Part 10
Tentai dimostrarle che nessuno, nemmeno il più potente dei banchieri, può oggi sfidare il pubblico e i suoi pregiudizi, oltre una certa misura: ma pronta essa ribatteva tutte le argomentazioni, obbligandomi a cercare nuove sottigliezze. Mentre discutevo così, con il disagio di chi sente che i propri argomenti scivolano invece di entrar nello spirito dell’interlocutore, i miei occhi si fermarono sopra un oggetto bianco, che stava in terra, vicino al letto, poco distante dai piedi della signora e che sino allora non avevo veduto.... Riconobbi il magnifico vezzo di perle, di cui la signora si era ornata quella sera, e che probabilmente era caduto nella prima confusione dei pianti e dei singhiozzi.
— Stai a vedere che qualcuno lo pesta — fu il pensiero che mi balenò nella mente. E al disagio dell’argomentare inefficace si aggiunse un nuovo malessere: chè pure parlando non potevo staccare gli occhi dalle perle; mi sentivo spinto ad alzarmi e a raccoglierle: guardavo ogni tanto Lisetta, come per domandarle se era cieca. Distratto da questa nuova preoccupazione risposi anche più debolmente alle argomentazioni avversarie; e a mano a mano che la signora trionfava, più si affannava...
— Una nuova crisi avvicina — pensai.
E difatti, a un tratto:
— Ma chi l’avrebbe detto, ancora una settimana fa! Io che l’aspettavo così tranquilla e contenta. E lui che mi scriveva delle lettere così affettuose! Mio Dio, mio Dio, che sorpresa! Mi par di sognare! Dopo ventidue anni di concordia e di amore senza un’ombra, senza un sospetto! Ma sono possibili, simili cose....
Si cacciò il fazzoletto in bocca, scoppiò in pianto, di nuovo nascose nel cuscino la faccia, singhiozzando, gridando che la sua vita era spezzata, che le avevano tirata via di sotto i piedi la tavola in mezzo al torrente, che i suoi amici, se ne aveva, avrebbero dovuto procurarle della stricnina. L’ammiraglio corse a lei, si avvicinò pure la cameriera coprendo con le sue gonne sul pavimento la collana; la scena era pietosa: ma debbo confessare che non ero tanto commosso dalle lagrime della signora, quanto oppresso dalla paura di sentir da un momento all’altro stridere le perle stritolate. Lisetta intanto di nuovo instava perchè la signora bevesse la medicina, e la signora rifiutava: tirandosi indietro un passo finalmente Lisetta vide le perle: e con la punta del piede le spinse sotto il letto. Respirai; ma non potei non pensare tra me che le cameriere delle miliardarie — o di chi passa per tale — trattano i gioielli con una singolare disinvoltura. Intanto, a poco a poco, la signora si tranquillò; e a mano a mano che si calmava, l’ammiraglio prese a confortarla con discorsi più efficaci dei miei. Le rammentò con dolcezza e con autorità quasi paterna la lunga concordia in cui avevano vissuto per tanti anni, la esortò a non disperarsi come se il divorzio fosse già fatto, quando non era neppur sicuro che il marito avesse proprio l’intenzione di ripudiarla: perchè il dispaccio parlava di una voce; e tante sono le dicerie false, ai nostri giorni! Anche se i ragionamenti non convinsero, i ricordi intenerirono la signora: si levò di nuovo a sedere: convenne con certe affermazioni dell’ammiraglio; e alla fine:
— Certo — disse — se ha fatto una cosa simile vuol dire che è impazzito. Bisognerebbe — aggiunse volgendosi a me — che fosse qui suo suocero. Potrebbe darmi un parere o un consiglio....
Libero dall’ansietà per le perle, io dissertai un poco, come potevo, intorno alla follia e alle sue forme.
— Se ne intende lei di queste cose? — mi domandò allora.
— Io no — risposi. — Ma mia moglie è medichessa: ne parli con lei....
E continuammo così a discorrere per un pezzo di varie cose, sempre più pacatamente; mentre io chiedevo a me stesso perchè quella donna che, come l’ammiraglio aveva provato ragionando a fil di logica, aveva così pochi motivi di temere, fosse invece così agitata ed inquieta; e se essa poi diceva il vero affermando che il divorzio interromperebbe all’improvviso una convivenza durata così a lungo, senza discordia o nuvola alcuna. Il caso sarebbe stato ben singolare, allora! Alla fine, quando la signora ci parve interamente tranquillata, ci ritirammo.
Era quasi il tocco. Scesi sul ponte, per vedere se l’Alverighi, il Cavalcanti e il Rosetti c’erano ancora. Il ponte era deserto. Quasi due ore erano passate in quella conversazione e consolazione della signora Feldmann: e in due ore la discussione, o meglio la dissertazione dell’Alverighi, doveva essere terminata. Mi appoggiai un istante alla ringhiera e alzai lo sguardo alla volta stellata... Quando ad un tratto, per la prima volta, in fondo alla tenebra notturna, lucida e quasi silenziosamente sorridente come un vecchio amico che comparisce innanzi di sorpresa, vidi l’Orsa maggiore. Una improvvisa tenerezza mi vinse: quella grande costellazione dell’emisfero settentrionale, mi parve si mostrasse ad annunciare i parenti, gli amici, la patria che ormai avvicinavano; quel mare mediterraneo su cui essa brilla dall’eternità, e che il facondo Alverighi aveva paragonata a una antica palude, densa di miasmi e di febbri.
PARTE SECONDA.
I.
Come e quando la storia si fosse sbagliata, me lo riferì, la mattina dopo, il Rosetti, verso le nove. Mi ero destato tardi, quella mattina, e dopo essermi recato a raccontare alla mia signora i discorsi e i pianti della sera precedente, ero uscito sul ponte, a contemplare l’oriente abbagliante di vapori diffusi; il sole che, sebbene già alto e cocente, non aveva ancora lacerato totalmente il velo di argentea caligine in cui si ravvolge sovente all’uscire dai mari caldi; il fiume di fuoco che dall’orizzonte avanzava, corruscando, verso il «Cordova», per mezzo all’Oceano azzurro. Sul ponte avevo barattata qualche domanda con parecchi passeggeri, intorno all’equatore, che in quel giorno dovevamo passare. — Passeremo? A che ora? A mezzogiorno? Nel pomeriggio? — E infine sul ponte di sopra, a tribordo, avevo trovato il Rosetti.
— Dove sei scappato, ieri sera? — mi domandò, appena mi vide.
Conoscevo la sua discrezione; e glielo dissi senza reticenze.
— Peccato — esclamò, quando ebbi finito — che tu non abbia sentito l’elogio di Colombo!
Poichè la storia si era sbagliata sino alla scoperta dell’America, e chi l’aveva rimessa in carreggiata era stato proprio Cristoforo Colombo. Il Rosetti mi raccontò che, me partito, l’Alverighi si era maestosamente librato, per un quarto d’ora, sopra l’abisso dei secoli; affermando niente di meno che fino alla Rivoluzione Francese gli uomini avevano messo il carro innanzi ai buoi, ostinandosi a voler far bello e buono il mondo prima ancora di conoscerlo e possederlo tutto: ad assettare e adornare la casa, prima di averla costruita. Dalla Grecia che insegna al mondo a trattar lo scalpello e la penna, al Medio Evo, che edifica le cattedrali e i palazzi della più fantastica e multiforme architettura di tutti i tempi: dall’Egitto dei Tolomei, onde la bellezza ellenica illuminò degli ultimi sprazzi le case opulente del mondo mediterraneo; alla Roma dei Papi e a Venezia, che vestono di marmi, sete e velluti la loro potenza e fortuna; alla Francia del secolo decimottavo che eterna tre sovrani negli stili di quella sua arte decorativa impostasi al mondo: da Augusto, che protegge Orazio e Virgilio e rifabbrica di marmo l’antica città di mattoni; a Luigi XIV che protegge Racine e Molière; alla marchesa di Pompadour che si sforza di far Parigi capitale delle Eleganze: eternare una forma della bellezza non fu forse la maggiore ambizione e aspirazione di tutti i potentati del passato, non indegni della propria fortuna? E quanti sforzi per stabilire nel mondo il regno o della santità o della giustizia o di ambedue: dall’Impero romano che crea il diritto, al Cristianesimo che vuol mondarci dal peccato, alla Rivoluzione Francese che promette al mondo la libertà, la fratellanza e l’eguaglianza! Così gli uomini per tanti secoli cercarono in ogni parte uno specchio di perfezione che in nessuna esisteva: finchè sullo scorcio del quindicesimo secolo, finalmente! era apparso l’uomo «più che divino!» Di tale epiteto l’Alverighi aveva incorniciato Cristoforo Colombo. Cristoforo Colombo non scoprì solo l’America, ma ridonò all’uomo una seconda volta il globo terrestre già dato a lui da Dio, perchè glielo fece alla fine conoscere. «A ogni passo che Egli faceva nell’Oceano, la terra si ingrandiva di un miglio, sotto i piedi dell’uomo» par che avesse detto, con linguaggio alquanto biblico, l’Alverighi. L’impresa di Cristoforo Colombo fa insomma alla fine intendere all’uomo il dovere di esplorare e di conquistare tutto il pianeta: ma a mano a mano che vide ingrandirsi da ogni parte la terra, l’uomo si sentì piccolo; onde nacque in lui timido da prima e prese poi vigore e ardimento strada facendo, il proposito di pareggiare le sue forze alla ampliata grandezza del mondo. Null’altro che questo proposito ardito e bello è quel che noi chiamiamo comunemente il progresso: e l’uomo lo aveva recato ad effetto, creando la scienza e la macchina. La conquista della terra per via della scienza e della macchina era dunque la grande gesta iniziata sotto nome di progresso nella storia del mondo, dopo la scoperta dell’America: e un lento ma inevitabile effetto di questo rinsavire della storia era il progressivo «disinteressarsi» dell’arte. Un tempo, prima che l’America fosse scoperta in mezzo all’Oceano e le macchine inventate, quando i popoli e le città e i sovrani gareggiavano tra loro a far ciascuno più bello il piccolo territorio in cui vivevano, anche un’arte sola, la pittura o la scultura o l’architettura, per esempio, potevano essere per un popolo fonte di guadagni copiosi, ragione importante di prestigio. Lo Stato, la Chiesa, i sovrani, le famiglie cospicue, gli uomini autorevoli si sforzavano perciò di imporre questa o quell’arte all’ammirazione di tutti. Oggi non più: noi vogliamo e dobbiamo conquistare la terra, con i capitali e le macchine; e nessuna autorità umana si cura dunque più di imporre agli uomini nessun modello di bellezza; e ogni uomo è fatto libero di crearsi da sè il modello suo, la sua misura, il suo criterio; e qui udì anche di giudicare che New-York è la più bella città del mondo. Molti uomini non si sono accorti ancora che le catene di questa antica servitù spirituale sono cadute dalle loro braccia; e continuano a servire docilmente un tiranno che non esiste più; per questa ragione il Rosetti aveva potuto credere che gli uomini anche oggi domandino un padrone e un tiranno nelle cose dell’arte: ma chi non sa che tutte le autorità del mondo sempre sopravvivono un certo tempo a sè medesime nella paura degli uomini? E l’Alverighi aveva conchiuso che anche la bellezza, alla stessa guisa di tutti gli altri potentati umani e divini, si era per secoli imposta al mondo, come il Rosetti diceva, con le baionette e con l’oro: ma il suo tirannico impero era destinato a cader sotto l’invasione delle macchine e delle ricchezze dell’America, che libererebbero il mondo dall’ultima tirannide della vecchia Europa!
— Potrebbe aspirare a una cattedra di filosofia della storia, il nostro avvocato! — dissi ridendo. — Ma tutte queste belle teorie se le è forse fabbricate per rispondere a lei e a quel che lei aveva detto l’altra sera?
— Sì — rispose sorridendo. — E par che a preparare questa risposta abbia pensato questi due giorni, che si è tenuto in disparte....
— E che cosa hanno risposto, lei e il Cavalcanti? — aggiunsi.
— A questo punto ci siamo lasciati. Era tardi; e non avevamo passata la sera, come tu, a consolare delle belle signore.
In quella sopraggiunse Gina e mi disse che aveva allora allora, fatta una visita alla signora Feldmann, la quale poco prima l’aveva fatta pregare di salire nella sua cabina: chè essa era indisposta e desiderava vederla.... Poi esitò come incerta se parlare presente il Rosetti: ma quando le ebbi detto che il Rosetti era informato di ogni cosa, ci raccontò come la signora le avesse chiesto innanzi tutto se con la suggestione si poteva convertire l’amore in odio: e poi l’aveva interrogata intorno alla pazzia, al rammollimento cerebrale, alla vecchiaia e agli effetti suoi: confessandole di aver sempre dubitato che interamente sano di cervello il marito non fosse, sebbene essa non sapesse dire perchè. Forse essa non aveva mai capita l’indole e il temperamento del marito, che era un uomo singolare e curioso: soltanto una volta, e proprio ascoltando tanti anni fa, a Parigi, la mia lettura su Nerone, alla «Société de Géographie», le era parso di intravedere suo marito, e proprio in quell’imperatore debole, capriccioso, squilibrato, viziato dall’adulazione, dal potere, dalla ricchezza, dalla facilità di tutte le cose.
Mi misi a ridere. Una donna gelosa non esita dunque neppure a paragonare un banchiere americano a Nerone! Ragionammo un po’ di queste confidenze, che mi parevano contradire alquanto le affermazioni fatte la sera precedente sulla immutata concordia della loro convivenza. Ma mentre eravamo in questi discorsi ecco comparire, di corsa come al solito, e con un libro sotto il braccio, l’Alverighi: bianco vestito a nuovo, dalle scarpe alla cravatta, pettinato, fresco e arzillo....
— Ferrero, Ferrero! — gridò, appena mi vide, mentre si avvicinava a noi. — Perchè ieri sera se ne è andato proprio sul più bello? Ha tempo adesso? Le voglio ripetere quello che ho detto.
Ma ebbi appena il tempo di avvertirlo che era già fatto: chè la prima campana della colazione, squillando, ci disperse a precipizio nelle nostre cabine. Ci ritrovammo un quarto d’ora dopo nella sala da pranzo, presenti il Cavalcanti e l’ammiraglio che non avevo ancora visti nella mattina, ma non la signora Feldmann che non comparve: e divagammo da prima con i discorsi, un po’ a caso, sull’imminente passaggio dell’equatore.
— Quando entreremo nell’emisfero boreale?
— Nel pomeriggio, — ci aveva detto, incalzato dalle nostre domande, il capitano.
E tutti speravamo — non so perchè — che sarebbe tra poco, verso il mezzodì. Evocammo intanto dei ricordi. Il Cavalcanti era melanconico, e pieno di _saudade_, come sempre, quando si avvicinava all’equatore; perchè nel momento di uscire dall’emisfero nativo, rivedeva a un tratto, come in un miraggio, per vederli poi subito dileguare, i meravigliosi paesaggi equatoriali della sua terra nativa. Ma l’ammiraglio lo canzonò:
— Non abbia paura — disse a me. — Dimenticherà le foreste dell’Amazzonia e gli splendori dei tropici, appena passeggerà nel Bois de Boulogne. Come tutti i Brasiliani del resto!
Il Cavalcanti sorrise: ma continuò a divagare.
— Amo questo azzurro fulgore dei mari equatoriali. Mi ricorda il più bel mare della terra; il Mediterraneo di estate. Questo è un mare greco-latino..... Di qui dovevano passare i figli della Grecia e di Roma alla conquista del Brasile e dell’Argentina! Si ricorda invece, Ferrero, l’Atlantico del settentrione? Sempre piovoso, ventoso, grigio, torbido, gonfio.... Mare da Vikinghi: strada per le dure razze, che hanno popolati gli Stati Uniti: troppo aspra per noi, vecchie razze.
Irruppe allora l’Alverighi:
— Ed io invece passerò oggi sull’ombelico della terra, come direbbe un Omero moderno, per la dodicesima volta! E ogni volta più, qui sul confine dei due emisferi, nella vampa dei tropici, mi sento invaso da un tripudio, da una esaltazione, da un’ebbrezza indicibile, orgiastica, divina: sento di essere come un re potentissimo, un gigante di forza smisurata; un semidio.... Sì, un semidio! Quando penso a quegli uomini piccini piccini, in mezzo a cui vissero Giulio Cesare e Dante, che per tanti secoli si rimpiattarono come talpe nella buca del Mediterraneo, che non sapevano neppur quanto fosse grande il mondo! E quando invece contemplo me stesso in atto di banchettare tranquillamente, in questo natante castello di ferro, tra l’America, l’Africa, l’Europa, in mezzo a questa infinita pianura di acque, che nessun occhio umano aveva vista dal principio dei secoli, che era stata il selvaggio regno del vento e del sole sino a quattrocento anni fa.... No: noi che siamo nati dopo la scoperta dell’America, nel secolo delle macchine, noi non apparteniamo più alla stessa razza, che popolava prima la terra; noi siamo una superumanità....
— Ma noi non scriveremo più una seconda «Divina Commedia».... — sospirò il Cavalcanti.
— Pazienza! — rispose tranquillo tranquillo l’Alverighi. — Sarà poi un gran male, se progrediamo e conquistiamo la terra?
Ci guardammo in faccia; e: — Tocca a Dante, quest’oggi — fu il pensiero di tutti.
Ma l’Alverighi sorrise, con compiacenza.
— Vi scandalizzo, non è vero? Ma insomma: siamo sinceri: c’è uno solo di voi che sarebbe pronto a far getto o rinuncia di una sola delle comodità odierne — del solo servizio delle poste, per esempio, — purchè un nuovo Dante nascesse a comporre un’altra Commedia, umana o divina? Credete proprio sul serio che giovi oggi ancora lamentarsi e rammaricare, se a qualche rarissimo genio non riesce più di partorire il suo capolavoro immortale nella solitudine del suo orgoglio? Quando l’uomo inventa macchine più potenti e conquista la terra, il mare, l’aria; e con in mano questi ordigni miracolosi si accorge di diventare il mago sognato per tanti secoli nelle leggende; e la moltitudine chiede pane, companatico, istruzione, agiatezza, sicurezza, piaceri, aria, luce, libertà: tutti i beni di Dio, tutti gli anni di più? bastano forse a soddisfarla versi e quadri: o non occorrono capitali, e terre, e miniere, e macchine: macchine ogni anno più veloci, più possenti, più portentose....
— Per rimbarbarirla e farla insaziabile, — interruppe Gina a questo punto, improvvisa e recisa.
Tutti si volsero verso di lei, un po’ sorpresi sopratutto dal suo tono, aspro e quasi violento: anche l’Alverighi, sebbene egli non paresse lì per lì scorgere il pericolo che lo minacciava di fianco.
— Per edificare una civiltà più sapiente, più potente, più ricca, — rispose poi, dopo un istante, pacatamente.
— Più prodiga e pazza. Proprio quando la Rivoluzione Francese lo aveva liberato dalla tirannide dello Stato e della Chiesa, l’uomo si è dato schiavo in balia delle macchine.
— Schiavo delle macchine, l’uomo? — chiese l’Alverighi sorpreso, come chi non capisce.
— Sicuro. Quando le abbiamo fabbricate, non c’è scampo: dobbiamo farle muovere a qualunque costo, perchè se no irrugginiscono; e se non abbiamo bisogno di quel che esse fabbricano, tanto peggio per noi! Non son le macchine che servono i nostri bisogni: ma i nostri bisogni che devono servire le macchine!
— Ma, signora, — rispose l’Alverighi — vuol lei forse rimproverare ai nostri tempi il maggiore ben essere della moltitudine? Che il popolo finalmente si sfami; e non vada ignudo; e abiti in case più ariose; e prenda una certa dimestichezza con il sapone?
— Il dito mignolo di Leo! — rispose seccamente e un po’ ironica la Gina, alzando lo spalle: e aggiunse rivolta a me: — Ti ricordi la storia?
Assentii sorridendo: ma gli altri non capivano e chiesero spiegazioni.
— Ai bagni, un anno, — disse essa sorridendo, — nostro figlio vide certi sandali ai piedi di alcuni suoi amici che gli piacquero assai e li volle anche lui. Ma dovette aspettare alcuni giorni che fossero pronti: giorni d’attesa: li sognava persino! Finalmente arrivano: io vidi subito che al piede destro il puntale era un po’ corto e che il dito mignolo usciva fuori. «Ma che! Vanno benissimo!» gridò, e via di corsa saltando e gridando, come un matto, per mostrarli agli amici. Un po’ gridò, saltò e si pavoneggiò; ma poi, passata la prima gioia, incominciò a sentire il dito che gli doleva. Per un certo tempo resistè ma finalmente, il giorno dopo, non reggendo più, venne da me e serio serio: «Sai, mamma, i sandali vanno benissimo: ma il mio dito mignolo è troppo corto». Noi siamo oggi innamorati delle macchine, come Leo dei suoi sandali: e tutti i giorni imputiamo a noi i loro difetti: accusiamo il dito di essere troppo corto, perchè il puntale non è abbastanza lungo. Producono troppo? non è colpa loro: è colpa nostra che ci contentiamo di poco! Ci incalzano a lavorare e a vivere con tanta furia, che ci piglia l’affanno e perdiamo il respiro? Ma che: non sono esse che corrono all’impazzata: siamo noi, degli animali tardigradi e torpidi. Distruggono tradizioni, propagano vizi, dissolvono la famiglia? Ma nemmeno per sogno: siamo noi che siamo gente anti-diluviana, misoneista, nemica del progresso! Il dito mignolo è troppo corto!
Dante e l’equatore erano ormai dimenticati da tutti, anche dall’Alverighi. Ma nessuno capiva per qual ragione fosse apparso ad un tratto nella discussione e con tanto impeto un nuovo campione e a difesa di una così ardita teoria. Sentii che occorreva spiegare un po’ questi discorsi e queste allusioni di mia moglie; ed entrato di mezzo raccontai difatti come essa avesse alcuni anni prima fatti studi e ricerche intorno alle macchine, le quali però avevano quasi spaventato così suo padre come me, pendendo a conchiudere che la macchina lavorerebbe con maggiore dispendio sociale che la mano e che i progressi della grande industria meccanica sarebbero una calamità, specialmente per i paesi poveri. Avevamo — suo padre ed io — discusso a lungo con lei intorno a queste tesi e ai fatti che dovevano provarle: ma nè lei aveva persuaso noi, nè noi lei; finchè queste discussioni, e forse anche certe gravi difficoltà incontrate in alcuni punti più oscuri della questione l’avevano indotta a chiudere in un cassetto i suoi voluminosi quaderni di note.
— Se però sente parlar di macchine, — conchiusi — piglia subito fuoco anche adesso. Stia attento, avvocato, lei non sa a che cimento si mette.
Incuriositi da questo racconto, meravigliati dall’arditezza della tesi, e ormai dimentichi del precedente discorso, si volsero tutti verso la nuova interlocutrice invitandola a svolgere la sua teoria.
— Avanti, signora, — incoraggiò sorridendo il Rosetti. — Vediamo se convince anche me, che ho spesa metà della vita a insegnare la meccanica.
Ed ella, che aveva già finito di far colazione, stava appoggiata alla spalliera della sedia, con le mani in grembo, sorridendo, un po’ incerta e impacciata, come chi, slanciatosi troppo in principio, tituba poi quando se ne avvede. Sinchè si risolvè e si avviò con una certa esitanza da prima e rinfrancandosi poi, a mano a mano che procedeva nel discorso.
— Quello che io penso della macchina.... Dirlo non è facile, così, in poche parole.... Intendo sopratutto le macchine moderne, l’orgoglio dei nostri tempi, quelle mosse dal vapore o dall’elettricità. Orbene: perchè dopo averle fabbricate, dimentichiamo che sono fattura delle nostre mani e ci inginocchiamo davanti a loro! Perchè esse producono la ricchezza più velocemente e in maggiore abbondanza che le mani. Non è così? Ma allora è facile argomentare quel che occorre, perchè le macchine possano renderci servigio per davvero. Occorre innanzi tutto che abbondino le materie greggie: se no, che cosa trasformeranno? Secondo: che abbondi il capitale; perchè si richiede molto capitale per fabbricarle e metterle in opera. Terzo: che dell’oggetto fabbricato ci sia grande e urgente richiesta: vera carestia o quasi: se no, non ci sarebbe ragione di fabbricarne tanti, con tanta fretta, spesa e fatica. Mi sono spiegata chiaro? Carestia, dunque, ho detto. Ma può la carestia essere permanente, eterna, continua? Io direi di no: perchè in una maniera o nell’altra, presto o tardi, per necessità, qualunque sia l’oggetto desiderato, consumo e bisogno si devono adeguare.... O crescono i mezzi per soddisfare il bisogno o il bisogno scema: di qui non si scappa, parrebbe. Quindi la macchina non dovrebbe poter servire, a giudicare a lume di buon senso, che in tempi di straordinaria carestia, per soddisfare in poco tempo una richiesta grande e urgentissima. Per servire di continuo occorrerebbe che esistesse anche la carestia permanente....
Le premesse del breve discorso erano riuscite lucidissime a tutti: ma non così le conclusioni.