Part 11
— La carestia permanente?... — disse l’Alverighi. — Ma neppur ora capisco. Lo ha detto anche lei che la carestia non può essere eterna!
— La macchina fa l’abbondanza, non la carestia — osservò l’ammiraglio.
— Anche questo — rispose la Gina — è un punto oscuro assai: chiarirlo non è facile.... Bisognerebbe forse che raccontassi la storia della macchina....
Fece una pausa, e poi risolutamente, sempre rivolgendosi all’ammiraglio: — Per qual ragione — disse — crede lei, ammiraglio, che la grande industria a macchina sia nata proprio in Inghilterra e proprio alla fine del secolo XVIII?
— Perchè sino allora — rispose invece dell’ammiraglio l’Alverighi — nessun popolo era stato così intelligente e ardimentoso da iniziare un tanto rivolgimento. L’America riconoscerà sempre all’Inghilterra questa gloria, anche quando l’avrà spogliata del suo impero industriale.
— E come spiega, allora — chiese la Gina — che nessun popolo d’Europa sia stato sino alla seconda metà del settecento più avverso alle macchine dell’Inghilterra? Il governo le proibiva, e gli operai le rompevano.... Perchè l’Inghilterra aspetta a convertirsi tra il 1770 e il 1790; e quando si converte si mette a filare e a tessere con le macchine non, per esempio, la lana, che in Inghilterra era un’arte antichissima, secolare, paesana, ma il cotone che era ancora un’arte dell’India? «Indiennes, bengalines, calicot», che è Calcutta: i nomi dicono chiaro donde venivano, nel seicento e nel settecento, i panni di cotone che si consumavano in Europa e nelle colonie d’America. La Francia e l’Olanda erano le nazioni che ne facevano il maggior commercio con l’India: non l’Inghilterra, che anzi, a certi momenti aveva perfino tentato di proibire ai suoi sudditi i panni di cotone, per proteggere i panni paesani.... Ma ecco in quel ventennio l’Inghilterra vince invece l’Olanda e la Rivoluzione lega le mani alla Francia: l’Inghilterra resta dunque padrona dei mari e allora la vediamo fare ad un tratto il suo repentino voltafaccia. Perchè? L’Inghilterra non è mai stata molto originale; lascia di solito gli altri provar le cose nuove; ma in compenso sa agguantare con risolutezza quando il momento è giunto. E l’Inghilterra capì allora che quelle macchine tanto odiate sino allora, che parevano dei sogni di menti bislacche, potevano servirle in quel momento unico e passeggero, se lo sapeva cogliere, a spogliar l’India di quella sua antica arte; a conquistare in pochi anni i mercati dell’America e dell’Europa, che erano stati sino allora clienti dell’India. E difatti subito, con diritti enormi, proibì l’esportazione dei tessuti dall’India: obbligò gli Indiani a venderle il cotone greggio; abolì tutti i divieti emanati prima contro il cotone; vuotò con questa violenza e fece la carestia nei mercati d’Europa e di America; monopolizzò la materia greggia. Nel tempo stesso portò alle stelle gli spregiati inventori di macchine e li incoraggiò con ogni sorta di premi; vide infatti apparire tra gli altri Watt e Arkwright; moltiplicò le filature meccaniche, inchiodò al telaio di giorno e di notte, nelle città e in campagna, nelle case loro e in laboratori, uomini, donne, vecchi, fanciulli: si scervellò per inventar ogni sorta di macchine; e in pochi anni l’importazione del cotone greggio e l’esportazione delle stoffe quadruplicò, se ben ricordo. Nel 1815, quando l’uragano della rivoluzione dileguò, il mondo si ritrovò in grembo questa specie di nuovo mostro inaspettato — la grande industria a macchina — che era nato in mezzo a quella tempesta. Una delle più spaventose convulsioni della storia lo aveva vomitato all’improvviso sulla terra.... E avrebbe dovuto sparire, quando il mondo si ripacificò. Poichè insomma questo grande sforzo era stato fatto per sfrattare una situazione momentanea, insolita, quasi unica, che non poteva nè durare nè ripetersi.... Invece il mostro visse, anzi prolificò....
Ma in quel momento la macchina del «Cordova» fischiò, roca, bassa, rabbiosa.
— L’equatore, l’equatore! — gridammo, balzando in piedi, tutti, fuorchè il capitano che, deponendo pacatamente il tovagliolo, sorrideva e faceva cenno di no con il capo, mentre i camerieri si avvicinavano sussurrando ossequiosamente:
— È mezzogiorno!
Ma ormai la conversazione era stata scompigliata da quel fischio improvviso; chi si era levato non si sedette più: uno dopo l’altro si avviarono tutti verso l’uscio. Andammo quasi tutti a tribordo, ad aspettar che l’ufficiale venisse a segnare sulla carta il percorso, discutendo intanto animatamente intorno alle macchine. Ma — oh delusione — non eravamo giunti che a un grado e 29 minuti di latitudine, a 30 gradi e 11 minuti di longitudine! Non c’era quindi speranza di trapassare nell’altro emisfero prima di sera: ci disse l’ufficiale. L’ora era caldissima: sul sole si era disteso un velo di vapori sottile ed ardente: nell’immensa cerchia dell’orizzonte, le nuvole si accavallavano, facevano montagne, grigie alle basi, abbaglianti le vette: il mare e il cielo si scolorivano, nell’afa velata e annuvolata che pesava sull’Oceano. Ad uno ad uno, ci disperdemmo al riposo, nelle cabine, dopo aver convenuto che a pranzo, la sera, avremmo continuato il discorso intorno alle macchine.
La mia signora spesso mi aveva ripetuto che in questo secolo si può negar Dio, la patria, la famiglia, ma la macchina no; chè il dubitar della macchina sembra un folle ardimento non meno che l’oppugnare ancora la rotazione della terra o l’immoto stare del sole. Mi coricai per la siesta, pensando che essa aveva proprio ragione. Quella sua non premeditata interruzione era stata bastevole a suscitare di improvviso una nuova discussione, più animata ancora e più ardente delle precedenti.
II.
Non ebbero difatti neppure la pazienza di aspettar la sera, come era stato inteso, per ripigliare la disputa. Quando, dopo essermi trattenuto un po’ nella cabina a riordinare le mie carte, uscii verso le quattro e mezzo sul ponte di passeggiata, vidi la mia signora, il Cavalcanti, il Rosetti e l’Alverighi, seduti a cerchio e già infervorati ad accapigliarsi pur sotto gli strali ardenti di cui l’Apollo equatoriale li saettava. Chè il sole aveva voltate le spalle al mondo; ed allontanatosi entro una grande nuvola cupa ed orlata di luce, lo illuminava invisibile di tra le nere fenditure e i bianchi spiragli di quella, lanciando a piombo sull’Oceano, di fianco e di sbieco nell’atmosfera, in alto verso il cielo, una immensa raggiera di colonne di luce: sotto le quali l’Oceano fremeva grigio e denso, e l’aria pesava anche più afosa che a mezzogiorno. Ma nessuno pareva accorgersene: nemmeno il Cavalcanti, il quale pur soleva lamentarsi che l’Oceano lo intorpidisse; chè con un certo tono risentito diceva all’Alverighi, il quale lo ascoltava arcigno:
— Le stoffe, i pizzi, i mobili, i libri, i ninnoli dei nostri nonni, li rivedremo noi mai più? Quando io osservo i nostri mobili, i nostri ori ed argenti, i panni che noi vestiamo; se capito in un sontuoso albergo o in una banca o in un grande transatlantico e lì guardo quei falsi marmi o quegli ori dozzinali che lo adornano; quando mi gingillo nel salone di sopra e rimiro gli stucchi grossolani e posticci che pretendono di abbellirlo o nel _fumoir_ i fiorami d’oro su fondo rosso che ne fregiano le pareti: ebbene allora mi vien voglia di sorridere; mi par di rivedere i marmi, le statue, i gioielli del basso impero. Se li ricorda, lei, Ferrero, a paragone delle squisite eleganze del primo e secondo secolo? No, no: la macchina ci trasporta a braccia attraverso gli oceani tempestosi: è il portento, la meraviglia, la gloria dei nostri tempi; non sarò io che lo nego, di certo: ma la macchina ha anche fatto scempio delle eleganze che abbellivano ogni ora dalla vita ai nostri vecchi.... Stringi, stringi: a che si riduce la storia del cotone narrata dalla signora Ferrero? L’India è stata spogliata, depredata, derubata per mezzo delle macchine, in pochi anni, dai barbari dell’Europa, di una sua antica e nobilissima arte.... L’India l’aveva creata; e i barbari gliela hanno presa, armata mano! Se a lei par progresso, questo! No: in altre cose i nostri tempi progrediscono: ma decadono invece, quando imbruttiscono.
Ma a questo punto intervenne il Rosetti.
— E se discutessimo con un po’ d’ordine? La signora Ferrero aveva incominciato a spiegarci come la macchina si è imposta al mondo dopo esser nata per una specie di combinazione gigantesca, se si pensa che tra gli accidenti di questa combinazione c’era nientemeno che la Rivoluzione Francese. E voi l’avete interrotta, per discutere se la macchina è stata benefica o malefica.... Non sarebbe meglio prima di tutto sapere perchè l’espediente di un momento ha presa tanta radice? Poi si discuterà degli effetti della macchina; e del progresso anche, se volete....
Gli altri si tacquero, e:
— Perchè? — disse la Gina dopo un momento di esitanza. — Già l’ho detto poco fa. Perchè il mondo fu abbagliato dalla riuscita dell’Inghilterra nel cotone. Perchè in ogni paese ci fu chi sperò di arricchire inventando o fabbricando macchine. Perchè in Europa e in America, la forza delle tradizioni era stata indebolita dalla Rivoluzione e dalle Guerre dell’impero. Perchè c’era l’America, immensa e semideserta. Perchè infine dappertutto gli uomini avevano voglia, sotto pretesto di progredire, di fare un po’ di più il proprio comodo.
— Di non vivere più nella miseria e nell’ignoranza, lei vuol dire — interruppe l’Alverighi.
— Intendo dire che da poi che il mondo è mondo, si era sempre detto che fosse virtù il saper moderare i propri desideri, non stravolere.... Ci fu un tempo che la semplicità era la virtù dei santi e degli eroi. Ma da cento anni in qua, nossignori: la macchina vuol fare a tutti i costi dell’uomo un animale insaziabile. Perchè non scarseggi mai il lavoro alle macchine, tutti cercano oggi di persuadere il popolo che il suo primo e più santo dovere è il mangiare, bevere, fumare, muoversi, gozzovigliare, sprecare quanto più può e scimmiottar tutti i vizi dei ricchi. Poichè questo vuole, raccomanda, impone il progresso!
— La corruzione degli antichi è diventata il progresso dei moderni, come ci ha mostrato suo marito nel primo dei suoi discorsi di Rio — osservò l’ammiraglio.
— Sì. Ma Guglielmo non ha osato dire che la causa di questo capovolgimento.... Dirò come lei, avvocato, di questo rovesciamento, è la macchina: la macchina che ha bisogno di effettuare la impossibile contraddizione di una carestia permanente. Eppure mi pare evidente. Noi crediamo di essere più intelligenti dei nostri vecchi, perchè noi fabbrichiamo delle macchine e quelli no. Ma crede lei, avvocato, che a inventare delle macchine occorra poi un gran sapere e un genio sovrumano? Ma se il fondatore della grande industria a macchina è stato Arkwright, che era un barbiere! Gli antichi conoscevano la meccanica meglio di quel che si crede: eppure non fabbricarono molte macchine, e quelle poche quasi tutte per la guerra: perchè con le mani riuscivano a soddisfare i loro desideri ancora moderati; e quindi non venne a nessuno in mente la strana idea di fabbricare con tanta spesa e fatica delle rozze mani di legno e di ferro....
— Ma — obiettò l’ammiraglio — la macchina non sarebbe piuttosto l’effetto anzichè la cagione di questo incremento universale dei desideri?
— In parte, effetto, in parte causa. Succede sempre così.... Ci fu del resto un concorso di cause diverse.... L’ho detto e lo ripeto: la Rivoluzione Francese e le sue guerre avevano rallentati, in Europa e in America, tutti i freni: la religione, la tradizione, il buon senso. Senza la Rivoluzione Francese non ci sarebbe neppure la grande industria a macchina, probabilmente. Ma la macchina è nata dal disordine e lo partorisce. Guardi per esempio: tutti sanno che la grande industria arricchisce certuni e rovina molti altri, che oscilla sempre tra annate grasse e annate di rovina.... Perchè? Le buone, quelle in cui fa fortuna chi capita, sono le annate di carestia, quando le cose si vendono a caro prezzo: le annate invece in cui rinviliscono, perchè la macchina ha fatta, per un momento, l’abbondanza, sono mediocri o cattive e chi capita in queste peggio per lui! Quindi la macchina contradice continuamente a sè medesima, perchè, fabbricando molto e presto, fa l’abbondanza: viceversa non prospera che nella carestia. Questa è la ragione per cui la grande industria moderna è sempre occupata a scacciare via dal mondo l’abbondanza che essa ha partorita, a far la carestia permanente, moltiplicando le ricchezze; un paradosso impossibile, come lei intende; e per effettuarlo deve ricorrere agli espedienti più assurdi, impastoiarsi nelle contradizioni più strane: i _trusts_, i sindacati, i monopoli, le tariffe protettive, i premi di esportazione, la conquista delle colonie, lo spreco, la gozzoviglia, il lusso, il movimento perpetuo imposto come un dovere, prima del rispetto del padre e della madre, a tutti gli uomini, anche a quelli che non desidererebbero che di vivere in pace, come i Turchi. Insomma la smania del lusso cresce nel mondo a ondate; a ogni ondata nuova corrispondono alcuni anni di carestia passeggera; che sono poi i tempi in cui le cose si vendono care e molti fanno fortuna: e così tutti a lavorare di lima sui vecchi freni dei nostri desideri; e lima lima, sono tutti rotti, non ce ne è più o quasi: la ragione è scappata dal mondo, appena la macchina è entrata....
— In compagnia della bellezza.... — aggiunse il Cavalcanti.
— Ma ha condotto seco la ricchezza, la cultura, la libertà — disse l’Alverighi, con un tono sicuro e fermo. — Se gli uomini di oggi spendono assai, essi lavorano pure molto.... producono quel che consumano.
Ma la risposta fu facile.
— Producono e depredano. Non bisogna dimenticare che noi siamo così ricchi, in parte perchè invece di sfruttare ragionevolmente l’America la mettiamo a sacco: miniere, boschi, terre.... Sciupiamo pazzamente i capitali edonistici, come li chiamano gli economisti; le ricchezze naturali che non si rinnovano....
— Sciupiamo, saccheggiamo! Si fa presto a dirle, queste parole, signora.... — rispose l’Alverighi. — Ma e poi? e anche fosse vero? non a tutti è lecito andare a Corinto; _pardon_, saccheggiare un continente. Noi saccheggiamo le due Americhe, sia pure! Aggiunga, chè non mi fa paura di confessarlo, che saccheggiamo gli immensi territori della Russia; e non dimentichi neppure che, se Dio vuole, incominciamo a saccheggiare l’Africa e più la saccheggeremo in avvenire! Tanto meglio: perchè saccheggiando noi arricchiamo e progrediamo.... Ma insomma è vero sì o no, che noi siamo oggi padroni, all’ingrosso se vuole, ma padroni di tutta la terra, mentre tre o quattro secoli fa ne conoscevamo appena una piccola parte? È vero sì o no, che cogli occhi, con il pensiero, con il calcolo noi spaziamo nell’infinito, entriamo nelle molecole della materia e nelle viscere della natura? È vero, sì o no, che noi abbiamo con le macchine scorciato lo spazio e allungato il tempo, a dispetto della natura invidiosa e gelosa, che ci aveva date delle gambe troppo corte, un corpo troppo pesante e delle braccia troppo deboli? È vero, sì o no, che noi abbiamo scoperte le insidie più nascoste delle malattie? È vero, sì o no, che noi voliamo come gli uccelli e camminiamo sott’acqua come i pesci? Tutto ciò può o non può definirsi progresso? E avremmo in così poco tempo conquistata la terra, l’infinito, il mondo degli invisibili, se quella furia di ambizioni e di voglie, e l’impeto divino delle macchine, non ci avessero trascinati in capo al mondo?
Il ragionamento mi parve facesse vacillare per un istante l’avversario che con un fare un po’ impacciato rispose:
— Ma per giudicare un’epoca non basta guardarne le opere.... Bisogna anche dimandarsi se le idee e i sentimenti che lo muovono.... sono nobili, alti, ragionevoli....
— E che cosa rimprovera lei al nostro secolo? — chiese subito l’Alverighi.
La Gina titubò un attimo: poi risolutamente:
— Che è un secolo _parvenu_, — rispose.
— Un secolo _parvenu_? — chiese l’Alverighi. — E perchè? perchè crede nel progresso?
— Sicuro. Questa famosa fisima del progresso è proprio lo specchio innanzi cui si pavoneggiano tutti i _parvenus_: uomini, popoli, civiltà. Quel che mi offende nel mondo moderno sono proprio i popoli, i paesi, le civiltà che si dicono giovani, progressive, nuove. Una volta, quando eran gli uomini che lavoravano e non le macchine, una civiltà era opera e gloria di secoli: secoli di educazione, lunghissimi sforzi, e che lavoro! In compenso; però, ogni civiltà maturava davvero, allora.... Oggi invece.... Grazie alla macchina e all’America e al progresso e a tante altre belle novità si improvvisano anche le civiltà, oggi. Basta scoprire delle miniere di carbone e di ferro, possedere un vasto territorio e un po’ di capitale: se la popolazione manca, si racimola nei paesi troppo popolati; si fabbrica prima il ferro, poi con il ferro ogni sorta di macchine, a cominciare dalle ferrovie; e poi con le macchine ogni sorta di roba e robaccia, in fretta e furia, a profusione; pochi inventori e capitalisti basteranno; dalla moltitudine che muoverà le macchine non si richiede nè educazione, nè cultura, e nemmeno che conosca la lingua del paese.... In pochi decenni quel paese rigurgiterà di ricchezze: e poichè oggi gli uomini hanno tanti bisogni e per soddisfarli, in questo lei, pur troppo, ha ragione, occorrono metalli, grano, panni, carne, macchine e non arte, letteratura, religione, giustizia, disciplina, morale, tutti ammireranno quel paese dell’abbondanza come il modello del progresso, l’esemplare della civiltà, al bel modo che la si intende adesso. E così un’accozzaglia rimescolata a casaccio dalla furia di far quattrini, si accorge un bel giorno di essere un gran popolo. C’è proprio da meravigliare allora se s’inebria, se si illude di poter rifare da capo l’universo, e insomma se si persuade che il mondo incomincia da lei? Ma il mondo invece è vecchio, molto vecchio, più vecchio, che non credano i popoli giovani: e non ha bisogno di esser rammodernato ogni trenta anni.... Lei ride? È vero che l’America del Nord è una creatura della macchina, e quindi....
Ma qui tacque, interdetta dal sorriso di trionfo che sfolgorava in volto all’Alverighi.
— Ecco! Finalmente! La verità ha parlato! — esclamò. — Ce n’è voluto, ma ha parlato: chiara ed ingenua per bocca sua, signora! Sicuro: perchè i tempi moderni favoriscono l’America più che l’Europa, l’Europa vorrebbe rimontare a ritroso la corrente dei tempi! Perchè l’America ripete all’Europa con le sue macchine più potenti quel tiro birbone che l’Europa già fece all’Oriente con le sue prime macchine, abbasso dunque le macchine! Perchè nella civiltà della macchina, la potenza di quella oligarchia intellettuale che dall’Europa inganna mezzo il globo decade, il mondo rimbarbarisce! Sicuro: sono le macchine, e tra queste, precipua, la ferrovia che han fatta l’America contemporanea. L’Argentina, il Brasile, gli Stati Uniti sarebbero oggi ancora deserti, senza le ferrovie e l’infinito numero delle macchine agricole e industriali, inventate negli ultimi cento anni! Proprio per questo noi Americani adoriamo la macchina, perchè per essa noi sfruttiamo in largo, in lungo e nel profondo i nostri sterminati territori: e possiamo trarne fuori ricchezze, ricchezze, ricchezze; un fiume, una piena, un Oceano che coprirà il mondo e seppellirà tutti i monumenti delle civiltà passate....
— Non ne dubitiamo — interruppe sospirando il Cavalcanti. — Ma intanto nel chiuso Mediterraneo, Atene, Costantinopoli, Efeso, Alessandria, Roma, Venezia, Firenze, le città madri e maestre, chinano il capo, invecchiano, cadono in rovina, si vuotano, si tramutano in bordelli ed osterie.... Al di là dell’Atlantico le città officine, i mostri enormi, Filadelfia, New-York, Chicago, ergono al cielo trionfando i grattanuvole e i camini fumanti....
— Aggiunga pure — rispose pronto e con ironico ossequio l’Alverighi — che l’Europa tutta si accinge a mettere all’incanto e in liquidazione quella sua vecchia civiltà di cui è tanto fiera, la parte almeno che vale ancora un po’... E per avere in cambio dall’America ferro, grano, cotone, petrolio, lana....
Ma la frase scatenò una piccola tempesta.
— Vede, vede dunque che ho ragione io, che la macchina rovina i paesi poveri, — disse la Gina.
— Gli uomini non abbisognano solo di balle di cotone e di carni agghiacciate — protestò il Cavalcanti.
— La gente crede — incalzò la Gina — che le macchine creino la ricchezza: ma le macchine invece la cavano da dove c’è: e con profitto solo da dove ce n’è molta, che la possano cavare rapidamente. Per questa ragione i paesi naturalmente poveri non possono più sfruttare le piccole loro risorse nè con la macchina, chè costerebbe troppo, nè a mano, perchè nessuno vuole o sa più lavorare colle mani, oggi, grazie al progresso; e tutti preferiscono andare a porre in opera le macchine dell’America. Un bel risultato!
— La cultura sarà un’illusione, — osservò il Cavalcanti — ma potrebbe l’uomo vivere disilluso eternamente? Non di solo pane vive una civiltà....
— Bella civiltà, — interruppe la Gina — in cui val più per un popolo possedere delle miniere di carbone, che una tradizione antica di cultura. Una volta almeno, quando l’intelligenza governava il mondo, delle splendide civiltà fiorirono anche in paesi poveri e sterili.
Si rincorrevano le obiezioni e si accavallavano, come le onde sul mare; e l’Alverighi non poteva rispondere ad alcuna.... Ma a questo punto di nuovo intervenne il Rosetti.
— Scusatemi se vi interrompo un’altra volta: ma a me pare che in tutta questa vostra disputa, come del resto in quasi tutte le dispute, sia sottinteso un malinteso. Voi credete di discutere delle macchine, ma in realtà discutete di nuovo del progresso. Già una volta eravate cascati, senza accorgervene, in questo argomento piuttosto spinoso.... E ci siete ricascati adesso, perchè ciascuno di voi parla delle macchine e degli effetti che fanno nel mondo, muovendo da una diversa definizione sottintesa del progresso. La signora Ferrero accusa la macchina di peggiorare invece di migliorare il mondo, perchè estirpa da quello certe virtù e coltiva in loro vece certi vizi come la prodigalità, l’intemperanza, l’egoismo: in altre parole essa giudica il progresso secondo un criterio morale. Il Cavalcanti pensa invece che il mondo, progredendo, dovrebbe diventare anche più bello: giudica dunque il progresso anche secondo un criterio estetico; quindi la macchina in parte almeno rimbarbarisce il mondo.... Lei invece, avvocato, mi pare ammettere che l’accrescimento della potenza e della ricchezza è da solo progresso: quindi le macchine sono la provvidenza degli uomini. Come volete intendervi se ciascuno parla una lingua diversa? Voi fate un duello alla spada, a venti passi di distanza. Se crediamo venire a una conclusione, bisogna che discutiamo questa altra questione: che cosa è il progresso?
— Ma è chiaro, — rispose pronto l’Alverighi. — Il progresso è la conquista della terra.
— La conquista della terra? come fine a sè medesima? Ma no: io non accetto questa definizione.... — disse il Cavalcanti. — Se la bellezza è un bene, il progresso deve accrescerlo, anche questo come gli altri beni; e non si potrà dire che progrediscano in ogni parte dei tempi da cui la bellezza è scacciata come una vergogna....
— Ma chi le permette di dire — chiese di nuovo pronto l’Alverighi tagliando la parola alla Gina che accennava a parlare — che il mondo d’oggi sia più brutto del mondo di ieri?...
Il Cavalcanti tacque un istante, come sorpreso; poi scrollando le spalle, tra stupito e sardonico:
— Lei si sentirebbe allora l’animo di sostenere, per esempio, che questi nostri abiti fatti a macchina, non sono più brutti di quelli che portavan gli uomini del settecento?