle scuole europee, aveva scoperto che l’arte è un piacere senza bisogno, vago e incerto; quella ragione invano cercata per parecchi giorni era chiara adesso; era quella! Scuoter l’autorità dell’Europa, che al Rosetti pareva così salda. Mi ricordai quanto facilmente in America trovan favore, sotto pretesto di modernità, le novità più rivoluzionarie dell’arte, della letteratura e dell’estetica, che l’Europa inventa; e anche in questo favore, di cui non avevo mai capita la ragione, mi parve di scoprire, alla luce di quelle parole, un’oscura e inconsapevole aspirazione del nuovo mondo a quell’indipendenza spirituale dal vecchio, che l’Alverighi, andando per le spiccie come al solito, annunciava imminente. Ma intanto il Cavalcanti aveva preso a rispondere:
— Che in questo che lei dice ci sia del vero — dicendo — per l’America almeno, lo ammetto. Ma in Europa....
— Anche in Europa — interruppe l’Alverighi. — Anche in Europa la moltitudine si è fatta smaniosa di progresso e cioè di lusso, di comodi, di agiatezza, di istruzione. Quanto pane e quanto companatico possono ancora largire sulla moltitudine del vecchio mondo le arti, le lettere e le scienze che non servono all’industria, a paragone delle terre, delle miniere, delle macchine? La pittura, per esempio, o la scultura o la musica: quanti milioni di operai potrebbero nutrire queste arti in Europa, anche se un popolo riuscisse a monopolizzarle, supponendo pure che riunisse le nove Muse in un sindacato? Sogni, chimere, fantasie d’altri tempi, credano a me: macchine e non penne, miei signori, vuole oggi il mondo, per sfamare i suoi popoli: l’arte sarà la magra risorsa dei popoli poveri, che non hanno vasti territori, e miniere di carbone....
E senza badare alla meraviglia che traspariva a queste parole dalle nostre faccie:
— A una condizione però, intendiamoci bene, — soggiunse riscaldandosi ancora: — che gli artisti sian contenti di essere quali sono e non altri o di più: artigiani del piacere, eletti, ben pagati, ma artigiani: non semidei! Libertà nel pubblico, modestia negli artisti: ecco i due principî dell’arte futura. Saprebbe lei, signora — e si volse alla signora Feldmann, — dirmi il nome dell’artista che ha disegnata codesta bellissima stoffa? No. Si è mai curata di conoscerlo? Neppure. Ha pagata e ammirata l’opera; e basta. Così saranno nell’avvenire trattati tutti gli artisti: e saranno più seri e felici. Mutano i tempi, signori miei: guai ai popoli che non se ne avvedono: per secoli gli uomini invece di dilagare come una piena sull’universo, si son raggomitolati su pochi punti del globo e non volevano uscirne; in poche forze d’arte e non avevano occhi e nervi e orecchi che per quelle: in una sola dottrina filosofica, e in una sola credenza religiosa, e guai a chi osasse varcarne il confine! Oggi, non più, non più, non più.... L’uomo ha spalancate le porte dell’universo: il progresso ha vinto: l’America è maestra. Noi vogliamo tutta la terra, tutta la bellezza, tutti i piaceri, tutte le verità....
— Insomma — disse a questo punto il Rosetti — l’arte sarebbe, secondo lei, un puro e semplice divertimento, posto fuori di quel gran movimento delle cose umane, che si chiama il progresso.
— Naturalmente — rispose l’Alverighi. — E del resto è chiaro: progredire significa imparare a far meglio o a far di più. Ora chi non sa che in arte molti pensano che noi siamo da meno dei nostri antenati e quindi avremmo disimparato invece di imparare? Altri — è vero — pensa l’opposto: ma chi abbia torto e chi ragione, non c’è verso di saperlo: dunque la verità è che l’arte non progredisce: muta e varia, solamente....
— E lo stesso — soggiunse il Rosetti — ho paura potrebbe dirsi della morale, allora. Come si fa a sapere se una generazione è più buona o cattiva di un’altra?
Ma non potè continuare.
Già i camerieri avevano incominciato a mescere lo Champagne offerto dalla nave per festeggiare il passaggio dell’equatore: onde i nostri discorsi furono a questo punto interrotti dai brindisi e dalla cerimonia del battesimo. Il capitano versò alcune goccie di Champagne sul capo di quanti varcavano per la prima volta il confine ideale dei due emisferi. Ma il rito era appena terminato che i camerieri ricomparvero, reggendo altre bottiglie in grande numero; e incominciarono a propinare a tutti, a profusione, il vino prezioso. Il signor Vazquez offriva. Nella sala riscaldata dall’equatore e dai fumi del vino già bevuto, l’entusiasmo divampò: tutti si alzarono brindando al signor Vazquez e all’Argentina: anche la signora Feldmann gli fece un sorrisetto, prima di tuffare le piccole labbra rosse nell’oro liquido: il signor Vazquez, composto, tranquillo, dignitoso, ma soddisfatto rispondeva a tutti, sorridendo cortese. Osservai però che il dottor Montanari, il quale quella sera pareva anche più imbronciato e stizzoso del solito, aveva rifiutato il vino. Pure in quel momento, volgendo gli occhi intorno, mi accorsi che non erano presenti nè il giovane di Tucuman nè sua moglie.
— Non ameranno le feste — pensai.
Ci furono poi dei discorsi e molto chiasso; e insomma non potemmo ripigliare il nostro ragionamento: cosicchè il pranzo terminò allegramente, ma con frivoli discorsi, e ancora nell’emisfero australe. Uno dopo l’altro ci stancammo tutti di aspettare seduti a mensa questo equatore, che «faceva un po’ troppo il suo comodo» come disse l’Alverighi: e ci disperdemmo per la nave. Io uscii con la Gina e il Cavalcanti, dietro la signora Feldmann che se ne andava al braccio dell’ammiraglio: onde nel vestibolo, mentre il Cavalcanti mi mormorava all’orecchio alludendo all’Alverighi: «Lei ha ragione, Ferrero: è proprio un genio rinselvatichito nella Pampa» potei vedere la bella genovese, la moglie del dottore di San Paolo, due o tre altre signore, il gioielliere che stavano lì in piedi, come aspettando qualcuno: la miliardaria, era chiaro. Fecero infatti silenzio e un piccolo inchino quando essa comparve dal refettorio nel vestibolo: poi le misero gli occhi addosso, mentre si avviava verso la porta che dava sul ponte, quasi direi avidamente, come volessero stamparsi nella memoria tutte quelle meraviglie, vive e morte, della natura e dell’arte. Curioso di sentire che cosa direbbero, lei uscita, rimasi nel vestibolo, facendo vista di nulla.
— Quanto è bella! — sospirò prima la genovese, non so se alludendo alla persona o alla veste, forse a tutte e due: perchè la signora Feldmann era posta dalle sue ricchezze, come una regina, al di sopra della naturale gelosia femminina. Un’altra signora incominciò un elogio dell’acconciamento, diffondendosi in minuti particolari, forse per mostrare quanto essa si intendesse di vesti di pregio e di prezzo. Ma il gioielliere intervenne:
— L’abito è niente! le perle invece.... Quelle perle, quelle perle! Appartenevano a qualche rayah indiano: ci scommetterei! Delle perle come quelle, non le avevano una volta che i sovrani dell’India!
III.
Uscii sul ponte. Di rimpetto alla porta, appoggiato alla balaustra, le spalle al mare, solo e immoto, stava il dottore. Mi fermai e lo salutai.
— Buona sera, dottore, come va?
— Si campa — mi rispose asciutto asciutto, come chi vuol far intendere di non gradir compagnia.
Per non usargli lo sgarbo di accontentarlo subito, gli chiesi, un po’ scherzosamente, se i suoi «matti» gli davano molto da fare.
— Abbastanza — rispose. — Ma non è la quantità del lavoro che mi pesa! È la qualità. A proposito, — aggiunse, — con quel suo Antonio si va di male in peggio....
Aveva detto «quel suo Antonio» come intendesse farmi responsabile della sua cattiva condotta: non ci badai: gli domandai che cosa aveva fatto.
— Vuole ammazzarla, sua moglie, vuole.... — mi disse. — Adesso si è messo a far la corte a una vedova, una veneta, certa Maria che ritorna dal Brasile, pare, con dei quattrini! Cose da pazzi! Intanto oggi, dopo colazione, hanno fatto una festicciuola ballando e suonando, giù, nelle terze classi: e lui l’ha costretta a ballare. In quello stato, che quasi non si regge in piedi! È caduta in deliquio: ho dovuto correre: ho fatta una scenata terribile: ma sì, con quella gente! Se ne scuopre una nuova, tutti i giorni!
E raccontò di aver quel giorno conosciuta la storia di una famiglia di siciliani — marito, moglie, due figli — che ritornavano dallo Stato di San Paolo. Avevano lavorato per tre anni in una delle più lontane fazende del signor X...., un ricco brasiliano che io avevo conosciuto. Ma l’intendente della fazenda era un prepotentaccio, che aveva tentato sedurre lei, donna piuttosto piacente: respinto, per vendicarsi e per far capitolare la virtù della bella restìa, non li aveva più pagati: aveva posto delle guardie intorno alla fazenda e aveva minacciato di farli prendere a schioppettate se tentassero di fuggire.... Imaginarsi le loro tribolazioni! Avevano venduti e impegnati i quattro cenci che possedevano per non morire di fame: e alla fine solo per un caso erano riusciti una notte a sfuggire alle amorose furie dell’intendente, facendo a piedi non so quante miglia per raggiungere una stazione di ferrovia, che fosse per essi sicura.
— Non hanno più che gli occhi per piangere, quegli sciagurati. Ben gli sta, del resto: impareranno a lasciare il loro paese — conchiuse il dottore.